Vexilla Regis

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Il testo litugico gregoriano dell'inno
Virgolette aperte.png
È l'apoteosi della Croce e di quello che in essa è stato compiuto da Gesù per la redenzione del mondo.
Virgolette chiuse.png
(Silverio Mattei, 1954, 1345)
Il testo dell'inno e la traduzione italiana

(LA) (IT)
« Vexilla Regis prodeunt;
fulget Crucis mysterium,
quo carne carnis conditor
suspensus est patibulo.

Confixa clavis viscera
tendens manus, vestigia,
redemptionis gratia
hic immolata est hostia.

Quo vulneratus insuper
mucrone diro lanceae,
ut nos lavaret crimine,
manavit unda et sanguine.

Impleta sunt quae concinit
David fideli carmine,
dicendo nationibus:
regnavit a ligno Deus.

Arbor decora et fulgida,
ornata Regis purpura,
electa digno stipite
tam sancta membra tangere.

Beata, cuius brachiis
pretium pependit saeculi:
statera facta corporis,
praedam tulitque tartari.

Fundis aroma cortice,
vincis sapore nectare,
iucunda fructu fertili
plaudis triumpho nobili.

Salve, ara, salve, victima,
de passionis gloria,
qua vita mortem pertulit
et morte vitam reddidit.

O Crux ave, spes unica,
hoc Passionis tempore![1]
piis adauge gratiam,
reisque dele crimina.

Te, fons salutis Trinitas,
collaudet omnis spiritus:
quos per Crucis mysterium
salvas, fove per saecula.

Amen. »

« I vessilli del Re avanzano;
risplende il mistero della Croce,
al cui patibolo il creatore della carne
con la propria carne fu appeso.

Confitti con i chiodi le membra,
tendendo le mani, e i piedi,
per la [nostra] redenzione
qui è stata immolata la vittima.

Oltre a ciò, trafitto
da crudele punta di lancia,
per lavarci dalla colpa,
effuse acqua e sangue.

Si compì quel che cantò
Davide con veridica profezia,
quando disse ai popoli:
"Dio regnò dal legno [della croce]".

Albero appropriato e splendente,
ornato di porpora regale,
scelto a toccare con il [tuo] degno tronco
così sante membra!

[Albero] beato, ai cui bracci
fu appeso il prezzo del riscatto del mondo:
sei divenuto stadèra del corpo [di Cristo]
e [questi] strappò via la preda dell'inferno.

Effondi un aroma dalla corteccia,
superi per profumo il nettare,
lieta per il ricco frutto,
lodi l'illustre trionfo.

Salute a te, o altare! Salute a te, o vittima,
a seguito della gloria della Passione,
per la quale la Vita sopportò la morte
e attraverso la morte restituì la vita.

Salve, o Croce, unica speranza!
In questo tempo di Passione
ai fedeli accresci la grazia
e ai peccatori cancella le colpe.

Te, Trinità, fonte di salvezza,
esalti ogni essere vivente:
coloro che salvi attraverso il mistero della croce,
proteggi per l'eternità.

Amen»

Vexilla Regis ("I vessilli del re") è un inno liturgico latino di Venanzio Fortunato (530-609) che esalta il mistero della Croce di Cristo.

Storia

L'inno venne composto in occasione dell'arrivo presso la regina Santa Radegonda di una grossa reliquia della Santa Croce, a lei inviata dall'imperatore Giustino II. La regina Radegonda si era ritirata presso l'abbazia della Santa Croce da lei costruita vicino a Poitiers; per essa aveva cercato una reliquia del santo legno. All'arrivo della reliquia la regina chiese a Fortunato di scrivere un inno per la processione di traslazione alla chiesa. L'inno fu cantato quindi per la prima volta a Poitiers nel 568, ed era composto di otto strofe.

Papa Urbano VIII († 1644), che si reputava un poeta latinista, volle correggere molti testi liturgici che a lui parevano non abbastanza classici o elevati; in particolare il latino medievale degli inni venne sottoposto ad una profonda revisione, con massicci interventi testuali per rendere più scorrevole o solamente più aulico il testo degli inni stessi.[2] Ciò avvenne a scapito del contenuto teologico di scritti redatti spesso da grandi santi del passato.

In pratica i correttori del Vexilla Regis presero gli ultimi due versetti dell'VIII stanza e li sostituirono ai secondi due versetti della prima stanza, cambiando poi l'originale reddidit con il più eufonico pertulit. Tra le altre differenze, la più vistosa è l'eliminazione delle strofe II, VII e VIII.

A partire dai tempi di San Pio X la tendenza fu di tornare alla versione antica degli inni, e anche il Vexilla Regis fu riportato nella liturgia al suo tenore originale.

Caratteristiche letterarie

L'inno è composto in dimetri giambici acatalettici[3].

I versi, pur non privi di qualche enfasi e retorica, sono animati da una fede ardente e pervasi da una profonda ispirazione. Emerge subito con chiarezza il senso salvifico della Croce, insieme dolorosa e gloriosa, esaltata come "il vessillo del Re" (Vexilla Regis).

Uso liturgico

L'inno viene oggi pregato nei Vespri della Settimana Santa e nella festa della Santa Croce.

Precedentemente l'inno era cantato anche il Venerdì Santo durante la processione con cui il Santissimo Sacramento era portato dall'Altare della Reposizione all'Altare.

Le strofe 2, 4 e 7 sono omesse nell'uso liturgico. La dossologia che si trova nelle ultime due strofe non è di Fortunato, ma di un qualche poeta posteriore.

Nella letteratura

L'inizio dell'inno è ripreso da Dante Alighieri nella prima terzina del canto XXXIV dell'Inferno:

« "Vexilla regis prodeunt inferni
verso di noi; però dinanzi mira",
disse 'l maestro mio "se tu 'l discerni". »

Nella musica

Un'elaborazione polifonica fu eseguita da Giovanni Pierluigi da Palestrina. L'inno è presente anche nella Via Crucis di Liszt, e fu musicato anche da Anton Bruckner.

Note
Bibliografia
Voci correlate
Collegamenti esterni

Suggerimenti



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