Domenica

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Raffaello, Risurrezione di Gesù Cristo (1501 - 1503), tavola; San Paolo (Brasile), Museu de Arte de São Paulo

Domenica è il giorno della settimana tra il Sabato e il Lunedì. È per antonomasia il giorno della Risurrezione di Cristo (Mt 28,1; Mc 16,2; Lc 24,1; Gv 20,1), e viene santificata attraverso la partecipazione alla celebrazione eucaristica, l'astensione dal lavoro e l'attenzione alla famiglia e ai poveri.

Il Concilio Vaticano II ha così legato il senso della domenica alla tradizione apostolica:

« Secondo la tradizione apostolica, che ha origine dallo stesso giorno della risurrezione di Cristo, la Chiesa celebra il mistero pasquale ogni otto giorni, in quello che si chiama giustamente 'giorno del Signore' o domenica. »

La Conferenza Episcopale Italiana ha pubblicato il 15 luglio 1984 la Nota Pastorale Il giorno del Signore per evangelizzare il modo in cui la società italiana vive tale giorno.

La domenica nella cultura moderna

Il senso della domenica come è inteso dalla comunità cristiana, è messo in crisi da alcuni fattori culturali:

  • il passaggio da una società di tipo rurale ad una società industrializzata: la prima era caratterizzata da un susseguirsi di azioni che la domenica veniva ad interrompere, ridando il senso della comunità e della sacralità della vita, oltre allo svolgersi delle azioni di tutti i giorni, tipiche di una società di stampo contadino e artigianale; la seconda è caratterizzata dall'efficienza, dalla produttività, dalla competitività, per cui viene meno: il senso del riposo, che può anzi essere visto come un'interruzione della produzione, e il senso della comunità, perché domina l'individualismo;
  • la secolarizzazione, quel processo per cui la società si allontana da una visione legata al senso del sacro, relegando la religiosità perlopiù all'ambito della sfera privata.

Aspetti biblici e storici

La domenica nel Nuovo Testamento

Il Vangelo di Giovanni ci presenta le apparizioni del Risorto con cadenza settimanale:

« La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!» [...] Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». »

Gli Atti degli Apostoli ci presentano la celebrazione della domenica come un fatto abituale nella prima comunità cristiana. Il primo giorno della settimana è la domenica, in quel giorno i credenti si riuniscono con Paolo, con due importanti momenti: lo spezzare il pane e la predicazione:

« Il primo giorno della settimana ci eravamo riuniti a spezzare il pane e Paolo conversava con loro. [...] »

Nella Prima Lettera ai Corinzi, Paolo parla dell'usanza domenicale di fare una colletta a beneficio della comunità cristiana:

« Quanto poi alla colletta in favore dei fratelli, fate anche voi come ho ordinato alle Chiese della Galazia. Ogni primo giorno della settimana ciascuno metta da parte ciò che gli è riuscito di risparmiare, perché non si facciano le collette proprio quando verrò io. »

Infine, l'autore dell'Apocalisse afferma di aver ricevuto l'ordine di scrivere nel giorno del Signore:

« Rapito in estasi, nel giorno del Signore, udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva: Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese: a Efeso, a Smirne, a Pèrgamo, a Tiàtira, a Sardi, a Filadèlfia e a Laodicèa»

La domenica negli scritti dei Padri della Chiesa

In greco κυριαχή ἡμήρα, kyriaché heméra, in latino dies dominicus, la domenica, giorno del Signore, negli scritti dei Padri della Chiesa è il giorno di festa in cui si ricorda la risurrezione del Signore, si spezza il pane e si vive la preghiera comunitaria.

La Didaché, scritto probabilmente in Siria nel I secolo, così parla della domenica:

« Nel giorno del Signore, riuniti, spezzate il pane e rendete grazie dopo aver confessato i vostri peccati, affinché il vostro sacrificio sia puro. »
(Didaché, Cap. 14,1)

Tertulliano la definisce il "giorno della risurrezione del Signore" (De Oratione 23,2). Per Eusebio di Cesarea "la domenica è il giorno della risurrezione salvifica del Cristo. [...] Ogni settimana, nella domenica del Salvatore, noi celebriamo la festa della nostra Pasqua" (De solemnitate paschali 7; PG 24, 702). S. Basilio così ne parla: "la santa domenica, onorata dalla risurrezione del Signore, primizia di tutti gli altri giorni" (Hom. in Heameron II, 8; PG 29, 51). Per S. Girolamo "la domenica è il giorno della risurrezione, è il giorno dei cristiani, è il nostro giorno" (In die dominica paschae; ed. G. Morin, CCL 78 (1958), 550).

La domenica è dunque definita come giorno di festa in cui dare spazio alla gioia:

« Dai testi della tradizione giunti fino a noi e che attestano il nesso domenica-pasqua emerge la nota della gioia, della festività, quale dominante della celebrazione. Anche autori austeri come Tertulliano esortano a dare spazio alla gioia in questo giorno, non come per una debolezza, bensì per un'esigenza dello spirito (Apologeticon 16, 11; ed. E. Dekkers, CCL 1 (1954), 116). Questo spiega, tra l'altro, il notissimo duplice divieto, che viene costantemente ripetuto tanto in Oriente come in Occidente, di pregare in ginocchio e digiunare. La Didascalia degli apostoli giungerà perfino a dichiarare che colui che digiuna o è triste in domenica, commette peccato (Didascalia Apostolorum V, 20, 11; ed. F.X. Funk I, Paderborn 1905, 298)[1]»

L'abbandono graduale del sabato nelle comunità cristiane provenienti dal paganesimo

Abbiamo visto come i primi cristiani sin dalle origini, subito dopo la risurrezione di Cristo, hanno celebrato il giorno di domenica. Non è stato però da subito che hanno abbandonato l'osservanza del sabato; vedi ad esempio il riferimento di Matteo, che scrive ad una comunità di cristiani provenienti dal giudaismo, il quale, nel discorso apocalittico così scrive: "Guai alle donne incinte e a quelle che allatteranno in quei giorni. Pregate perché la vostra fuga non accada d'inverno o di sabato" (Mt 24,19-20).

Il distacco dall'osservanza avvenne gradualmente, sopratutto per la presenza sempre più numerosa nella comunità cristiana di fedeli provenienti dal paganesimo e non dall'ebraismo.

La polemica nei confronti del sabato è esplicita sopratutto nelle lettere di S. Paolo, quando scrive alle comunità di provenienza ellenistica: al pari delle altre leggi rituali dell'ebraismo, Paolo opera un discernimento profondo, che punta a distinguere ciò che è essenziale anche per i cristiani e ciò che invece è superfluo (come ad esempio la circoncisione ed altre regole di purità rituale), e perciò può essere abbandonato senza per questo venir meno alla fedeltà a Cristo, che ha superato e portato a compimento la legge antica (cfr. Gal 4,8-11, Rm 14,5-6, Col 2,16-17).

Cresce così anche la consapevolezza riguardo agli insegnamenti di Gesù riguardo al sabato: esso è stato fatto per l'uomo, e non l'uomo per il sabato (Mc 2,27). I cristiani iniziarono così a celebrare la domenica come un qualcosa di diverso dal sabato, distaccandosi dal sabato ebraico, che aveva nel riposo l'obbligo e il significato più importante. Il riposo sabbatico fu così "spiritualizzato", intendendolo in senso allegorico, morale o escatologico, come ad esempio da parte di Sant'Agostino che parla della pace che si otterrà quando raggiungeremo Dio, sommo bene[2].

Un altro fattore può essere stata l'ostilità della comunità giudaica verso i seguaci del nazareno[3].

Costantino e il riposo domenicale

Il 7 marzo 321 l'imperatore Costantino (che allora era un adepto del Sol Invictus, ma si battezzò in punto di morte, divenendo alla fine cristiano) stabilì che il primo giorno della settimana, il dies Solis ("giorno del Sole") doveva essere dedicato al riposo perché la Chiesa, sin dal tempo degli apostoli, osservava la domenica, mentre fino ad allora era giorno lavorativo per tutti.

Ci fu però anche un altro fattore:

« [...] l'altro fatto, ancora più curioso, è il ritorno in vari settori della cristianità all'osservanza pura e semplice del vecchio sabato accanto a quella della domenica, come di "due giorni che sono fratelli", come dirà S. Gregorio di Nissa[4] »
(Nuovo Dizionario di Liturgia, op. cit, p. 359)

La religione del Sol Invictus restò in auge fino al celebre editto di Tessalonica di Teodosio I del 27 febbraio 380: con tale editto l'imperatore stabilì che l'unica religione di stato era il Cristianesimo, bandendo e perseguitando ogni altro culto. Per tale ragione, il 3 novembre 383 il dies Solis venne rinominato dies dominicus, "giorno del Signore".

Aspetti teologici - liturgici

La domenica sacramento della Pasqua di risurrezione

Abbiamo visto come nel Nuovo Testamento la celebrazione della domenica sia legata in modo indissolubile alla risurrezione. Potremmo quindi dire che essa è un sacramento della Pasqua, nel senso che ne è un segno efficace, così come la celebrazione eucaristica che ne è il centro liturgico è un sacramento della morte e risurrezione di Gesù: la chiesa, radunandosi nel nome di Gesù, ascoltando la Parola di Dio e rendendo grazie nell'Eucaristia, rende attuale la presenza salvifica del Risorto, incontrandosi in modo reale e vivo con lui.

San Tommaso afferma che nella domenica si realizza la nuova creazione che Cristo ha inaugurato nella Pasqua:

« Il sabato, che indicava la prima creazione, è cambiato nella domenica, in cui si commemora la nuova creazione, iniziata con la risurrezione»
(Summa Theologiae I-II, q. 103, a. 3, ad 4)

Per questo i credenti, in tutta la loro esistenza, ma in modo particolare in giorno di domenica, possono crescere nella coscienza della loro vocazione di partecipare alla vittoria di Cristo sulla morte, passando anche loro dalla morte del peccato alla vita di grazia, impegnandosi concretamente nella realizzazione della volontà di Dio e nell'apporto alla crescita del regno di Dio nella vita di tutti i giorni.

Infine, la domenica prefigura anche il giorno glorioso in cui la Pasqua di Cristo raggiungerà il pieno compimento nei cieli nuovi e terra nuova alla fine dei tempi.

« Appunto su questo fondamento teologico-sacramentale si fonda l'aspetto della domenica come "giorno di gioia e di riposo dal lavoro" (Sacrosanctum Concilium 106), che èq uanto dire giorno di festa »
(Nuovo Dizionario di Liturgia, op. cit, p. 362)

Ecco come in uno dei prefazi delle domeniche del tempo ordinario, la liturgia condensa in modo orante molti di questi concetti:

« È veramente giusto benedirti e ringraziarti,
Padre santo, sorgente della verità e della vita,
perché in questo giorno di festa
ci hai convocato nella tua casa.

Oggi la tua famiglia,
riunita nell'ascolto della parola
e nella comunione dell'unico pane spezzato,
fa memoria del Signore risorto
nell'attesa della domenica senza tramonto,
quando l'umanità intera
entrerà nel tuo riposo.
Allora noi vedremo il tuo volto
e loderemo senza fine
la tua misericordia»

(Prefazio delle Domeniche del Tempo Ordinario X)

Aspetti culturali

In Europa e in America latina la domenica è considerata l'ultimo giorno della settimana, mentre dalla Chiesa cattolica, negli Stati Uniti e in Brasile è considerato il primo.

Prima dell'avvento del Cristianesimo, questo giorno corrispondeva al dies solis, cioè il "giorno del Sole" in onore della divinità del Sol Invictus. Ancora oggi questa denominazione si è conservata nelle lingue anglosassoni come nella lingua inglese Sunday, o nella lingua tedesca Sonntag.

Note
  1. Luca Brandolini, cit., p. 357
  2. Sant'Agostino nelle Confessioni scrive a tale riguardo: "La pace del riposo, la pace del sabato, la pace senza sera" (lib. XIII, XXXV-XXXVII).
  3. L'apice di tale ostilità sarebbe da rinvenire, secondo alcuni, nel cosiddetto Sinodo di Jamnia, il cui valore storico è però messo in dubbio da molti studiosi.
  4. De Castigatione, PG 43, 310
Bibliografia
Voci correlate
Collegamenti esterni

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