Matrimonio

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Questa voce tratta unicamente dell'aspetto umano del Matrimonio.
⇒  Gli aspetti specificamente sacramentali sono trattati in Matrimonio (Sacramento). Vedi anche Matrimonio (disambigua)
Celebrazione del Matrimonio

Il Matrimonio è il vincolo affettivo e sociale di unione tra un uomo e di una donna. Per il matrimonio si costituisce una comunità corporale e spirituale permanente. Gen 2,24 lo descrive come il distacco dalle famiglie di origine per formare realtà nuova descritta come "una sola carne".

La comunione del matrimonio si fonda sulla distinzione e sull'attrazione tra maschio e femmina.

Il matrimonio realizza pienamente l'umanità dell'uomo e della donna caricandola di profondi significati sociali e religiosi, che nell'insegnamento del Nuovo Testamento sfociano nella concezione sacramentale del matrimonio, per cui questo diventa segno che manifesta e rivela l'amore tra Cristo e la Chiesa (cfr. Ef 5,21-33).

Il matrimonio trova il suo senso ultimo nella comunione duratura e nella donazione reciproca dell'uomo e della donna. Non soltanto la loro relazione si fonda sulla parità, ma anche sull'essere ordinati l'uno all'altro. Su questa base naturale nasce una coniugalità che è opera della libertà, che è frutto di una stabile disposizione di amore che è accoglienza del dono dell'altro.

Nell'Antico Testamento

Matrimonio come procreazione

L'Antico Testamento vede il matrimonio nell'ottica della cultura mediorientale che attribuisce una primaria importanza all'aspetto procreativo. La prole infatti era considerata necessaria al matrimonio, e l'unione dell'uomo e della donna era orientata a questa realtà. In quest'ottica si comprende l'apertura alla poligamia, come pure il diritto del maschio di avere figli dalla schiava, essendo sterile la moglie legittima (cfr. Gen 16,1-3; 24,28; 42,38; Lev 19,3; Gdc 8,19-31; 9,1-6).Nell'Antico Testamento non si conosce l'obbligo del vincolo matrimoniale unitario, mentre il celibato è una forma di vita estranea alla legge e alla morale.

Il primo racconto della creazione (Gen 1,1-2,4a) riporta la benedizione data da Dio alla prima coppia, nonché l'esortazione a crescere e a moltiplicarsi nella specie (Gen 1,28).

L'avere molti figli è dunque dono di Dio, mentre la mancanza di prole è ritenuta infelicità e castigo (Lev 20,20; Is 47,9; 1Sam 1,15). Ma il libro della Sapienza riconosce la possibilità di una discendenza empia (4,1-6), e Is 56,3-5 ricorda che vi è felicità anche per gli eunuchi che non possono procreare.

L'importanza della procreazione nel matrimonio è ben espressa dalla norma del levirato (Dt 25,5-10), in virtù della quale il fratello di un uomo morto senza discendenza doveva sposare la cognata vedova per dare discendenza al defunto.

L'importanza attribuita alla prole va di pari passo con la concezione della sessualità come partecipazione alla fecondità divina. Gen 1,27-28 pone la procreazione nella linea dell'immagine e somiglianza con Dio posta nell'uomo e nella donna. L'immagine di Dio da lui posta nell'uomo viene trasmessa attraverso la procreazione (cfr. Gen 5,1.3).

Matrimonio come mutuo aiuto

Nel racconto jahvista della creazione (Gen 2,4b-25) il matrimonio scaturisce dall'ordinamento voluto da Dio: la donna è tratta dall'uomo (Gen 2,23) perché, dice JHWH, "non è bene che l'uomo sia solo: gli darò un aiuto simile a lui" (Gen 2,18-25). La moglie è dunque donata all'uomo anzitutto quale "aiuto"[1], "assistente", pari a lui in dignità. Il motivo della donna aiuto dell'uomo viene ripreso nel libro in Sir 36,24.

Come Dio ha portato ad Adamo una compagna, così procura a ciascun uomo una moglie[2], "gliela prepara dall'eternità" (Tb 6,18). Per la Bibbia è Dio porta i coniugi ad unirsi, anche se resta un mistero insondabile la dinamica che attrae l'uno verso l'altro.

Matrimonio come patto

Il matrimonio è patto, è alleanza di JHWH con l'uomo e la donna (Pr 2,17; Mal 2,14).

Il matrimonio è sciolto dalla morte o da una situazione equivalente[3].

Il ripudio

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Ripudio.

L'Antico Testamento conosce anche la pratica del ripudio. Può esserne attore soltanto l'uomo[4], mediante la pronuncia di una determinata formula (Os 2,4) oppure, a partire da un'epoca più tarda, con la presentazione di un libello di ripudio (Dt 24,1-5).

La norma prevede che l'uomo possa ripudiare la moglie quando ella "non trovi più grazia ai suoi occhi", ovvero vi sia qualcosa di ripugnante, o che "la odia", espressione questa che può indicare impotenza (Dt 24,3; 2Sam 13,14-18).

Prevede inoltre che, dopo il ripudio, il primo marito non può ritornare a sposare la moglie che aveva ripudiato.

Tra i profeti, Malachia si scaglia duramente contro l'adulterio e il ripudio (2,10-16).

L'adulterio

Il decalogo proibisce espressamente l'adulterio (Es 20,14; Dt 5,18).

La posizione che il divieto dell'adulterio occupa nel decalogo, tra la proibizione dell'uccidere e quella del furto lascia intendere la gravità di tale colpa. Fin dagli inizi, infatti, essa è punita con la morte (Lev 20,10; Dt 22,22).

Valenze simboliche

Osea, volendo richiamare il popolo d'Israele a una maggiore fedeltà a JHWH, paragona l'alleanza con lui a un patto matrimoniale; di conseguenza, l'infedeltà a JHWH equivale alla prostituzione (1,2; 2,4.7).

Il profeta sperimenta di fatto anche l'infedeltà della propria moglie, Gomer, ma nonostante tutti i suoi tradimenti, il profeta la ama, come JHWH che non cessa di amare il popolo che lo ha abbandonato ed ha rivolto il suo culto a Dei stranieri. Tuttavia, anche se Israele si è prostituita è ha commesso adulterio, rompendo il patto di fedeltà, Dio resta fedele (6,4; 11,8).

Geremia parla dei due Regni divisi come di mogli infedeli di JHWH (6,13), e paragona la stipulazione del patto ad un matrimonio celebrato tra Dio e il suo popolo (31,32).

Ezechiele usa ancora l'immagine simbolica del matrimonio con notevole abbondanza di particolari nei capp. 16 e 23. La rottura del patto ed il servizio prestato agli idoli provocano la reazione di JHWH.

In Isaia abbiamo l'annuncio che JHWH, come un marito, punisce le genti che si sono allontanate per richiamarle alla fedeltà (Is 54,7-8). Non le respinge definitivamente, dando loro il libello del ripudio (50,1), ma le abbandona per un certo tempo, per poi riprendersele con benevolo amore (Is 54,4-6; 60,15).

Il Cantico dei Cantici esalta con svariate immagini il simbolismo matrimoniale. L'unione dei due giovani è espressione della gioia procurata dall'esperienza dell'amore, e presenta una visione assolutamente positiva del matrimonio e, secondo alcuni, anche dell'esperienza erotica.

Già la tradizione ebraica legge tale libro in chiave allegorica in riferimento all'amore di JHWH per Israele.

Nuovo Testamento

L'insegnamento di Gesù

Gesù riafferma il significato primitivo e originario del matrimonio come unione di due persone in "una sola carne", abrogando il ripudio; questo, insegna Gesù, era stato concesso agli Ebrei per la durezza di cuore (Mc 10,5-9; Mt 19,4-8).

Nel Vangelo secondo Matteo gli insegnamenti di Gesù su ripudio e adulterio (5,32; 19,9) contengono un'eccezione: il concubinato (Bibbia CEI 1974), ovvero l'unione illegittima (Bibbia CEI 2008)[5]. Il termine greco πορνεῖα si riferisce alle unioni illegittime, Cioè ai matrimonio invalidi.

L'insegnamento paolino

Paolo afferma che la durata del vincolo matrimoniale è fino alla morte del coniuge (1Cor 7,39; Rm 7,2-3).

Egli riprende l'esplicito divieto imposto da Gesù sullo scioglimento del matrimonio, ma soprattutto che giudica illecito un secondo matrimonio di chi è separato (1Cor 7,10).

Nel caso di un matrimonio tra un credente e un pagano, il matrimonio possiede la forza di santificare la parte pagana (1Cor 7,14). Confidando in questa forza Paolo raccomanda di mantenere la convivenza matrimoniale con il coniuge non ancora convertito a Cristo, quando costui non intende separarsi, poiché, afferma, "che sai tu, donna, se salverai il marito? O che ne sai tu, uomo, se salverai la moglie?" (1Cor 7,16). Tuttavia, continua Paolo,

« se il coniuge non credente vuole separarsi, si separi; in queste circostanze il fratello o la sorella non sono soggetti a schiavitù: Dio vi ha chiamati a stare in pace! »

Con l'espressione greca ού δεδοὑλωται, "non è soggetto a schiavitù", Paolo insegna che non vi è obbligo a continuare a qualsiasi costo la convivenza matrimoniale con il coniuge non credente. L'Apostolo non parla di nuovo matrimonio, perché tale possibilità è data solo dalla morte di uno dei due coniugi, ma solo della separazione (Rm 7,1-3). Paolo rivendica quindi per la parte credente il diritto a vivere la propria fede nella libertà e nella pace. Tale insegnamento di Paolo fonda il cosiddetto "privilegio paolino", che autorizza lo scioglimento del matrimonio quando il coniuge non cristiano non consente all'altro di vivere la propria fede e non c'è speranza per la sua conversione.

Un insegnamento fondamentale sul matrimonio cristiano si trova in Efesini 5,21-33. Paolo, seguendo la visione sociologica del matrimonio propria della sua epoca, insegna che la moglie deve essere sottomessa al marito, ma aggiunge "come al Signore" (5,22); ugualmente, l'amore dei mariti verso le rispettive mogli deve essere "come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei" (5,25). In tal modo il matrimonio viene trasformato dall'interno, immettendo l'esempio e l'insegnamento dell'amore vissuto da Cristo nella quotidianità dell'unione matrimoniale. Nell'amore reciproco, totale e stabile con cui un uomo e una donna si legano l'un l'altro, si realizza il mistero grande di Cristo e della Chiesa (Ef 5,32).

La Prima lettera a Timoteo presenta una visione della donna più legata all'Antico Testamento: la sua sottomissione al marito comporta il silenzio nelle assemblee e il divieto di insegnare.

« Essa potrà essere salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con modestia» (2,15)

La Lettera agli Ebrei esorta a rispettare il talamo, cioè a non commettere adulterio e a non portare avanti altre condotte disoneste nei confronti del matrimonio (Eb 13,4).

Pietro invita poi l'uomo ad essere comprensivo e pieno d'amore verso la propria donna, considerando che anch'essa è erede della grazia divina (1Pt 3,7).

Note
  1. Il termine usato è ezer, che il più delle volte viene riferito a Dio: Es 18,4; Sal 19[18],3; 114[113],9-11.
  2. Cfr. il racconto del matrimonio tra Isacco e Rebecca, Gen 24.
  3. Nell'Antico Testamento risulta che anche la prigionia, e l'essere un coniuge disperso, sciolgono il matrimonio.
  4. In Elefantina, isoletta del Nilo dove viveva una fiorente comunità ebraica, numerosi papiri in aramaico testimoniano che anche la moglie aveva facoltà di divorziare. Ciò era poi possibile nei territori soggetti al diritto romano.
  5. Le Bibbie protestanti traducono "fornicazione", e in tale maniera ritengono legittimo il divorzio in caso di tradimento da parte del coniuge.
Voci correlate

Suggerimenti



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