Penitenza (Sacramento)

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Giuseppe Molteni, La confessione (1838), olio su tela; Milano, Fondazione Cariplo

La Penitenza (o Riconciliazione, o, in maniera meno propria, Confessione) è il Sacramento con il quale il battezzato caduto nel peccato e pentito si avvicina a Cristo attraverso il suo ministro, confessa il suo peccato e riceve il perdono di Dio.

L'istituzione da parte di Cristo

L'Antico Testamento conosceva il rito del solenne Giorno dell'Espiazione (yom kippur, Lev 16 ), nel quale i peccati di Israele erano confessati, in forma generale e generica. Il rito prevedeva che, attraverso la preghiera di confessione dei peccati, questi venissero riversati su due capri, uno immolato nel Tempio di Gerusalemme e il cui sangue era versato sull'altare del Tempio dal Sommo Sacerdote, l'altro portato nel deserto per esservi bruciato. Da qui l'espressione "capro espiatorio".

Cristo si manifesta come colui che ha il potere di perdonare i peccati (Mc 2,1-12 ), ed esercita tale potere in favore dei peccatori.

Sono significativi i suoi gesti di accoglienza dei peccatori: si siede a tavola con loro (Mt 9,10 ), e attraverso le parabole della misericordia (Lc 15 ) esprime il desiderio di Dio di incontrarli ed attirarli a sé.

Agli apostoli conferisce il potere di perdonare i peccati a loro volta, attraverso il linguaggio del legare-sciogliere (Mt 18,18 ) e in forma più diretta (Gv 20,23 ).

La prassi della Chiesa

Confessionali nella cattedrale di Santiago di Compostela

Fin dall'inizio nella Chiesa gli apostoli, e dopo di loro i loro successori, i vescovi, hanno esercitato tale ministero di riconciliazione dei peccatori pentiti con Dio.

Nella Chiesa delle origini il processo di assoluzione e di riammissione del peccatore non era immediato, ma comportava per lo stesso un certo periodo di esclusione dalla comunità ecclesiale per un'approfondita riflessione sul male commesso e una sincera contrizione; dopo di che il reo veniva riammesso nella comunità, e il vescovo, attraverso una speciale liturgia, gli concedeva l'assoluzione.

A partire dal secondo millennio subentrò l'uso della confessione individuale, con cui ancora adesso si è soliti indicare il Sacramento della Riconciliazione, istituito dal Signore per la remissione delle colpe commesse dopo il Battesimo.

Storia

La Penitenza delle origini

Nella Chiesa delle origini, lo stato di grazia e comunione ecclesiale ottenuto mediante il Battesimo veniva interrotto da peccati di particolare gravità, come l'idolatria, l'omicidio e l'adulterio, ma in questi casi la riconciliazione era legata a una disciplina molto rigorosa, secondo la quale i penitenti dovevano fare a lungo pubblica penitenza per i loro peccati, prima di venire riaccolti nella comunità; all'ingresso nell'ordine dei penitenti (ordo poenitentium), per la Penitenza canonica, si era però ammessi raramente, a volte una volta soltanto nel corso della vita.

La "Penitenza canonica"

Lo stato di penitente era molto gravoso. Comportava l'essere esclusi dalla comunità ecclesiale, senza poter prendere parte all'Eucaristia, restando a lungo in ginocchio sul nudo pavimento della Chiesa, sottoponendosi a lunghi digiuni, assumendo inoltre un aspetto dimesso e incolto, rivestiti di un umile abbigliamento consistente in una veste ruvida e grezza.

Terminato il periodo di penitenza, si era riaccolti nella comunità dopo un'esortazione del Vescovo, e ci si poteva riaccostare all'Eucaristia.

La "Penitenza tariffata"

Successivamente la Chiesa modificò la disciplina della penitenza, badando soprattutto al beneficio spirituale dei penitenti. Inoltre, non in tutte le zone era in uso la Penitenza Canonica: si ritiene che alcune province lontane da Roma, come la Scozia, l'Inghilterra e soprattutto l'Irlanda, non abbiano mai conosciuto la penitenza antica.

Dall'Irlanda, a partire dal VII secolo, si diffuse nel resto d'Europa un diverso approccio nel valutare il peccato e le sue conseguenze: l'iter penitenziale, grazie anche all'influsso di San Colombano, divenne privato e meno gravoso: il peccatore confessava al Presbitero e non più al Vescovo i propri peccati, espiando in privato, e riespiando tante volte quante aveva peccato, così come è in uso ancora oggi.

La Chiesa, inoltre, articolò maggiormente la riflessione sul peccato e cominciò a suddividerlo in categorie, cui venivano assegnate penitenze specifiche. Questo nuovo tipo di penitenza venne detto Penitenza tariffata, poiché ogni peccato contraeva, in sostanza, un debito verso Dio, che andava pagato secondo un "prezzo" o "tariffa" penitenziale stabilita, o quantomeno indicata a priori.

La pratica mirava anche ad uniformare il trattamento dei fedeli, evitando che per lo stesso peccato qualcuno espiasse di più e qualcuno di meno, nonché a educare i sacerdoti nella gestione delle anime.

Le "Tariffe Penitenziali" erano contenute in raccolte dette Libri Penitenziali, che ebbero la massima diffusione nel periodo che va dal VII al IX secolo. Le pene consistevano in mortificazioni corporali più o meno severe, che solitamente coincidevano con il digiuno, al punto che il verbo poenitere, fare penitenza, divenne quasi sinonimo di ieiunare, cioè digiunare. Con digiuno non si intendeva l'astensione da ogni tipo di cibo, ma forme più o meno severe di rinuncia ad alcuni cibi: il penitente si nutriva di pane ed acqua solo nei casi più gravi di peccato, più spesso digiunava con legumi secchi, latte scremato e formaggio o solo astenendosi da alimenti come la carne e il vino.

Dai "Libri Penitenziali" alle "Summae Confessorum"

Il metodo dei penitenziali, tuttavia, comportò dei problemi, anche perché tratteggiavano linee guida spesso diverse tra loro. Il Concilio di Reims e di Chalon-sur-Saône, nell'813, impose di bruciare i vecchi penitenziali e di redigerne di nuovi. Un altro problema era dato dal fatto che i penitenziali rendevano il pentimento un atto meccanico, che incentivava più il senso di colpa che il senso di comunione con Dio.

La Riforma gregoriana dell'XI secolo li soppresse, poiché tacciati di essere continua fonte di errori e di contraddizione all'autorità Papale, e li sostituì con le "Summae Confessorum" o "Summae de Paenitentia", che indicavano più come accogliere ed educare il penitente e quali virtù insegnargli per sconfiggere il peccato, che non per quanti giorni dovesse digiunare. Poiché la Chiesa aveva anche funzioni giuridiche che tutelavano la società civile, le Summae indicavano anche le conseguenze giuridiche di un peccato che, oltre ad offendere Dio, turbava il contesto sociale.

Il Diritto Germanico, che si era affiancato al Diritto Romano, prevedeva il Guidrigildo, cioè la possibilità di riscattare un delitto con una somma di denaro proporzionata. Di conseguenza si diffuse l'uso della Compositio, cioè il riscatto della penitenza con il versamento di una somma in denaro. I sacerdoti riscattavano le colpe di chi poteva permettersi di pagare per l'intercessione, mediante la Messa e la preghiera, ma la pratica diede spazio ad una serie di abusi, e numerose voci si levarono in favore del pentimento sincero e contro la Compositio stessa.

Le "Indulgenze"

Sebbene le penitenze si fossero molto alleggerite rispetto alle origini, restavano comunque un peso eccessivo per la vita quotidiana dei credenti. Per tentare di risolvere il problema la pratica della Compositio si mutò in quella dell'Indulgenza.

Una volta ottenuto il perdono sacramentale della colpa, grazie alla confessione dei peccati e al sincero pentimento, il peccatore doveva affrontare la Pena Temporale, che poteva essere cancellata in modo parziale o totale grazie alle Messe, alle preghiere, alle opere di misericordia, alla partecipazioni alle Crociate, ai pellegrinaggi o acquisendo altri meriti. A partire dal XII secolo si sviluppò la teoria per cui la Chiesa, nel concedere le indulgenze, concedeva ai peccatori la sovrabbondanza dei meriti di Cristo e dei santi, costituenti il tesoro della Chiesa (thesaurus ecclesiae).

Pur nata con l'intenzione di volgere i credenti a penitenze più costruttive, la pratica delle indulgenze provocò una serie di abusi, poiché andò oltre i limiti teologici che aveva. San Tommaso d'Aquino si premurò di chiarire la distinzione tra vero e falso pentimento, tra vera penitenza e falsa penitenza. Pietro Abelardo, aveva in precedenza ribadito l'assoluta necessità del pentimento sincero per ottenere il perdono. Segni, questi, che la riflessione della Chiesa era attiva su un punto di cui si riconosceva tanto l'importanza quanto la confusione applicativa.

La pratica delle indulgenze divenne vero e proprio abuso a partire dal 1300, coinvolgendo ingenti somme di denaro e sminuendo il concetto stesso di Confessione e di Perdono. Numerosi teologi e Santi misero sotto accusa a più riprese il "mercato" delle indulgenze. Tuttavia la reazione di maggiore portata si ebbe nel 1515 con le "95 tesi" di Martin Lutero e con la divisione che anche da questo conseguì: lo Scisma Protestante.

I promotori del Concilio di Trento (1545-1563) presero misure restrittive verso gli abusi delle Indulgenze e ricondussero la pratica, negli anni successivi, a intenti più coerenti con quelli originari. Con i Concili Ecumenici Vaticano I e Vaticano II, la Chiesa fornì una visione organica del rapporto tra peccato, pentimento, penitenza, riparazione e conversione.

Papa Paolo VI pubblicò nel (1967) la Costituzione apostolica Indulgentiarum doctrina et usus, per il riordino della materia delle Indulgenze. Con l'esortazione apostolica post-sinodale Reconciliatio et paenitentia, del 2 dicembre 1984, papa Giovanni Paolo II precisò la corretta prassi del Sacramento.

L'indulgenza è parziale o plenaria secondo che liberi in parte o in tutto dalla pena temporale dovuta per i peccati. Le indulgenze possono essere applicate ai vivi o ai defunti.

La Penitenza nel Catechismo della Chiesa cattolica

Nel Catechismo della Chiesa cattolica (abbreviato con CCC), il sacramento della Penitenza è classificato tra i due sacramenti di guarigione (l'altro è l'Unzione degli infermi).[1]

L'articolo 4 esordisce così: "Quelli che si accostano al sacramento della Penitenza ricevono dalla misericordia di Dio il perdono delle offese fatte a lui e insieme si riconciliano con la Chiesa, alla quale hanno inflitto una ferita col peccato e che coopera alla loro conversione con la carità, l'esempio e la preghiera".[2]

Come viene chiamato questo sacramento?

Questo sacramento è chiamato in diversi modi: sacramento della conversione, della Penitenza, della confessione, del perdono e della Riconciliazione, in base ai suoi diversi aspetti.[3]

Perché un sacramento della riconciliazione dopo il Battesimo?

La necessità di questo sacramento, dopo la conversione ricevuta con il Battesimo, nasce dal fatto che "la vita nuova ricevuta nell'iniziazione cristiana non ha soppresso la fragilità e la debolezza della natura umana, né l'inclinazione al peccato che la tradizione chiama concupiscenza, la quale rimane nei battezzati perché sostengano le loro prove nel combattimento della vita cristiana, aiutati dalla grazia di Cristo. Si tratta del combattimento della conversione in vista della santità e della vita eterna alla quale il Signore non cessa di chiamarci".[4]

Si tratta di una seconda conversione, a proposito della quale scrive Sant'Ambrogio:

« (Nella Chiesa) ci sono l'acqua e le lacrime: l'acqua del Battesimo e le lacrime della Penitenza.[5][6] »

La penitenza interiore

L'appello di Gesù alla conversione riguarda anzitutto la conversione del cuore, la penitenza interiore, radicale riorientamento di tutta la vita, con un ritorno a Dio e una rottura con il peccato. Dalla penitenza interiore si giunge poi a segni visibili, come il digiuno, la preghiera e l'elemosina, che esprimono rispettivamente la conversione in rapporto a se stessi, in rapporto a Dio e in rapporto agli altri.[7]

La conversione si realizza nella vita quotidiana attraverso: gesti di riconciliazione, sollecitudine per i poveri, esercizio e difesa della giustizia e del diritto, confessione delle colpe ai fratelli, correzione fraterna, revisione di vita, esame di coscienza, direzione spirituale, accettazione delle sofferenze, lettura della Sacra Scrittura, preghiera, esercizi spirituali, pellegrinaggi e ogni atto sincero di culto e di pietà. La conversione e la penitenza quotidiane trovano la loro sorgente e il loro alimento nell'Eucaristia, poiché in essa è reso presente il sacrificio di Cristo che ci ha riconciliati con Dio. Il tempo della Quaresima e ogni venerdì sono momenti forti della pratica penitenziale della Chiesa.[8]

Il sacramento della Penitenza e della Riconciliazione

La conversione porta il perdono di Dio e la riconciliazione con la Chiesa, essendo il peccato offesa a Dio e alla comunione con la Chiesa. Dio solo perdona i peccati e, in virtù della sua autorità divina, dona tale potere agli uomini affinché lo esercitino nel suo nome, tramite il vescovo e i suoi presbiteri.[9]Questa è la formula di assoluzione in uso nella Chiesa latina:

« Dio, Padre di misericordia, che ha riconciliato a sé il mondo nella morte e Risurrezione del suo Figlio, e ha effuso lo Spirito Santo per la remissione dei peccati, ti conceda, mediante il ministero della Chiesa, il perdono e la pace. E io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.[10] »

Gli atti del penitente

Gli atti del penitente sono: la contrizione, la confessione dei peccati e la soddisfazione o penitenza. È bene prepararsi a ricevere questo sacramento con un esame di coscienza.

La contrizione è il dolore dell'animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnati dal proposito di non peccare più in avvenire. La contrizione può essere perfetta, quando proviene dall'amore di Dio amato sopra ogni cosa, o imperfetta, quando nasce dalla considerazione della bruttura del peccato o dal timore delle sue conseguenze. La contrizione perfetta ottiene anche il perdono dei peccati mortali, qualora comporti la ferma risoluzione di ricorrere, appena possibile, alla confessione sacramentale.[11]

La confessione dei peccati al sacerdote costituisce una parte essenziale del sacramento della Penitenza. È necessario che i penitenti enumerino tutti i peccati mortali di cui hanno consapevolezza dopo un diligente esame di coscienza. Quelli che tacciono consapevolmente qualche peccato, è come se non sottoponessero nulla alla divina bontà.

Ogni fedele è tenuto all'obbligo di confessare fedelmente i propri peccati gravi almeno una volta all'anno. Colui che è consapevole di aver commesso un peccato mortale non deve ricevere la santa Comunione, anche se prova una grande contrizione, senza aver prima ricevuto l'assoluzione sacramentale. Sebbene non sia strettamente necessaria, la confessione dei peccati veniali è tuttavia vivamente raccomandata dalla Chiesa.[12]

L'assoluzione toglie il peccato, ma non porta rimedio a tutti i disordini che il peccato ha causato. Il peccatore deve riparare alle proprie colpe, soddisfare o espiare i suoi peccati: questa soddisfazione si chiama anche penitenza, imposta dal confessore, e può consistere nella preghiera, in un'offerta, nelle opere di misericordia, nel servizio al prossimo, in privazioni volontarie, in sacrifici, e soprattutto nella paziente accettazione della croce che dobbiamo portare.[13]

Il ministro di questo sacramento

Poiché Cristo ha affidato ai suoi Apostoli il ministero della riconciliazione, i vescovi, loro successori, e i presbiteri, collaboratori dei vescovi, continuano ad esercitare questo ministero per il perdono dei peccati. I sacerdoti devono incoraggiare i fedeli ad accostarsi al sacramento della Penitenza e devono mostrarsi disponibili a celebrare questo sacramento ogni volta che i cristiani ne facciano ragionevole richiesta.[14]

Il confessore deve avere l'esperienza delle realtà umane e il rispetto e la delicatezza nei confronti di colui che è caduto. Ogni sacerdote è obbligato, sotto pene molto severe, a mantenere un segreto assoluto rigurdo ai peccati che i suoi penitenti gli hanno confessato. Questo segreto si chiama "sigillo sacramentale".[15]

Gli effetti di questo sacramento

Il sacramento della Penitenza ci riconcilia con Dio, restituendoci alla sua amicizia, e ci riconcilia con la Chiesa, restituendoci alla comunione dei santi.

In questo sacramento il peccatore, rimettendosi al giudizio misericordioso di Dio, anticipa in un certo modo il giudizio al quale sarà sottoposto al termine di questa vita terrena.[16]

La celebrazione del sacramento della Penitenza

Come tutti i sacramenti, la Penitenza è un'azione liturgica. Gli elementi della celebrazione sono: il saluto e la benedizione del sacerdote, la lettura della Parola di Dio, la confessione, l'imposizione e l'accettazione della penitenza, l'assoluzione, la lode con rendimento di grazie e il congedo con la benedizione da parte del sacerdote.

La confessione individuale e completa, con la relativa assoluzione, resta l'unico modo ordinario grazie al quale i fedeli si riconciliano con Dio e con la Chiesa.[17]

Note
Bibliografia
  • Chiesa cattolica, Catechismo della Chiesa cattolica, Libreria Editrice Vaticana, 1992. ISBN 88-209-1888-9.
  • Marcello Morgante, Il sacramento della penitenza, San Paolo Edizioni, 2003
  • Roberto Coggi, Conversazioni sui sacramenti. Vol. 1: Corso per catechisti. I sacramenti in generale, il battesimo, la confermazione, la penitenza, l'unzione degli infermi, l'ordine, il matrimonio., ESD-Edizioni Studio Domenicano, 2009
  • Attilio Carpin, La catechesi sulla penitenza e la comunione eucaristica. Riflessioni per i genitori in preparazione ai sacramenti dei figli, ESD-Edizioni Studio Domenicano, 1998
  • Karl Rahner, La penitenza della Chiesa. Saggi teologici e storici, San Paolo Edizioni, 1992
  • Rouillard Philippe, Storia della penitenza dalle origini ai nostri giorni, Queriniana, 2005
Voci correlate