Protovangelo

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Caravaggio, Madonna e Bambino con Sant'Anna, 1605-1606 ca.
Il piede di Maria riceve forza da quello di Gesù per schiacciare la testa del serpente, secondo l'annuncio del Protovangelo
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Allora il Signore Dio disse al serpente: "[..] Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno".
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Vengono chiamate Protovangelo o Protoevangelo le parole di Gen 3,15: esse, alludendo velatamente all'opera di salvezza che avrebbe realizzato Cristo, sono "il primo annunzio del Messia Redentore"[1].

Alla luce del Nuovo Testamento e della Tradizione della Chiesa si comprende che la donna nuova annunciata nel Protovangelo è Maria, e la "sua stirpe", cioè la sua discendenza, è suo figlio Gesù, trionfatore, nel Mistero Pasquale della sua morte e risurrezione, sul potere di satana.

Il termine protovangelo è di derivazione greca, ed è composto di proto, "primo", e euangélion, "buona notizia".

Il testo biblico

Il protovangelo fa parte del racconto della caduta (Gen 3). Il serpente ha tentato Eva, la quale ha mangiato dell'Albero della conoscenza del bene e del male e ne ha dato ad Adamo; si rompe allora l'armonia con il Creatore, che interroga prima l'uomo e poi la donna, e quindi commina le maledizioni, iniziando dal serpente; nelle parole di condanna di questo si innesta l'annuncio di una lotta senza tregua tra le due discendenze, e viene annunciata la vittoria della discendenza della donna.

Note esegetiche[2]:

  • Il termine "inimicizia" che si trova nelle versioni correnti corrisponde all'ebraico ʾêbhāh, "ostilità".
  • Il futuro "porrò" può indicare un fatto che si attua già dal momento in cui viene annunciato.
  • "Schiaccerà" e "insidierai" sono forme dello stesso verbo ebraico šûph, "schiacciare", "stritolare"; i LXX attenuano i toni traducendo con τηρέω, teréo ("guardarsi", nel senso di "fare attenzione a"), in entrambi i casi; segue i LXX la Vetus latina che usa servare, "guardarsi". Invece la Volgata traduce il primo verbo con conterere, "calpestare", e il secondo con insidiari, "tendere insidie". La differenza di significato sembra suggerita anche dal contesto, che vuole contrapporre due azioni di diversa efficacia.
  • Il pronome "questa" che si trova nella traduzione CEI 2008 corrisponde all'ebraico hûʾ, "esso", da riferirsi a zarʿāh, "seme" nel senso della discendenza della donna. I LXX traducono con il maschile αὐτός, autós, invece del neutro αὐτό, autó, in ciò concordando a senso con σπέρμα, spérma; ugualmente la Vetus latina, che ha ipse (maschile, ma riferito "a senso" a semen); invece la Volgata traduce ipsa, al femminile. Le versioni, a differenza dell'originale, farebbero dunque pensare che a vincere il serpente sia un individuo, e per la Volgata questi è "la donna". Tuttavia non c'è dubbio sul fatto che nell'originale il pronome maschile hûʾ si riferisce al sostantivo zarʿāh, "seme (di lei)"; al maschile è anche la voce verbale jĕšûphěkhā, così come il suffisso pronominale in tĕšûphennû. Non è certo che il femminile ipsa della Volgata sia dovuto all'interpretazione mariologica, attestata fin dal tempo di San Girolamo, quantunque non comunemente. San Girolamo stesso[3] rilevava sia l'identità del verbo in ebraico, sia la diversità del pronome.

Nel testo quindi la vittoria sul serpente non si può riconoscere che a un campione dell'umanità, il quale sfugga a ogni influsso o potere del maligno.

Il significato mariologico del testo riposa soprattutto sulla tradizione, che nel femminile ipsa della Volgata ha trovato la sua classica espressione. "L'allusione all'Immacolata" si può dedurre da questo passo solo come conclusione teologica o, meglio, come sensus plenior"[4].

Nel Catechismo della Chiesa Cattolica

Il Catechismo della Chiesa Cattolica cita e spiega il protovangelo nell'articolo del Credo dedicato alla Creazione, dove parla della caduta dell'uomo:

« Dopo la caduta, l'uomo non è stato abbandonato da Dio. Al contrario, Dio lo chiama (Gen 3,9), e gli predice in modo misterioso che il male sarà vinto e che l'uomo sarà sollevato dalla caduta (Gen 3,15). Questo passo della Genesi è stato chiamato "protovangelo", poiché è il primo annunzio del Messia redentore, di una lotta tra il serpente e la Donna e della vittoria finale di un discendente di lei.

La Tradizione cristiana vede in questo passo un annunzio del "nuovo Adamo" (cfr. 1Cor 15,21-22.45), che, con la sua obbedienza "fino alla morte di croce" (Fil 2,8), ripara sovrabbondantemente la disobbedienza di Adamo (cfr. Rm 5,19-20). Inoltre, numerosi Padri e dottori della Chiesa vedono nella Donna annunziata nel "protovangelo" la Madre di Cristo, Maria, come "nuova Eva". Ella è stata colei che, per prima e in una maniera unica, ha beneficiato della vittoria sul peccato riportata da Cristo: è stata preservata da ogni macchia di peccato originale[5] e, durante tutta la sua vita terrena, per una speciale grazia di Dio, non ha commesso alcun peccato[6]»

(nn. 410-411)

Il significato mariologico

Giovanni Paolo II mette in evidenza il corretto significato mariologico affermato non solo nella Tradizione della Chiesa, ma anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica. Il papa fa notare come

« nelle parole di Gen 3,15, "Io porrò inimicizia", in un certo senso sia collocata al primo posto la donna: "Io porrò inimicizia tra te e la donna". Non: tra te e l'uomo, ma proprio: tra te e la donna. I commentatori sin dai tempi antichissimi sottolineano che qui viene operato un parallelismo significativo. Il tentatore - "il serpente antico" - si è rivolto, secondo Gen 3,4, prima alla donna e mediante essa ha riportato la sua vittoria. A sua volta il Signore Dio, annunciando il Redentore, costituisce la Donna prima "nemica" del principe delle tenebre. Essa deve essere, in un certo senso, la prima destinataria della definitiva alleanza, nella quale le forze del male verranno vinte dal Messia, suo Figlio ("la sua stirpe"). »
Note
  1. 1,0 1,1 http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/1986/documents/hf_jp-ii_aud_19861217_it.html
  2. Teodorico da Castel San Pietro (1953) 199.
  3. Liber quaestionum Hebraicarum, PL 23, 943.
  4. Emanuele Testa, nota a Gen 3,14-19, in La Bibbia. Nuovissima versione dai testi originali, con introduzioni e commenti, 4 voll., Edizioni Paoline, Milano 1991, vol. I, p. 69.
  5. Cfr. Pio IX, Bolla Ineffabilis Deus: DS 2803.
  6. Cfr. Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, canone 23: DS 1573.
Bibliografia
Voci correlate
Collegamenti esterni

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