Ludovico Barbo

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Ludovico Barbo, O.S.B. Cass.
Presbitero
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Titolo
Abate
Età alla morte circa 61 anni
Nascita Venezia
1382 ca.
Morte Venezia
19 settembre 1443
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Professione religiosa Rimini, 3 febbraio 1409
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Ordinazione presbiterale 1405 ca.
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Collegamenti esterni
(EN) Scheda su catholic-hierarchy.org

Ludovico Barbo (Venezia, 1382 ca.; † Venezia, 19 settembre 1443) è stato un abate, vescovo e fondatore italiano. Fondatore della Congregazione benedettina de unitate, in seguito chiamata Congregazione cassinese.

Cenni biografici

Nacque attorno al 1382 a Venezia. Era figlio di Marco, della madre si conosce solo il nome di famiglia Cappello. Come chierico già nel 1397, favorito dalle conoscenze dei familiari, papa Bonifacio IX gli conferiva in commenda il priorato di San Giorgio in Alga allora degli eremitani di sant'Agostino. Nel 1404 il Barbo lo cedette a un gruppo di giovani chierici provenienti dal patriziato veneto: tra questi Gabriele Condulmer (poi papa Eugenio IV), Angelo Correr (il futuro Gregorio XII) e Lorenzo Giustiniani (primo patriarca di Venezia) e diedero vita alla società ecclesiastica che fu chiamata dei Canonici Regolari di San Giorgio in Alga.

Intanto la sua fama cresceva sia presso le autorità civili sia in curia. Il 18 febbraio 1408 papa Gregorio XII, da Lucca, lo incaricò assieme altri due membri della comunità di san Giorgio in Alga (Stefano Mauroceno capo di quel cenobio e Gabriele Condulmer, allora vescovo di Siena) di immettere il veneziano Giacomo di Tommaso Riza nel possesso del priorato camaldolese di santa Maria ad Carceres. Nell'aprile dello stesso anno il Senato veneto inserì il suo nome nella terna proposta per la sede vescovile di Candia. Verso la fine di quell'anno, mentre si trovava a Verona durante un viaggio che lo aveva portato a visitare varie realtà monastiche del Veneto, fu raggiunto dalla notizia della nomina pontificia ad abate del monastero benedettino di san Cipriano di Murano,[1] ma il fervore ascetico, che solo nella tranquillità di san Giorgio in Alga trovava piena realizzazione, gli suggerì gli argomenti per rifiutare l'incarico.

Non riuscì però, neppure due mesi dopo, a sottrarsi alla nomina ad abate di santa Giustina di Padova, nonostante rinnovasse i motivi già esposti in precedenza per la rinuncia. Nomina che avrebbe destinato a legare il nome del Barbo alla più vasta riforma dell'Ordine benedettino in Italia.

L'abbazia padovana, alla sua nomina, si trovava in condizioni di grave decadenza. Nel gennaio 1409 il neoeletto abate si recò a Rimini, dove risiedeva temporaneamente Gregorio XII, per ottenere dal papa che i suoi monaci potessero in seguito, secondo lo spirito della regola benedettina, eleggersi il proprio abate senza interventi della curia e tanto meno del potere civile. Ottenuta l'approvazione pontificia il 3 febbraio, nella cappella di santa Prisca della cattedrale di Rimini, il Barbo emetteva la nuova professione monastica e riceveva la benedizione abbaziale dalle mani del vescovo di Città di Castello mons. Giovanni del Pozzo. Il 16 febbraio entrava nel monastero di santa Giustina e si poneva a capo della comunità, costituita in quel momento dai soli tre monaci. Ripristinata la clausura, affrontati i più urgenti problemi economici, il Barbo si dedicò subito alla riforma, mirando innanzi tutto a restaurare la regola nel suo significato autentico, abolendo tradizioni che rappresentavano quasi sempre una rilassatezza del primitivo spirito benedettino e nello stesso tempo si preoccupò di reclutare nuovi monaci.

Il 23 marzo 1410 l'abate poté imporre il primo saio benedettino a Paolo de Strata, un giovane di Pavia, studente nell'università di Padova. Dall'ateneo padovano giunsero poi molte altre vocazioni. La comunità crebbe rapidamente con monaci culturalmente solidi e zelanti nell'osservanza della regola. Dieci anni dopo il monastero contava più di cento monaci e questo permise all'abate Barbo di intraprendere una azione di presa a carico di molti cenobi benedettini in decadenza.

Il 10 gennaio 1419 Martino V, con la costituzione Ineffabilis summi providentia Patris, erigeva di fatto la nuova congregazione, che fu detta de unitate, comprendente per il momento le quattro abbazie di santa Giustina di Padova, di santa Maria di Firenze, di san Giorgio Maggiore di Venezia e dei santi Felice e Fortunato di Aimone, con i priorati da esse dipendenti a cui in breve tempo vi si aggiunsero molti altri cenobi, oltre che nel Veneto anche a Genova, Pavia, Milano e Roma. Nella Ineffabilis summi providentia Patris i princìpi ideati dal Barbo vi trovavano piena conferma: l'autorità suprema sarebbe stata esercitata da un capitolo generale che, riunendosi annualmente, avrebbe nominato quattro visitatori ai quali era demandato il potere esecutivo; le singole comunità avrebbero eletto, al di fuori di ogni ingerenza esterna, il proprio abate che avrebbe recoperto la carica a vita e senza alcun vincolo di sottomissione verso l'abate di santa Giustina, ma soltanto verso il capitolo generale e i visitatori.

Papa Eugenio IV emanava il 23 novembre 1432 una nuova costituzione, che alla luce dell'evoluzione della congregazione, perfezionava e in parte modificava profondamente quella di Martino V. L'istituto dell'abate fu modificato radicalmente, l'elezione era demandata al capitolo generale e non più alla comunità, e la durata ridotta ad un anno. Gli venivano anche sottratte la nomina dei priori, affidata pur essa al capitolo generale, e la quota del venti percento delle rendite del monastero a lui riservata nella costituzione precedente. La figura dell'abate era così spogliata di ogni sovrastruttura che la tradizione medievale e particolarmente il feudalesimo gli avevano imposto e restituita alla genuina caratteristica di moderatore e amministratore della comunità.

Papa Eugenio IV, che stimava ed apprezzava molto il Barbo, gli affidò delicati incarichi diplomatici. Fu legato papale al concilio di Basilea. Tra il febbraio e l'aprile 1432 fu a Parma presso l'imperatore Sigismondo di Lussemburgo, che doveva mediare fra il papa e i padri conciliari. Nel gennaio 1433, con altri legati, raggiunse Basilea dove rimase sino a giugno. Tornato presso il papa per riferire, nell'ottobre 1433 era di nuovo al concilio e rientrò definitivamente in Italia nel luglio 1434.

Deceduto il vescovo di Treviso Giovanni Benedetti, il 15 aprile 1437 Eugenio IV chiamò il Barbo a succedergli. Ancora una volta l'abate cercò di rifiutare l'incarico ma infine cedette, interpretando le insistenze del pontefice come volontà divina. Nonostante il nuovo incarico i suoi monaci, nel capitolo generale di quell'anno, lo nominarono definitore perpetuo.

Come vescovo il Barbo continuò a perseguire la sua politica riformatrice, applicandola ora al suo clero. Prese parte al concilio di Ferrara-Firenze (1437 - 1439), senza però assumere ruoli di rilievo.

Morì a Venezia il 19 settembre 1443, mentre si trovava nel monastero di San Giorgio Maggiore. La salma su traslata e ancora oggi riposa in Santa Giustina.


Predecessore: Vescovo di Treviso Successore: BishopCoA PioM.svg
Giovanni Benedetti 1437 - 1443 Ermolao Barbaro I
II
III
IV
V
VI
VII
VIII
IX
X
con
con
Giovanni Benedetti {{{data}}} Ermolao Barbaro
Note
  1. Libero Breve scheda online
Bibliografia
  • Alessandro Pratesi. Dizionario Biografico degli Italiani Treccani, Volume 6 (1964) online

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