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Voto
Da Cathopedia, l'enciclopedia cattolica.
In ambito religioso si definisce voto una promessa fatta a Dio di un bene a Lui gradito. Indica, per antonomasia, il vincolo di consacrazione con il quale una persona offre se stessa a Dio, o a titolo personale (con l'autorizzazione del proprio padre spirituale) o a titolo pubblico quando il voto (o i voti) si pronucia nell'ambito di una aggregazione di consacrati (monaci, religiosi, istituti secolari, associazioni pubbliche di fedeli, ecc.).
La promessa è obbligante, e quindi differisce dalla semplice risoluzione, che è un proposito presente di fare o di non fare delle determinate cose in futuro. Viene chiamata anche fermo proposito. Il voto (o i voti) hanno una forte connotazione ecclesiale e rientrano, secondo san Tommaso d'Aquino (che ha scritto pagine eccellenti sul teologia del voto ), nell'ambito della virtù di religione.
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Aspetti generali
Per quanto riguarda i rapporti fra persona e persona, una promessa presuppone la fedeltà di chi la compie; una persona promette, e con la sua fedeltà si mostra degna di fiducia.
Se rompe la promessa, perde credito agli occhi dell'altro, generando una delusione che è distruttiva per la reciproca confidenza.
Diversa è la situazione in cui si trova chi contrae una promessa fatta con Dio: infatti, per chi promette è impossibile ingannare Dio nelle proprie intenzioni presenti, e Dio già sa se il promettente sarà costante, in futuro.
Tuttavia, così come è possibile offrire a Dio delle cose esistenti o delle azioni presenti, allo stesso modo è possibile offrirgli un'azione futura e la perseveranza nel fermo proposito di mantenere l'offerta. Tale offerta di perseveranza è caratteristica di un voto religioso. Un successivo cambiamento nell'intenzione di un votato è perciò una mancanza di rispetto verso Dio: è come portar via qualcosa che è stato dedicato a Lui, ed è dunque commettere sacrilegio (nel senso più ampio del termine) se lo si infrange senza averne prima chiesto la dispensa alla legittima autorità ecclesiale.
Condizione per cui il voto sia valido, è che venga emesso da una persona idonea, cioè che disponga di tutte le facoltà per cui esso possa essere emesso. Fra queste vi è l'uso di ragione, la libertà nel farlo, e il proposito di onorare Dio non attraverso semplice desiderio, ma con un fermo proposito che non comporti rimpianti successivi, compatibilmente con l'umana fragilità.
Chi emette un voto fa' dono di se stesso a Dio in una particolare dimensione di vita e pertanto si esige la legittimità della professione, per cui non vi è voto valido quando manchino le condizioni effettive quali la ragione, la libertà e la disposizione piena, e quando ad esse subentrino dolo, timore grave e mancanza di capacità giuridica.
In senso più generale e ampio, il voto è anche una professione di profonda fede a Dio mediante la dedicazione delle azioni umane alla volontà divina, ed è dunque un riconoscimento di Dio come fine ultimo dell'uomo, secondo la coscienza religiosa.
Rispettando le obbligazioni di un voto, infatti, il votato dichiara implicitamente che Dio merita più di ciò che chiede. Ciò mostra come il voto -in senso stretto- sia attuabile solo per Dio e di fronte a Dio, e non per i Santi: sebbene infatti le promesse sacre fatte a Santi siano valide e non possano essere infrante senza un'offesa all'onore tributatogli, tale infrazione non sarà mai tanto grave come l'infrazione fatta nei riguardi di un voto fatto direttamente a Dio. Tutto ciò non toglie che la Chiesa cattolica approvi e favorisca la devozione ai santi attuate mediante promesse, che possono essere anche di conseguenza cambiate in voti a Dio stesso.
Dal punto di vista della pratica religiosa, inoltre, il voto è stato valutato come assai utile per rafforzare la volontà di chi lo compie, sia per effetto psicologico (suggestione e autocoscienza), sia -teologicamente parlando- per effetto spirituale di comunione più profonda e più stretta con Dio.
Il voto è detto:
- personale quando l'oggetto della promessa è un'azione di chi emette il voto
- reale se l'oggetto della promessa è una cosa
- misto se la natura dell'oggetto è persona e cosa contemporaneamente (Codice di Diritto Canonico - can. 1192).
I voti si distinguono in due categorie:
- il voto pubblico, emesso alla presenza del Superiore legittimo in nome della Chiesa: ciò non comporta necessariamente che sia emesso davanti ad una assemblea liturgica o durante una funzione sacra, ma che sia accolto da chi abbia rappresentanza ecclesiale;
- il voto privato, che è invece quello che si professa non in presenza di un Superiore legittimo.
Forma privata e forma pubblica
La promessa nella quale consiste il voto può essere fatta in forma privata.
Con tale espressione, nella devozione popolare, si intende promettere qualcosa a Dio, subordinandolo all'ottenimento di una grazia particolare da parte di Dio stesso. In caso di ottenimento della grazia richiesta, la persona che ha fatto il voto ne dà attuazione (in forma di pellegrinaggio, di visita a santuari, di deposizione presso un santuario di un ex voto).
La promessa può essere fatta anche in forma pubblica.
In questa forma, nella Chiesa cattolica è disciplinata dal Codice di diritto canonico che indica tempi e modalità con cui un cattolico può impegnarsi nei voti religiosi.
Nella Morale e nella Teologia
La morale e la teologia riguardo il voto, si sono espresse con formule, definizioni e spiegazioni ben precise.
Innanzitutto, un voto, anche quando riguarda materia di poca importanza, presuppone il pieno assenso della volontà: è infatti un atto di generosità verso Dio, e nessuno potrebbe dare qualcosa se non sapesse pienamente cosa sta facendo con tale atto.
Ogni errore sostanziale, o comunque ogni errore che sia davvero la causa del fare un voto, rende il voto nullo e senza valore. Per giudicare l'effetto di un possibile errore è necessario conoscere la volontà di colui che ha fatto il voto nel momento preciso del farlo; perciò, una persona che possa dire sinceramente "se avessi saputo questo o quello, non avrei fatto il voto" non è legata ipso facto dal voto stesso.
Tuttavia, se il votato ha considerato la propria ignoranza in materia di voti, e nonostante ciò ne ha stretto uno ugualmente per generosità verso Dio, conoscendone la generale importanza e la natura assai positiva, costui è legato dal voto, che in tal caso è interamente valido. Per quanto riguarda, in modo specifico, i voti che accompagnano l'entrata in un ordine religioso, essi posso essere resi e considerati nulli solo per qualche reale errore sostanziale.
L'oggetto di un voto, secondo la formula classica, non deve essere semplicemente qualcosa di "buono", ma qualcosa di "meglio"; da ciò consegue, ovviamente, che nessun voto fatto a Dio può riguardare alcuna cosa illegale oppure indifferente, giacché la santità di Dio sarebbe incompatibile con qualsiasi cosa malvagia o comunque di natura inferiore, non del tutto buona.
Inoltre, l'oggetto del voto deve essere qualcosa di umanamente possibile, poiché nessuno può essere obbligato a fare ciò che è impossibile. Perciò, nessun uomo può fare un voto per evitare ogni materia di peccato, anche la più leggera, perché ciò è moralmente impossibile. Detto ciò, il voto per evitare un determinato peccato è valido almeno per le persone che hanno compiuto qualche progresso nella virtù.
Nella Bibbia
Nella Bibbia non si parla in senso proprio di voti. Si parla però di alcune forme particolari di consacrazione a Dio con relative promesse, come ad esempio, il Nazireato. Nell'Antico Testamento sigillava l'unione spontanea dell'uomo al Signore che imponeva una precisa regolamentazione.
Nel Levitico è presentato il voto di Nazireato e quello da Levita.
Nel Vangelo non si parla di voti, ma di scelte di vita che Gesù Cristo ha fatto.
In particolare viene descritta la sua vita povera, la sua vita di obbedienza al Padre celeste, e la sua scelta di vivere una vita casta.
Anche Paolo aveva emesso un voto per il quale si era fatto tagliare i capelli (At 18,18).
Nella Storia della Chiesa
Nei secoli successivi alla vita di Gesù Cristo, i cristiani hanno cercato di uniformarsi a lui. Alcuni, in particolare, hanno voluto seguirlo anche in queste sue scelte personali, di vita povera, casta ed obbediente.
Nel corso dei secoli queste scelte si sono consolidate nella professione dei voti religiosi di povertà, castità ed obbedienza.
Negli Istituti di Vita consacrata
Gli appartenenti agli Istituti di Vita consacrata emettono il voto di professare in forma speciale i consigli evangelici di castità, povertà e obbedienza.
Agli Istituti di vita consacrata appartengono i religiosi, che alla professione dei voti religiosi affiancano la scelta della vita comune, e i membri degli Istituti secolari che emettono i voti ma non fanno vita comunitaria, almeno, non necessariamente.
In taluni Istituti Religiosi, secondo il carisma specifico che essi vivono, in aggiunta ai tre voti, vi è il cosiddetto quarto voto, anch'esso derivante dal Vangelo, come potrebbe essere ad esempio il voto di vita quaresimale nell'Ordine dei Minimi, o di obbedienza al Papa per i Gesuiti.
Allo stesso modo, i membri delle Società di vita apostolica (come, ad esempio, i Preti dell'Oratorio o i Lazzaristi) fanno vita comunitaria ma non emettono voti religiosi.
Negli istituti di fondazione più antica (detti Ordini religiosi) i voti vengono emessi in forma solenne.
Negli istituti di fondazione più recente (detti Congregazioni religiose) i voti vengono emessi in forma semplice. Di fatto però questa distinzione tra voti solenni e semplici è oggi solamente tradizionale e formale. In passato il voto solenne aveva anche una ricaduta nella sfera civile e pubblica, mentre il voto emesso in forma semplice non l'aveva.
Soprattutto nelle epoche in cui non era così netta la separazione tra vita politica e sociale, e vita religiosa, poteva capitare ,ad esempio, che un frate francescano, dopo aver emesso i voti in forma solenne, avesse contratto matrimonio oppure avesse comprato un bene.
Il suo atto non sarebbe stato solo illecito davanti alla Chiesa, ma anche nullo di fronte allo Stato; diversamente, il membro di una congregazione religiosa, che aveva emesso i voti semplici, compiendo questi atti giuridici avrebbe comunque compiuto degli atti civilmente validi.
Oggi, in seguito all'accettazione del principio di separazione tra Stato e Chiesa, la differenza tra voti semplici e solenni è unicamente storica, tranne che per il fatto che con il voto solenne di povertà il religioso rinuncia non solo all'uso dei propri beni, ma anche al possesso.
Chi entra in un Istituto di Vita consacrata, dopo un periodo generalmente di uno o due anni di conoscenza ed approfondimento detto noviziato, professa i voti religiosi. Generalmente questi vengono emessi per un anno e rinnovati al termine della scadenza; in seguito, trascorsi alcuni anni, i voti vengono emessi in forma di professione perpetua (detta anche solenne).
- Voce Voto (religione) di it.wiki: il materiale ivi presente è stato rielaborato in senso cattolico e integrato
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