Penitenza

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Girolamo Muziano, San Gerolamo penitente nel deserto (seconda metà del XVI secolo), olio su tela

Il termine penitenza (dal latino paeniteo, che significa pentirsi, rammaricarsi) indica l'atteggiamento, interiore ed esteriore, di dolore per i peccati commessi. È un atto religioso, personale o comunitario, che ha come termine l'amore di Dio; alla penitenza l'uomo ricorre per lo più come riparazione dei propri peccati.

La penitenza si traduce in varie forme esteriori: la preghiera, il digiuno, le opere di carità, l'ascesi fisica.

Nell'Antico Testamento

Nell'Antico Testamento si manifesta il senso religioso della penitenza[1]. Ad essa l'uomo ricorre per lo più dopo il peccato, per placare l'ira divina[2], o in occasione di gravi calamità[3], o nell'imminenza di particolari pericoli[4], o comunque allo scopo di ottenere benefici dal Signore[5]; tuttavia si può costatare come l'opera penitenziale esterna sia accompagnata da un atteggiamento interiore di conversione, di condanna cioè e di distacco dal peccato e di tensione verso Dio (cfr. 1Sam 7,3; Ger 36,6-7; Bar 1,17-18; Gdt 8,16-17; Gio 3,8; Zc 8,19.21).

Il penitente si priva del cibo e si spoglia dei propri beni, anche dopo che il peccato è stato perdonato, anche indipendentemente dalla petizione. Il digiuno è generalmente accompagnato dalla preghiera e dall'elemosina (cfr. Is 58,6-7; Tb 12,8-9). Si digiuna e si usa il cilicio per affliggere "la propria anima" (Lev 16,31), per umiliarsi al cospetto di Dio (Dn 10,12), per volgere la faccia verso YHWH e per disporsi con più facilità alla preghiera (Dn 9,3), per comprendere più intimamente le cose divine, per prepararsi all'incontro con Dio (Es 34,28).

La penitenza è quindi un atto religioso, personale, che ha come termine l'amore e l'abbandono nel Signore: digiunare per Dio, non per se stessi (Zc 7,5).

Attraverso i profeti YHWH invita continuamente alla sincerità della penitenza. Quando ciò non si realizza, il Signore si lamenta con il suo popolo (Is 58,4). L'invito è a stracciarsi il cuore e non le vesti (Gl 2,13[6]).

Nell'Antico Testamento è forte l'aspetto sociale della penitenza: le liturgie penitenziali dell'Antica Alleanza sono una presa di coscienza collettiva del peccato, ma costituiscono anche la condizione di appartenenza al Popolo di Dio (Lev 23,29). La città di Ninive, a cui è diretta la predicazione di Giona, credono a Dio e praticano la penitenza, "uomini e animali, grandi e piccoli" (Gio 3,5-9).

La penitenza è presentata come mezzo e segno di perfezione e di santità: Giuditta (Gdt 8,6), Daniele (Dn 10,3), la profetessa Anna e tante altre anime elette, "servirono Dio notte e giorno con digiuni e orazioni" (Lc 2,37; Sir 31,12.17-19; 37,32-34), nella gioia e nell'allegria (Zc 8,19; cfr. Mt 6,17).

Tra i giusti dell'Antico Testamento si trova infine chi si offre a soddisfare, con la propria penitenza personale, per i peccati della comunità:

Nel Nuovo Testamento

Il ministero di Giovanni Battista è tutto un invito al popolo d'Israele ad assumere un atteggiamento di penitenza. Il suo Battesimo è un segno della conversione per il perdono dei peccati; occorre farvi corrispondere "opere degne della conversione" (Lc 3,3.7-8).

Cristo passò quaranta giorni in preghiera e digiuno nel deserto prima di iniziare il suo ministero pubblico, e inaugurò la sua missione pubblica con l'annuncio della vicinanza del Regno di Dio accompagnato dall'invito alla conversione e a credere nel Vangelo (Mc 1,15)[7]: al Regno annunciato da Gesù si può accedere soltanto mediante la metánoia, cioè attraverso quell'intimo e totale cambiamento e rinnovamento di tutto l'uomo, di tutto il suo sentire, giudicare e disporre, che si attua in lui alla luce della santità e della carità di Dio, che, nel Figlio, si sono manifestate e comunicate con pienezza agli uomini (Eb 1,2; Col 1,19 e passim; Ef 1,23 e passim).

Cristo è il modello supremo dei penitenti: ha voluto subire la pena per i peccati non suoi, ma degli altri[8]. Dinanzi a lui l'uomo può riconoscere sia la santità di Dio che la malizia del peccato (cfr. Lc 5,8; 7,36-50); attraverso la parola di Cristo gli viene trasmesso l'invito alla conversione: nel Battesimo gli è concesso il perdono dei peccati, e attraverso di esso il credente è configurato alla Passione, Morte e Risurrezione del Signore (Rm 6,3-11; Col 2,11-15; 3,1-4).

Seguendo il Maestro, ogni cristiano deve rinnegare se stesso, prendere la propria croce, partecipare alle sofferenze di Cristo; trasformato in tal modo in una immagine della sua morte, egli è reso capace di meritare la gloria della risurrezione (Fil 3,10-11; Rm 8,17). Seguendo Gesù, dovrà non più vivere per se stesso (Rm 6,10; 14,8; 2Cor 5,15; Fil 1,21), ma per colui che lo amò e diede se stesso per lui (Gal 2,20), e dovrà anche vivere per i fratelli, portando a compimento "nella sua carne ciò che manca ai patimenti di Cristo... a favore del suo corpo che è la Chiesa" (Col 1,24).

Il compito di portare nel corpo e nell'anima la morte del Signore (2Cor 4,10) investe tutta la vita del battezzato.

Sistemazione dottrinale

La penitenza è una virtù cristiana.

Terminologia

A livello di termini, la penitenza è in rapporto con vari concetti simili:

La compunzione, il pentimento e la conversione stanno alla radice della penitenza: la vera conversione evangelica si prolunga nella vita penitente.

La virtù della penitenza si esprime in atti di pentimento (interni od esterni), e in uno stato di pentimento originato dal sapersi bisognosi di perdono e di misericordia[9].

Nella vita cristiana

All'interno del Sacramento omonimo, la penitenza si esprime in un atto o preghiera di riconoscimento del proprio peccato e di pentimento, e che è seguita dall'assoluzione sacramentale. Tale atto è sottoposto al rischio di essere vissuto in senso pietistico o formalistico, quasi fosse il pagamento o la riparazione compensatoria delle proprie mancanze.

La vera penitenza, invece, scaturisce dalla contemplazione e dall'esperienza della misericordia di Dio, tenuta davanti agli occhi nella sua espressione massima, che si ha nella croce di Cristo. In questa luce il sentimento, l'atteggiamento e l'azione di penitenza presenti nel Sacramento acquistano verità e consistenza cristiana.

Più difficile da capire oggi è la penitenza riparatrice, poiché l'attuale cultura è ormai appiattita sul consumistico usa e getta.

Note
  1. Paolo VI, Paenitemini, I.
  2. Cfr. 1Sam 7,6; 1Re 21,20.27; Ger 36,9; Gio 3,4-5.
  3. Cfr. 1Sam 31,13; 2Sam 1,12; 3,35; Bar 1,3-5; Gdt 20,26.
  4. Cfr. Gdt 4,8.12; Est 4,15-16; Sal 34[33],13; 2Cr 20,3.
  5. Cfr. 1Sam 14,24; 2Sam 12,16.22; Esd 8,21.22.
  6. Cfr. Is 58,5-6; Am 5 passim; Is 1,13-20; Ger 14,12; Zc 7,4-14; Tb 12,8; Sal 50[49],18-19; ecc.
  7. Paolo VI, Paenitemini, I.
  8. Cfr. Summa Theologiae, III, q. 15, a. 1, ad 5.
  9. A livello di pentimento si può parlare di un dolore di attrizione (terminologia che compare verso il XIII secolo) oppure di contrizione, a seconda della motivazione che fonda il medesimo pentimento; l'attrizione è detta dolore imperfetto, perché motivata più dal dolore della colpa commessa o dal disagio prodotto dal peccato; la contrizione si dice dolore perfetto perché più motivata dall'amore di Dio, offeso dal peccato personale.
Voci correlate
Collegamenti esterni

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