Gesù Cristo

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Questa voce tratta la persona di Gesù sotto l'aspetto della teologia biblica
⇒  La voce Gesù ne tratta la figura storica, la voce Cristologia ne mostra la più piena comprensione che ne è venuta acquisendo la Chiesa nel corso dei secoli.

Gesù Cristo è il Verbo, il Figlio di Dio fatto uomo (Gv 1,14), morto per la salvezza degli uomini (cfr. 2Tim 2,10). È risorto, "siede alla destra del Padre" (cfr. Mc 16,19; Eb 1,3) e continuamente intercede per gli uomini (Rm 8,34).

L'abbinamento del nome Gesù con l'appellativo Cristo[1] è attestato in tutto il Nuovo Testamento:

La Chiesa primitiva attribuisce a Gesù questo titolo di Messia, alla stessa maniera come fa con altri appellativi: agnello di Dio[2], figlio di Davide[3], figlio dell'uomo[4], mediatore[5], parola di Dio[6], profeta[7], santo[8], salvatore[9], Signore[10], servo di Dio[11]. Ma l'abbinamento non è solo l'attribuzione di un titolo: dicendo "Gesù Cristo", la Chiesa associa in una intima relazione due "componenti":

La trattazione sarà articolata perciò nei due momenti:

  • i dati che su Gesù di Nazaret troviamo nelle fonti, non però secondo la successione biografico-cronologica, quanto secondo le caratteristiche fondamentali dell'evento-Gesù;
  • il mistero della sua persona, così come la fede della Chiesa la comprende.

Prima però di affrontare la trattazione globale della persona di Gesù vale la pena di soffermarsi sul particolare ritratto che del Salvatore da ognuno degli evangelisti.

La presentazione di Gesù nei quattro Vangeli

La tradizione evangelica ha lavorato all'interpretazione del mistero di Gesù già prima della redazione scritta dei quattro Vangeli; lo si riconosce dalla punta cristologica di ogni pericope evangelica, nonché dalle diverse sistemazioni presinottiche. L'interesse rivolto alla vita terrena di Gesù è quindi significativo per se stesso, indipendentemente da ogni biografia di Gesù. Per essere più precisi, tale interesse rivela una duplice preoccupazione:

  • quella di mantenere la rivelazione di Gesù radicata nella storia, contro ogni tentativo di evaporazione gnostica in qualche mito;
  • di render conto del fatto che colui che quel Gesù che è vissuto è ancora vivo e parla ai cristiani dell'epoca attuale; ciò contro ogni tentativo di dare l'evento Gesù un carattere "archeologico"; i vangeli sono tutti delle "attualizzazioni" dell'evento "Gesù di Nazaret".

Nel Nuovo Testamento esiste una cristologia, e la si trova già nel Vangelo che precede i Vangeli. Questa cristologia non è elaborata in forma sistematica, né in un'occasione epistolare, ma con l'unico intento di presentare e rendere attuale il mistero di Gesù divenuto Signore.

I singoli Vangeli offrono vari aspetti di questa presentazione, rinviando sempre all'unico Vangelo proclamato nello Spirito Santo.

In Marco

Marco invita il lettore a riconoscere in Gesù di Nazaret il Figlio di Dio, colui che ci ha salvati trionfando su Satana.

Marco insiste sull'evento puntuale dell'incontro personale con Dio in Gesù, quando egli tornerà la fine dei tempi.

Marco è più riservato di Mt e di Lc nell'uso dell'espressione "Figlio di Dio". Ad eccezione della confessione proferita dai demoni in un racconto (Mc 5,7) e in un sommario di esorcismi (3,11), il titolo si riscontra solo ai tre vertici della rivelazione:

In Matteo

Matteo fa culminare il vangelo nel "manifesto" di Cristo risorto: "Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra... Io sono con voi sino alla fine dei secoli" (Mt 28,18-20).

In Matteo Gesù si presenta come il figlio dell'uomo, annunciato dal profeta Daniele (Dn 7,13-14), che ha ricevuto la sovranità universale; il Vangelo che Matteo scrive deve dimostrare in che modo Gesù, dopo aver rifiutato di accettare questa sovranità da Satana (Mt 4,8-10), poiché il Padre gli ha tutto messo nelle mani (11,27), abbia trionfato dei suoi nemici: il regno di Dio è il regno di Cristo. Per dimostrarlo, Matteo sottolinea l'argomentazione scritturale della Chiesa primitiva, perché Gesù viene a coronare il passato di Israele.

Matteo ha scritto il Vangelo ecclesiastico per eccellenza, attualizzando per la sua epoca gli avvenimenti passati (cfr. ad es. 14,33).

In Luca

Luca, che negli Atti degli Apostoli fa chiaramente trapelare l'interesse che porta alla Chiesa, dà consistenza al tempo di Gesù che intercorre tra quello dell'annuncio profetico e quello della Chiesa (cfr. Lc 16,16; 22,35-38; At 10,38). La vita di Gesù acquista valore per il tempo ecclesiale; è stata il primo atto del disegno di Dio nella Chiesa, un atto che ha valore tipico. Il futuro che gli succede si basa incessantemente su di essa: evento passato che rimane perennemente presente.

In Luca il ritratto di Cristo è più quello del salvatore misericordioso (Lc 3,6; 9,38.42; At 10,38), che si rivolge ai poveri (Lc 4,18), ai peccatori (15), ai diseredati di questa terra.

Infine, l'appellativo "Figlio di Dio" assume in Luca un senso ben preciso, nettamente distinto da quello di Cristo (cfr. 1,35; 22,70).

In Giovanni

Giovanni prende come punto di partenza per la sua presentazione l'affermazione tradizionale della preesistenza, e mette in evidenza in Gesù la gloria del Padre, la gloria della sua risurrezione, gloria che è già presente attraverso i segni che egli opera durante il suo passaggio in terra.

Il figlio dell'uomo, che è in cielo, è presente già quaggiù e ritorna al cielo (3,13.31; 6,62; cfr. 13,1; 14,28; 16,28; 17,5). Egli è la parola di Dio manifestata nella carne mortale di Gesù (1,14). Egli è quindi il rivelatore assoluto e definitivo, colui al quale donare la propria fede, se si vuole vivere (3,16-17.36; 11,25-26), colui di cui si sentono le proclamazioni di eternità (8,58; 10,38) o di immanenza nel Padre (10,38; 14,9-10.20; 17,21).

Quello di Giovanni rimane il Vangelo per eccellenza: esso riporta incessantemente il credente alla persona e all'attività terrena di Gesù di Nazaret, senza la quale nessuna esistenza ecclesiale può avere senso: questo vale per la vita sacramentale, Battesimo (3,22-30) ed Eucaristia (6).

Alla ricerca dei tratti fondamentali della figura di Gesù

I Vangeli non sono delle vite di Gesù redatte secondo i principi della moderna storiografia. Esso sono stati scritti da dei credenti, per suscitare e rafforzare la fede dei destinatari. Ognuno dei quattro Vangeli organizza i ricordi degli Apostoli, e lo fa certamente nella luce dalla fede pasquale. Ciò non impedisce che uno studio perspicace di essi consenta di inquadrare in maniera sicura Gesù di Nazaret[12].

Lo studio rigoroso dell'evento Gesù equivale a udire la domanda rivolta da lui stesso ai suoi discepolo a Cesarea di Filippo: "E voi chi dite che io sia?" (Mt 16,15; Mc 8,29; Lc 9,20). Gli autori del Nuovo Testamento rispondono a questa domanda rimandando sempre alla persona storica che l'ha formulata.

I tratti fondamentali della figura storica di Gesù sono quindi i seguenti:

  1. Gesù annuncia che con lui iniziano i tempi ultimi;
  2. Gesù richiede ai suoi interlocutori di prendere posizione nei suoi confronti;
  3. Gesù va cosciente verso la morte e risurrezione.

Gesù annuncia che con lui iniziano i tempi ultimi

Gesù annuncia la "buona notizia" (εὐαγγέλιον, euangelion, traslitterato in italiano in "Vangelo"; cfr. Mt 9,35; Mc 1,1.14.15) che il regno di Dio si inaugura con la sua stessa parola: "Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!" (Mt 13,16-17; Lc 10,23-24).

Che cosa dunque hanno visto e udito?

Gesù si colloca in un orizzonte di novità rispetto all'Antico Testamento; egli ammira Giovanni, che indica come l'ultimo e il più grande dei profeti (Mt 11,11-12). La radicale novità del Regno di Dio non consiste solo nel fatto della sua presenza, ma nella sua natura. "Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono", strappandolo a quelli che vogliono entrarvi (Mt 11,12). Gesù deve quindi prendere posizione rispetto alla situazione religiosa e alla mentalità del suo tempo:

Il Regno di Dio semplicemente non è più futuro, è alla portata di tutti: "Il Regno di Dio non viene in modo da attirare l'attenzione, e nessuno dirà: 'Eccolo qui', oppure: 'Eccolo là'. Perché, ecco, il Regno di Dio è in mezzo a voi!" (Lc 17,20-21). Occorre però riconoscere i tempi messianici e guardare alla persona di Gesù. Egli promette una grande gioia a coloro che scoprono il tesoro e la perla preziosa (Mt 13,44-45).

Gesù annuncia la sua venuta finale e il tempo che la precede

Gesù ha annunciato chiaramente la sua venuta alla fine della storia (Mt 24,42; 25,31-46; Mc 8,38; At 1,11)

Dai Vangeli risulta però anche che Gesù ha intravisto dei tempi intermedi prima della parusia.

Certamente Gesù quindi aveva davanti agli occhi la prospettiva di un tempo dopo la sua morte[15].

Gesù richiede ai suoi interlocutori di prendere posizione nei suoi confronti

Gesù non è un rabbino ordinario che spiega le Scritture: egli insegna con autorità (Mc 1,22); a differenza dei profeti, non enuncia semplicemente l'oracolo di Dio, ma giunge a dire: "Ma io vi dico" (Mt 5,22.28.34.39.44), facendo precedere le sue dichiarazioni da un'attestazione solenne: "Qui vi è uno più grande di Giona! (..) qui vi è uno più grande di Salomone!" (Mt 12,41-42; Lc 11,31-32).

Per questo, convertirsi a Dio significa seguire Gesù, decidersi per lui o contro di lui. "Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde. " (Mt 12,30). Ascoltare Gesù significa ascoltare Dio stesso, perché equivale a "costruire la propria casa sulla roccia" (7,24). Ma, di fronte a un Gesù, il cui comportamento sconcerta, come prendere una simile decisione?: "Beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!" (11,6; Lc 7,23).

Gesù deve perciò giustificare la sua pretesa. Non già dichiarando la propria identità, ma dimostrando di avere una relazione unica con il [[Dio Padre|Padre]. Tutto gli è possibile perché crede (Mc 9,23), di una fede che sarà definita prototipo di ogni fede (cfr. Eb 12,2). Inoltre, parla a Dio come un "papà" (Mc 14,36), e, collegandosi alla tradizione apocalittica di Daniele (2,23-30) osa affermare che i misteri gli sono rivelati perché egli è "il Figlio" in relazione unica con "il Padre" (Mt 11,25-27; Lc 10,21-22). Non si attribuisce tuttavia la conoscenza di ogni cosa (Mc 13,32), e subordina la propria volontà a quella del Padre (14,36), come dimostra il suo comportamento nei confronti dei poveri e dei peccatori, simbolo dell'atteggiamento stesso di Dio (Lc 15).

Gesù vive da buon giudeo, ma manifesta autorità sulle tradizioni giudaiche, delle quali stima il valore in base alla volontà di Dio suo Padre, che ne è stato origine. Viene a portare a compimento la legge e i profeti (Mt 5,17). L'ideale d'amore assoluto che propone sconvolge le sottigliezze della casistica e si mantiene impraticabile per colui che non segue il Maestro, che non si dispone ad imparare da lui: "Venite a me... perché il mio giogo è dolce e il mio carico leggero" (Mt 11,28-29). Gesù realizza inoltre la tradizione profetica quando, a dispetto dei suoi contemporanei, annuncia che anche i pagani riceveranno la salvezza (Lc 13,28-29; Mt 8,11-12).

Gesù va cosciente verso la morte e risurrezione

Gesù vede la sua morte che gli si profilava davanti come parte del disegno di Dio; egli la vede come un servizio, come un riscatto sacrificale (Mc 10,45); e, nel momento in cui sta per andare a morte, lascia ai suoi il testamento del servizio reciproco (Lc 22,25-27).

Gesù non ha subito involontariamente una morte inflittagli da nemici più forti di lui. Egli ha identificato la propria esistenza con quella del servo di YHWH: effettivamente Gesù presenta il proprio destino, quello del figlio dell'uomo, mediante le espressioni dei canti del servo che troviamo in Isaia (52,13-53,12): la sua obbedienza si esprime con l'espressione "è necessario..." (Lc 17,25); il sacrificio della sua vita è offerto per la moltitudine (Mt 20,28; 26,28; Lc 22,16.18.30b); con la sua passione istituisce la nuova alleanza (Lc 22,20).

Gesù ha quindi avvertito la propria morte, ma ha anche presentito la propria risurrezione: la certezza di Gesù nella sua risurrezione entro un breve lasso di tempo si rivela chiaramente dalle sue parole[16]; come ogni ebreo credente, fa suo l'insegnamento della risurrezione alla fine dei tempi (cfr. Mt 22,23-32; Mc 12,18-27; Lc 20,27-40); egli, poi, si colloca alla fine dei tempi. Convinto d'altronde della relazione unica che ha con Dio e con tutti gli uomini, come avrebbe potuto dubitare Gesù del successo finale della sua missione e di un intervento particolare del Padre in suo favore? La certezza della risurrezione non lo sottrae certo alla condizione umana: colto da angoscia, trema nel Getsemani (Mc 14,36) e si considera addirittura abbandonato da Dio (15,34); ma sa di essere "il Figlio".

Il mistero della persona di Gesù: Signore, Cristo e Figlio di Dio

I Vangeli riportano che Gesù ha designato se stesso usando formule correnti nel giudaismo: messia, [[Figlio di Dio], figlio dell'uomo; questi appellativi ricorrono indifferentemente tutti sulle sue labbra. Tuttavia, a parte le designazioni "il Figlio" e "figlio dell'uomo", che non possono essergli categoricamente negate, le altre sono ritenute dagli esegeti esplicitazioni operate dalla Chiesa. Di fatto sembra che Gesù non abbia preso l'iniziativa di proclamarsi messia, appellativo cui solo la morte in croce avrebbe tolto il suo carattere di ambiguità[17]; egli però mette i contemporanei sulla via del riconoscimento in varie circostanze:

Nel suo comportamento rivelatore, Gesù non annette importanza ai titoli, che senza dubbio avrebbero falsato il rapporto autentico che intendeva stabilire con gli uomini. Presentandosi come l'uomo che ha una relazione unica con Dio suo Padre e unica con tutti gli uomini, Gesù ha rivolto a loro la domanda definitiva: "E voi, chi dite che io sia?" (Mt 16,15; Mc 9,29; Lc 9,20). A questa domanda i discepoli non sono in grado di rispondere correttamente prima che Gesù, morto in croce, si manifesti loro, vivo, nelle apparizioni pasquali. Rispondendo con la loro fede all'iniziativa di Gesù, i discepoli scoprono il senso della vita e il mistero della sua persona. Per esprimere questo senso, applicano a Gesù degli appellativi desunti dal linguaggio della tradizione ebraica, caricandoli però di un significato nuovo. Le formulazioni sono varie ed esitanti, a seconda dei doni di ciascuno e degli ambienti di vita. Questa cristologia ha senza dubbio una storia, ma non siamo in grado di rintracciarla con sicurezza, dato che le fonti presentano mescolati i sottofondi palestinesi e le interpretazioni ellenistiche. Ci è tuttavia possibile individuare i primi presentimenti del mistero di Gesù, e quindi le prospettive tipiche degli evangelisti.

Nella formulazione dell'esperienza pasquale, si possono individuare quattro prospettive che potrebbero riflettere una certa evoluzione storica:

  1. sotto il segno della parusia si afferma l'esaltazione celeste di Gesù Cristo;
  2. la croce redentrice concentra la ricerca sul servo;
  3. l'attenzione si rivolge poi all'uomo Gesù, in primo luogo nel mistero della sua persona;
  4. si giunge infine all'attenzione a Gesù nella sua relazione con l'universo[18].

Vediamole in dettaglio le quattro prospettive.

Gesù, elevato al cielo, Signore e Cristo

Essendo stati in contatto con Gesù da vivo, i discepoli proclamano: "Dio (l')ha risuscitato dai morti" (1Ts 1,10; Rm 10,9; cfr. Rm 8,11; Gal 1,1; 1Pt 1,21; At 4,10). Questa affermazione non è ottenuta a partire da una riflessione su un qualche testo dell'Antico Testamento (cfr. 1Cor 15,4), ma esprime con immediatezza, con l'aiuto del linguaggio teologico giudaico della risurrezione, che l'esperienza pasquale presuppone l'esaltazione e 1'intronizzazione di Gesù, come manifestano l'esperienza di Stefano (At 7,56) e quella di Paolo (At 7,3; 22,6; 26,13).

A questo dato primitivo della fede cristiana corrisponde l'antichissima acclamazione aramaica "Marana tha" (1Cor 16,22; Ap 22,20; cfr., come in eco, 1Cor 11,26), "Vieni, o Signore nostro!"[19] Essa precisa che quel Gesù esaltato e assiso in trono nel cielo è il "giudice" escatologico; inoltre, chiarisce il vero senso della venuta di Gesù glorificato (At 1,11), venuta che non è un semplice "ritorno" alla fine dei tempi, ma una continua manifestazione lungo il corso della storia degli uomini: Gesù è il Signore della storia (cfr. Mt 28,20).

Un'altra antica espressione, elaborata senza dubbio dalle Chiese ellenistiche, è la confessione di fede: "Gesù [è] Signore" (1Cor 12,3; Rm 10,9; Fil 2,11), anch'essa proveniente dall'ambiente liturgico. Non si tratta di un'arida formula di fede, ma di un atto di riconoscimento e di sottomissione a Gesù, riconosciuto come Signore.

Così annunciato, l'evento vedrà precisata la sua natura grazie alle Scritture. Le profezie del Messia (2Sam 7,14; Sal 2,7; 110[109],1) aiutano in tal modo a comprendere che Gesù è stato "fatto Signore e Cristo" (At 2,36), che "è stato costituito Figlio di Dio" (Rm 1,4; At 13,33); che sta alla destra di Dio (At 7,56; forse anche 2,33-35; 5,31; Mt 26,64; Mc 14,62; Lc 22,69; Rm 8,34; etc.), condivide infine l'onnipotenza divina (cfr. Mt 28,18).

Nella prospettiva dell'esaltazione, i titoli di messia, Figlio di Dio, e Signore hanno in origine un significato analogo: non si riferiscono immediatamente alla morte o alla vita terrena di Gesù; affermano semplicemente che Gesù di Nazaret realizza le speranze di Israele e diventa il Signore di tutti i tempi.

Gli sviluppi teologici degli autori del Nuovo Testamento si innestano qui. Così Paolo traspone su Gesù l'appellativo Kyrios, che designa Dio nei LXX (Rm 10,2-3; Fil 2,11; 1Cor 2,8; cfr. 15,25; Ef 1,20); contrappone Gesù ai "signori" dei pagani (1Cor 8,5-6; 10,21); di qui deriverebbe l'appellativo "Nostro Signore Gesù Cristo". Così gli evangelisti fanno chiamare Gesù non più semplicemente rabbi, ma Signore (cfr. Mt 8,25; Lc 7,19).

La morte salvifica di Gesù

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Morte di Gesù.

Di fronte allo scandalo della morte ignominiosa di Gesù, la fede pasquale ricerca nelle Sacre Scritture il senso che essa può avere. Gesù, durante la vita terrena, aveva, sia pur velatamente, interpretato il proprio destino basandosi sulla profezia del servo sofferente ed esaltato. La Chiesa primitiva attribuisce al Signore Gesù il titolo di servo (At 3,26; 4,25-30) ed esprime il senso degli avvenimenti passati scoprendone l'annuncio nel quarto canto del servo (Is 52,13-53,12). Gesù è stato esaltato (At 2,33; 5,31), "glorificato" (3,13); la passione viene evocata in questo modo, in un testo anteriore alla prima letter di Pietro (1Pt 2,21-25) e nella catechesi di Filippo, uno dei sette (At 8,30-35). Infine, una delle più antiche formule di fede dichiara che "Gesù è morto per i nostri peccati secondo le Scritture" (1Cor 15,3). La preposizione hypèr ("per"), qui come altrove (Gal 1,4; 2Cor 5,14-15.21; 1Cor 11,24) serve ad esprimere il valore salvifico della morte di Gesù.

Subentrano poi altri appellativi, di significato analogo a quello assunto dal titolo di servo, che esprimono la stessa realtà. Gesù è "il giusto" (At 3,14), colui che conduce alla vita (3,15; cfr. 5,31), l'agnello di Dio senza macchia (1Pt 1,19-20; cfr. Gv 29,36), il sommo sacerdote immacolato, mediatore della nuova alleanza (Eb 2,14-18; 4,14).

A partire di qui, sotto l'influsso congiunto delle religioni ellenistiche, nelle ultime lettere paoline si legge l'appellativo di salvatore (Tt 1,4; 2,13; 3,6; 2Tim 1,10). Sempre a partire di qui, si sviluppa la mistica paolina del battezzato associato alla morte e alla risurrezione di Cristo (Gal 2,19; Rm 6,3-11); viene inoltre approfondita la dottrina della propiziazione, e così via (Rm 3,23-24; etc.).

L'uomo Gesù

Prestando sempre maggior attenzione alle origini di colui che ha incontrato risorto, la Chiesa apostolica non ha tardato a prendere in esame l'esistenza terrena di Gesù.

La tradizione evangelica, quindi, prende forma come risposta a una duplice esigenza:

A poco a poco vanno così precisandosi e raggruppandosi i ricordi, ed essi vengono ripensati alla luce dalla fede nel Signore Gesù.

Paolo non si interessa tanto all'esistenza terrena di Gesù, quanto al suo insegnamento e alla sua morte redentrice. La lettera agli Ebrei, dal canto suo, mette in evidenza il significato delle sofferenze di Cristo:

Il movimento di risalita continua fino alle origini stesse di Gesù, aiutato probabilmente dal ricorso a profezie come quella di Natan (2Sam 7,12-14), nonché da altri testi, come il Sal 16[15],10-11. L'esistenza di Gesù comporta due modi d'essere: uno terreno nella carne, l'altro celeste in virtù dello Spirito (Rm 1,3-4; 1Pt 3,18; 1Tim 3,16a). Trasformato interiormente dallo Spirito, Gesù ha ricevuto un'unzione, innanzitutto concepita come regale in occasione della sua intronizzazione (Eb 1,9), poi profetica al momento del suo battesimo, in vista del ministero (At 10,38; cfr. 4,27; Lc 4,18). La risurrezione, interpretata come una realizzazione della promessa fatta a Davide (At 2,34-35; 2Tim 2,8), induce a vedere in Gesù il figlio di Davide (Rm 1,3-4; 2Tim 2,8; At 13,22-23; 15,16 e forse Mc 12,35-37). Con un processo analogo, si elaborano le genealogie di Cristo (Mt 1,1-17; Lc 3,23-37). Anche i prologhi dei Vangeli hanno l'intendimento di rendere più esplicita la cristologia e di mostrare in Gesù il compimento delle Scritture: parliamo delle tradizioni sull'infanzia di Gesù (Mt 1-2; Lc 1-2); la storia aneddotica che raccontano rivela una profonda teologia, il cui proposito fondamentale è rispondere alla seguente domanda: quale fu l'origine di colui che adoriamo come il Signore?

Il primogenito di ogni creatura

Risalire ancora più indietro significa scoprire la preesistenza di Gesù, secondo un procedimento che dovette ispirarsi non già al mito gnostico del Dio-salvatore, ma alle tradizioni apocalittiche giudaiche, preoccupate di mettere in evidenza l'unità della creazione e della fine dei tempi. Perciò, nel libro di Enoch si afferma la preesistenza del figlio dell'uomo (39,6-7; 40,5; 48,2-3; 49,2; 62,6-7); altrove, certi ambienti giudaici vedevano all'origine della creazione la sapienza (Gb 28,20-28; Bar 3,32-38; Pr 8,22-31; Sir 24,3-22; Sap 7,25-26).

Con l'antichissimo inno soggiacente a Fil 2,6-11, vengono descritti i tre stati successivi di Gesù:

  • egli era a "forma di Dio";
  • annientò se stesso nella vita terrena;
  • fu quindi esaltato in cielo.

Questo testo non afferma che una certa natura umana viene "assunta" da una persona divina; si sforza di dimostrare che la presenza di Gesù si estende a tutta la durata del tempo. Gesù è "colui per mezzo del quale tutto esiste e grazie al quale noi (andiamo a Dio)" (1Cor 8,6), è la roccia che accompagnava il popolo d'Israele nel deserto (10,4). Infine, forse prima che si elaborasse la teologia di Paolo, Gesù è definito "immagine del Dio invisibile, primogenito avanti ogni creatura" (Col 1,15), colui "in cui abita la pienezza della divinità" (2,9).

Dopo aver affermato la perfetta giustizia e santità di Gesù (At 3,14), il Nuovo Testamento si avvia verso la proclamazione della sua divinità. Egli è il "Figlio di Dio", in un senso che rende esplicite le allusioni fatte da Gesù di Nazaret e che oltrepassa il significato messianico, perché si basa sulla preesistenza del Figlio che Dio ha rivelato a Paolo (Gal 1,12) e di cui questi proclama il Vangelo (Rm 1,9). Gesù è "il Figlio di Dio": questa è la fede del cristiano (1Gv 4,15; 5,5), proclamata incessantemente nei Vangeli (Mc 1,11; 9,7; 14,61; Lc 1,35; 22,70; Mt 2,15; 14,33; 16,16; 27,40-43), come eco della parola di Gesù sul "Figlio" (Mt 11,27; Lc 10,22; Mt 21,37-39; Mc 12,6-8; Lc 20,13-15; Mt 24,36; Mc 13,32). Il movimento della rivelazione porta a proclamare (forse già in Rm 9,5, con tutta probabilità in Eb 1,8; Tt 2,13, e in maniera certa in Gv 1,1.18; 20,28) che Gesù è Dio con Dio.

Come corollario della preesistenza, si svela a sua volta la dimensione ecclesiale e cosmica di Gesù. Egli è il capo, cioè la testa, della Chiesa, che è il suo corpo (Col 1,18); 1a sua signoria si estende sul mondo intero, del quale ha percorso i tre spazi: terra, inferi, cieli (Fil 2,10). Non è forse il "Signore della gloria" (1Cor 2,8), perché "primogenito di tra i morti" (Col 1,18)?

A questa prospettiva si ricollegano vari titoli:

Il Cristo nell'Apocalisse

L'Apocalisse di San Giovanni, nata all'interno della vita liturgica delle comunità, presenta il Cristo vivente, il Signore che guida e regge la Chiesa (Ap 1-3).

Nell'Apocalisse domina soprattutto la figura dell'Agnello:

Signore della storia degli uomini, Cristo è il primo e l'ultimo (1,17), il principio e la fine (22,13), l'alfa e l'omega (1,8; 21,6), l'Amen (3,14), l'unto di Dio, infine il re dei re e il Signore dei Signori, al quale è reso onore e ogni gloria (19,19; 17,14).

Conclusione

L'ortodossia di ogni cristologia si misura dal riconoscimento di Gesù come Figlio di Dio: "Ogni spirito che confessa Gesù Cristo venuto nella carne è di Dio" (1Gv 4,2).

La fede nascente della comunità cristiana, per esprimersi e comunicarsi, si è dimostrata tributaria delle varie culture della sua epoca:

Adattandosi così alle diverse civiltà, la Chiesa ha abbozzato e prefigurato ogni futura interpretazione. Dopo il Nuovo Testamento, la Chiesa continua ad approfondire il mistero del suo Signore, delineando i tratti e gli sviluppi della cristologia.

Note
  1. Cristo è l'equivalente greco del termine ebraico Messia, che letteralmente significa "unto".
  2. Gv 1,29.36
  3. Mt 1,1.20; 9,27; 12,23; 15,22; 20,30.31; 21,9.15; Mc 10,47.48; 12,35; Lc 3,31; 18,38.39; 20,41), Figlio di Dio (Mt 14,33; 27,54; Mc 1,1; 15,39; Lc 1,35; Gv 1,34.49; 11,27; 20,31; At 9,20; Rm 1,4; 2Cor 1,19; Gal 2,20; Ef 4,13; Eb 4,14; 6,6; 7,3; 10,29; 1Gv 3,8; 4,15; 5,5.10.12.13.20
  4. At 7,56
  5. 1Tim 2,5; Eb 8,6; 9,15; 12,24
  6. Ap 19,13
  7. Cfr. Gv 4,19; 6,14; 7,40; 9,17
  8. Gv 6,69; At 3,14; 4,27.30; 13,35; 1Pt 1,15; 1Gv 2,20; Ap 3,7
  9. Lc 2,11; Gv 4,42; At 5,31; 13,23; Ef 5,23; 1Tim 1,1; 2Tim 1,10; Tt 1,4; 2,13; 3,6; 2Pt 1,1.11; 2,20; 3,2.18
  10. Mc 16,19.20; Lc 24,3.34; Gv 20,2.13.18.20.25.28; 21,7.12.15.16.17.20.21; At 1,6.21; 2,36.39.47; ecc.; Rm 1,4.7; 4,24; 5,1.11.21; 6,23; 7,25; 8,39; 10,9.12.13; 13,14; 14,14; 15,6.30; 16,20; ecc. ecc.
  11. At 3,13.26; 4,27.30; Fil 2,7
  12. È istruttivo al riguardo quanto insegna Dei Verbum 19: "La santa madre Chiesa ha ritenuto e ritiene con fermezza e con la più grande costanza che i quattro suindicati Vangeli, di cui afferma senza esitazione la storicità, trasmettono fedelmente quanto Gesù Figlio di Dio, durante la sua vita tra gli uomini, effettivamente operò e insegnò per la loro eterna salvezza, fino al giorno in cui fu assunto in cielo (cfr. At 1,1-2). Gli apostoli poi, dopo l'Ascensione del Signore, trasmisero ai loro ascoltatori ciò che egli aveva detto e fatto, con quella più completa intelligenza delle cose, di cui essi, ammaestrati dagli eventi gloriosi di Cristo e illuminati dallo Spirito di verità (cfr. Gv 14,26; 16,13), godevano (cfr. Gv 2,22; 12,6; da confr. con 14,26; 16,12-13; 7,39). E gli autori sacri scrissero i quattro Vangeli, scegliendo alcune cose tra le molte che erano tramandate a voce o già per iscritto, redigendo un riassunto di altre, o spiegandole con riguardo alla situazione delle Chiese, conservando infine il carattere di predicazione, sempre però in modo tale da riferire su Gesù cose vere e sincere (cfr. Pontificio Consiglio per la promozione degli Studi Biblici, istruzione Sancta Mater Ecclesia: AAS 56 (1964) p. 715). Essi infatti, attingendo sia ai propri ricordi sia alla testimonianza di coloro i quali 'fin dal principio furono testimoni oculari e ministri della parola', scrissero con l'intenzione di farci conoscere la 'verità' (cfr. Lc 1,2-4) degli insegnamenti che abbiamo ricevuto".
  13. Il fatto che Gesù si sia circondato di discepoli è certamente storico, anche se è difficile datarlo con precisione; cfr. Xavier Léon-Dufour (1971), c. 455.
  14. La comunità inaugurata da Gesù si distingue senz'altro dalla comunità separatista di Qumran; Xavier Léon-Dufour (1971), c. 455.
  15. I Vangeli lasciano però aperta la possibilità che Gesù fosse personalmente convinto che, con la sua morte, sarebbe sopravvenuta la fine (cfr. Mc 9,1): Gesù ha previsto di andare verso una morte imminente, come affermano quegli annunci della passione che non accennano alla risurrezione (Lc 13,31-33; 17,25; Mc 9,12). Xavier Léon-Dufour (1971), c. 455.
  16. Gli studi esegetici notano che le precisazioni apportate dai tre grandi annunci della passione e della risurrezione di Gesù (Mt 16,21; 17,22-23; 20,18-19; cfr. Lc 24,25-26.45) rivelano l'influsso della comunità post-pasquale. Xavier Léon-Dufour (1971), c. 456.
  17. Il termine poteva essere troppo facilmente inteso in senso politico.
  18. L'esposizione utilizzerà soprattutto le confessioni di fede e gli inni, materiali anteriori alla teologia paolina e alle presentazioni evangeliche; i prolungamenti teologici neotestamentari saranno indicati come riferimento, attraverso l'espressione "cfr.".
  19. Questa è l'interpretazione e la traduzione più probabile. È possibile anche l'interpretazione ''Maran atha" il Signore è venuto".
Bibliografia
Voci correlate

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