Avarizia

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Hieronymus Bosch, Peccati mortali (part. Avarizia), XV secolo, tavola; Madrid, Museo del Prado

L'Avarizia è un attaccamento smodato alle ricchezze: la persona che ne è schiava non sa subordinarle al suo fine ultimo, e le valuta in maniera superiore a ciò che è giusto in ragione delle necessità della vita[1]. È il secondo dei vizi capitali.

È smoderato desiderio dell'avere, puntigliosa smania d'accumulo e spasmodica voglia di conservarlo. Per l'avaro conta l'avere più che il fruire[2].

È una forma di idolatria: il denaro al posto di Dio.

Se la giustizia dà a ciascuno il suo, l'avaro non dà niente a nessuno. Spegne, così, l'amore verso ogni altro bene, bloccando e impedendo ogni impegno, ogni iniziativa a favore proprio come di altri. È un sostare ripiegati su se stessi.

Etimologia

Il termine proviene dal latino aviditas aeris, che letteralmente significa "avidità del bronzo". Il corrispondente greco è φιλαργυρία, philargyría, cioè "amore dell'argento".

Nella Bibbia

L'Antico Testamento conosce l'avarizia come attaccamento alla ricchezza e grettezza verso il prossimo[3] (Sal 119[118],36; Pr 27,20; 30,8-9; Sir 31,1-7; Is 56,11). Ne sono esempio le figure di Acan (Gs 7,20-25), Nabal (1Sam 25,2-11), i figli di Samuele (1Sam 8,3), Giezi (2Re 5,20-27).

Nel Nuovo Testamento l'avarizia è ostacolo al Regno di Dio (Mt 6,24; Mc 7,22; Lc 16,13); è una forma di idolatria (Col 3,5; Ef 5,5). Se ne devono guardare tutti i discepoli di Gesù Lc 12,15-21), in particolare i missionari, chiamati a predicare nella gratuità (Mt 10,8), e i pastori della Chiesa (1Tim 3,3; Tt 1,7; 1Pt 5,2). Un caso significativo è quello di Anania e Saffira (At 5,1-10).

Nel mondo classico

Aristotele[4] condanna l'avarizia in quanto capovolge l'ordine sociale, facendo si che tutto obbedisca solo al denaro. L'avaro è un cittadino parassita, un cittadino che non dà niente a nessuno. Per Aristotele ne sono figlie l'usura, la spogliazione di vivi e di morti, la rapina.

Cicerone[5] afferma che l'avarizia rende "gretti d'animo". L'uomo soffoca quell'attitudine dell'anima che rende benevoli, "liberali" verso gli altri.

Nella Tradizione della Chiesa

San Giovanni Crisostomo vede l'avaro come un indemoniato che agisce esattamente all'opposto di quello che in Mc 5,15 viene liberato da Gesù[6]. La frenesia della possessione induce l'indemoniato della pericope a spogliarsi, a liberarsi di tutto. La frenesia dell'avaro lo porta invece a rivestirsi di tutto, a non lasciare niente agli altri, a tutto recuperare a suo solo presunto vantaggio.

San Gregorio Magno[7] enumera l'avarizia fra i vizi spirituali, poiché considera che essa si consuma nel piacere dell'anima più che in quello della carne; la elenca però anche tra i vizi capitali.

Isidoro di Siviglia enumera tra le sue figlie "naturali": la menzogna, la frode, il furto, lo spergiuro, l'inumanità e la rapacità.

Per San Tommaso d'Aquino, l'avarizia è un "disordinato amore di possesso"[8].

Nella Divina Commedia i vizi capitali vengono espiati nel Purgatorio, dove appunto ci si purifica degli amori disordinati. Il canto XIX vede Dante e Virgilio visitare il girone degli avari, e tra di essi si incontra Adriano V, a cui è stata comminata la pena di contrappasso per il peccato commesso:

« Come avarizia spense a ciascun bene
Lo nostro amore, onde operar perdési,
Così giustizia qui stretti ne tene. »
(vv. 121-123)
Note
  1. Cfr. Pietro Lambreras (1948) 507.
  2. Cettina Militello (2009).
  3. Lamberto Schiatti, Francesca Moscatelli, Primo Gironi (1991).
  4. Etica 5,5,14.
  5. De officiis 2,20.
  6. Cfr. In Matth., hom. XXVIII. PG 57,355.
  7. Moralia, XXXI, 37.
  8. Si vedano, al proposito, le Quaestiones disputatae de malo, ed in particolare la XIII, dedicata all'avarizia (testo latino).
Bibliografia
Voci correlate

Suggerimenti



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