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Incarnazione

Piero di Cosimo, Incarnazione di Cristo (1485 - 1505), olio su tavola; Firenze, Galleria degli Uffizi
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Riprendendo l'espressione di san Giovanni ("Il Verbo si fece carne": Gv 1,14), la Chiesa chiama "incarnazione" il fatto che il Figlio di Dio abbia assunto una natura umana per realizzare in essa la nostra salvezza.
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Il termine incarnazione indica l'atto con cui il Dio trino ha assunto direttamente una realtà umana nella persona del Verbo eterno quale autoespressione eterna del Padre, al fine di entrare mediante essa in maniera personale nella creazione, per la salvezza dell'umanità[1]. In senso derivato il termine indica anche lo stato di assunzione permanente frutto dell'atto dell'incarnazione.

In altre parole, in senso attivo il termine indica l'azione di Dio che, nel seno purissimo di Maria Vergine, forma e unisce al Verbo una natura umana determinata; ovvero, in senso passivo, il termine indica la mirabile e singolare unione della natura divina e della natura umana nell'unica Persona del Verbo[2].

Il mistero dell'incarnazione appartiene al nucleo centrale del cristianesimo[3], ed indica realmente il fatto fondamentale della fede cristiana[1].

La dottrina dell'incarnazione riflette sul farsi carne del Verbo, ossia sulla spogliazione del Figlio, preesistente con il Padre, che assume le caratteristiche di finitudine.

Nella Bibbia

Anche se alcuni teologi affermano che "già nell'Antico Testamento c'è una vera e propria incarnazione che implica l'intervento di Dio nella vita dell'umanità, o più esattamente nella vita di un popolo eletto"[4], è soltanto nel Nuovo Testamento che si può parlare propriamente di incarnazione.

La dottrina dell'incarnazione comprende le enunciazioni sulla preesistenza: esse non sono una retrotrasposizione progressiva delle affermazioni relative a Cristo, ma si riferiscono precisamente all'essere intratrinitario del Logos eterno prima dell'incarnazione.

In Paolo

Paolo vede in Gesù Cristo il Figlio eterno di Dio (Rm 1,3), che dal Padre fu inviato nel mondo, e che nacque come uomo, sottoposto alla Legge (Gal 4,4). Benché senza peccato, egli portò la maledizione del peccato (2Cor 5,21); assunse la nostra povertà, umiliandosi, per obbedire alla propria missione (Fil 2,6-8). Egli fu elevato (Rm 1,4; Fil 2,9-11) e ci fa partecipare alla sua ricchezza divina. Lui, che esisteva nella forma di Dio, entrò nella forma della carne, della creaturalità e della tentazione. Così facendo, portata a termine la sua opera, ci inserisce nel suo rapporto filiale con il Padre nello Spirito Santo (Rm 8,29; Gal 4,6-7).

All'interno di una cristologia a due stadi, l'incarnazione appartiene alla fase dell'abbassamento.

Soprattutto nelle lettere deuteropaoline si fa menzione della rivelazione di Cristo nella carne (1Tim 3,16): esse spiegano l'incarnazione con il linguaggio della manifestazione (1Tim 3,16; 2Tim 1,10; Tt 2,11; 3,4). Parlano poi della sua esistenza presso Dio come sua immagine, e di portatore della pienezza divina prima ancora della sua comparsa in veste d'uomo (Col 1,15; 2,9; 1Cor 8,6).

La Lettera agli Ebrei presenta l'ingresso di Cristo nel mondo come un atto di obbedienza a Dio, come un fare la sua volontà, e si appoggia in questo al Sal 40[39],8-9 (10,5-7).

Nell'opera giovannea

È nella cristologia giovannea, che rappresenta uno degli stadi più evoluti della cristologia del Nuovo Testamento, che trova posto la teologia del Logos e della sua incarnazione. È solo nel quarto Vangelo, infatti, che viene formulata l'idea "dell'incarnazione del Logos" che tanta importanza ha avuto negli sviluppi teologici posteriori[5]. Le affermazioni esplicite al riguardo si trovano in Gv 1,14a ("il Verbo si fece carne") e in due passi delle lettere che affermano che Gesù Cristo è venuto nella carne: 1Gv 4,2 e 2Gv 2,7. Appaiono poi altre affermazioni simili nel prologo della prima lettera, in cui del Verbo di vita si afferma che si è manifestato visibilmente e in modo tangibile (1,1).

Vale la pena di analizzare l'espressione "si è fatto carne" di Gv 1,14:

  • la scelta da parte dell'evangelista di usare il verbo "farsi" vuole anzitutto esprimere il realismo, in contrapposizione alle tendenze docetismo già presenti a quel tempo: non si ha quindi un rivestimento esteriore, né si tratta dell'espressione di un mito riferito a una sfera astratta oppure solamente interiore alla coscienza umana, ma dell'assumere interamente e pienamente il modo di essere uomo;
  • l'affermazione è relazionata a quanto il Logos era "in principio", "presso Dio" (v. 1), e sottolinea l'avvenimento del suo ingresso nella storia, avvenimento che fonda il nuovo modo di essere dello stesso Logos "nella carne";
  • il Logos che si fa carne non cessa per ciò stesso di essere Logos;
  • viene usato il termine "carne": Giovanni non usa qui la parola "uomo" (ánthropos in greco), e ciò nonostante lo usi altrove[6], e la ragione di questa scelta risiede plausibilmente nell'idea soggiacente del basâr ebraico: "Egli intendeva significare espressamente che il Verbo ha fatto sua la condizione dell'uomo, precisamente in quanto l'uomo è terrestre e strettamente legato nel suo essere al dominio del terrestre che è fragile, effimero ed essenzialmente distinto dal mondo celeste e spirituale"[7].

"Farsi carne" vuol dire dunque assumere pienamente la condizione umana, accettare di nascere, crescere, morire, partecipare a tutti gli stadi della vita umana nell'ambito della sua storia e dei suoi conflitti.

Il "farsi carne" evoca la grandezza della condiscendenza di Dio: il Logos ha acconsentito di far parte della povera condizione umana.

Nella Tradizione della Chiesa

La cristologia della Chiesa antica è un tentativo di vedere nella maniera giusta l'incarnazione, allo scopo di salvaguardare la condizione reale dell'attività redentrice di Cristo, condizione che è racchiusa nel mistero della sua persona.

I simboli della fede parlano nello stesso senso di incarnazione e di umanizzazione del Figlio in Maria Vergine per opera dello Spirito Santo.

Ireneo († 202) è il primo a esprimere l'evento di cui parla Gv 1,14 con il termine greco sárkōsis[8]. Dato che nella Bibbia il termine "carne" indica tutto l'uomo, cioè la sua costituzione e la sua situazione storica, l'incarnazione del Lógos fu detta anche "umanizzazione di Dio". Lo stesso Ireneo ha formulato quell'assioma teologico che da lì in poi "ha costituito quasi il pilastro fondamentale del pensiero patristico circa l'importanza essenziale dell'incarnazione per la salvezza. La Parola di Dio, il Figlio, dice Ireneo, 'per amore illimitato è divenuto ciò che noi siamo, per farci divenire ciò che egli è' (Adversus Haereses 5[9])"[10]. Questo principio diviene in Atanasio († 373) argomento fondamentale contro gli ariani: avrebbe giovato poco agli uomini sia se il Verbo non fosse il vero Figlio di Dio secondo la natura, sia anche se non fosse stata vera carne quella che egli ha assunto[11]. Gregorio Nazianzeno († 390 ca.) afferma in maniera più classica:

« Ciò che non è stato assunto non è stato salvato; ma ciò che è congiunto con Dio, ciò è anche redento »
(Epistola 101[12])

Per ovviare alla falsa interpretazione degli ariani e degli apollinaristi, i quali sostenevano che Cristo avrebbe assunto solo la "carne" dell'uomo, intendendo per carne il corpo ed escludendo l'anima razionale, lo schema Lógos-sárx fu sempre più sostituito da quello Lógos-ánthrōpos.

Un lungo e intenso lavorio portò comunque a precisare sempre meglio i concetti di natura e persona. Con la dottrina delle due nature di Cristo, il Concilio di Calcedonia (451) stabilì il criterio per la comprensione dell'incarnazione[13].

È dottrina costante che il Figlio di Dio assunse liberamente la natura umana per la nostra salvezza[14], per redimere tutti gli uomini dai loro peccati:

(LA) (IT)
« Qui propter nos homines et propter nostram salutem descendit de caelis. Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine: et homo factus est. » « Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo, e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo. »

Il magistero seguente riprese l'insegnamento di Calcedonia, precisando che l'incarnazione è opera di tutta la Trinità, e rilevando che ciò non impedisce di riferirla in modo particolare allo Spirito Santo. Hanno affermazioni in tal senso:

Una identificazione della redenzione con l'atto dell'incarnazione, quale risulta specialmente dalla dottrina della divinizzazione dei Padri orientali, rese a volte difficile stabilire con chiarezza il significato salvifico della croce. In questa cornice, nella liturgia, la festa del Natale assunse un'importanza perlomeno uguale a quella della Pasqua.

Nel medioevo si discusse se Dio divenne uomo solo a motivo della redenzione (così sostenevano i tomisti), o se lo sarebbe divenuto ugualmente anche in assenza del peccato dell'uomo (così gli scotisti).

L'illuminismo, la critica della religione e la stessa teologia liberale considerarono l'incarnazione un mito di un Figlio di Dio discendente dal cielo. La scuola della storia delle religioni universalizzò il concetto di incarnazione, lo applicò a idee delle religioni orientali e contestò di conseguenza l'unicità e l'incomparabilità dell'incarnazione di Dio in Cristo, ritenendola solo un esempio patente di uno schema religioso diffuso.

Nel protestantesimo

Le diversità tra le professioni di fede cattolica e protestante non toccano la sostanza dell'incarnazione. Tuttavia i riformatori inquadrano l'incarnazione nella loro concezione della salvezza:

  • Lutero, che propende per la cristologia alessandrina, la quale vede Gesù a partire dalla sua dimensione divina e, attraverso l'incarnazione, arriva alla sua umanità, insiste sull'aspetto dell'unione;
  • Calvino, che si orienta per la cristologia antiochena, la quale vede Gesù a partire dalla sua umanità e, attraverso la risurrezione, arriva alla sua divinità, insiste invece sulla separazione.

In tutti i riformatori, poi, la natura umana non viene assunta come tale, per poi assumere anche, nel senso della rappresentanza, la colpa e la pena del peccato, ma l'incarnazione è già assunzione della natura peccaminosa concreta: così Cristo è colpito al posto degli uomini dall'ira e dalla maledizione di Dio.

Nel Catechismo della Chiesa Cattolica

Il Catechismo della Chiesa Cattolica tratta dell'incarnazione nella prima parte (la professione di fede), che sviluppa secondo gli articoli del Simbolo Apostolico.

Giungendo all'articolo che dice "fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine", sviluppa la trattazione nei nn. 456-483[19].

Il Catechismo si chiede anzitutto Perché il Verbo si è fatto carne?, e con il Credo niceno-costantinopolitano risponde: "Per noi uomini e per la nostra salvezza"; subito dopo precisa che l'espressione "per la nostra salvezza" significa:

Quindi esprime una definizione: "la Chiesa chiama 'incarnazione' il fatto che il Figlio di Dio abbia assunto una natura umana per realizzare in essa la nostra salvezza" (n. 461), e porta come base biblica i testi di Fil 2,5-8 ed Eb 10,5-7, che a sua volta cita Sal 40[39],7-9 secondo i LXX. Ribadisce in maniera chiara che "la fede nella reale incarnazione del Figlio di Dio è il segno distintivo della fede cristiana" (n. 463).

La trattazione passa poi a spiegare il delle due natura in Cristo, che è "vero Dio e vero uomo", precisandolo in relazione a varie eresie dei primi secoli.

Infine spiega la modalità secondo cui il Figlio di Dio è uomo, e precisa la conformazione dell'anima di Cristo, della sua conoscenza umana, della sua volontà e del suo corpo.

Implicazioni pastorali

La dottrina dell'incarnazione ha un'importanza fondamentale per l'analisi del rapporto tra Dio e il mondo: a partire dall'incarnazione l'incontro con Dio nella Chiesa, nella parola, nei Sacramenti, nella grazia, ha sempre un carattere di riferimento al mondo; questo, con la sua creaturalità e materialità, non ci separa da Dio, ma ci unisce a lui.

Mediante l'incarnazione la creazione, con la sua apertura e ricettività nei confronti di Dio[20], diventa il mezzo della grazia per l'uomo. Ciò non significa glorificare in maniera ingenua il mondo, perché il Lógos ha preso su di sé anche il peccato quale opposizione a Dio e quindi anche la lacerazione del creato asservito alla colpa, e mediante la croce e la risurrezione l'ha inserito in un nuovo orizzonte fatto di speranza universale[21].

Nella devozione cattolica

La devozione cristiana porta i fedeli a recitare tre volte al giorno l'Angelus per meditare l'incarnazione del Figlio di Dio e la collaborazione pronta di Maria.

Ugualmente, i fedeli contemplano il mistero dell'incarnazione nella recita dei Misteri gaudiosi del Rosario, il lunedì e il sabato.

Note
  1. 1,0 1,1 Gerhard Müller (1990) 341.
  2. Pietro Parente (1951) c. 1745
  3. Cfr. la formulazione catechistica dei due misteri principali della fede:
    1. Unità e Trinità di Dio
    2. Incarnazione, Passione, Morte e Risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo
  • Jean Galot (1984), p. 239. Galot riconosce comunque che questo impegno di Dio "differisce essenzialmente da quello della Nuova Alleanza perché non è ancora personale, come lo sarà nel Figlio di Dio fatto uomo".
  • Marcello Bordoni (1985), p. 621
  • Cfr. Gv 4,29; 9,11; 19,5.
  • Donatien Mollat, Le thème de Jesus-anthropos chez St. Jean, in Introdution a l'étude de la christologie de Saint Jean, Roma 1970, 17-32, citato da Marcello Bordoni (1985) p. 642.
  • In Adversus haereses, III 19,2.
  • PG 7,1120.
  • Marcello Bordoni (1985) 629-630.
  • Contra Arianos, 2, 70; PG 26, 296e.
  • PG 37,181.
  • Calcedonia parla dell'unione tra natura divina e natura umana: le due nature sono presenti nell'ipostasi del Lógos divino "senza confusione, senza cambiamento, senza divisione". Per non allontanarsi dal dato rivelato tale dottrina, di carattere concettuale, va "riempita" e sostanziata con la cristologia biblica e con l'affermazione della finalità salvifica dell'incarnazione.
  • Cfr. ad esempio DS 3274.
  • (Verbum); et cum tota cooperata sit Trinitas formationem suscepti hominis, quoniam inseparabilia sunt opera Trinitatis, solus tamen accepit hominem in singularitate personae, non in unitate divinae naturae, in id quod est proprium Filii, non quod commune Trinitati; nam si natura hominis Deique alteram in altera confudisset, tota Trinitas corpus assumpsisset, quoniam constat naturam Trinitatis esse unam, non tamen personam: "e poiché tutta la Trinità collaborò alla formazione dell'uomo che fu assunto, poiché le opere della Trinità sono inseparabili, tuttavia solo il Verbo assunse l'uomo nella singolarità della persona, non nell'unità della natura divina, in ciò che è proprio del Figlio, non in ciò che è comune alla Trinità; infatti se tutta la Trinità avesse assunto il corpo, avrebbe confuso la natura di uomo e di Dio l'una nell'altra, poiché consta che la natura della Trinità è una, ma non è una la persona". DS 491.
  • Incarnationem quoque huius Filii Dei tota Trinitas operasse credenda est, quia inseparabilia sunt opera Trinitatis. Solus autem Filius formam servi accepit: "È da credere anche che tutta la Trinità ha operato l'incarnazione di questo Figlio di Dio, poiché le opere della Trinità sono inseparabili. Tuttavia solo il Figlio assunse la forma di servo". DS 535.
  • Angeli oraculum, cum Spiritum Sanctum superventurum in ea dicit, et virtutem Altissimi, qui est Dei Patris Filius, obumbraturum eam praemonuit, eiusdem Filii carni totam Trinitatem cooperatricem esse monstravit: "L'annuncio dell'angelo, quando dice che lo Spirito Santo sarebbe venuto su di essa, e preannuncia che l'avrebbe adombrata la potenza dell'Altissimo, che è il Figlio di Dio Padre, mostrò che tutta la Trinità cooperò alla carne dello stesso Figlio". DS 571.
  • [..] Unigenitus Dei Filius Iesus Christus, a tota Trinitate communiter incarnatus: "Gesù Cristo il Figlio unigenito di Dio, incarnato per [un'opera] comune di tutta la Trinità". DS 801.
  • http://www.vatican.va/archive/catechism_it/p122a3p1_it.htm
  • La teologia chiama tale apertura e ricettività potentia oboedientialis
  • Gerhard Müller (1990) 343.
  • Bibliografia
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