Concilio di Trento

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Concilio di Trento
Roma BaS.MariaTrastevere P.Cati ConcilioTrento 1589.jpg
Pasquale Cati, Concilio di Trento (1588 - 1589), affresco; Roma, Basilica di Santa Maria in Trastevere
Concili ecumenici della Chiesa cattolica
Data 1545-1547,
1551-1552,
1562-1563
Convocato da papa Paolo III
Presieduto da papa Paolo III,
papa Giulio III,
papa Pio IV
Partecipanti fino a 255 nelle ultime sessioni
Argomenti in discussione Protestantesimo, Riforma cattolica, Sacramenti, Canone della Bibbia, Giustificazione
Documenti e pronunciamenti Sedici decreti dogmatici, su vari aspetti della religione cattolica
Gruppi scismatici
Concilio precedente Concilio Lateranense V
Concilio successivo Concilio Vaticano I
Storia del Cristianesimo

Il Concilio di Trento è il XIX Concilio Ecumenico della Chiesa cattolica, celebrato a Trento, in tre fasi distinte, 1545-1547, 1551-1552 e 1562-1563.

Il contesto storico

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Riforma Protestante.

Due sono gli eventi principali entro cui si può leggere il contesto storico che ha portato alla celebrazione di un concilio a Trento:

  • innanzitutto il desiderio diffuso di riforma della Chiesa, motivato da una decadenza generale del prestigio papale per le vicende dei secoli XIII e XIV (lotta tra Papa Bonifacio VIII e il re francese Filippo; l’esilio avignonese, lo scisma d’Occidente); il tentativo di riforma operato dal Concilio Lateranense V fu fallimentare e non consono alle aspettative; lo stesso Lutero darà un giudizio negativo su di esso: « A Roma ignorano più o meno tutto quello che bisogna dire sulla fede. Ne hanno dato prova clamorosa in quest’ultimo concilio romano » (Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca);
  • la riforma operata da Lutero; con la pubblicazione delle Tesi sulle indulgenze (1517) egli darà inizio ad una vera riforma della Chiesa, che ne sconvolgerà fin alle sue radici la tradizione secolare.

Dopo il Lateranense V continuano gli appelli ad un concilio. Lo stesso Lutero in più di una occasione si appellerà all’autorità di un concilio, nel 1518 ed ancora nel 1520 nell’opuscolo Alla nobiltà: « Quando la necessità lo impone e il papa è causa di scandalo per la cristianità, chiunque si trovi in grado di farlo deve adoperarsi per la riunione di un vero concilio libero ». Per il riformatore tedesco un concilio è libero quando è sottratto alla tutela del Papa. Questi continui appelli al concilio obbligheranno Papa Pio II ad emanare la bolla Exsecrabilis con la quale comminava la scomunica a chiunque osasse ancora appellarsi al concilio.

Ma ormai l’appello è lanciato: nella dieta imperiale di Norimberga (1523), cattolici e protestanti si trovano d’accordo nel reclamare un concilio "libero e cristiano riunito in terra tedesca"; l’imperatore Carlo V appoggiò questa richiesta, vista come unico mezzo per ridare pace ed unità all’impero. Il concilio doveva essere:

  • libero, ossia sotto l’autorità dell’imperatore, non del papa;
  • cristiano, ossia con la partecipazione anche dei laici;
  • e in terra tedesca, luogo più sicuro dell’Italia.
Trento, Museo Diocesano Tridentino, Niccolò Dorigatti (attr.), Apertura del Concilio di Trento (1711), olio su tela

I Papi si mostrarono incerti sul da farsi, più propensi ad un lavoro diplomatico che al concilio; scuse e pretesti si moltiplicarono così da mandare a monte l’iniziativa presa a Norimberga. Inoltre le ripetute guerre scoppiate tra gli Asburgo e la Francia (dal 1521 al 1559) rendevano insicura la convocazione di un concilio. Le ragioni politiche infine vanificavano l’appello conciliare: il papa infatti, contro il concilio, aveva l’appoggio del re francese Francesco I, il quale però era in lotta con Carlo V, a cui d’altro canto, in quanto imperatore, spettava, assieme al papa, il compito di estirpare l’eresia. Un circolo vizioso sembrava impedire la riunione richiesta da più parti.

La convocazione e la preparazione

Diversi furono i tentativi di indire il concilio.

  • Nel 1536 papa Paolo III indisse il concilio per l’anno successivo a Mantova, ma le richieste di sicurezza avanzate dal duca locale e lo scoppio di una guerra tra le due potenze europee, fecero slittare la convocazione per il 1538 a Vicenza, ossia in territorio veneziano neutrale. Ma pochi vescovi si presentarono ed il concilio fu differito.
  • Nel frattempo fu scelta la città di Trento come luogo conciliare, in quanto feudo tedesco ma nello stesso tempo facilmente accessibile dall’Italia. Si indisse il concilio per il 1542, ma la guerra fermò ancora la sua apertura.
  • Finalmente, una tregua firmata tra Carlo V e Francesco I, fece sperare in una pace definitiva. Il 19 novembre 1544 Paolo III emanò la bolla Laetare Jerusalem con la quale intimava l'apertura del Concilio a Trento per il 15 marzo 1545, data ancora spostata al 13 dicembre.

Le fasi del Concilio

Primo periodo: 1545-1547

Il "sacrosanto concilio ecumenico e generale" si aprì a Trento il 13 dicembre 1545 alla presenza di 25 vescovi e 5 superiori generali di Ordini religiosi.

Il regolamento non venne imposto dall’alto, ma fu scelto direttamente dai padri conciliari: avevano voto deliberativo tutti i vescovi e superiori presenti; fu concesso ai vescovi tedeschi di essere rappresentati da un legato, che però aveva solo voto consultivo; gli argomenti erano redatti da speciali congregazioni composte da teologi e canonisti; gli schemi erano poi esaminati dalle congregazioni generali ed approvati dalle congregazioni solenni; infine fu deciso che ogni decreto conciliare avesse una parte dogmatica ed una disciplinare.

Dipinto con Concilio di Trento (XVI secolo): nell'opera Angelo Massarelli è raffigurato con il n. 19 mentre è seduto davanti ad un tavolo, al centro dell'immagine, nell'intento di verbalizzare le parole degli astanti

Per la carica di segretario del concilio, che fu creata per la prima volta in occasione del concilio Lateranense V, si fecero da prima i nomi di umanisti come Ludovico Beccadelli, Marcantonio Flaminio e Alvise Priuli ma vista la loro indisponibilità, nel corso del tempo le mansioni furono assolte dal Angelo Massarelli. Dopo tre mesi i legati avvertirono la necessità di un verbale ufficiale delle congregazioni generali, per cui, su proposta del card. Cristoforo Madruzzo, il 1° aprile 1546 il Massarelli fu nominato segretario del concilio.

Nella prima fase del concilio furono approvati:

Il diffondersi della peste a Trento obbligò i padri conciliari a decidere nel marzo 1547 il trasferimento del concilio a Bologna, anche per sottrarsi all’influenza dell’imperatore cui premeva la riconciliazione con i protestanti, mentre il concilio si preoccupava innanzitutto della soluzione dei punti dottrinali discussi. A Bologna, territorio papale, il gruppo dei teologi preparò diverso materiale da discutere, ma non fu convocata nessuna sessione generale. Nel settembre 1549 Paolo III, davanti all’opposizione dell’imperatore Carlo V, sospese il concilio.

Secondo periodo: 1551-1552

Tiziano Vecellio, Ritratto di Papa Paolo III, 1543 - Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte
Papa Giulio III

A Paolo III successe nel 1550 Giulio III, il quale, malgrado si disinteressò totalmente della riforma della curia romana, tuttavia ebbe il merito di riaprire il concilio a Trento il 1 maggio 1551. I padri lavorarono alacremente da settembre 1551 ad aprile 1552.

Furono approvati:

Nell’ottobre 1551 giunsero a Trento i legati di alcuni principati tedeschi protestanti. Ma le loro pretese (annullamento dei decreti finora approvati, scioglimento del giuramento di fedeltà al papa, affermazione della superiorità del concilio sul papa) fecero tramontare per sempre la speranza di un accordo con i protestanti, speranza mai assopita, ma che ora sembrava sempre più come un’utopia irraggiungibile.

Nel frattempo, nella primavera del 1552, i principati protestanti, riuniti in una lega militare, si avvicinarono al sud della Germania, minacciando la stessa Trento. I padri così decisero (21 aprile) la sospensione del concilio, e fuggirono in tutta fretta dalla città. Lo stesso imperatore Carlo V dovette abbandonare Innsbruck, correndo il rischio di essere catturato dalle truppe protestanti.

Terzo Periodo: 1562-1563

Giulio III morì nel 1555. Gli successe, per poche settimane, Marcello II, che appoggiava la riforma, ma che non ebbe il tempo di fare niente. Seguì Papa Paolo IV, napoletano, che si disinteressò completamente al concilio, più propenso ad appoggiare la propria famiglia che la causa della riforma della Chiesa: fece cardinale e segretario di Stato il proprio nipote Carlo, uomo dissoluto e privo di coscienza, condannato a morte e giustiziato alla morte dello zio; si convinse a far guerra alla Spagna, guerra che ovviamente perse con grave danno per lo Stato della Chiesa. Attuò invece una riforma personale della curia romana, ma il rigorismo utilizzato risultò controproducente. Morì nel 1559 non rimpianto da nessuno.

Gli successe, dopo un lungo conclave, Pio IV, di origine milanese. Si lasciò convincere dal nipote Carlo Borromeo ad aderire alla riforma della chiesa e a riaprire il concilio, cosa che avvenne nel gennaio 1562. Fu il periodo più difficile per la presenza di forti contrasti interni, di natura teologica, ma soprattutto disciplinare. I legati papali Gonzaga e Seripando furono sostituiti nella primavera del 1563 dal Cardinale Morone, che, a detta degli storici, fu colui che, più di ogni altro, seppe tenere le redini del concilio, tirar dritto davanti agli attacchi dei conservatori, e portare a termine l’impresa conciliare.

In quest’ultima fase conciliare furono approvati da circa 225 padri conciliari:

  • i decreti dogmatici sulla comunione sotto le due specie, sul carattere sacrificale della Messa, sui sacramenti dell’Ordine e del Matrimonio, sul Purgatorio, sulla venerazione dei Santi, sulle indulgenze, sui religiosi;
  • i decreti disciplinari sull’uso della lingua latina nelle celebrazioni, con l’obbligo della loro spiegazione in volgare; sull’obbligo della residenza dei Vescovi; sull’erezione dei seminari per la formazione del clero, ed altri decreti di riforma generale.

Il 4 dicembre 1563 l’assemblea conciliare fu chiusa dal Cardinal Morone con le parole:

« Post actas Deo gratis, ite in pacem. »
Dopo diciotto anni dall’inizio, il concilio aveva termine. Papa Pio IV, con la bolla Benedictus Deus confermò tutti i decreti tridentini.

L’opera del Concilio

L’opera dottrinale

Il concilio di Trento fu convocato essenzialmente per rispondere alle tesi luterane. Perciò la sua opera dottrinale non è una esposizione completa e, nel suo insieme, organica ed equilibrata della fede cattolica; perché ciò che non era contestato dai riformatori tedeschi non venne affrontato in sede conciliare. Questo il motivo per cui il concilio non dice nulla della Trinità, del mistero dell’incarnazione o della risurrezione.

Nei decreti dogmatici il concilio ha esposto positivamente la dottrina cattolica ed insieme condannato, con i canoni, i principali errori del tempo. Oltre ai temi non affrontati, il concilio lasciò insolute alcune problematiche teologiche e ne aprì altre: per esempio la natura della grazia efficace, oppure il problema insoluto dei rapporti tra papato ed episcopato. L’opera dogmatica tridentina rappresentò tuttavia un punto fermo, anche se non un termine assoluto, come se la dottrina cattolica avesse raggiunto la sua forma definitiva.

A Trento in particolare fu respinto l’individualismo protestante ed affermata la necessaria mediazione della Chiesa, corpo mistico di Cristo ed insieme organismo giuridico; questa Chiesa è la custode ed interprete della Parola rivelata, che si mantiene viva attraverso il magistero e i sacramenti, di cui è ribadito il valore oggettivo e l’efficacia intrinseca, indipendentemente da chi li conferisce. Sul problema della giustificazione, che tanto aveva angustiato l’animo di Lutero, il concilio insegna la necessità sia della grazia divina che della cooperazione umana, fatta di fede ed opere: l’uomo è sì corrotto dal peccato originale, ma il suo libero arbitrio non è completamente annullato, e dunque trova, con l’aiuto della grazia divina, la forza per risorgere. Le affermazioni di Trento appaiono qui ben lontane dal cupo pessimismo del riformatore tedesco.

Di non minore importanza la definizione dei singoli sacramenti con una teologia chiara, precisa, e facilmente comprensibile.

L’opera disciplinare

Dal punto di vista disciplinare, il concilio di Trento rappresenta un vero impulso al rinnovamento della vita religiosa della Chiesa.

Le parole che più spesso si ripetono nei decreti di riforma della terza fase sono: "cura animarum", la cura delle anime, che è la missione essenziale della Chiesa. Vescovi e clero, nella natura e negli atti, sono definiti essenzialmente per la loro funzione pastorale, a servizio dei fedeli: la loro ragion d’essere è insegnare il vangelo ed amministrare i sacramenti.

Questa missione pastorale è affidata dal concilio ai Vescovi, che hanno il compito primario di vegliare nella formazione del clero attraverso l’istituzione di scuole apposite, i seminari. Per far fronte alla "cura animarum", ai Vescovi è richiesto l’obbligo di risiedere nelle loro diocesi, di convocare periodicamente sinodi diocesani, l’obbligo della visita pastorale; e a loro è fatto divieto assoluto di cumulare i benefici ecclesiastici.

Il dopo Concilio

I decreti conciliari, per essere applicati in tutta la Chiesa, avevano bisogno del beneplacito dei governi nazionali, concesso per lo più solo dopo trattative: il governo spagnolo accettò i decreti ma con la clausola "fatti salvi i diritti regali"; la Francia invece accettò i decreti dogmatici ma non quelli di riforma.

Fu merito soprattutto dei papi immediatamente successivi a Trento l’aver promosso l’attuazione della riforma.

  • Pio V (1566-1572) portò avanti con successo l’attuazione delle decisioni tridentine: stimolò la convocazione del sinodo provinciale di Salisburgo del 1569; fece pubblicare il Catechismus romanus (chiamato anche tridentino); unificò il Breviario; riformò il messale (che rimase in vigore fino al Concilio Vaticano II);
  • Gregorio XIII (1572-1585) incentivò la creazione di seminari diocesani, soprattutto a Roma; diede alle nunziature un indirizzo più ecclesiastico, trasformandole in strumenti di riforma; ed infine riformò il calendario giuliano (d’ora in poi chiamato gregoriano);
  • Sisto V (1585-1590) riformò l’amministrazione centrale della Chiesa e della Curia (rimasta in vigore fino al 1908), obbligò i Vescovi alla visita ad limina; revisionò di proprio pugno la Vulgata ma con scarso successo.

Giudizi sul Concilio

« Trento può essere visto come il coronamento di tutte le aspirazioni riformistiche della Chiesa e nel contempo espressione del rinvigorimento interiore della Chiesa cattolica e della sua riconquistata fiducia in sé. D’altro lato dobbiamo considerarlo come risposta alla multiforme sfida della riforma protestante. Esso precisò, chiarì, ma cementò anche il contrasto confessionale e fornì le formule di fede alla controriforma. »
(G. Winkler, op. cit., p. 545)
« Il concilio di Trento non è riuscito a ristabilire l’unità (..) Questo apparente fallimento non diminuisce l’importanza sostanziale del Tridentino. Essa deriva dall’influsso enorme che ha avuto nella Chiesa, nella chiarificazione dottrinale e nella restaurazione disciplinare. Possiamo raccogliere in tre motivi essenziali il significato storico del Tridentino: mise in evidenza la forte capacità di ripresa della Chiesa; rafforzò quell’unità dogmatica e disciplinare che spicca se paragonata all’opposta eppure contemporanea evoluzione delle correnti protestanti; infine esso aprì una nuova epoca nella storia della Chiesa, ed in certo modo ne determinò i tratti essenziali dal Cinquecento ai giorni nostri. »
(G. Martina, op. cit., p. 184)
Fonti
Bibliografia
Collegamenti esterni

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