Studi scientifici sulla Sindone

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1leftarrow.png Voce principale: Sindone di Torino.
Sacra Sindone fotografata da Giuseppe Enrie (1931). In alto l'immagine dorsale (capovolta), in basso quella frontale. Ai lati delle immagini si vedono le bruciature dell'incendio del 1532 e i relativi rattoppi (rimossi nel 2002)

Questa voce presenta i principali studi scientifici sulla Sindone. Per altre informazioni sulla Sindone si veda la voce principale.

L'immagine

Il telo della sindone è in lino e misura circa mt 4,4x1,13[1]. Sul telo, su un solo lato, è presente la doppia immagine (frontale e dorsale) di un uomo crocifisso.

L'immagine è poco visibile a occhio nudo e può essere percepita solo ad una certa distanza[2] (uno-due metri, mentre avvicinandosi sembra scomparire). Come scoprì Secondo Pia nel 1898, l'immagine è "al negativo", cioè i chiaroscuri sono invertiti rispetto a quelli naturali: infatti essa appare come "positiva" sul negativo fotografico acquisito in luce visibile. Si noti però che l'immagine appare come "positiva" su un positivo fotografico acquisito nell'infrarosso (8-14 micrometri)[3].

La colorazione interessa solo la parte più superficiale delle fibre di lino; l'interno delle fibre non è colorato. Inoltre la maggiore o minore intensità del colore nei vari punti dell'immagine è dovuta esclusivamente al maggiore o minore numero di fibre colorate, mentre le singole fibre hanno tutte la stessa intensità[4].

L'immagine appare essere la proiezione verticale della figura dell'Uomo della Sindone[5][6]: le proporzioni del corpo sono infatti quelle che si osservano guardando una persona direttamente o in fotografia, mentre l'immagine ottenuta stendendo un lenzuolo a contatto col corpo dovrebbe apparire distorta, ad esempio il viso dovrebbe apparire molto più largo. Secondo alcuni l'immagine appare così in quanto causata da una radiazione non verticale, ma perpendicolare alla superficie del cadavere avvolto[7].

Quelle che appaiono come macchie di sangue corrispondono alla corretta posizione sul corpo delle numerose ferite, considerando un drappeggio della stoffa avvolgente l'intero corpo. Mentre l'immagine è in negativo, esse sono invece in positivo: infatti sul negativo fotografico appaiono come zone chiare. Inoltre sotto le macchie non vi è immagine: sembra quindi che quest'ultima si sia formata quando il lenzuolo era già macchiato[8].

Tridimensionalità

Stereogramma attraverso il quale è possibile apprezzare, in modo approssimativo e puramente indicativo, la resa tridimensionale ottenibile dall'immagine. Nel negativo, i toni più chiari vengono posti più in rilievo rispetto a quelli più scuri, in misura variabile a seconda di quanto si vuole enfatizzare la resa dei volumi (in questo caso sono molto evidenziati). Per vedere l'effetto è necessario guardare contemporaneamente l'immagine a destra con l'occhio destro, quella a sinistra con il sinistro (LVS parallela).

Nel 1977 due fisici dell'U.S. Air Force Academy, John P. Jackson ed Eric J. Jumper, scoprirono che se si esegue un "grafico" tridimensionale dell'immagine della Sindone, utilizzando come coordinata verticale la misura dell'intensità del colore nei vari punti, si ottiene una figura umana in rilievo in cui l'altezza relativa delle varie parti del corpo è rispettata: ad esempio il naso e le sopracciglia emergono rispetto al resto del volto, e le braccia e le mani rispetto al busto.

Applicando invece la stessa metodologia a una fotografia o a un dipinto, in genere si ottengono immagini fortemente distorte.

Ricerche più approfondite[9] hanno mostrato che la coordinata verticale corrisponde precisamente alla distanza tra un corpo umano e un lenzuolo disteso su di esso, che naturalmente per effetto della gravità si va ad appoggiare sulle parti più sporgenti del corpo (naso, fronte, braccia, ginocchia etc.) mentre rimane sospeso sopra le parti rientranti (cavità oculari, guance, ascelle etc.).

Sono ben visibili gli avambracci e le mani incrociate sul pube, con il polso destro coperto dalla mano sinistra. Le dita delle mani appaiono allungate, ed è evidente la mancanza dei pollici; la teoria secondo la quale i pollici non compaiono a causa della loro flessione dovuta alla lesione del nervo mediano, provocata dall'infissione di chiodi nei polsi, è una teoria sconfessata dagli stessi sostenitori dell'autenticità della sindone: il pollice è semplicemente su di un piano inferiore alle altre dita, e non lascia dunque traccia.[10]

L'impronta lasciata dal piede sinistro è meno evidente di quella del piede destro, dove si nota chiaramente la forma del calcagno e delle dita. Risulta completa l'impronta del polpaccio destro, mentre il sinistro è meno netto perché, come il calcagno, è sollevato: si può quindi dedurre che il sopraggiungere della rigidità cadaverica abbia lasciato in flessione la gamba sinistra, che quindi appare più corta. L'immagine del polpaccio destro presenta una certa distorsione causata dall'avvolgimento del lenzuolo. Il piede destro appoggiava contro il legno della croce, mentre il sinistro era sopra il collo del destro; verosimilmente entrambi furono inchiodati insieme in quella posizione[8].

In corrispondenza del volto si notano anche i segni lasciati da barba e capelli e questo fatto complica ulteriormente la spiegazione della formazione dell'immagine corporea perché essi sono più difficili da riprodurre con tecniche sperimentali: la loro sofficità, infatti, rende difficile l'impressione nel lino. Forse lo studio approfondito delle caratteristiche dell'immagine dei capelli, che a differenza delle altre parti del corpo sembrano trapassare l'intero lenzuolo in corrispondenza dell'immagine frontale, sarà la chiave di interpretazione del meccanismo di formazione dell'immagine corporea. La barba sembra parzialmente strappata ed i capelli cadono sui lati del volto; la massa di capelli di sinistra è più marcata[8].

Bruciature e altri segni

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi le voci Storia della Sindone e Mandylion.

Sono chiaramente visibili sulla Sindone i segni provocati da alcuni eventi storici: bruciature, aloni da versamento d'acqua e pieghe.

Le bruciature più vistose sono state causate dall'incendio scoppiato il 4 dicembre 1532 nella Sainte Chapelle di Chambéry, in cui la Sindone rischiò di essere distrutta. Un oggetto rovente (delle gocce d'argento fuso, oppure una parte del reliquiario) aprì nel lenzuolo numerosi fori di forma approssimativamente triangolare, disposti simmetricamente ai lati dell'immagine in quanto il lenzuolo era conservato ripiegato più volte su sé stesso. Nel 1534 le suore clarisse di Chambéry ripararono i danni cucendo sui fori delle pezze di tessuto e impunturando la Sindone su un telo di supporto della stessa grandezza[11]. Nel 2002, in un intervento di restauro conservativo, tutti i rappezzi sono stati rimossi e il telo di supporto originale è stato sostituito con un altro più recente.

Altre bruciature, più piccole, formano quattro gruppi di fori approssimativamente circolari o lineari[12]. Il colorito delle bruciature varia in ragione delle temperature alle quali furono esposti le parti di tessuti[12]. In questo caso la Sindone doveva essere piegata in quattro (una volta nel senso della lunghezza e una nel senso della larghezza). Un'ipotesi per la loro formazione è che la Sindone venisse esposta vicino a delle torce accese[13]. Non si conosce l'evento che li produsse ma fu certamente anteriore al 1516, poiché compaiono in una copia della Sindone dipinta in tale data e conservata a Lierre[14].

Gli aloni prodotti da versamento d'acqua sul lenzuolo si credevano prodotti dall'acqua usata per spegnere l'incendio del 1532, ma un recente studio di Aldo Guerreschi e Michele Salcito ha mostrato che, mentre gli aloni più piccoli vicino alle bruciature hanno la stessa loro disposizione simmetrica, gli aloni più grandi, che si estendono anche su parte dell'immagine corporea, sono disposti secondo assi di simmetria differenti, e quindi si devono essere prodotti in un periodo, presumibilmente precedente, in cui la Sindone veniva tenuta ripiegata in modo diverso. Risulta che, al momento dell'incendio, la Sindone era piegata due volte in lunghezza e due in larghezza, a formare 16 strati, e un lato era ripiegato per un'altra volta ancora, a formare 32 strati. Quando invece si formarono gli aloni più grandi, la Sindone era stata piegata prima per due volte nel senso della larghezza, e poi la lunga striscia così ottenuta era stata piegata "a fisarmonica" in 13 parti, per un totale di 52 strati (13×4), ottenendo dei riquadri di circa 32×34 cm. Guerreschi e Salcito ipotizzano che la Sindone così ripiegata venisse conservata in posizione verticale, infilata in una giara o altro recipiente simile; gli aloni sarebbero stati prodotti da uno strato d'acqua che si sarebbe accumulata sul fondo della giara. Negli scavi di Qumran è stata ritrovata una giara di dimensioni e forma compatibili con questa ipotesi[15].

Come apparirebbe la Sindone ripiegata in otto e inserita in un reliquiario con un'apertura circolare.

Altre pieghe del lenzuolo, evidenziate dalle fotografie in luce radente, supporterebbero l'ipotesi secondo la quale il Mandylion era la Sindone ripiegata tre volte nel senso della lunghezza, formando così otto strati, e montata in un reliquiario. Ne risultava un riquadro di circa 110×55 cm nel quale il volto di Gesù appariva al centro.[senza fonte]

Esame del Carbonio 14

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Esame del Carbonio 14 sulla Sindone.

Il più celebre esame compiuto sulla reliquia, per la grande risonanza che ha avuto sui mezzi d'informazione, è la datazione eseguita nel 1988 con la tecnica radiometrica del Carbonio 14[16]. Secondo il risultato dell'esame, eseguito separatamente da tre laboratori (Tucson, Oxford e Zurigo) su un campione di tessuto prelevato appositamente, il lenzuolo va datato nell'intervallo di tempo compreso tra il 1260 e il 1390. Questa datazione corrisponde al periodo in cui si ha la prima documentazione storica che si riferisca con certezza alla Sindone di Torino (1353).

Il risultato dell'esame è stato però contestato da più parti. In particolare sono state evidenziate incongruenze interne all'esame dei tre laboratori, è stata ipotizzata una contaminazione per una inadeguata pulizia dei campioni, e da alcuni sono state avanzate anche ipotesi di sostituzioni dei campioni.

Esame del sangue

I primi esami sulle presunte macchie di sangue furono condotti nel 1973 dai membri della commissione scientifica nominata dal cardinale Michele Pellegrino. G. Frache, E. Mari Rizzati ed E. Mari analizzarono due fili di tessuto sindonico: i risultati furono negativi[17][18] ma la presenza di sangue non fu esclusa con certezza[19]. Secondo John H. Heller, queste analisi fallirono perché i trattamenti chimici usati non riuscirono a sciogliere il sangue nella soluzione[20]. Ulteriori esami microscopici effettuati da Guido Filogano e Alberto Zina non rilevarono la presenza di globuli rossi o di altri corpuscoli del sangue[21]. Sia Frache che Filogamo trovarono dei granuli di materiale colorante[22].

Nel 1978 il cardinale Anastasio Ballestrero autorizzò il prelievo di nuovi campioni, che fu eseguito da due gruppi di ricerca, uno americano (lo Shroud of Turin Research Project, di seguito STURP) e uno italiano. Furono premute strisce adesive sulla Sindone per asportare delle particelle e furono prelevati alcuni fili[23][24]. La presenza di sangue fu indagata separatamente da Walter McCrone, consulente dello STURP; da John Heller e Alan Adler, membri dello STURP; e da Pierluigi Baima Bollone. I tre studi diedero risultati contrastanti: secondo McCrone il presunto sangue è stato dipinto da un pittore usando dei pigmenti, mentre secondo Heller, Adler e Baima Bollone si tratta di vero sangue che ha macchiato il lenzuolo per contatto diretto con un corpo umano.

McCrone presentò i suoi risultati allo STURP nel 1980: sulla base di osservazioni microscopiche e analisi chimiche, egli annunciò di avere trovate tracce di ocra rossa, cinabro (solfuro di mercurio, un colorante rosso molto diffuso nel Medioevo) e alizarina (un pigmento rosato di origine vegetale, al giorno d'oggi prodotto sinteticamente)[13][25][26]. McCrone ritenne così di aver provato che la Sindone è un dipinto[25][27].

I suoi lavori furono tuttavia respinti dallo STURP[28], e successivamente criticati anche da altri studiosi, per diverse ragioni:

  • McCrone basò le sue conclusioni principalmente sulle sue osservazioni al microscopio in luce polarizzata: secondo Thibault Heimburger e David Ford, questa è una metodologia obsoleta e inadeguata rispetto ai metodi di analisi fisica e chimica impiegati dallo STURP[29][30][31].
  • McCrone esaminò i campioni al microscopio senza rimuoverli dai nastri adesivi usati per il prelievo, incollando i nastri sui vetrini[32]. Ciò lo portò ad osservazioni errate come quella di attribuire alle particelle di ossido di ferro, da lui identificate come ocra rossa, proprietà birifrangenti. In realtà la birifrangenza era provocata dall'adesivo (Mylar) dei nastri[30]. In seguito lo stesso McCrone riconobbe che le particelle erano otticamente isotrope, senza tuttavia cambiare idea sull'identificazione[33].
  • l'ocra rossa non è costituita da ossido di ferro puro, ma presenta normalmente rilevanti quantità di manganese, nickel e cobalto. I campioni sindonici invece non contengono quantità apprezzabili di nessuno di tali elementi, mentre contengono numerosi elementi (Na, Mg, Al, Si, P, S, Cl, K, Ca, Fe) presenti nel sangue. Di conseguenza, secondo Heller e Adler, l'ossido di ferro rilevato sulla Sindone non è ocra rossa, ma risulta dalla degradazione del sangue[32][30].
  • secondo le misure dello STURP, il mercurio (componente del cinabro) presente sulla Sindone è in quantità insufficiente a produrre una significativa colorazione[32][30].
  • Thibault Heimburger nota che i test chimici usati, con risultati negativi, da McCrone per rilevare la presenza di sangue forniscono buoni risultati sul sangue fresco, ma uno studio ha mostrato che la loro sensibilità diminuisce rapidamente man mano che il sangue invecchia[34].
  • Heimburger nota anche che il campione usato dai collaboratori di McCrone per misure XRD (X-Ray Diffraction) e EXDRA (Energy Dispersive X-Ray Analysis) fu prelevato in un'area coperta solo in piccola parte dalle macchie di sangue e contenente una macchia prodotta dall'acqua e una bruciatura. Di conseguenza i risultati di queste misure non possono essere considerati rappresentativi. Inoltre nello spettro EXDRA i picchi del mercurio e dello zolfo (i due componenti del cinabro) sono sovrapposti, rendendo impossibile stimare la quantità relativa dei due elementi; lo zolfo è presente anche nel sangue[29].
  • McCrone cambiò più volte versione riguardo alla natura dei pigmenti da lui osservati, a un certo punto dichiarando addirittura di aver identificato una forma sintetica di ossido di ferro prodotta soltanto dopo il 1800[30][29].

Un ulteriore motivo di attrito tra McCrone e lo STURP fu, secondo quanto racconta Heller, che McCrone, contrariamente agli accordi presi, trattenne i campioni delle macchie di sangue, mentre avrebbe dovuto inviarli a Heller che era stato incaricato di analizzarle. Dopo ripetuti solleciti senza effetto, Jumper, Rogers e Jackson si recarono al suo laboratorio e portarono via tutti i nastri, impedendo così a McCrone di svolgere ulteriori analisi[35]. Le divergenze tra McCrone e lo STURP divennero insanabili e la loro collaborazione si interruppe (secondo una versione fu McCrone a rassegnare le dimissioni[30], secondo un'altra fu lo STURP a licenziarlo[36][37]).

Heller e Adler, contrariamente a McCrone, rilevarono la presenza di emoglobina, albumina e bilirubina e osservarono che le macchie di sangue si sciolgono completamente in una miscela di enzimi proteolitici, il che indica che siano composte interamente da sostanze proteiche, e non da pigmenti minerali o vegetali. Inoltre trovarono che gli aloni intorno alle macchie di sangue sono composti da siero. Riscontrarono invece solo piccole quantità di pigmenti (in particolare un solo cristallo di cinabro), che attribuirono a contaminazioni (è documentato che in passato copie della Sindone furono poste a contatto con l'originale per "santificarle")[38][32][39][40][41]. Risultati analoghi furono ottenuti da Baima Bollone e collaboratori i quali, usando test immunologici, confermarono la presenza di sangue e lo identificarono come umano di gruppo AB[42].

Anche questi risultati, come quelli di McCrone, sono stati criticati con vari argomenti dai sindonologi di parte avversa:

  • Secondo Luigi Garlaschelli, il test delle porfirine usato da Heller e Adler non è un test specifico del sangue e darebbe risultati positivi anche su un vegetale[22][43] e così anche nessuno degli ulteriori test utilizzati è specifico per il sangue[44][45]. Heller e Adler tuttavia respingono questa obiezione, affermando che lo spettro da loro misurato identifica univocamente una specifica forma di emoglobina (metemoglobina acida)[38]; dello stesso parere fu Bruce Cameron, uno specialista in materia da loro consultato[46]. Adler osserva inoltre che la clorofilla contenuta nei vegetali è spontaneamente fluorescente in luce ultravioletta, diversamente dai campioni prelevati dalla Sindone[47].
  • Garlaschelli critica anche Baima Bollone sostenendo che i test immunologici sono tanto sensibili da rendere difficile discriminare tra campione e inquinamenti[45] e osservando che, secondo recenti studi, il gruppo sanguigno AB sarebbe comparso soltanto circa 900/1000 anni fa[48].
  • Garlaschelli sostiene inoltre che il sangue, se ancora fluido, avrebbe dovuto lasciare delle macchie informi, e che sia fisicamente impossibile che il sangue di un corpo in quella posizione scorra sulla superficie esterna della capigliatura[22]. In realtà, secondo Adler, le macchie sulla Sindone non sono state formate da sangue intero fluido, ma da plasma essudato dai coaguli (il che spiegherebbe anche l'assenza di globuli rossi)[30].
  • Vittorio Pesce Delfino nota che gli esami istochimici di Baima Bollone evidenziarono solo tracce di ferro che Bollone attribuì ad emoglobina, ma il ferro non indica univocamente l'emoglobina e che ossido di ferro, ad esempio, è stato trovato nell'ocra rossa già riscontrata, secondo McCrone, sulla tela[12].
  • Secondo John Fischer, esperto di analisi forense, risultati simili a quelli di Heller e Adler si potrebbero ottenere come falsi positivi da tracce di pittura a tempera. Fischer presentò la sua ricerca nel 1983 durante la conferenza della International Association for Identification[26]. Analoghe asserzioni fa Steven Schafersman[49]. I risultati di Fischer sono tuttavia ritenuti molto dubbi da David Ford il quale osserva, tra le altre cose, che Fischer riprodusse solo alcuni dei test eseguiti da Heller e Adler, e che la composizione della sua "pittura a tempera" non corrisponde alle sostanze rilevate sulla Sindone[30].

Nel 1980 Pellicori pubblicò uno studio in cui dimostrò con l'analisi spettroscopica che "le macchie di sangue hanno le caratteristiche spettrali dell'emoglobina umana".[50]

Nel 2008, analisi eseguite per spettrometria Raman su polvere raccolta nel 1978 tra la Sindone e la tela d'Olanda posta sul retro rilevarono la presenza sia di emoglobina sia di alcuni pigmenti. Secondo Garlaschelli, la presenza di pigmenti confermerebbe le tesi di McCrone. Gli autori dello studio al contrario ritengono, in accordo con Heller e Adler, che l'ossido di ferro presente sia il risultato della degradazione dell'emoglobina, e non derivi da ocra rossa, mentre gli altri pigmenti (cinabro e lapislazzuli) siano da attribuire a contaminazione per contatto con copie della Sindone[51].

Thibault Heimburger e David Ford hanno esaminato criticamente e messo a confronto la tesi di McCrone e quella dello STURP e di Baima Bollone. Entrambi concludono che ad essere corretta sia la seconda. Heimburger scrive che "le conclusioni dello STURP sono consistenti con tutti i fatti osservati, mentre quelle di McCrone non sono compatibili con molti di essi", e che anche ammettendo valide le obiezioni (a suo giudizio "non convincenti") sulla non specificità dei test di Heller e Adler, "è semplicemente impossibile che questi test siano sbagliati tutti insieme"[29]. Le conclusioni di Ford sono analoghe: "In breve, è altamente probabile che il 'sangue' sulla Sindone di Torino non sia pittura e sia sangue"[30].

Esame del tessuto

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Sindone evangelica#Sindone, bende, sudario.

La forma della Sindone è approssimativamente rettangolare. Prima del restauro del 2002 le dimensioni[52] erano 437,7 cm il lato in basso (considerando la posizione ostensiva con la figura frontale a sinistra e dorsale a destra), 434 cm il lato alto, 112,5 cm a sinistra e 113 a destra. In seguito al restauro del 2002, durante il quale è stato rimosso il telo di supporto sul quale era cucita, la distensione del telo ha prodotto un leggero aumento delle dimensioni: lato basso 441,5 cm, alto 442, sinistra 113, destra 113,7. Lo spessore del tessuto è di circa 0,34 millimetri. Il peso, valutato approssimativamente, è di kg 2,450.

Il tessuto della Sindone è stato esaminato da Virgilio Timossi, Silvio Curto (direttore del Museo egizio di Torino) e altri. Esso è di lino filato a mano: le fibre presentano infatti irregolarità tipiche della lavorazione manuale. I fili del tessuto hanno uno spessore di circa 250 millesimi di millimetro e sono composti da una settantina di fibrille del diametro di 10-20 millesimi di millimetro.[53] La filatura delle fibrille della Sindone è in senso orario, o "a Z". Questa filatura non è abituale: le fibre di lino bagnato mostrano una naturale tendenza a torcersi in senso antiorario, e per questo motivo p.es. gli antichi filatori egiziani privilegiavano la torcitura antioraria, o "a S". Sono stati comunque ritrovati campioni di filati di lino con torsione "a Z", come la Sindone, in Giudea e nel Medio Oriente.[54]

Circa la trama del telo, il lino della Sindone è stato tessuto a mano, con intreccio a spina di pesce (col filo trasversale disposto diagonalmente) e con rapporto ordito-trama di 3:1. Scavi archeologici hanno portato alla luce in Medio Oriente tessuti con lo stesso intreccio datati attorno all'inizio dell'era cristiana[55]. Anche in Egitto si sono trovati talvolta tessuti a spina di pesce: secondo Franco Testore questa trama era già nota nel 3400 a.C.

Finora tra i non molti reperti pervenutici (il lino è altamente biodegradabile) non è stato rinvenuto[56] un esemplare di tessuto del I secolo d.C. completamente compatibile con la Sindone, vale a dire un lenzuolo di lino intessuto a "spina di pesce" con un rapporto ordito-trama di 3:1. Invece se ne conosce uno di epoca medievale intessuto con intreccio identico a quello sindonico: è custodito al Victoria and Albert Museum[57][58] di Londra e risale al XIV secolo, epoca che coincide con la datazione della Sindone effettuata tramite l'esame del Carbonio 14. Sono anche stati ritrovati nell'area mediorientale alcuni sudari, o parti deteriorate di questi, risalenti all'incirca al periodo in cui dovrebbe essere vissuto Gesù, sia di lino che di lana, con rapporti di ordito-trama di 1:1 o 2:2, tutti però caratterizzati da una filatura a "S" e dalla presenza di differenti teli e di corde (un metodo di fasciatura descritto anche nel vangelo di Giovanni).[59]

Gilbert Raes ha trovato nel tessuto della Sindone alcune fibre di cotone (Gossypium herbaceum) intrecciate al lino: presumibilmente il telaio usato per realizzare la Sindone era stato precedentemente utilizzato per tessere del cotone. Nessuna traccia invece di lana. Queste risultanze sono compatibili con l'ipotesi di un'origine palestinese: all'epoca di Cristo il cotone era coltivato nel Vicino Oriente (ma non in Europa), e l'assenza della lana si può attribuire alla legge mosaica che prescriveva di tenere separati i due tipi di tessuto (Deuteronomio 22,11).

In corrispondenza del lato alto il tessuto è stato dall'antichità tagliato e ricucito per tutta la lunghezza a una decina di centimetri dal margine. Secondo alcuni sindonologi autenticisti questa striscia larga circa 10 cm e lunga circa 442 cm ricavata dal velo della Sindone era la fascia che avvolgeva e stringeva il lenzuolo attorno al corpo di Gesù citata da Giovanni e Luca.

Esame medico-legale

Secondo l'anatomopatologo Baima Bollone, la figura impressa corrisponde a quella di un corpo crocifisso irrigidito dal rigor mortis: «La struttura somatica è fissata in una posizione del tutto innaturale... gli arti superiori sono flessi a circa 100° il destro e 90° il sinistro in corrispondenza delle spalle [...] il lenzuolo fu teso a ponte sul cadavere irrigidito nell'atteggiamento di lieve flessione del capo, [...], e anche delle ginocchia, intuitivamente assunto sulla croce [...] la marcata rigidità dei muscoli mimici e del collo, questa seconda comprovata dalla posizione del capo permanentemente flesso verso il torace, nonché dalle grandi masse muscolari del petto e delle cosce mostra che l'uomo della sindone era in stato di rigidità cadaverica».[60]

Secondo il chimico Garlaschelli, la posizione del corpo non appare in linea con ciò che avviene in un cadavere[22] e le mani sono sovrapposte sul pube, ma in un morto ciò non è possibile, poiché la posizione richiede che i muscoli siano in tensione oppure che le mani siano legate (ma sulla sindone non c'è traccia di legacci), mentre «le braccia rilassate di un cadavere ricadrebbero più giù e le mani si congiungerebbero solo sullo stomaco»[22]. Il rigor mortis (tesi ad esempio sostenuta da Bollone) non giustifica la posizione poiché se i muscoli di un cadavere vengono forzati, questi si rilassano[22][61].

Segni dei chiodi

Pierre Barbet[62] afferma di avere verificato, con esperimenti su cadaveri e su arti amputati, che in effetti la crocifissione nel palmo della mano non è possibile, perché sotto il peso del corpo i tessuti molli della mano si lacerano: il crocifisso finirebbe presto per cadere dalla croce. Afferma quindi che il chiodo fu infisso nel polso, cosicché il corpo è trattenuto in posizione dallo scheletro e dai legamenti, che possono reggere agevolmente il peso.

Secondo Barbet, i chiodi furono infissi nello spazio di Destot, una piccola apertura tra quattro ossicini del polso (semilunare, piramidale, capitato e uncinato). Egli ha osservato inoltre che un chiodo infisso in questa posizione lede il nervo mediano: questa lesione provoca al crocifisso un dolore acuto (si tratta dello stesso nervo interessato dalla sindrome del tunnel carpale) e causa la flessione del pollice. Infatti i pollici dell'Uomo della Sindone non sono visibili.

Quasi tutti gli studiosi seguono l'opinione di Barbet, con un'eccezione degna di nota: Frederick Zugibe[63] ritiene invece che i chiodi siano stati infissi alla base del palmo. Anche qui vi è un passaggio tra le ossa del carpo e del metacarpo che permetterebbe al chiodo di trapassare l'arto senza produrre fratture e di uscire nella posizione che si osserva sulla Sindone.

Questi studiosi ritengono che la posizione dei chiodi nei polsi sia un indizio a supporto dell'autenticità della Sindone.

Riguardo alle tecniche di crocefissione del periodo tuttavia si conosce poco: l'unico corpo ritrovato con segni di crocefissione è quello di Giv'at at HaMivtar, un quartiere di Gerusalemme Est, che mostra sensibili differenze sia con il ritratto della sindone[22], che con l'iconografia tipica del Cristo crocifisso. In base alle ricostruzioni effettuate partendo dai resti ritrovati, risalenti al I secolo[64]) , le mani erano presumibilmente legate e i piedi inchiodati, con i due calcagni trapassati da chodi di ferro del diametro di 1 cm della lunghezza di circa 11,5 cm (caratteristiche del chiodo ritrovato nel calcagno destro[65], erronemente stimato in un primo tempo in 17-18 cm di lunghezza[64]) e la posizione dei piedi era ai lati della croce[59].

Segni di flagello

Sulla Sindone si vedono circa 120 segni distribuiti lungo il corpo che, secondo gli autenticisti, sarebbero stati causati dal flagrum, il flagello romano. Si nota tuttavia che da nessuno di questi segni si vedono tracce o rivoli di sangue come ci si aspetterebbe[22]. Inoltre, gli ipotetici segni del flagello risulterebbero essere disposti in maniera particolarmente simmetrica e regolare su tutta l'immagine, evento improbabile in una flagellazione reale, e compatibile invece con una rappresentazione pittorica[36].

La corona di spine

In corrispondenza del cuoio capelluto si notano numerose impronte puntiformi e tondeggianti dall'aspetto di ferite da punta, da cui si dipartono diverse colature di sangue. Gli autenticisti le identificano con le ferite prodotte dalla corona di spine che, secondo i Vangeli, fu posta sul capo di Gesù. Non si hanno notizie storiche di altri casi di coronazione di spine (gli esegeti in genere presumono che si sia trattato di una trovata estemporanea dei soldati per deridere Gesù "re dei Giudei"), per cui non si conosce come questa corona avrebbe potuto essere composta.

Secondo alcuni studiosi e critici le colature del sangue sarebbero irrealistiche, dato che il sangue colando avrebbe impastato i capelli, dando vita a macchie più indistinte[66]. Una possibile risposta a questa obiezione è stata data da Frederick Zugibe, secondo il quale l'Uomo della Sindone fu lavato prima di essere avvolto nel lenzuolo: in questo modo il sangue colato durante la permanenza sulla croce sarebbe stato rimosso e sulla Sindone si sarebbe impressa soltanto l'impronta delle ferite inumidite dal lavaggio[67].

Inoltre, l’immagine della sindone non mostra nessuna impronta in corrispondenza della volta cranica e in particolare nessuna traccia di sangue, il che appare poco spiegabile tanto più alla luce dell’ipotesi (sostenuta da alcuni sindonologi autenticisti) che la coronazione sia avvenuta in realtà più che mediante una "corona" con l’apposizione sul capo di Cristo di un casco di spine.[senza fonte]

Presunti oggetti

Monete sugli occhi

Alcuni sostenitori della autenticità della sindone sostengono di aver osservato in corrispondenza degli occhi due piccoli oggetti, da essi identificati come monete, poste sul cadavere per tenere chiuse le palpebre; hanno anche proposto dei tentativi di identificazione delle monete con coniazioni risalenti ai primi anni 30 del I secolo.

Esaminando le foto del telo scattate nel 1931, il gesuita Francis Filas e Alan e Mary Whanger affermano di avere notato sugli occhi dell'Uomo della Sindone le impronte di due piccoli oggetti tondeggianti, che essi hanno identificato come monete coniate da Ponzio Pilato negli anni 29-32; tali monete sarebbero state poste sugli occhi del cadavere, presumibilmente per tenere chiuse le palpebre. Sull'occhio destro questi studiosi riconoscono un bastone ricurvo chiamato lituus, tipico delle monete di Pilato, e le quattro lettere UCAI; l'iscrizione sulle monete autentiche recita ΤΙΒΕΡΙΟΥ ΚΑΙΣΑΡΟΣ ("Tiberio Cesare" in greco), ma Filas ha affermato di aver trovato degli esemplari con la variante ΤΙΟU CΑΙ[ΣΑΡΟΣ], le cui lettere centrali corrispondono a quelle leggibili sulla Sindone; tale identificazione è stata però contestata, in quanto la moneta portata ad esempio da Filas[68] ha il bordo consunto e i resti delle lettere sul bordo sono interpretabili con la legenda consueta.[69] Alan Whanger (professore di psichiatria alla Duke University di Durham, North Carolina) ha confrontato l'immagine della Sindone con quella di una moneta procurata da Filas e avrebbe trovato che corrispondono in modo talmente preciso che egli ipotizza che le due monete siano state coniate sullo stesso stampo[70]. Sull'occhio sinistro invece vi sarebbero le lettere ARO e delle spighe. In questo caso si tratterebbe di una moneta coniata in onore di Giulia, madre di Tiberio. Recentemente, Pier Luigi Baima Bollone e Nello Balossino hanno dichiarato di ritenere di aver identificato un'altra moneta (anche questa in onore di Giulia) sul sopracciglio sinistro[71].

Tuttavia si fa notare come queste scoperte di monete fanno leva sulle foto del 1931, e non su quelle - a più alta definizione - scattate in anni più recenti[69]. Inoltre la definizione minima dell'immagine della Sindone è di mezzo centimetro, per cui non sarebbe possibile identificare particolari così piccoli; le "monete" sarebbero quindi solo frutto di illusioni ottiche da parte degli osservatori che vedrebbero quello che si aspettano di vedere (pareidolia).[69][72]

Altri hanno poi suggerito che si tratti di immagini spurie generate da irregolarità delle lastre fotografiche, o delle successive copie di queste, mentre sulla Sindone esse non sarebbero in realtà presenti, affermando che nelle fotografie più recenti e di migliore qualità e definizione, ad esempio quelle scattate nel 1978, esse non sono visibili.

I Whanger rispondono che a loro dire le immagini delle monete sarebbero presenti sulle foto di Pia del 1898, sia su quelle di Enrie del 1931, e anche sulle foto del 1978, anche se in queste ultime le lettere appaiono leggermente distorte; affermano anche che, a loro dire, durante l'ostensione televisiva del 1973, a causa del modo in cui la Sindone è stata dispiegata, il tessuto sarebbe stato sottoposto ad una tensione nella regione dell'occhio destro, che secondo loro avrebbe leggermente tirato o ruotato alcuni fili[70]. Pierluigi Baima Bollone ha invece ammesso che la moneta da lui identificata sul sopracciglio nella foto del 1931 non compare nelle fotografie recenti, neanche in quelle da lui scattate.[73]

È stato anche contestato che tra gli ebrei del tempo vi fosse l'usanza di porre delle monete sugli occhi o oggetti pagani all'interno di tombe: secondo Levy Rahmani (direttore dell'Autorità Israeliana per le Antichità)[74] le poche volte (alcune decine di volte su tremila tombe indagate) in cui si è trovata una monetina nella bocca del defunto (e non sugli occhi) si trattava della ripresa di un uso ellenistico, quello dell'obolo pagato a Caronte.[59][75]

Alan Whanger sostiene però che alcune monete sono state rinvenute anche all'interno del cranio del defunto, e che per un cadavere sdraiato in posizione supina, una moneta può cadere all'interno del cranio soltanto se era posta su un occhio: in questo caso infatti, a seguito della decomposizione dei tessuti molli dell'occhio e del cervello, per effetto della gravità la moneta naturalmente cadrebbe attraverso la fessura in fondo alla cavità orbitale. Una moneta posta in bocca, invece, si trova a lato del cranio e non al di sopra di esso, per cui, secondo Whanger, è impossibile che vi cada dentro[71]. Whanger inoltre fa notare che, secondo le usanze del tempo, i cadaveri venivano lasciati nei sepolcri soltanto per un anno, dopodiché le ossa venivano raccolte e trasferite in un ossario, e il sepolcro veniva riutilizzato per seppellirvi altri defunti[76]; secondo Whanger le monete, usate per chiudere le palpebre, a quel punto non servivano più, e a suo dire sarebbero state recuperate, oppure perse durante il trasferimento.

Luigi Gonella (fisico del Politecnico di Torino e consulente scientifico del cardinale Ballestrero) afferma[77]: quella della Sindone è un'immagine il cui dettaglio più piccolo, macchie di sangue escluse, è di mezzo centimetro. Come le labbra. Appare quindi molto, molto incongruente che esistano dei dettagli dell'ordine di decimi di millimetro come le lettere sulle monete. Ma si sa: a forza di ingrandire, si finisce a vedere anche quello che non c'è.

Altri oggetti

Alan e Mary Whanger sostengono di aver identificato anche immagini di fiori e di numerosi oggetti ai lati dell'immagine corporea[70]. Si tratta di immagini molto deboli, visibili generalmente solo in fotografie specificatamente trattate per aumentare il contrasto; tuttavia Avinoam Danin dichiara di aver osservato direttamente alcuni dei fiori sulla Sindone durante l'ostensione del 1998.

Danin, botanico israeliano, ha dichiarato che avrebbe identificato 28 specie diverse: secondo i suoi studi, l'unico luogo in cui esse sono presenti tutte insieme sarebbe una ristretta area tra Gerusalemme e Gerico. Molte di queste specie corrispondono inoltre a quelle dei pollini identificati da Max Frei [78]. Tuttavia la stessa indagine palinografica di Frei è molto controversa ed altri scienziati del ramo ne negano radicalmente l'attendibilità e i risultati finali, e questi studi di Danin non sono stati pubblicati su riviste scientifiche.

Per quanto riguarda gli altri oggetti, gli Whanger affermano di riconoscere tutti i tradizionali "Strumenti della Passione": i chiodi, una lancia, una spugna, e inoltre una corda, un paio di pinze, e altro ancora. Essi ritengono che tutti questi oggetti siano stati posti nel sepolcro con Gesù perché macchiati del suo sangue: le usanze ebraiche, tuttora valide, prevedono infatti che il sangue del defunto, per quanto possibile, venga sepolto insieme con lui. I fiori invece sarebbero stati usati per coprire con i loro profumi l'odore della decomposizione.

I Whanger hanno riscontrato che gli Strumenti della Passione sono dipinti su numerose raffigurazioni della Crocefissione soprattutto nel periodo successivo al 1350, quando la Sindone fu esposta a Lirey, e hanno spesso la stessa configurazione delle immagini sulla Sindone. Essi ipotizzano che, a causa del progressivo lento ingiallimento del lino (probabilmente accelerato dall'incendio del 1532), a quel tempo l'immagine sindonica fosse più chiaramente visibile di oggi, e questi oggetti siano stati osservati su di essa e ricopiati dai pittori.

I loro ritrovamenti sono però visti con scetticismo, anche da diversi sindonologi favorevoli all'autenticità. Valga ad esempio l'ironico commento di Ray Rogers: "Molti osservatori guardano l'immagine per così tanto tempo che iniziano a vedere delle cose che altri non vedono."[79]

È da notare poi che alcuni dei particolari al limite della definizione dell'immagine della Sindone (circa 5 mm) sono interpretati in maniera differente da studiosi differenti, per cui anche chi afferma di individuare sull'immagine possibili scritte o piccoli oggetti (come le succitate monete) non ne dà sempre un'interpretazione univoca.

L'immagine posteriore

Nel restauro del 2002, durante la sostituzione della tela di rinforzo su cui la Sindone è cucita, si è colta l'occasione per fotografare l'altra faccia del lenzuolo, normalmente nascosta da tale tela. Le fotografie hanno rivelato che anche sul retro della Sindone è presente un'immagine, ma molto più debole e confusa di quella sul dritto. In particolare sul retro della Sindone è visibile l'immagine del volto e probabilmente delle mani, ma non è visibile un'immagine in corrispondenza dell'impronta dorsale dell'Uomo[80]. Dato che almeno in corrispondenza del volto esiste un'immagine superficiale sul lato visibile della Sindone e contemporaneamente esiste un'immagine superficiale sul retro, si deve parlare di "doppia superficialità" dell'immagine corporea.

Ipotesi sulla formazione dell'immagine

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Ipotesi sulla formazione dell'immagine della Sindone.

Non si conosce il meccanismo di formazione dell'immagine. Sono state avanzate diverse ipotesi, ma nessuna di esse appare soddisfacente.

Ipotesi basate su meccanismi naturali (o soprannaturali):

  • Reazioni chimiche: i vapori della decomposizione avrebbero interagito con il tessuto e con gli aromi di cui esso era impregnato. Tuttavia, poiché il vapore diffonde in tutte le direzioni, appare impossibile che questo meccanismo possa produrre un'immagine netta e dettagliata come quella della Sindone; inoltre esso avrebbe prodotto un'immagine deformata e non una proiezione verticale.
  • Irradiazione: si ipotizza un lampo di luce o un fascio di particelle (protoni o neutroni) che avrebbe impresso l'immagine. Nessuno però ha potuto fornire una spiegazione credibile della causa che avrebbe sprigionato questa radiazione.
  • Effetto corona (un particolare tipo di scarica elettrica): esperimenti effettuati con questa tecnica hanno prodotto immagini superficiali come quella sindonica. Tuttavia non è chiaro come potrebbe essersi generato il campo elettrico necessario a indurre la scarica.

Ipotesi basate su procedimenti artificiali:

  • Pittura: gli esami hanno escluso la presenza di pigmenti (sono state trovate solo tracce del tutto insufficienti a produrre un'immagine visibile), inoltre l'immagine non presenta direzionalità, come avviene invece in qualsiasi disegno o pittura, né un qualsiasi "stile artistico".
  • Strinatura (bruciatura superficiale) per mezzo di un bassorilievo riscaldato: con questa tecnica alcuni studiosi sono riusciti a produrre immagini visivamente molto simili. Le loro caratteristiche fisiche e microscopiche sono però assai diverse da quelle della Sindone.
  • Fotografia: non sembra credibile che il presunto autore della Sindone potesse possedere la tecnologia necessaria. I primi esperimenti fotografici noti furono effettuati solo nel XIX secolo. Inoltre non vi sono tracce di sostanze fotosensibili sulla Sindone.

Altri esami

La statura

Fin dai secoli passati si è tentato di misurare, attraverso la Sindone, la statura di Gesù. I Savoia usavano donare agli ospiti dei nastri la cui lunghezza corrispondeva all'altezza dell'Uomo della Sindone, misurata in 183 cm. Esattamente la stessa altezza è indicata dallo storico bizantino Niceforo Callisto nel XIV secolo: questo può essere considerato un indizio a sostegno dell'ipotesi che la Sindone di Torino sia la stessa che si conservava a Costantinopoli fino al 1204.

Le misurazioni moderne hanno dato risultati lievemente differenti: l'altezza dell'immagine sindonica, dal tallone alla sommità del capo, è di 184 cm secondo G. Judica Cordiglia, di 188 cm secondo Luigi Gedda. A questi valori gli studiosi sottraggono 3 cm, poiché il corpo umano, disteso orizzontalmente, si allunga leggermente perché la colonna vertebrale si distende. Inoltre l'altezza va ulteriormente diminuita per compensare possibili avvolgimenti o pieghe del lenzuolo sul corpo: vi sono diversi pareri sull'entità di questa seconda correzione. Verso il 1940 Giulio Ricci, spinto forse dall'intenzione di far rientrare l'Uomo della Sindone nei presunti canoni della "razza ebraica", la stimava addirittura in 24 cm, ottenendo una statura di 163 cm. La maggior parte degli studiosi che si sono occupati di questo problema ritiene esagerata questa correzione: essi calcolano la statura dell'Uomo della Sindone tra i 178 e i 185 cm.

Esame palinologico

Nel 1973 il criminologo svizzero Max Frei Sulzer, ex direttore della polizia scientifica di Zurigo[81], con dei nastri adesivi ha prelevato dalla superficie della Sindone dei campioni di polvere e pollini, che poi ha studiato al microscopio elettronico. Nel 1976 ha pubblicato i risultati delle sue analisi. Frei non disse mai il numero totale di pollini trovati, ma si limitò a elencarne 60 diversi tipi (tra queste 21 specie tipiche della Palestina, 6 dell'Anatolia, 1 specie tipica di Costantinopoli[82]). Frei ne ha dedotto che la Sindone ha soggiornato sia in Palestina che in Turchia, oltre che in Francia e Italia, il che quindi concorda con la ricostruzione proposta per la storia della Sindone anteriore al XIV secolo[8].

Il lavoro di Frei è stato criticato pesantemente da diversi studiosi[82]. Il lavoro di Frei non tiene conto delle contaminazioni possibili (ad esempio quelle dovute al contatto con i pellegrini)[82]. Nel corso dei secoli infatti il telo è stato toccato da migliaia di mani[82].

Inoltre: per gli studiosi non c'è possibilità di determinare la specie di una pianta dal polline, salvo rari casi. Di regola il polline permette solo di determinare i gruppi di specie o il genere o la famiglia[36][83].

Una revisione del lavoro di Frei fu svolta da Baruch, che identificò una sola specie (Gundelia tournefortii), mentre per gli altri pollini non fu possibile identificare se non i gruppi di specie, il genere o la famiglia[82].

Anche le conclusioni di Baruch furono contestate. V.M. Bryant nel 2000 osservò infatti che tali conclusioni non erano accettabili poiché: Baruch usò un microscopio ottico e non uno elettronico; i pollini intrisi di colla sono difficilmente analizzabili; l'identificazione dell'unico polline era comunque errata per diametro e ornamentazione osservati.[84]

Nonostante la messa in dubbio degli studi di Frei, questi sono stati ripresi nel 1997-1998 da alcuni sostenitori dell'autenticità della sindone (quali Danin e altri)[8], che all'epoca hanno ipotizzato di localizzare il presunto sito di provenienza della Sindone in una zona molto ristretta nei pressi di Gerusalemme.[78]. Tutto questo sebbene ci siano ulteriori ragioni che facciano ritenere inattendibili le conclusioni di Frei:

  • l'identificazione dei vari tipi di pollini non è di per sé indicativa se non fa anche riferimento al cosiddetto spettro pollinico cioè i valori percentuali di ogni tipo di polline presente nel materiale in esame[83]. Gaetano Ciccone afferma che Frei non avrebbe misurato lo spettro pollinico, ma che avrebbe stilato un semplice elenco di pollini chiamandolo impropriamente spettro pollinico[82].
  • i pollini non possono resistere centinaia di anni in un ambiente aerobico. Se il polline viene esposto all'aria in poco tempo viene distrutto poiché l'ossigeno corrode la sporopollenina lasciando il polline in balia dell'azione distruttiva di funghi e batteri[85]. Marta Mariotti Lippi, provò sperimentalmente a misurare la conservazione dei pollini: dopo due mesi la perdita di polline sui tessuti testati era stata del 77%[86]

Lo stesso Danin, ricostruendo però più recentemente (2010) l'intera questione delle analisi microscopiche più avanzate sui pollini di Frei, esclude la possibilità che gli stessi possano venire usati da soli per definire un'area geografica di provenienza[87], sottolineando inoltre come in tal senso sia inutile la mera osservazione della frequenza di piante spinose [88].

In particolare, le più recenti analisi di Litt, effettuate con microscopia ottica avanzata e microscopia confocale basata su laser, hanno dimostrato l'impossibilità di definire i pollini perfino a livello di genere, e quindi tanto più a livello di specie; Litt va persino oltre le conclusioni di Baruch, ed esclude anche, con elevata probabilità, che i pollini siano ascrivibili a Gundelia[89].

Datazione chimica

Raymond Rogers ha proposto un metodo chimico di datazione della Sindone basato sulla misura della vanillina presente nel tessuto. Secondo Rogers la vanillina, presente nella lignina della cellulosa del lino e che si consuma spontaneamente ad un ritmo molto lento col passare del tempo, avrebbe dovuto essere presente nel tessuto della Sindone se questo fosse medievale (così come era presente nella tela d'Olanda), mentre la sua assenza indicherebbe un'età maggiore.

In base a una stima preliminare pubblicata da Rogers nel 2005[90], la datazione della Sindone sarebbe compresa all'incirca tra il 1000 a.C. e il 700 d.C. Rogers usa l'Equazione di Arrhenius per stimare il tempo necessario perché si perda il 95% della vanillina, ottenendo 1319 anni considerando una temperatura costante di 25 °C, 1845 anni ad una temperatura di 23 °C e 3095 anni ad una temperatura di 20 °C, considerando queste temperature delle stime ragionevoli della temperature con cui la Sindone è stata conservata.

Diversi studiosi hanno fatto notare che la vanillina si consuma molto più velocemente con l'aumentare della temperatura e suggerito alcuni scenari per cui i 25 °C / 23 °C / 20 °C costanti ipotizzati da Rogers nella sua stima sarebbero un'approssimazione troppo imprecisa:

  • Un incremento di soli 5 °C rispetto ai 25 °C ipotizzati da Rogers, portando la temperatura a 30 °C, porterebbe il tempo necessario a consumare il 95% della vanillina a soli 579 anni. Tuttavia è inverosimile che la Sindone sia stata conservata per sei secoli ad una temperatura costante di 30 °C o dei 25 °C ipotizzati da Rogers, giorno e notte, estate e inverno e la temperatura media annua a Torino è inferiore ai 15 °C.
  • L'esposizione del telo al calore prodotto dalle torce durante le ostensioni avrebbe potuto produrre un decadimento accelerato della vanillina[91]. Tuttavia sommando la durata di tutte le ostensioni documentate si arriva soltanto a pochi mesi: anche considerando un intero anno, perché questo effetto da solo abbia consumato il 95% della vanillina la Sindone avrebbe dovuto essere riscaldata a oltre 75 °C, una temperatura eccessiva[13].
  • Le alte temperature a cui è stata esposta la Sindone (circa 200º[13]) durante l'incendio del 1532 avrebbe consumato molto rapidamente la vanillina: ad esempio con una temperatura di 200 °C si sarebbe consumata in meno di 7 minuti[13]. Rogers nel suo articolo ritiene tuttavia che l'incendio del 1532 potrebbe non avere avuto grossi effetti sul contenuto di vanillina poiché il lino ha una conducibilità termica molto bassa e le parti del lenzuolo lontane dalle bruciature potrebbero non aver raggiunto temperature così alte.[90].

Rimarrebbe poi da spiegare come mai nei campioni usati per l'esame del Carbonio 14 la vanillina, secondo Rogers, non si sarebbe consumata.

Lo studio di Rogers viene definito "molto povero"[92][93] e carente dal punto di vista metodologico sotto tre aspetti[92]

  • Appropriatezza del metodo usato per verificare i residui di vanillina nei fili di lino: sono stati usati test qualitativi per determinare risultati quantitativi
  • Appropriatezza di controlli: nella ricerca Rogers non ha usato campioni di controllo
  • Riproducibilità degli esperimenti: le analisi di Rogers sono state eseguite una sola volta e mancano, quindi, i controlli dovuti per calcolare un "margine d'errore" nella datazione.

Stima soggettiva delle probabilità

Assumendo come ipotesi che la Sindone sia un reperto effettivamente correlato ad un uomo vissuto in Palestina nel I secolo d.C., alcuni studiosi hanno effettuato stime sulla probabilità che quell'uomo non corrispondesse a Gesù Cristo in base alle caratteristiche della reliquia stessa. Ovviamente il discorso non è valido senza l'ipotesi di base, perché un presunto falsario avrebbe potuto creare ad arte quelle caratteristiche[senza fonte].

Nel 1902 Yves Delage, professore di anatomia comparata alla Sorbona[94], presentò all'Académie des Sciences una relazione in cui, esaminando i fatti allora noti sul lenzuolo e sulle caratteristiche fisiche e anatomiche dell'immagine, valutava soggettivamente che la probabilità che la Sindone non fosse il lenzuolo funebre di Gesù era, a suo parere, inferiore a uno su 10 miliardi.

Negli anni settanta Bruno Barberis, docente dell'Università di Torino e attuale direttore del centro internazionale di Sindonologia, espresse una simile stima soggettiva, basandosi su nuovi fattori. La probabilità da lui soggettivamente ipotizzata è di 1 su 200 miliardi; valutazioni soggettive simili sono state ipotizzate anche dal matematico e sindonologo Tino Zeuli, Professore emerito dell'Università di Torino.[95][96]

È opportuno chiarire che queste stime ipotetiche sono solo pareri soggettivi basati su ragionamenti analogici, e non calcoli scientifici, statistici o matematici nel senso tecnico del termine.

Il restauro del 2002

Nel 2002 la Sindone è stata sottoposta ad un intervento di restauro conservativo: sono stati rimossi i lembi di tessuto bruciato nell'incendio del 1532 e i rattoppi applicati dalle suore di Chambéry; anche il telo di sostegno (la "tela d'Olanda") applicato nel 1534 è stato sostituito. Il lenzuolo inoltre è stato stirato meccanicamente per eliminare le pieghe e ripulito dalla polvere; a seguito della stiratura le dimensioni della Sindone sono aumentate di circa 5 cm in lunghezza e 2 cm in larghezza.

Le modalità del restauro sono state criticate da diversi studiosi[97]. Essi hanno criticato il fatto che non si sia colta l'occasione per eseguire nuovi esami: in particolare si sarebbe potuto ripetere il test del Carbonio 14 sui lembi di tessuto carbonizzato in modo da chiarire una volta per tutte i dubbi sull'esame del 1988.

Inoltre gli interventi eseguiti, in particolare la pulizia del lenzuolo eseguita con un aspiratore, hanno probabilmente alterato o rimosso dalla Sindone materiale che avrebbe potuto essere esaminato per fornire utili indicazioni. Diversi studiosi affermano che, dopo questi interventi, alcuni tipi di esami non potranno forse mai più essere eseguiti.

Lista di articoli sulla Sindone

Articoli pubblicati in ordine cronologico:

  • Barbara J. Culliton, The mystery of the Shroud challenges 20th-century science, Science 201(4352), 235 (1978) - abstract
  • Raymond Drakoff; Boynton Graham; J.P. Ziller, P. Purcel, M. Cul; Alfred G. Knudson jr.; K.J. Touryan; Barry Bunow, The Mystery of the Shroud (lettere), Science 201(4358), 774 (1978)
  • Robert William Mottern, J. Ronald London, Roger A. Morris, Radiographic Examination of the Shroud of Turin—a Preliminary Report, Materials Evaluation 38(12), 39 (1979)
  • Roger A. Morris, L.A. Schwalbe, J. Ronald London, X-Ray Fluorescence Investigation of the Shroud of Turin, X-Ray Spectrometry 9(2), 40 (1980) - abstract
  • Eric J. Jumper, Robert William Mottern, Scientific investigation of the Shroud of Turin, Applied Optics 19(12), 1909 (1980)
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  • Michael S. Tite, Turin Shroud (lettera), Nature 332, 482 (1988)
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  • R.H. Dinegar, L.A. Schwalbe, Isotope Measurements and Provenance Studies of the Turin Shroud, Archaeological Chemistry IV, ACS Advances in Chemistry 220, a cura di R.O. Allen, American Chemical Society, Washington (1989), cap. 23
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  • Giulio Fanti, M. Moroni, Comparison of Luminance Between Face of Turin Shroud Man and Experimental Results, Journal of Imaging Science and Technology 46(2), 142 (2002) - abstract
  • Giulio Fanti, R. Maggiolo, The double superficiality of the frontal image of the Turin Shroud, Journal of Optics A 6, 491 (2004) - abstract, testo completo
  • Raymond N. Rogers, Studies on the radiocarbon sample from the shroud of turin, Thermochimica Acta 425(1-2), 189 (2005) - abstract, testo completo
  • Jonathan Allday, The Turin Shroud, Physics Education 40, 67 (2005) - abstract
  • P. Loyson, N.M. Vorster, E. Ferg, N. Allen, Image formation on the Shroud of Turin: a proposed chemical model, South African Journal of Science 101, 36 (2005) - abstract (n. 24)
  • Giuseppe Baldacchini, Paolo Di Lazzaro, Daniele Murra, Giulio Fanti, Coloring linens with excimer lasers to simulate the body image of the Turin Shroud, Applied Optics 47(9), 1278 (2008)
  • M. Sue Benford, Joseph G. Marino, Role of calcium carbonate in fibre discoloration on the Shroud of Turin, Chemistry Today 26(2), 74 (2008)
  • M. Sue Benford, Joseph G. Marino, Discrepancies in the radiocarbon dating area of the Turin shroud, Chemistry Today 26(4), 4 (2008)
  • Giulio Fanti, Can a Corona Discharge Explain the Body Image of the Turin Shroud?, Journal of Imaging Science and Technology 54(2), 020508 (2010) - abstract
  • G. Fazio, G. Mandaglio, M. Manganaro, The interaction between radiation and the Linen of Turin, Radiation Effects and Defects in Solids, Volume 165, Issue 5 May 2010, 337 - 342 abstract.
  • Luigi Garlaschelli, Life-size Reproduction of the Shroud of Turin and its Image, Journal of Imaging Science and Technology—July/August 2010—Volume 54, Issue 4, pp. 040301-(14) Abstract
  • P. di Lazzaro, D. Murra, A. Santoni, G. Fanti, E. Nichelatti, G. Baldacchini, Deep Ultraviolet Radiation Simulates the Turin Shroud Image, Journal of Imaging Science and Technology—July/August 2010—Volume 54, Issue 4, pp. 040302-(6), Abstract
  • G. Fanti, J. A Botella, P. di Lazzaro, T. Heimburger, R. Schneider, N. Svensson, Microscopic and Macroscopic Characteristics of the Shroud of Turin Image Superficiality, Journal of Imaging Science and Technology—July/August 2010—Volume 54, Issue 4, pp. pp. 040201-(8), Abstract
Note
  1. Sito ufficiale
  2. La sacra Sindone, Giunti Editore Firenze Italy, 1998, ISBN 88-440-0730-4, 9788844007300
  3. J.S. Accetta and J.S. Baumgart, Infrared reflectance spectroscopy and thermographic investigations of the Shroud of Turin, Applied Optics 19, 1921-1929 (1980).
  4. G. Fanti et al., Evidences for Testing Hypotheses about the Body Image Formation of The Turin Shroud, the Third Dallas International Conference on the Shroud of Turin: Dallas, Texas (2005) [1].
  5. W.R. Ercoline, R.C. Downs jr., J.P. Jackson, Examination of the Turin Shroud for image distortions, IEEE 1982 Proceedings of the International Conference on Cybernetics and Society, pp. 576-579 (1982).
  6. Le origini della Sindone - Convegno 2000, articolo sul convegno dal sito del CICAP
  7. G. Fanti, Numerical Analysis of the Mutual Radiation Effects of Complex Surfaces, 2nd Italy – Canada Workshop on: 3D Digital Imaging and Modelling – Applications of Heritage, Industry, Medicine and Land, Padova (2005) [2].
  8. 8,0 8,1 8,2 8,3 8,4 Emanuela Marinelli, Sindone, un'immagine "impossibile", cit.
  9. J.P. Jackson, E.J. Jumper, W.R. Ercoline, Correlation of image intensity on the Turin Shroud with the 3-D structure of a human body shape, Applied Optics 23, 2244 (1984);
    Mario Latendresse, The Turin Shroud Was Not Flattened Before the Images Formed and no Major Image Distortions Necessarily Occur From a Real Body, 3rd International Dallas Conference (2005) [3].
  10. Pierluigi Baima Bollone, Il mistero della Sindone, Priuli & Verlucca, Scarmagno (TO) 2006, p. 239, citato in Gaetano Ciccone, "La bufala del pollice flesso".
  11. Dal sito ufficiale
  12. 12,0 12,1 12,2 Vittorio Pesce Delfino, E l'uomo creò la Sindone, ISBN 9788822062338, pag. 258
  13. 13,0 13,1 13,2 13,3 13,4 Indagine critica sulla sindone sul sito del CICAP
  14. bruciature, aloni d'acqua e lacune
  15. Aldo Guerreschi, Michele Salcito, Photographic and computer studies concerning the burn and water stains visible on the Shroud and their historical consequences, IV Symposium Scientifique International, Paris, 25-26 aprile 2002 [4]; Further studies on the scorches and the watermarks [5]
  16. P.E. Damon et al., Radiocarbon dating of the Shroud of Turin, Nature 337, 611-615 (16 feb. 1989) [6].
  17. G. Frache, E. Mari Rizzati, E. Mari, Relazione conclusiva sulle indagini d'ordine ematologico praticate su materiale prelevato dalla Sindone, in La S. Sindone. Ricerche e studi della Commissione di Esperti nominata dall'Arcivescovo di Torino, Card. Michele Pellegrino, nel 1969, suppl. Rivista diocesana Torinese (1976)
  18. Cfr. anche Mariano Tomatis, Sindone: la voce agli scettici (2001) [7]
  19. "La risposta negativa fornita dalle analisi condotte non ci permette di dare un giudizio assoluto dell'esclusione della natura ematica del materiale esaminato." G. Frache, E. Mari Rizzati, E. Mari, Relazione conclusiva sulle indagini d'ordine ematologico praticate su materiale prelevato dalla Sindone, in La S. Sindone. Ricerche e studi della Commissione di Esperti nominata dall'Arcivescovo di Torino, Card. Michele Pellegrino, nel 1969, suppl. Rivista diocesana Torinese (1976); cit. in Giulio Fanti, La Sindone. Una sfida alla scienza moderna, Aracne (2008), p.172
  20. "Le incrostazioni pigmentose non sono passate in soluzione nei solventi, acidi e alcali che abbiamo usato." G. Frache, E. Mari Rizzati, E. Mari, Relazione conclusiva sulle indagini d'ordine ematologico praticate su materiale prelevato dalla Sindone, in La S. Sindone. Ricerche e studi della Commissione di Esperti nominata dall'Arcivescovo di Torino, Card. Michele Pellegrino, nel 1969, suppl. Rivista diocesana Torinese (1976); cit. in David Ford, The Shroud of Turin 'Blood' Images: Blood, or Paint? A History of Science Inquiry [8] (ritradotto dall'inglese)
  21. Luigi Garlaschelli, Processo alla Sindone, Avverbi Edizioni, 1998, pag 77
  22. 22,0 22,1 22,2 22,3 22,4 22,5 22,6 22,7 Luigi Garlaschelli, Micromega, 4/2010, pp. 27 e ss.
  23. Eric J. Jumper, Robert W. Mottern, Scientific Investigation of the Shroud of Turin, Applied Optics 19, 1909 (1980)
  24. Barrie Schwortz, The 1978 Scientific Examination [9]
  25. 25,0 25,1 Walter McCrone, Microscopical study of the Turin Shroud, Wiener Berichte über Naturwissenschaft in der Kunst (1987)
  26. 26,0 26,1 Joe Nickell, Scandals and Follies of the 'Holy Shroud', Skeptical Inquirer, settembre 2001; ripubblicato in Joe Nickell, The Mystery Chronicles: More Real-Life X-Files, University Press of Kentucky (2004), ISBN 978-0-8131-2318-9 [10]
  27. Nel 2000 per il suo lavoro sulla Sindone McCrone verrà premiato dall'American Chemical Society(si veda anche Sul sito del Cicap nota 15] e Sito ufficiale del premio)
  28. Eric Jumper scrisse a McCrone: "In breve, i tuoi dati sono mal rappresentati, le tue osservazioni sono altamente discutibili, e le tue conclusioni sono pontificazioni piuttosto che logica scientifica. Non posso permettere che questo articolo porti il timbro di approvazione dello Shroud of Turin Research Project." Walter McCrone, Judgement Day for the Turin Shroud, Microscope Publications, Chicago (1996), p. 151; cit. in David Ford, The Shroud of Turin 'Blood' Images: Blood, or Paint? A History of Science Inquiry [11]
  29. 29,0 29,1 29,2 29,3 Thibault Heimburger, A detailed critical review of the chemical studies on the Turin Shroud: facts and interpretations (2008) [12]
  30. 30,0 30,1 30,2 30,3 30,4 30,5 30,6 30,7 30,8 David Ford, The Shroud of Turin 'Blood' Images: Blood, or Paint? A History of Science Inquiry [13]
  31. Heimburger così descrive la metodologia di McCrone: "esami visuali discutibili, pochi cattivi test su cattivi campioni, usando nessuno o cattivi controlli e senza distinguere tra sangue e immagine etc."
  32. 32,0 32,1 32,2 32,3 John H. Heller, Alan D. Adler, A chemical investigation of the Shroud of Turin, Canadian Society of Forensic Science Journal 14(3), 81 (1981)
  33. Walter McCrone, Judgement Day for the Turin Shroud, Microscope Publications, Chicago (1996), p. 85; cit. in David Ford, The Shroud of Turin 'Blood' Images: Blood, or Paint? A History of Science Inquiry [14]
  34. G.M. Gurfinkel, U.M. Franklin, A Study of the Feasibility of Detecting Blood Residue on Artifacts, Journal of Archaeological Science 15, 83 (1988); cit. in Thibault Heimburger, A detailed critical review of the chemical studies on the Turin Shroud: facts and interpretations (2008) [15]
  35. John H. Heller, Report on the Shroud of Turin, Houghton Mifflin Company, Boston (1983); cit. in David Ford, The Shroud of Turin 'Blood' Images: Blood, or Paint? A History of Science Inquiry [16]
  36. 36,0 36,1 36,2 Scientific investigation of copies, fakes and forgeries, Paul Craddock, Butterworth-Heinemann, 2009, ISBN 0-7506-4205-X, 9780750642057, pag. 104 e ss.
  37. Joe Nickell, Relics of the Christ, University Press of Kentucky (2007), ISBN 0813124255, 9780813124254
  38. 38,0 38,1 John H. Heller, Alan D. Adler, Blood on the Shroud of Turin, Applied Optics 19(16), 2742 (1980)
  39. L.A. Schwalbe, R.N. Rogers, Physics and Chemistry of the Shroud of Turin -- A Summary of the 1978 Investigation, Analytica Chimica Acta 135, 3 (1982)
  40. Eric J. Jumper, Alan D. Adler, John P. Jackson, Samuel F. Pellicori, John H. Heller, J.R. Druzik, A comprehensive examination of the various stains and images on the Shroud of Turin, ACS Advances in Chemistry, Archaeological Chemistry III 205, 447-476 (1984)
  41. Alan D. Adler, Updating Recent Studies on the Shroud of Turin, in Archaeological Chemistry: Organic, Inorganic and Biochemical Analysis, ACS Symposium Series 625, Americal Chemical Society, Washington (1996), p. 223
  42. Pierluigi Baima Bollone, Maria Jorio, Anna Lucia Massaro, La dimostrazione della presenza di tracce di sangue umano sulla Sindone, Sindon 30, 5 (1981); Identificazione del gruppo delle tracce di sangue umano sulla Sindone, Sindon 31, 5 (1982)
  43. Voce porfirina del Vocabolario Treccani
  44. Voce hemochromogen dell'Enciclopedia Britannica
  45. 45,0 45,1 Luigi Garlaschelli, Il Mistero del Telo Sindonico, La Chimica e l'Industria 80, 629 (1998) [17]
  46. John H. Heller, Report on the Shroud of Turin, Houghton Mifflin Company, Boston (1983), p. 147; cit. in David Ford, The Shroud of Turin 'Blood' Images: Blood, or Paint? A History of Science Inquiry [18]
  47. Alan D. Adler, The origin and nature of blood on the Turin Shroud, in Turin Shroud - Image of Christ?, Turin Shroud Photographic Exhibition Organising Committee, Hong Kong (1987), pp. 57-59; cit. in David Ford, The Shroud of Turin 'Blood' Images: Blood, or Paint? A History of Science Inquiry [19]
  48. Recenti studi sull'evoluzione dei gruppi sanguigni sostengono che il gruppo AB (presente solo se un genitore è di gruppo A o AB e l'altro di gruppo B o AB) sia il più recente, e sia comparso con una certa frequenza soltanto circa 900/1000 anni fa, dopo che le popolazioni mongole dell'Asia centrale (con un prevalente gruppo sanguigno B) entrarono in contatto con le popolazioni europee (prevalentemente di gruppo A), al termine di alcuni secoli caratterizzati da grandi migrazioni. Cfr. Evan Colins: A Question of Evidence. The Casebook of Great Forensic Controversies, from Napoleon to O.J. 2002, Chapter 1: The Turin Shroud (1355). Cfr. Peter D'Adamo: ''Blood groups and the history of peoples.'' In: ''Complete Blood Type Encyclopedia.'' su dadamo.com, Dadamo.com, 1999-01-15. URL consultato il 2009-04-12
  49. Steven D. Schafersman, Unraveling the Shroud of Turin, Department of Science and Mathematics, The University of Texas of the Permian Basin, Odessa, Texas [20]
  50. Pellicori, S.F. (1980). Spectral properties of the Shroud of Turin. Applied Optics (19): 1913-1920, online.
  51. Giulia Moscardi, Analysis by Raman Microscopy of Powder Samples Drawn from the Turin Shroud, poster presentato alla Shroud Science Group International Conference, Columbus, Ohio (2008) abstract
  52. Pierluigi Baima Bollone, Il mistero della Sindone, 2006, p. 212 dove cita Ghiberti G., Sindone. Le immagini 2002, 2002.
  53. Pierluigi Baima Bollone, Il mistero della Sindone, 2006, p. 198 dove cita Vercelli P., The Cloth of the Holy Shround; a technical product analysis of the cloth and its reproduction with similar characteristics, Sindon N.S., Quad. n. 13, giugno 2000, pp. 169-175.
  54. Pierluigi Baima Bollone, Il mistero della Sindone, 2006, p. 198.
  55. In uno scavo di al-Tar in Iraq compiuto dall'università giapponese di Kokushikn, tra il 1971 e 1974 sono stati rinvenuti circa 1500 campioni di tessuto dei quali ne sono stati analizzati 120, e 8 di questi erano a "spina di pesce", datati al 140±100 a.C. Ad Antinoopolis l'archeologo francese Alberto Gayet in una necropoli ha rinvenuto due tessuti a "spina di pesce" datati all'inizio del II secolo (Pierluigi Baima Bollone, Il mistero della Sindone, 2006, p. 200.)
  56. Tutti gli esperti di sindonologia del fronte "autenticista" citano come prova più importante soltanto i frammenti di tessuto del I secolo d.C. ritrovati a Masada, i quali avrebbero cuciture analoghe a quelle della Sindone in alcune parti. Si veda, ad esempio, la professoressa Emanuela Marinelli in questa intervista. Alcuni autori come Antonio Lombatti fanno però notare come a Masada, tra i vari tessuti ritrovati, non ve ne sia nessuno ad uso funebre. Lombatti identifica l'errore come presente in un articolo di Mechtild Flury Lemberg ("Die Leinwand des Turiner Grabtuches zum technischen Befund", del 2000), poi ripreso dai sindologi, che cita "il ritrovamento sepolcrale di Masada" usando come fonte due pagine del testo Masada IV. Final Reports (a cura di Aviram J., Foester G., Netzer E.), che però descrivono tessuti completamente differenti dalla Sindone (illustrazione 111 di p. 210 Wool, red, balanced 2:2 broken diamond twill. Some edges seem deliberately torn. Dyed with madder, illustrazione 113 di pag 211 wool, 1:1 diamond twill).
  57. Donald King, and Santina Leve,The Victoria & Albert Museum's Textile Collection: Embroidery in Britain from 1200 to 1750 (1993). Nel capitolo VIII del libro viene trattato il parallelo tra un tessuto del 1300 e la Sindone di Torino.
  58. Articolo e foto dell'unico tessuto di lino conosciuto con intreccio uguale a quello della Sindone risalente al 1300
  59. 59,0 59,1 59,2 Antonio Lombatti, La Sindone e il giudaismo al tempo di Gesù, Scienza e Paranormale numero 81, settembre/ottobre 2008, presente online anche sul sito del CICAP
  60. Baima Bollone, Il mistero della Sindone, 2006: pag. 219-220, pag. 243
  61. Forensic pathology, Di Vincent J. M. Di Maio,Dominick J. Di Maio, CRC Press, 2001, ISBN 0-8493-0072-X, 9780849300721, pag. 26 e ss.
  62. Pierre Barbet, La Passione di Cristo secondo il chirurgo, LICE, Torino (1959)
  63. Frederick T. Zugibe, The Cross and the Shroud, McDonagh & Co., New Jersey (1981)
  64. 64,0 64,1 (EN)Joe Zias, Crucifixion in antiquity, articolo sul sito personale dell'antropologo israeliano
  65. (EN)Lewis, Stephen J, Some notes on crucifixion
  66. Luigi Garlaschelli, Processo alla Sindone, Avverbi Edizioni, 1998, p.46
  67. Frederick T. Zugibe, The Man Of The Shroud Was Washed, Sindon Nuova Serie, Quaderno n.1 (giugno 1989) [21]
  68. F. Filas: Sindon, dicembre 1983, pp. 65-73
  69. 69,0 69,1 69,2 Gian Marco Rinaldi, "La farsa delle monetine sugli occhi".
  70. 70,0 70,1 70,2 Mary e Alan Whanger, The Shroud of Turin, An Adventure of Discovery, Providence House Publishers, Franklin, Tennessee (1998), ISBN 1-57736-079-6.
  71. 71,0 71,1 Antonio Lombatti, Doubts Concerning the Coins Over the Eyes, BSTS Newsletter 45 (1997), con risposta di Alan Whanger e susseguente dibattito [22]
  72. Luigi Gonella, fisico del Politecnico di Torino e consulente scientifico del cardinale Ballestrero, citato in Mariano Tomatis, "Sindone di Torino", CICAP.
  73. P. Baima Bollone: Sindon, giugno 2000, p. 133, citato in Gian Marco Rinaldi, "La farsa delle monetine sugli occhi".
  74. L.Y. Rahmani, "The Turin Shroud", Biblical Archaeologist, 43 (1980), p. 197. Citato in Antonio Lombatti, "Sindone: le falsità delle monetine sugli occhi".
  75. R. Hachlili, "Was the Coin-on-the-Eye Custom of Jewish Burial Practices in teh Second Temple Period?", Biblical Archaeologist, 46 (1983), p. 153; "The Coin-in-Skull Affair", Biblical Archaeologist, 49 (1986), p. 60. Citato in Antonio Lombatti, "Sindone: le falsità delle monetine sugli occhi".
  76. Cfr. Giovanni 19,41-42, dove si precisa che il sepolcro dove Gesù fu deposto era nuovo e nessuno vi era ancora stato sepolto.
  77. citato sul sito del Cicap
  78. 78,0 78,1 Avinoam Danin, Alan D. Whanger, Uri Baruch and Mary Whanger, Flora of the Shroud of Turin, Missouri Botanical Garden Press, St. Louis, Missouri (1999); Avinoam Danin, Pressed Flowers: Where Did the Shroud of Turin Originate? A Botanical Quest (1997) [23]; The Origin of the Shroud of Turin from the Near East as Evidenced by Plant Images and by Pollen Grains (1998) [24]
  79. http://www.shroud.com/pdfs/rogers2.pdf
  80. G. Fanti, R. Maggiolo, The double superficiality of the frontal image of the Turin Shroud, Journal of Optics A: Pure and Applied Optics, volume 6, issue 6, pp.491-503 (2004) [25].
  81. Aveva dovuto lasciare il suo posto di responsabile del laboratorio scientifico della polizia di Zurigo, dopo che una sua incauta perizia in un processo per omicidio aveva fatto condannare all'ergastolo un imputato risultato poi innocente. Oltre a ciò, in seguito, Frei fu coinvolto nell'autenticazione dei falsi diari di Hitler perdendo credibilità professionale. Cfr.Sindonologia: la buffa scienza sul sito del CICAP e Micromega 4/2010, articolo di Gaetano Ciccone, pag. 80 e ss.
  82. 82,0 82,1 82,2 82,3 82,4 82,5 Micromega 4/2010, articolo di Gaetano Ciccone, pag. 80 e ss.
  83. 83,0 83,1 G. Erdtmann, Handbook of palynonology, Scandinavian University Books, Munksgaard, 1969. Citato da Micromega 4/2010, articolo di Gaetano Ciccone, pag. 80 e ss.
  84. V.M. Bryant, 2000. Citato da Micromega 4/2010, articolo di Gaetano Ciccone, pag. 80 e ss.
  85. I.D Campbell Quaternary pollen taphonomy: examples of differential redeposition and differential preservation, in "Palaeography, Palaeoclimatology, Palaeoecology, 1999 pp. 246, 250; S. Goldestein Degradation of pollen by phycomycetes, in "Ecology" vol. 41 n.3, 1960; J.M. Van Mourik Pollen and spores in "Paleobiology" II. To the memory of JJ Sepkoski, a cura di Briggs e Crowter, 2001 pag. 315. Citati da Micromega 4/2010, articolo di Gaetano Ciccone, pag. 80 e ss.
  86. M.M. Lippi, Analisi palinologiche su tessuti nel quadro delle ricerche sindoniche in "Studi in ricordo di Daria Bertolani Marchetti" 18/05/1996. Citato da Micromega 4/2010, articolo di Gaetano Ciccone, pag. 80 e ss.. Abstract
  87. "From what I learned from our investigations, I am sorry to state that at present we cannot use the pollen for any geographical indication", in Danin, A. (2010). Botany of the Shroud. The Story of Floral Images on the Shroud of Turin. Danin Publishing, Jerusalem.
  88. "A general statement about a high frequency of thorny plants (of the Carduus-type) is not helpful.", in Danin, A. (2010). Botany of the Shroud. The Story of Floral Images on the Shroud of Turin. Danin Publishing, Jerusalem.
  89. "However, with a high probability, I can exclude that the pollen I have seen on the sticky tapes belong to Gundelia", cit. in Danin, A. (2010). Botany of the Shroud. The Story of Floral Images on the Shroud of Turin. Danin Publishing, Jerusalem. Pag. 68
  90. 90,0 90,1 Raymond N. Rogers, Studies on the radiocarbon sample from the shroud of turin, Thermochimica Acta 425 (1-2), 189-194 (2005) [26].
  91. Studi di John Jackson, fisico appartenente allo STURP, citato in "Scienza e Paranormale", luglio/agosto 2005.
  92. 92,0 92,1 Malcom Campbell, ordinario di Botanica all'Università di Toronto, e del prof. Clint Chapple, docente di Biochimica alla Purdue University di West Lafaiette, Indiana, negli Stati Uniti. Cfr. Indagine critica sulla sindone sul sito del CICAP
  93. A Skeptical Response di Steven D. Schafersman]
  94. Mario Moroni e Francesco Barbesino, Apologia di un falsario - Un'indagine sulla Santa Sindone di Torino, Ed. Minchella, Milano 1997 [27].
  95. Tino Zeuli, Le scienze esatte e la Sindone, in Ministero Pastorale, LICE Pd. 1977;
  96. Tino Zeuli, Gesù Cristo e l'Uomo della Sindone, SINDON n° 32, To. 1983.
  97. Comments On The Restoration.
Bibliografia
  • Arcidiocesi di Torino, Sindone le immagini 2000 Shroud images, ODPF, Torino (2000)
  • Pierluigi Baima Bollone, Pier Paolo Benedetto, Alla ricerca dell'Uomo della Sindone, Arnoldo Mondadori Editore (1978)
  • John H. Heller, Report on the Shroud of Turin, Houghton Mifflin C., Boston (1983)
  • Emanuela Marinelli, Sindone, un'immagine "impossibile", supplemento a Famiglia Cristiana n. 12/1998, Editrice San Paolo (1998)
  • Frederik Zugibe, The Crucifiction of Jesus, a Forensic Inquiry, M. Evans & Co., New York (2005)
  • Luigi Garlaschelli, Processo alla Sindone, Avverbi Edizioni (1998)
  • AA.VV., MicroMega 4/2010: L’inganno della Sindone (2010)
Voci correlate
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