Gola

Da Cathopedia, l'enciclopedia cattolica.
100%Decrease text sizeStandard text sizeIncrease text size
Share/Save/Bookmark
Hieronymus Bosch, Tavola dei peccati mortali, XV secolo, particolare: la gola
Virgolette aperte.png
Non di solo pane vivrà l'uomo,
ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio".
Virgolette chiuse.png

La Gola è l'appetito disordinato del cibo e delle bevande; è una degenerazione dell'istinto: i piaceri della tavola passano in primo piano, e ciò che dovrebbe essere mezzo di sussistenza diviene il fine[1]. È il quarto dei sette vizi capitali.

Nella Bibbia

Il Libro dei Proverbi ammonisce di non lasciarsi guidare dalla gola quando si è a tavola con un potente (23,1-3) o con un avaro che pensa solo a mangiare e bere (23,6-7), condannando in maniera netta il vizio della gola (23,20-21), e in particolare l'ubriachezza, che porta ogni classe di guai (23,29-35).

Gesù viene accusato di essere "un mangione e un beone" perché amava sedere a mensa con i peccatori (Mt 11,19; Lc 7,34).

Nella Tradizione della Chiesa

San Tommaso d'Aquino[2] recepisce da Alessandro di Ales e da Gregorio Magno[3] l'affermazione secondo cui il disordine della gola può corrispondere a cinque avverbi[4]:

  • praepropere, "fuori tempo", troppo frequentemente;
  • laute, "lautamente", cioè procurandosi cibi o bevande molto costosi;
  • nimis, "troppo", cioè oltre le ragionevoli esigenze della nutrizione;
  • ardenter, "con passione", con eccessiva avidità;
  • studiose, "con diligenza", cioè esagerando nel condire i cibi allo scopo di renderli più gustosi.

Il decreto del Sant'Uffizio del 2 marzo 1679, sotto Papa Innocenzo XI, ha condannato la seguente proposizione: "Non è peccato mangiare e bere fino a sazietà per il solo piacere, a patto che non si rechi nocumento alla salute, poiché l'appetito naturale può lecitamente godere dei suoi atti"[5]. La condanna di tale proposizione ha di mira la concezione del piacere come fine.

Nel mondo d'oggi

Osserva Lucetta Scaraffia che il mondo odierno esalta la buona cucina e quindi il godimento che se ne trae:

« Come si fa a condannare la gola quando siamo sommersi da ricette, recensioni di ristoranti, inviti a riscoprire il gusto del cibo e la degustazione di vini, il tutto spesso camuffato da ritorno al genuino, o da occasione conviviale in cui godere dell'incontro con gli altri? [..] mangiare e bere sono diventati un fiorente settore di affari, e tutto quello che fa guadagnare è visto come positivo. La gola quindi va bene, perché è funzionale al mercato. »
(Quando i vizi tornano di moda. La crisi dell'educazione[6])

Lo svanire del vizio della gola va di pari passo con la mentalità edonistica attuale.

Approfondimento

La teologia morale riflette sulla malizia del vizio della gola, considerando che

« l'eccesso nel prendere il cibo è per sé veniale in quanto si tratta di esagerazione di una cosa in sé lecita. Può tuttavia accidentalmente diventare mortale a motivo del danno grave alla salute; della provocata incapacità ad attendere al proprio dovere; dello scandalo; della eccessiva prodigalità che può nuocere anche ad altri, come, ad es., ai familiari e ai debitori; ma soprattutto del fine cattivo, quale è quello del vivere per mangiare. »
(Luigi Morstabilini, 1951, 903)

Nel caso l'eccesso riguardi le bevande alcooliche, le cose diventano molto più gravi.

La pratica ascetica del digiuno, di radice biblica, vuole far crescere l'uomo nello stesso ambito in cui il vizio della gola lo colpisce.

Note
  1. Luigi Morstabilini (1951) 903.
  2. Summa Theologiae, II/II, q. 148,a. 4. Si vedano anche le Quaestiones disputatae de malo, e in particolare la questione XIV, dedicata alla gola (testo latino).
  3. Moralia, XXX, 13.
  4. Luigi Morstabilini (1951), 903.
  5. Comedere et bibere usque ad satietatem ob solam voluptatem non este peccatum, modo non obsit valetudini; quia licite potest (quis) appetitus naturalis suis actibus frui (DS 2108).
  6. L'Osservatore Romano, 13 giugno 2010, online.
Bibliografia
Voci correlate

Suggerimenti



Poni il mouse qui sopra per vedere i contributori di questa voce.