Preghiera

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Andrea Mantegna, Orazione di Gesù Cristo nell'orto di Gethsemani (1458 - 1460 ca.), tempera su tavola; Londra, National Gallery

La preghiera consiste nell'elevare l'anima a Dio, coscientemente, con la parola o con il pensiero, ed è uno dei momenti d'incontro tra Dio e l'uomo. Per un cristiano la preghiera e la vita cristiana sono inseparabili; il cristiano, infatti, vive quotidianamente con il Cristo risorto, il quale "rimane con noi tutti i giorni" (Mt 28,20).

La preghiera si attua attraverso diverse forme: la benedizione, l'adorazione, la preghiera di domanda, l'intercessione, il ringraziamento la lode. Tutte queste forme di preghiera sono contenute nell'Eucaristia.

Si può pregare esprimendosi vocalmente a parole, ma anche attraverso la meditazione e la contemplazione. Anche la scelta del luogo non è indifferente: infatti, anche se è possibile pregare ovunque, è indispensabile sottolineare che la Chiesa è il luogo proprio per la preghiera liturgica e l'adorazione eucaristica. Ci sono poi altri luoghi che possono essere d'aiuto alla preghiera, come un monastero, un santuario o anche la propria casa.

La forma classica e più antica di preghiera pubblica nel cristianesimo sono le ore canoniche o liturgia delle ore. Di origine antichissima (la struttura è stata ereditata dalla preghiera ebraica delle sinagoghe e del Tempio di Gerusalemme), le ore canoniche ebbero particolare rilievo nelle comunità monastiche come ufficio corale.

La preghiera è una realtà che mette in comunicazione la dimensione umana con il trascendente. Come tale ha un posto di assoluto rilievo in tutti i sistemi religiosi. I diversi contenuti e le molteplici forme sono dunque in relazione con la visione antropologica e teologica propria di ogni religione.

Antico Testamento

La rivelazione di JHWH, unico Dio, al popolo di Israele e la sua elezione carica la preghiera di significati particolari. In Es 3,6.15 si stabiliscono i soggetti della relazione. JHWH fonda l'esperienza che gli uomini possono fare di Lui e comunica mediante la Parola. Questa necessita dell'ascolto e determina una relazione definita Alleanza. All'interno di questa relazione si colloca la preghiera che è dunque esperienza storica ( davar in ebraico), legata a una cultura e a un'epoca.

Ma è anche una modalità unica, personale attraverso la quale si conosce e si manifesta la Volontà che liberamente chiama e sceglie per Amore. La preghiera realizza un partenariato tra l'uomo, libero e responsabile, e Dio fedele e traboccante di amore per lui. Configura una libertà dialogante con Dio, un parlare che è anche ascolto e risposta alla Parola in una molteplicità di modulazioni. Pregare è dunque rispondere con fede all'iniziativa di Dio. Le preghiere fondamentali del fedele osservante erano: la recita quotidiana dello Shemà Isra'el (che era contemporaneamente confessione di fede e preghiera) in cui si riunivano gli insegnamenti del Dt 6,4-9, Dt 11,13-21 e Nm 15,37-41. C'era poi la Tefillà, la preghiera principale recitata a ogni ufficio liturgico e le Berakot, le benedizioni.

I Salmi (in ebraico tehillim) occupano un posto di rilievo all'interno dell'Antico Testamento. Sono 150 componimenti in cui il dialogo uomo-Dio si manifesta come lode, supplica, benedizione, ringraziamento, domanda, intercessione. Originariamente dovevano essere cantati con l'ausilio di strumenti musicali, poi vennero raccolti nel Salterio o libro dei Salmi la cui edizione definitiva risale al III - II secolo a.C..

Subiscono di generazione in generazione l'adattamento alle nuove circostanze che si presentano nella storia della relazione con Dio. Da supplica individuale si trasformano in preghiera comunitaria. Per questo non è possibile avere una datazione precisa dei Salmi, come pure è difficile ipotizzare l'autore e il tempo di composizione. La Tradizione li attribuisce a Davide ma questa ipotesi non è sostenibile, nonostante alcuni passi biblici facciano preciso riferimento alle doti poetiche e letterarie del re (1Sam 16,18-23; 2Sam 1,17; Sir 47,2-18).

Anche gli altri personaggi che vengono citati, Mosè, Asaf, Core più che veri e propri autori possono avere una paternità simbolica. Nei Salmi è possibile riconoscere la grande ricchezza della preghiera ebraica che loda Dio per la creazione e i prodigi che opera nella storia, che Lo ringrazia per i benefici ricevuti. Ci sono poi i Salmi in cui è presente la supplica, per invocare l'aiuto di Dio, e la richiesta di benedizioni sul re. Caratteristici sono quelli dedicati a Gerusalemme, la città eletta, e quelli che si cantavano nel pellegrinaggio per arrivarvi. Ci sono anche i Salmi sapienziali in cui la preghiera diventa riflessione profonda sul significato della vita e della Storia.

L'israelita osservante pregava incessantemente con i Salmi. Gesù stesso in (Lc 22,44) pregava con le parole del salterio e morendo sulla Croce il versetto di un salmo fu l'ultima preghiera che rivolse al Padre (Lc 23,46). I cristiani continuano sull'esempio di Gesù a pregare i Salmi che trasformano in canto tutta la Verità annunciata nella Scrittura. Si può affermare che i Salmi sono le parole stesse della Scrittura trasformate in preghiera.

Nuovo Testamento

Sassoferrato, Maria Vergine in preghiera (XVII secolo), olio su tela; Cesena, Museo Civico

Il Nuovo Testamento presenta Gesù come Parola di Dio fatta carne (Gv 1,14). La relazione di Alleanza è ora nuova ed eterna e la preghiera trova in Cristo il mediatore universale di salvezza.

La preghiera neotestamentaria non differisce da quella dell'Antico Testamento né per la forma espressiva, né per i molteplici modi di essere. La differenza va ricercata nel fondamento cristologico: la preghiera avviene per Cristo, con Cristo e in Cristo e si rivolge nello Spirito Santo al Padre.

I battezzati nell'adesione personale a Gesù, Figlio di Dio, si uniscono alla Sua preghiera nell'invocazione al Padre (Rm 8,15; Gal 4,6). Dal momento che Gesù è in relazione intima, profonda, personale, filiale con Dio la preghiera dei cristiani esprime il loro vivere costantemente in questa relazione.

Le modalità della preghiera di Gesù sono quelle tipiche dell'ambiente giudaico in cui visse il Rabbì di Nazareth. Le caratteristiche salienti sono: la fiducia nel Padre che ascolta il Figlio (Gv 11,41-42), la confidenza (Mt 7,7-11), che genera audacia nel chiedere, certezza nell'ottenere, gioia nel compiere la volontà del Padre (Lc 22,42).

Gesù insegna a pregare principalmente con l'esempio, invitando i suoi discepoli ad imitarlo nella solitudine dei suoi ritiri (Mt 12,23; Mc 1,35; Lc 5,16).

Tre parabole sulla preghiera

Particolarmente significative sono tre parabole presenti nel Vangelo secondo Luca 11,5-13; 18,1-8.9-14. Riassumono il significato profondo e il valore della preghiera. Mettono l'accento su alcuni aspetti della relazione intima e personale con Cristo: l'insistenza con cui si chiede, la costanza che esprime il fatto che non ci deve mai stancare, l'umiltà necessaria per mettersi al cospetto del Padre.

La Parabola dell'amico importuno

Nella parabola dell'amico importuno Luca 11,5-13 presenta un breve quadretto in cui all'insistenza di una richiesta segue necessariamente la sua soddisfazione. Lo stile narrativo dell'autore rende la descrizione quanto mai efficace e le interrogative retoriche colorano la parabola di una vivacità interlocutoria tipica di chi pretende un'immediata risposta. Insistere nelle richieste ha come conseguenza l'ottenimento delle medesime.

« Bussate e vi sarà aperto, chiedete e vi sarà dato »
diventa allora un imperativo per chi fonda la sua esistenza in Cristo. L'esortazione prende il posto del comando: chiedere con insistenza al Padre nella certezza di essere esauditi. Luca fonda un'ipotesi utilizzando il tempo verbale della certezza, il presente indicativo greco: se voi date ai vostri figli cose buone per loro e non li ingannate nelle richieste che vi fanno, il Padre celeste saprà darvi lo Spirito Santo.

La Parabola della vedova importuna

In Lc 18,1-8 la parabola della vedova importuna si presenta come una narrazione. C'era un giudice che non aveva rispetto per nessuno; abitava nella stessa città di una vedova, la quale cercava di ottenere giustizia contro il suo avversario. La povera donna non era presa in considerazione dall'uomo di legge, ma la sua insistenza alla fine la conduce ad ottenere ciò che ardentemente desidera. La molestia diventa la virtù della costanza, l'insistenza produce i frutti cercati.

L'Evangelista ci ricorda che la preghiera richiede perseveranza[1], continuità che non va intesa come ripetizione continua di formule o invocazioni ma come continua esistenza aperta alla comunione con Dio. Il cristiano vive nella vigilanza, nell'attesa e nel ricordo costante dell'amore di Dio, insomma nella preghiera, che gli permette di riconoscerne la presenza. L'insistenza nella sua preghiera diventa segno della sua fede.

La Parabola del fariseo e del pubblicano

Nella parabola del fariseo e del pubblicano (Lc 18,9-14) troviamo come tema fondamentale l'atteggiamento che il cristiano deve assumere nella preghiera. L'evangelista ci presenta anche i destinatari di questo messaggio: alcuni che presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri. L'orgoglio, il disprezzo degli altri, la sopravvalutazione di se stessi sono tutti ostacoli alla preghiera. Sono realtà che impediscono una relazione forte, intima con il Signore.

Mettersi alla Sua presenza, il Dio tre volte santo, implica la conoscenza e il discernimento del proprio peccato. Questo riconoscimento e il conseguente atteggiamento di umiltà[2] con cui il cristiano si mette in dialogo con Dio lo rendono giustificato. Con tale espressione si indica nel linguaggio biblico la giusta modalità di rapporto: Il Creatore e la creatura, il Padre e il figlio, il Medico e il malato, Il Santo dei Santi e il peccatore.

Indicazioni pastorali

Per scoprire l'autenticità della preghiera cristiana occorre radicarsi su alcune costanti assolute che ci vengono dalle Scritture e dalla grande Tradizione cattolica.

Per essere autentica la preghiera cristiana necessita per prima cosa dello Spirito Santo che la susciti, la guidi, la orienti, la faccia diventare preghiera di Cristo al Padre. L'orante invoca Dio come Padre, con la confidenza di un figlio grazie all'azione dello Spirito Santo, senza la quale non sarebbe capace di operare alcuna richiesta (Rm 8,14-16.26).

Per questo si può affermare che ogni preghiera è un'[[epiclesi]: lo Spirito fa entrare nella comunione divina, mette in relazione gli uni e gli altri con il Padre. Solo con l'epiclesi la preghiera si trasforma in un riorientamento della persona secondo la coordinata trinitaria: ad Patrem, per Christum, in Spiritu.

La preghiera diventa in ultima analisi il riflesso della vita personale secondo lo Spirito. Per questo la preghiera cristiana possiede un'oggettività che le impedisce di obbedire a impulsi psichici, allo spontaneismo, all'essere suscitata da idoli muti sotto l'impulso del momento (1Cor 12,27).

Pregare animati dallo Spirito Santo e in obbedienza a Lui è un dato ineliminabile della preghiera cristiana; per restare fedeli a questo occorre però pregare secondo l'insegnamento di tutte le Scritture la cui voce è risuonata in quella di Gesù. Quando i discepoli chiesero al Maestro di insegnare loro a pregare (Lc 11,1). Lui rispose non con una formula ma con un insieme di indicazioni che raccolse nell'orazione del Padre Nostro.

Il Pater è una preghiera consegnataci da Mt 6,9-13 e Lc 11,2-4 quale sintesi di parole del Signore presenti in tutto il suo insegnamento. Più che una formula è una traccia, un canone: chiamare Dio Abba-padre, chiedere il compimento della Sua volontà e della venuta del Regno, riconoscere il Pane che viene nell'oggi da Dio, chiedere il perdono e la liberazione dal Maligno sono i temi presenti in tutta la predicazione di Gesù.

La preghiera cristiana per essere autentica deve quindi accogliere le indicazioni, i consigli dati da Gesù ai discepoli. Consegnati da questi alle comunità cristiane, tramandati e vissuti dai credenti continuano ancora oggi ad essere le linee spirituali e pastorali fondanti la preghiera cristiana.

Preghiera e riconciliazione con il fratello

Jean-François Millet, L'Angelus (1857 - 1859), olio su tela; Parigi, Museo D'Orsay

Chiamare Dio come Padre presuppone nel cristiano la consapevolezza di essere inserito in una dimensione di fratellanza universale, di comunione fraterna. Vivere la solidarietà non solo con i fratelli nella fede, ma con gli uomini tutti è una condizione esistenziale.

L'atteggiamento che accompagna ogni inizio di dialogo con Dio è l'essere solidale con ogni uomo, giungendo fino all'amore per il nemico, alla volontà di rispondere con il bene a chi fa il male. Quando viene meno questo presupposto la preghiera si priva di energie spirituali. Se pregare significa mettersi in relazione intima e personale con Dio non deve essere possibile alcuna forma di divisione, di odio, di contrasto.

Non è possibile dialogare con Dio, che ci ha amati anche quando eravamo nemici (Rm 5,9-10) e di parlare con Lui, che non si vede, se non si è in grado di perdonare e non si vuole comunicare con il proprio fratello (Mt 5,23-24; 1Gv 4,20).

La preghiera "nel segreto"

Il cristiano vive la sua esperienza di fede all'interno della comunità, la cui preghiera nella forma più dinamica diventa la liturgia. Vive nella comunità anche il culmine della preghiera: l'Eucaristia. Eppure la dimensione comunitaria non esaurisce la preghiera.

Occorre interiorizzare atteggiamenti e vivere nel proprio intimo una forte relazione con Dio (Mt 6,6), percepire la presenza amorevole e misericordiosa del Signore. La preghiera personale rappresenta l'occasione di rivolgersi al Padre con libertà e la possibilità di percepirne la vicinanza.

L'orante che pratica solo ed esclusivamente preghiera comunitaria finisce per utilizzarla come una dichiarazione di appartenenza ad una realtà, ad un gruppo. L'invito a pregare nell'intimità del proprio spazio vitale libera non solo da una possibile volontà di ostentazione o da forme di ipocrisia, ma permette l'istaurarsi di un dialogo unico, personale fatto di tenerezza, amore, voglia di donarsi.

Preghiera e fiducia

Il cristiano quando prega non moltiplica le parole, perché è consapevole che la soddisfazione della preghiera non dipende da esse. Lui ripone tutta la sua fiducia[3] in chi lo invita alla relazione personale ed intima: Dio (Mt 6,7-9). È Lui che conosce l'orante, le sue necessità, la sua natura.

Lo conosce così bene che se anche la coscienza di chi prega avesse qualcosa da rimproverare, il suo amore di Padre non verrebbe comunque meno ed il suo perdono non mancherebbe (1Gv 3,18-22).

La comunione nella preghiera

Gesù esorta ad accordarsi, a compiere un avvicinamento di sentimenti e affetti con i fratelli per presentare insieme le richieste al Signore. Un invito all'unione fraterna e alla pratica comunitaria della preghiera che deve formare un cuore e un'anima sola (Mt 18,19-20).

Compiere questo gesto di apertura all'altro porta a riconoscerne i doni, le differenze e a valorizzarne le esigenze profonde. Proponendo di fare questo Gesù libera dall'eventualità di vivere la preghiera come una forma di egoismo, di solitaria soddisfazione personale.

Spinge a convertire il pensiero ed il cuore verso quelle modalità che furono da Lui stesso messe in pratica nella comunione e nella condivisione.

La sicurezza della risposta

Pregare significa chiedere nel nome di Gesù ciò di cui si ha bisogno. In altre parole significa avere gli stessi sentimenti, gli stessi pensieri che furono in Lui. Le nostre richieste, infatti, non trasformano il disegno di amore che Dio ha su di noi, ma sono proprio i doni che Lui elargisce nella preghiera che ci trasformano.

Pregare nel Nome di Gesù diventa porre la volontà di Dio a fondamento della nostra esistenza, per questo abbiamo la certezza di essere esauditi (Gv 14,13). Chiediamo che su di noi si compia la volontà di un Padre che vuole per i propri figli ogni bene. E Dio possiede la potenza di compiere infinitamente di più di ciò che l'uomo è in grado di domandare o pensare.

Note
  1. Cfr CCC,2753 [1]
  2. Cfr CCC,2753 [2]
  3. Cfr CCC,2753 [3]
Bibliografia
Voci correlate
Collegamenti esterni

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