Sacco di Roma (1527)

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Johannes Lingelbach, Sacco di Roma del 1527 (XVII secolo), olio su tela
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Nota di disambigua - Se stai cercando altri saccheggi di Roma, vedi Sacco di Roma.

Il Sacco di Roma del 1527 iniziò il 6 maggio e durò per nove mesi. Fu effettuato dalle truppe imperiali di Carlo V d'Asburgo comprendenti mercenari tedeschi (lanzichenecchi, in gran parte protestanti) e spagnoli, di stanza in Italia per combattere contro le truppe della Francia alleata con una serie di stati italiani incluso il Papato (lega di Cognac).

Durante lo scontro militare si distinsero le Guardie Svizzere, che in larga parte diedero la vita in difesa del Papa. Il saccheggio danneggiò e indebolì notevolmente la città di Roma che passò da c.a 53.000 a c.a 30.000 abitanti.

Antefatti

Nel 1519 il giovane Carlo d'Asburgo, in contrapposizione con la candidatura del re di Francia Francesco I, fu eletto imperatore del Sacro Romano Impero assumendo il nome di Carlo V. Fu incoronato imperatore il 23 ottobre dell'anno seguente nella cattedrale di Aquisgrana dall'arcivescovo di Colonia Hermann von Wied. Nel suo impero erano compresi sia la Spagna che i territori del Sacro Romano Impero.

Nel 1521 Francesco I di Francia, approfittando della rivolta castigliana dei Comuneros, cercò senza successo di occupare la Navarra ed effettuò scorrerie nelle Fiandre. La risposta di Carlo V fu prorompente: si assicurò l'appoggio di Enrico VIII d'Inghilterra e di papa Adriano VI e occupò Milano consegnandola al duca Francesco Maria Sforza.

Francesco I scese in Italia per riprendesi il ducato di Milano ma fu sconfitto nella battaglia di Pavia. Fu catturato e fatto prigioniero e costretto a rinunciare a ogni pretesa sul Milanese e a cedere all'impero la Borgogna. Il re francese riottenne la libertà e si riorganizzò: facendo leva sui timori degli stati italiani per il ruolo egemonico di Carlo V nella penisola, nel 1526 promosse la Lega di Cognac. La coalizione comprendeva: Genova, Firenze, Milano e lo Stato Pontificio, dove si era da poco insediato papa Clemente VII, appartenente alla famiglia Medici. Carlo V ritenne ingiuriosa e ingiustificata la presa di posizione del pontefice principalmente per due motivi: in primo luogo perché, in quanto sovrano cattolico, egli non aveva avanzato pretese sul territorio pontificio e, in secondo luogo, perché nell'Europa attraversata da fermenti religiosi, si adoperava in prima persona per la convocazione di un concilio.

La lega anti-asburgica fu posta sotto la guida del Capitano generale della Chiesa Francesco Maria I Della Rovere che dopo aver combattuto in Lombardia dal 1523 al 1525 si mise lentamente ai margini della scena.

Secondo il parere di molti storici può essere individuata nella sua poco energica presa di posizione una delle cause dell'invasione dei Lanzichenecchi di Carlo V d'Asburgo, i quali saranno contrastati solo da Giovanni dalle Bande Nere, l'ultimo dei grandi capitani di ventura: Giovanni non ebbe però fortuna, anche per il tradimento dei duchi di Mantova e di Ferrara; venne ferito ad una gamba in combattimento e poi morì per cancrena della gamba stessa, nonostante l'amputazione decisa dai medici.

La calata in Italia di queste truppe vedrà come conseguenza prima la caduta del Castello di Milano nel settembre del 1526 e poi il sacco di Roma del 1527.

L'avanzata verso Roma

L'esercito proveniente dalla Germania era comandato dal generale Georg von Frundsberg, esperto condottiero tirolese. Egli avrebbe espresso apertamente il suo fermo proposito di impiccare Clemente VII dopo aver occupato la città.

Le milizie della Lega presenti in Italia non furono in grado di fermare le truppe imperiali. Le forze pontificie guidate da Francesco Guicciardini e Guido Rangoni ripiegarono da Parma e Piacenza in direzione di Bologna. Contemporaneamente Francesco Maria I Della Rovere, duca di Urbino, dalla regione di Mantova si tenne prudentemente a distanza dall'esercito imperiale e rimase cautamente sulla difensiva.

In realtà anche l'esercito di Georg von Frundsberg, nonostante l'avanzata apparentemente inarrestabile, era in difficoltà a causa dei continui attacchi di disturbo e soprattutto per le gravi carenze di vettovagliamento. Le truppe erano in condizioni deplorevoli e Georg von Frundsberg era seriamente preoccupato. Il 14 dicembre da Fiorenzuola il condottiero imperiale inviò una pressante richiesta di aiuto a Carlo di Borbone, connestabile di Francia ma al servizio di Carlo V, che si trovava a Milano con le truppe spagnole che secondo i piani avrebbero dovuto congiungersi con i lanzichenecchi. Carlo di Borbone il 30 gennaio 1527 si mise in marcia da Milano. Le truppe spagnole, forti di seimila uomini, raggiunsero l'esercito lanzichenecco a Pontenure, vicino a Piacenza, il 7 febbraio 1527.

Il 7 marzo l'esercito fece campo a San Giovanni, nel bolognese. Pochi giorni dopo i fanti spagnoli insorsero per via dei pagamenti ancora non pervenuti e da loro la ribellione dilagò per tutto il campo. Il Frundsberg tentò di placare gli animi, raccogliendo i suoi lanzichenecchi e promettendo loro di resistere per un altro mese, poiché il pagamento non avrebbe tardato oltre. Ma i soldati alzarono le alabarde contro il loro comandante chiedendo che gli fosse pagato quanto pattuito. L'anziano capitano vedendo i suoi uomini puntargli le armi contro stramazzò a terra colpito da infarto.

Mentre il Frundsberg rimaneva a Ferrara il comando dell'armata fu assunto dal connestabile Carlo di Borbone. Con la truppa senza paga era chiaro che solo un lauto saccheggio avrebbe ricompensato i combattenti che rapidamente puntarono sull'Urbe. La discesa del Connestabile fu tanto rapida che quando questi raggiunse Isola Farnese l'esercito pontificio era ancora nei dintorni di Cortona.

Nell'armata oltre al Borbone erano presenti Filiberto di Chalons al comando della cavalleria, Fabrizio Maramaldo, Ferrante I Gonzaga, Luigi Gonzaga il Rodomonte, Francisco de Carvajal, Pier Luigi Farnese e il cardinal Pompeo Colonna.

Quest'ultimo nel settembre dell'anno precedente aveva già occupato con le sue milizie Roma, costringendo Clemente VII a rifugiarsi a Castel Sant'Angelo lasciando che il Vaticano venisse saccheggiato dalle truppe del cardinale. Le successive trattative portarono a un armistizio di quattro mesi, con la promessa dell'amnistia per i Colonna che si ritirò con tutte le truppe a Grottaferrata. Prima della fine di novembre però il pontefice fece assaltare le case dei Colonna a Roma e i loro possedimenti nella Campagna romana. Privò il Colonna della porpora, della carica di vicecancelliere e di ogni dignità e rendita ecclesiastiche.

Il sacco di Roma

All'alba del 6 maggio 1527 fu ordinato l'assalto. Il Connestabile Carlo III seguiva lo svilupparsi della battaglia a cavallo ma vide gli squadroni di lanzichenecchi e quelli dei fanti spagnoli indietreggiare sotto le mura. Scese da cavallo e afferrò una scala e si mise alla testa degli assedianti nei pressi di Porta Torrione. Quando cominciò a salire sui pioli un colpo d'archibugio lo ferì al fianco, cadde a terra e subito gli attendenti gli si fecero intorno, trascinandolo fuori dalla portata degli archibugi. Filiberto d'Orange, capitano della cavalleria e vice dell'esercito, accorse immediatamente dal generale ferito, ma poche ore dopo Carlo III moriì. Filiberto fu acclamato dalle truppe come nuovo generale e cercò di placare i lanzichenecchi protestanti, così come le truppe spagnole e italiane, senza riuscire a impedire il sacco di Roma.

Tre giorni dopo il principe d'Orange ordinò che si cessasse il saccheggio; ma i lanzichenecchi non ubbidirono e Roma continuò a essere violata finché vi rimase qualcosa di cui impossessarsi.

L'imperatore allora a Valladolid fu informato della tragedia provocata dalle sue truppe a Roma pochi giorni dopo la nascita del primogenito Filippo II nato il 21 maggio. Mise fine ai festeggiamenti e si ritirò in preghiera.

Il 6 giugno Clemente VII capitolò, obbligandosi a versare al principe d'Orange 400.000 ducati, di cui 100.000 immediatamente e il resto entro tre mesi. Era inoltre pattuita la consegna di Parma, Piacenza e Modena. Il pontefice fu imprigionato in un palazzo del quartiere Prati in attesa che versasse il pattuito. La resa del papa era però uno stratagemma per uscire da Castel Sant'Angelo e, grazie agli accordi segretamente presi, fuggire dall'Urbe. Il 26 novembre Clemente VII firmò un accordo che lo reintegrava nel controllo dello Stato pontificio ma con l'impegno di convocare un concilio e al pagamento di una enorme somma. Il 7 dicembre una trentina di cavalieri e un forte reparto di archibugieri agli ordini di Luigi Gonzaga "Rodomonte" assaltarono il palazzo liberando il papa che sotto false vesti poté superare le mura della città e raggiungere Orvieto.

Dopo una lunga serie di saccheggi e violenze di ogni genere nei confronti della popolazione inerme, le truppe abbandonarono Roma nel corso del febbraio 1528. La città era divenuta quasi invivibile, oltre che per le innumerevoli devastazioni, anche per la comparsa della peste che colpì indistintamente sia la popolazione civile che le truppe occupanti.

Conseguenze

La Roma gaudente del Rinascimento si trasformò nella Roma austera e penitente della Contro-Riforma. Tra coloro che soffrirono nel Sacco di Roma, fu Gian Matteo Giberti, vescovo di Verona, ma che allora risiedeva a Roma. Imprigionato dagli assedianti giurò che non avrebbe mai abbandonato la sua residenza episcopale se fosse stato liberato. Mantenne la parola, tornò a Verona e si dedicò con tutte le sue energie alla riforma della sua diocesi. San Carlo Borromeo, che sarà poi il modello dei vescovi della Riforma cattolica si ispirerà al suo esempio.

Erano a Roma anche Gian Pietro Carafa e san Gaetano di Thiene che, nel 1524, avevano fondato l'ordine dei Teatini, un istituto religioso irriso per la sua posizione dottrinale intransigente e per l'abbandono alla Divina Provvidenza spinto al punto di aspettare l'elemosina, senza mai chiederla. I due cofondatori dell'ordine furono imprigionati e torturati dai Lanzichenecchi ma scamparono miracolosamente alla morte[1].

Quando Carafa divenne cardinale e presidente del primo tribunale della Sacra romana e universale Inquisizione, volle accanto a sé un altro santo, il padre Michele Ghislieri, domenicano. I due uomini, Carafa e Ghislieri, con i nomi di Paolo IV e di Pio V, saranno i due Papi per eccellenza della Contro-Riforma cattolica del XVI secolo.

Note
  1. Roberto de Mattei Il Sacco di Roma: un castigo misericordioso su robertodemattei.it. URL consultato il 24-09-2020
Bibliografia
  • Voce "Sacco di Roma", in Dizionario di Storia (2011), Treccani, online.
Voci correlate