Utente:Davide Bolis/Cielo
Il cielo rappresenta lo spazio visibile dalla Terra quando si osserva nella direzione opposta rispetto alla sua superficie. In tale contesto, lo zenit viene identificato come il punto nel cielo che coincide con la verticale del luogo di osservazione, mentre il suo opposto è noto come nadir.
Etimologia
Il termine deriva dal latino cælum o cœlum correlate al greco κοῖλος, koîlos con il significato di «cavo», «incavato», e si rifà a una radice ku- con il senso di «essere convesso», paragonabile al modo di dire italiano «volta celeste»; oppure al verbo cædo ossia «tagliare» poiché gli astrologi dividevano il cielo in regioni.
In astronomia
Dal punto di vista astronomico, il cielo può essere considerato equivalente alla sfera celeste, una superficie concettuale sulla quale sembrano essere distribuiti i principali corpi celesti, tra cui il Sole, le stelle, i pianeti e la Luna. La sfera celeste è suddivisa in regioni denominate costellazioni, che facilitano l'organizzazione degli oggetti astronomici.
In meteorologia
In meteorologia, invece, il termine cielo si riferisce alla porzione più densa dell'atmosfera gassosa che avvolge un pianeta.
Il colore
In presenza di una atmosfera si presenta con colori diversi a causa della rifrazione e diffusione della luce nell'atmosfera. In una giornata di sole il cielo sul nostro pianeta appare generalmente azzurro. Il colore varia tra l'arancione e il rosso durante l'alba e il tramonto. Quando cala la notte, il colore cambia in un blu molto scuro, quasi nero o completamente nero.
In teologia biblica
Secondo la teologia biblica il cielo rappresenta la dimora celeste dove Dio accoglie i suoi eletti. Questo non deriva da una confusione superficiale attribuibile al linguaggio semplice della Bibbia, ma riflette una realtà universale e profondamente umana: Dio si manifesta all'uomo attraverso l'intera creazione, incluse le sue strutture visibili. Sebbene la Bibbia presenti questa rivelazione in modo talvolta articolato, riesce a mantenersi priva di molte ambiguità. Opera una chiara distinzione tra il cielo fisico, della stessa natura della terra, ossia "il cielo e la terra", e il cielo divino, "il cielo che non è la terra". Tuttavia, è sempre il cielo terreno a fornire all'uomo lo spunto per concepire quello celeste.
Per il popolo ebraico, così come per noi oggi, il cielo rappresenta una parte dell'universo, distinta dalla terra ma strettamente connessa a essa. È una sorta di semisfera che la circonda e, insieme a essa, forma l'intero universo. In assenza di un termine specifico per descriverlo, viene indicato semplicemente come "il cielo e la terra".
Nell'Antico Testamento
Il cielo è rappresentato come la dimora divina, concepita come un'amplissima tenda distesa sopra le acque, all'interno della quale Dio stesso ha eretto le sale del suo palazzo celeste[1]. Da questo luogo sublime, Dio si manifesta cavalcando le nubi[2], e fa risuonare la sua voce con potenza sopra le grandi acque, nel fragore della tempesta[3]. Nel cielo risiede il suo trono glorioso, intorno al quale convoca la sua corte celeste, identificata con l'esercito divino che esegue i suoi ordini fino ai confini della terra[4]. È da tale dimora eccelsa che si rende manifesto come il vero "Dio del cielo"[5].
Il cielo è lo spazio siderale percepibile della Terra o, per estensione, da un qualsiasi altro corpo celeste, visto dalla superficie. In presenza di una atmosfera si presenta con colori diversi a causa della rifrazione e diffusione della luce nell'atmosfera. Esso rappresenta sia il dominio di astronomi e astronauti, sia la dimora dove Dio raduna i suoi eletti. Questo non deriva da una confusione del linguaggio biblico, bensì riflette un'esperienza umana universale: Dio si rivela all'uomo attraverso tutta la creazione, comprese le strutture visibili. La Bibbia distingue chiaramente il cielo fisico, simile a quello terrestre, dal cielo divino, ma è il primo a guidare l'uomo verso il secondo[6].
Antico e Nuovo Testamento
Il cielo e la terra
Nell'Antico Testamento il cielo rappresenta una parte integrante dell'universo, distinto dalla terra ma strettamente connesso a essa. Si concepisce come una semisfera che avvolge la terra, formando insieme a essa il cosmo. In assenza di un termine specifico per indicare questa totalità, viene spesso definito semplicemente "il cielo e la terra"[7].
Il popolo ebraico, sensibile alla maestosa bellezza del cielo e attratto dalla sua luce, ammira la sua limpidezza [8], ma ciò che lo colpisce maggiormente è la solidità incrollabile del firmamento[9]. Per esso, il cielo è una costruzione organizzata e stabile quanto la terra, sostenuto da colonne e fondamenta[10]. È descritto come dotato di ampi serbatoi che contengono pioggia, neve, grandine e vento[11], oltreché di "finestre" e "chiuse" da cui questi elementi fuoriescono al momento opportuno[12]. Inoltre, gli astri incastonati nel firmamento, l'infinita schiera di stelle[13], con la precisione armoniosa del loro movimento, sono una testimonianza eloquente della grandiosa architettura divina[14].
Il cielo che non è la terra
Così come si presenta alla vista, con la sua vastità, la sua luce e la sua straordinaria e incomprensibile armonia, il cielo trasmette all'uomo, in modo evidente e costante, il senso immediato del mistero insondabile racchiuso nell'universo. Sebbene anche le profondità della terra e degli abissi risultino inaccessibili all'essere umano[15], l'inaccessibilità del cielo appare continuamente esposta e quasi tangibilmente manifestata. L'uomo è legato alla terra, mentre il cielo gli rimane irraggiungibile: nessuno è salito al cielo[16]. Solo l'arroganza del re di Babilonia poteva portare a sognare di ascendere al cielo[17], ovvero tentare di uguagliare Dio Altissimo[18]. Ne deriva, in modo spontaneo, un legame tra il cielo e Dio: Dio dimora nei cieli. I cieli appartengono al Signore, ma la terra è stata affidata ai figli di Adamo[19].
Questa percezione religiosa, evocata spontaneamente dall'osservazione del cielo, spiega l'uso ricorrente del plurale "cieli" nei Settanta. Il giudaismo e il Nuovo Testamento hanno ulteriormente sottolineato il significato spirituale di questo plurale, al punto che l'espressione "regno dei cieli" è diventata sinonimo di regno di Dio. Tuttavia, né nei Settanta né nel Nuovo Testamento si può stabilire come regola che il termine "cielo" indichi esclusivamente lo spazio fisico e "cieli" la dimora divina. Sebbene talvolta questo plurale possa riflettere l'idea, diffusa in Oriente, di più cieli disposti in livelli[20], nella maggior parte dei casi rappresenta solo un'espressione di entusiasmo lirico e poetico[21]. La Bibbia non distingue tra tipi di cieli, uno materiale e l'altro spirituale; piuttosto, nel cielo visibile riconosce il mistero di Dio e la manifestazione della sua opera.
Il cielo, dimora di Dio
- Dopo averlo disteso come una tenda, al di sopra delle sue acque, egli ha edificato le stanze del suo palazzo (Sal 104,2-3a );
- di là si slancia per cavalcare le nubi (Sal 68, 5-34 ; Dt 33,26 );
- e far risuonare la sua voce al di sopra delle grandi acque, nello strepito dell'uragano (Sal 29,3 );
- Egli vi ha il suo trono e vi convoca la sua corte, l'esercito dei cieli, che sbriga e compie i suoi ordini fino alle estremità del mondo (1Re 22,19 ; Is 6,1-8 ; Gb 1,6-12 );
- Egli è in verità il Dio del cielo (Nee 1, 4 ; Dn 2,37 ).
Queste formule non rappresentano semplici immagini infantili o iperboli poetiche, sono visioni profondamente poetiche e autentiche della realtà del nostro mondo, di un universo interamente sotto la sovranità di Dio e illuminato dalla sua presenza. Se il Signore « siede in trono nei cieli», è per deridere i re della terra e i loro intrighi[22], « per scrutare l'uomo»[23] perché da quell'altezza suprema possa rendere giustizia a tutti. « È una gloria che sovrasta i cieli», « capace di rialzare il povero dalla polvere»[24], per accogliere « le suppliche di ogni uomo e di tutto il popolo di Israele»[25]. Pur essendo un Dio presente e vicino, egli non cessa di essere un Dio lontano[26], poiché « la sua gloria riempie tutta la terra»[27] e nulla al mondo, nemmeno « i cieli o i cieli dei cieli», può contenerlo[28].
La dimora celeste di Dio richiama prima di tutto la sua trascendenza inaccessibile; tuttavia, al pari del cielo che avvolge l'uomo con la sua onnipresenza, rappresenta anche la sua vicinanza costante e profonda. Diversi testi suggeriscono esplicitamente questo legame tra distanza infinita e prossimità, come testimonia la scala che Giacobbe vide a Bethel[29], « appoggiata sulla terra con la sommità che raggiungeva il cielo»[30] e negli oracoli profetici in cui si riflette questa dualità: « il cielo come trono di Dio, irraggiungibile, ma con uno sguardo che si posa sull'umile e sul cuore contrito»[31]
Cieli, spargete la vostra rugiada
Poiché il Dio di Israele è riconosciuto come un Dio salvatore che dimora nei cieli, la sua presenza si rivela attraverso la verità, la grazia e la fedeltà che gli sono proprie[32]. Egli abita nei cieli per riversare la salvezza sulla terra. Il cielo, simbolo della sovrana e onnipresente autorità di Dio, rappresenta anche la salvezza destinata al mondo. Da esso provengono, come segno di benedizione, la pioggia che rende fertile e la rugiada, manifestazioni della generosità e gratuità divina. Elementi naturali e memorie storiche si intrecciano per trasformare la speranza di Israele nell'attesa di un evento che scenda dal cielo: « Ah, se tu squarciassi i cieli e discendessi!»[33]
Il rapimento di Enoch e quello di Elia[34] suggerivano già la possibilità di una comunione eterna con Dio, alla quale erano stati ammessi. Allo stesso modo, i visionari delle apocalissi, come Ezechiele, Zaccaria e soprattutto Daniele, ricevono da Dio, che dimora nei cieli, la rivelazione dei misteri legati al destino delle nazioni[35]. La salvezza di Israele è quindi scritta nei cieli, da cui discenderà. È dal cielo che l'Gabriele appare a Daniele per annunciare la fine della desolazione[36]; ed è sulle nubi del cielo che deve manifestarsi il Figlio dell'uomo affinché il regno venga affidato ai santi[37]. Sempre dal cielo, « dove si trova alla presenza di Dio»[38], l'Arcangelo Gabriele viene mandato a Zaccaria e a Maria, mentre gli angeli, dopo aver cantato « la gloria di Dio nel più alto dei cieli e proclamato la pace sulla terra»[39], vi fanno ritorno. La presenza degli angeli tra noi testimonia che Dio ha veramente squarciato i cieli e si è rivelato come Emmanuel, Dio con noi.
In Gesù Cristo il cielo è presente sulla terra
Gesù parla del cielo
Il cielo occupa un posto rilevante nel linguaggio di Gesù, ma non viene mai descritto come una realtà autonoma o separata da Dio. Quando Gesù menziona il Regno dei cieli, la ricompensa nei cieli o il tesoro da accumulare nei cieli[40], lo fa sempre in riferimento al Padre celeste: il Padre che dimora nei cieli[41], che conosce ogni cosa, che è presente nei segreti e osserva tutto[42]. Il cielo, dunque, rappresenta questa presenza paterna silenziosa ma vigile, una presenza universale che abbraccia il mondo intero, gli uccelli del cielo, i giusti e gli ingiusti, con la sua infinita bontà[43]. Tuttavia, nella condizione umana abituale, gli uomini restano spesso ciechi a questa presenza. Per rendere viva e concreta questa realtà, per far sì che il Regno dei cieli si manifesti pienamente, Gesù è venuto nel mondo per testimoniare ciò che conosce e rivelare ciò che ha visto[44].
Gesù viene dal cielo
Gesù, quando parla del cielo, non lo descrive come una realtà lontana e meravigliosa, ma come un mondo che gli appartiene, percependolo in modo più profondo e significativo rispetto a quanto noi percepiamo il nostro. Egli conosce i misteri del regno dei cieli[45] ed è consapevole della relazione intima con il Padre celeste, che lui riconosce come suo Padre[46]. Per avere questa consapevolezza del cielo, occorre provenirne, poiché nessuno è salito al cielo se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo che è in cielo[47]. In quanto tale, Gesù è un uomo il cui destino è legato al cielo, inviato da esso per poi farvi ritorno[48]. Le sue opere hanno origine dal cielo, e il suo sacrificio fondamentale – l'offerta della sua carne e del suo sangue – rappresenta il pane donato da Dio, un pane venuto dal cielo[49] che dona la vita eterna, ovvero la vita stessa del Padre, la vita del cielo.
In terra come in cielo
Se Gesù discende dal cielo per poi farvi ritorno e se, allo stesso tempo, è corretto affermare che i cristiani sono già in cielo insieme a lui, essendo stati risuscitati dal Padre e fatti sedere nei celi[50], la missione di Gesù continua comunque. Essa consiste nello stabilire un legame eterno tra la terra e il cielo, nel portare il regno dei cieli sulla terra, affinché la volontà di Dio si realizzi sulla terra come in cielo[51]. Attraverso di lui, tutti gli esseri sono chiamati a essere riconciliati, sia sulla terra, sia nei cieli[52]. Con la sua risurrezione, Gesù ha ricevuto ogni autorità sia in cielo che sulla terra[53]. Entrato nel santuario celeste di Dio attraverso il sangue del suo sacrificio, innalzato al di sopra dei cieli[54] e seduto alla destra del Padre, egli ha stabilito una nuova alleanza tra cielo e terra[55]. Ha inoltre delegato il suo potere alla Chiesa, garantendo in cielo la validità degli atti che essa compie sulla terra[56].
I cieli aperti
Di questa riconciliazione operata da Gesù sono stati dati segni tangibili. Su di Lui si sono spalancati i cieli[57], e su di Lui è sceso lo Spirito di Dio[58]; anche i suoi discepoli hanno vissuto questa stessa esperienza: in un fragore[59], in una luce, in una visione[60], il cielo si è aperto sopra di loro e lo Spirito è disceso. Cristo ha adempiuto alla sua promessa: vedrete il cielo aperto... sopra il Figlio dell'uomo[61].
La speranza del cielo
La nostra patria è nei cieli, donde aspettiamo ardentemente, come salvatore, il Signore Gesù Cristo, che trasfigurerà il nostro corpo di miseria per conformarlo al suo corpo di gloria, con quella forza con cui può anche sottomettere a sé tutte le cose[62]. Tutti gli elementi del cielo che è oggetto della speranza cristiana sono qui raccolti. È una città, una comunità fatta per noi, una nuova Gerusalemme[63]; è fin d'ora la nostra città, in cui si costruisce la dimora alla quale aspiriamo[64]. È un nuovo universo[65], composto, come il nostro, di nuovi cieli e nuova terra[66], ma di dove saranno spariti morte, lutto, grido, dolore[67], impurità e notte[68]. Quando esso apparirà, l'antico universo, il primo cielo e la prima terra saranno spariti nella fuga, come un libro che si ravvolge[69]. Sarà non di meno il nostro universo, perché il nostro universo è per sempre quello del Verbo fatto carne e del suo corpo; e il cielo non sarebbe nulla per noi, se non fosse la comunione con il Signore[70] che sottomette a sé tutte le cose per rimetterle tutte a Dio Padre[71].