Amen

Da Cathopedia, l'enciclopedia cattolica.
100%Decrease text sizeStandard text sizeIncrease text size
Share/Save/Bookmark
Santo Sepolcro, dettaglio della cupola sul Katholikon, Gerusalemme. Le raffigurazioni del Cristo ieratico, con in mano il libro, esprimono il fatto che egli è il di Dio alle promesse (cfr. 2Cor 1,19-20)
Virgolette aperte.png
Il Credo, come pure l'ultimo libro della Sacra Scrittura (cfr. Ap 22,21), termina con la parola ebraica Amen. La si trova frequentemente alla fine delle preghiere del Nuovo Testamento. Anche la Chiesa termina le sue preghiere con Amen.

L'"Amen" finale del Simbolo riprende quindi e conferma le due parole con cui inizia: "Io credo". Credere significa dire "Amen" alle parole, alle promesse, ai comandamenti di Dio, significa fidarsi totalmente di colui che è l'"Amen" d'infinito amore e di perfetta fedeltà. La vita cristiana di ogni giorno sarà allora l'"Amen" all'"Io credo" della professione di fede del nostro Battesimo.

Virgolette chiuse.png

Amen è un'acclamazione biblica e liturgica. Significa innanzitutto: "certamente", "veramente", "sicuramente", o semplicemente ""[1].

Dire "Amen" significa proclamare che si ritiene vero ciò che è stato detto, al fine di ratificare una proposta o di unirsi ad una preghiera.

Il termine

Il termine italiano è la traslitterazione del termine ebraico, אמן, ´āmēn. Dall'ebraico il termine è passato in altre lingue semitiche (siriaco, etiopico, ecc.), nelle versioni greche e latine dell'Antico Testamento e nei vari testi del Nuovo.

Il termine ebraico deriva dalla radice semitica ´mn che nel significato fondamentale significa "sostenere, esser saldo", e quindi "esser sicuro, certo, veritiero".

Dai LXX il termine fu tradotto per lo più γένοιτο, ghénoito, e nelle versioni latine derivate da questa fiat, "avvenga".

La parola Amen è correlata al termine "fede", che in ebraico condivide la stessa radice.

Uso biblico

Nella Bibbia l'uso del termine ha un doppio riferimento: può esprimere da un lato l'impegno dell'uomo, e dall'altro l'impegno di Dio.

Impegno ed acclamazione dell'uomo

Confermando una parola, l'Amen può avere nella Bibbia un senso debole che equivale al nostro "Sia!" (Ger 28,6). Nella maggior parte dei casi è però una parola che impegna: con essa si attesta il proprio accordo con qualcuno (1Re 1,36), si accetta una missione (Ger 11,5), si assume la responsabilità di un giuramento e del giudizio di Dio che gli terrà dietro (Nm 5,22).

Ancor più solenne è l'impegno collettivo espresso dall'Amen in occasione del rinnovamento liturgico dell'alleanza (Dt 27,15-26; Nee 5,13).

Nella liturgia del popolo ebraico la parola può assumere anche un altro valore; se ci si impegna nei confronti di Dio, lo si fa perché si ha fiducia della sua parola e ci si affida alla sua potenza e alla sua bontà; questa adesione totale è nello stesso tempo benedizione di colui al quale ci si sottomette (Nee 8,6), e preghiera che ha la sicurezza di essere esaudita (Tb 8,8; Gdt 15,10).

L'Amen è allora una acclamazione liturgica, ed a questo titolo trova posto dopo le dossologie (1Cr 16,36); ha sovente questo senso nel Nuovo Testamento (Rm 1,25; Gal 1,5; 2Pt 3,18; Eb 13,21).

Acclamazione mediante la quale l'assemblea si unisce a colui che prega in nome suo, l'Amen suppone che, per aderire alle parole ascoltate, se ne comprenda il senso (1Cor 14,16).

Adesione, acclamazione, l'Amen conclude infine i cantici degli eletti nella liturgia del cielo (Ap 5,14; 19,4), dove si unisce all'Alleluia.

Impegno di Dio che sostiene l'Amen del cristiano

Dio, che si è impegnato liberamente, rimane fedele alle sue promesse; egli è il Dio di verità: tale è il significato del titolo "Dio Amen" presente nel testo ebraico di Is 65,16, e reso in lingua italiana con "Dio fedele"[2].

L'Amen di Dio è Gesù Cristo. Di fatto, per mezzo suo, Dio realizza pienamente le sue promesse e manifesta che non c'è in lui e no, ma soltanto (2Cor 1,19-20). In questo testo Paolo rende l'Amen ebraico con una parola greca, Ναὶ, Naì, che significa .

Quando Gesù introduce le sue dichiarazioni con un Amen[3], raddoppiato nel Vangelo di Giovanni[4], si esprime in modo inusuale per il popolo ebraico; senza dubbio utilizza la formula liturgica, ma, facendola propria, traspone probabilmente l'annuncio profetico: "Così parla YHWH" (Is 1,2; Ger 23,38; 34,2; Ez 22,28; Ag 1,2; Zc 11,4). In questa maniera non si limita a sottolineare egli che è l'inviato del Dio di verità, ma afferma anche che le sue parole sono vere. La frase così introdotta ha una preistoria, che rimane inespressa, e di cui l'Amen è la conclusione, essa è il dialogo eterno tra il Padre e il Figlio: Gesù non è soltanto colui che dice il vero dicendo le parole di Dio; egli è la parola stessa del vero Dio, l'Amen per eccellenza, il testimone fedele e vero (Ap 3,14).

Il cristiano quindi, unendosi a Cristo, deve rispondere a Dio, se vuole essere fedele; il solo Amen efficace è quello pronunciato da Cristo a gloria di Dio (2Cor 1,20). La Chiesa pronuncia questo Amen in unione con gli eletti nel cielo (Ap 7,12), e nessuno lo può pronunciare se la grazia del Signore Gesù non è con lui; quindi l'augurio, che chiude la Bibbia e che un ultimo Amen suggella, è che questa grazia sia con tutti (Ap 22,21).

Uso liturgico

I testi della primitiva letteratura cristiana pongono l'Amen perfino a conclusione di saluti, auguri e dossologie. Ciò avviene nella Didaché (10,6[5]), nella Prima Apologia di Giustino (65,4; 67,5[6]), in Dionigi Alessandrino, nella Storia Ecclesiastica di Eusebio di Cesarea (7,9), nel De Spectaculis di Tertulliano (25[7]), nel De Catechizandibus Rudibus di Sant'Agostino (9,13[8]), nel Commentarius in Galatas di San Girolamo (II, pr.).

Come solenne professione di fede eucaristica l'Amen si cantava nei momenti più importanti dell'azione sacrificale: alla Consacrazione (ciò avviene ancora nelle liturgie orientali) e al termine del Canone; i fedeli poi lo pronunciavano fin dall'antichità nel ricevere la Comunione:

« Con la mano sinistra fai un trono per la mano destra, poiché essa deve ricevere il Re, e, nelle cavità delle tue mani, ricevi il corpo di Cristo, dicendo: Amen. »

Anche Sant'Ambrogio è testimone di questa usanza:

(LA) (IT)
« Non otiose dicis tu Amen, iam in spiritu confitens quod accipies Corpus Christi. Cum ergo petieris, dicit tibi sacerdos Corpus Christi et tu dicis Amen, hoc est verum; quod confitetur lingua, teneat affectus. » « Non dici Amen oziosamente, ma confessando nel tuo spirito che ricevi il Corpo di Cristo. Quando dunque ti avvicini, il sacerdote ti dice "il Corpo di Cristo" e tu dici "Amen", cioè "vero"; ciò che confessa la lingua, lo professi la volontà»

Hanno testi analoghi Sant'Agostino (Sermo 272[10]) e le Costituzioni Apostoliche (8,13).

Sant'Agostino testimonia anche il valore eminentemente sociale dell'Amen della liturgia:

(LA) (IT)
« Fratres mei, amen vuestrum subscriptio vestra est, consensio vestra est, adstipulatio vestra est. » « Fratelli miei, il vostro amen è la vostra firma, esprime la vostra conferma e il vostro consenso. »

In questo senso può essere interpretato l'Amen al termine della dossologia che conclude le Preghiere Eucaristiche del Rito Romano, l'Amen più solenne della liturgia.

Nelle altre religioni

L'uso dell'Amen accomuna i cristiani con gli ebrei. I rabbini ne hanno esaltato l'efficacia come pegno di vita eterna:

« Chi dice amen con tutte le sue forze (ossia con ogni intenzione e devozione), avrà aperte le porte del paradiso»
(Cfr. Johannes Buxtorf, in Lexicon chaldaicum, talmudicum et rabbinicum, Basilea 1620, c. 115[12])

I musulmani aggiungono amīn alle loro preghiere, specie dopo la prima sura del Corano.

Note
Bibliografia
Voci correlate
Collegamenti esterni
Firma documento.png

Il contenuto di questa voce è stato firmato il giorno 14 aprile 2014 da Don Paolo Benvenuto, baccelliere in Teologia.

Il firmatario ne garantisce la correttezza, la scientificità, l'equilibrio delle sue parti.

Suggerimenti



Poni il mouse qui sopra per vedere i contributori di questa voce.