Kerygma

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T. Shilippoteaux , San Paolo predica nell'areopago di Atene (XIX secolo), incisione: At 17,22-34
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Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione (kérigma) ed è vana anche la vostra fede.
Virgolette chiuse.png

Il termine kerygma (dal greco Κήρυγμα, Kérygma,[1]) significa, secondo i contesti biblici ed extrabiblici in cui è usato, "proclama", "proclamazione", "predicazione", "predica", "editto", "grido", "annuncio", "messaggio".

Da un esame delle singole occorrenze del termine κήρυγμα nella Bibbia risultano differenze e somiglianze importanti nel suo uso.

Antico Testamento

Nell'Antico Testamento greco[2] il termine è presente in tre versetti di tre libri canonici: 2Cr 30,5; Pr 9,3, Gio 3,2.

Ancora una sola volta compare in 1Esdra 9,3 che è un libro apocrifo dell'Antico Testamento.

Non compare altrove nella Bibbia; si riscontrano però diversi termini della stessa famiglia etimologica.

Nei Settanta e nel Testo Masoretico

È ragionevole ritenere che il senso originale di κήρυγμα, usato solo in tre dei 4 vangeli e solo in 6 delle 13 lettere del corpus paulinum, e mai altrove nel Nuovo Testamento, sia da cercarsi all'interno dell'Antico Testamento oltre che nel contesto letterario e storico immediato.

In 2Cronache

Verso la fine di 2Cronache, il cronista narra come fu celebrata una festa di Pasqua, subito dopo la riforma religiosa e il rinnovo dell'alleanza. Ezechia (716-687 a.C.), re di Giuda, figlio e successore di Acaz, d'accordo con i suoi consiglieri e i sacerdoti, inviò corrieri per villaggi e città di Israele e di Giuda, da Bersabea (sud) a Dan (nord), con lettere convocatorie: il popolo doveva recarsi in pellegrinaggio al tempio, a Gerusalemme, per celebrarvi la Pasqua di YHWH, non festeggiata come dovuto a suo tempo perché i sacerdoti non si erano santificati né in tempo né in numero sufficiente per accogliere la popolazione. Decisero allora "una parola", cioè di emanare un editto o decreto "per far circolare la voce" (LXX: ἔστησαν λόγον διελθεῖν κήρυγμα): che tutti dovevano radunarsi a Gerusalemme per la festa (secondo 2Cr 30,5). Con κήρυγμα i Settanta traducono il sostantivo maschile ebraico קוֹל (qol),"voce" o "suono".

In 1Esdra

Similmente, in 1Esdra[3], però in un diverso contesto storico, dopo l'esilio di Babilonia (587-538 a.C.) e dopo l'editto di Ciro (538), il narratore racconta come Esdra digiunasse a pane e acqua in espiazione delle iniquità dei rimpatriati per avere questi sposato donne straniere. Subito aggiunge, in modo impersonale: καὶ ἐγένετο κήρυγμα (e un proclama fu diramato) alla città di Gerusalemme e per l'intera Giudea, a tutti i rimpatriati. Questi dovevano radunarsi in Gerusalemme, ancora in ricostruzione. Il proclama, emesso dai "governanti", conteneva una sanzione: chiunque, entro due o tre giorni non si fosse presentato in conformità alla "decisione" degli anziani, avrebbe subito il sequestro del bestiame, che sarebbe stato offerto in sacrificio, e l'espulsione dei proprietari dalla comunità (1Esdra 9,3).

In Proverbi

In Pr 9,3.4, il contesto di κήρυγμα è costituito dalla festa della Sapienza che invia le sue ragazze o domestiche nei punti più alti della città per "proclamare"[4], che significa "chiamare, leggere a voce alta, recitare" (simile alla parola "corano" che significa "recitazione" o "lettura salmodiata") - mentre il greco traduce, marcando la modalità, con συγκαλούσα μετὰ ὑψηλοῦ κηρύγματος, in riferimento alle giovani donne che sono dinamicamente descritte come "convocanti con proclamazione alta" o "a voce alta" gli abitanti di Gerusalemme.

In Giona

Simile, ma in un più storico contesto, è il significato del termine in Gio 3,2. Qui il profeta riceve tre ordini di fila da Dio: mettersi in piedi, andare a Ninive la grande città e "proclamare"[5] qualcosa che Giona deve prima attentamente ascoltare: "quel che io dico a te". Usando un semitismo, i Settanta traducono in greco con un sostantivo e un verbo della stessa radice, κηρύσσω (in modo imperativo aoristo, quindi temporalmente indefinito): κήρυξον... κατὰ τὸ κήρυγμα: "proclama... secondo il proclama", nel senso di: "annuncia con fedeltà quello che io ti dico". Il contesto suggerisce la necessità di una corrispondenza, in qualunque circostanza, tra quel che si ascolta da Dio e quel che si annuncia agli altri, apparentemente estranei alla propria cultura, ma da Dio stesso scelti come destinatari del messaggio di conversione. Giona deve essere conciso, preciso e fedele, più obbediente di un libero interprete e quasi come un megafono, per fare arrivare alla intera città di Ninive attraverso la propria voce la parola che non è sua ma di Dio e che esige e può produrre un cambio di mentalità e di condotta in chi la sente.

Nuovo Testamento

Il termine κήρυγμα è usato più spesso, nove volte per la precisione, nel Nuovo Testamento, in particolare nei tre sinottici: Mt 12,41, Mc 16,8, Lc 11,32, e, nel corpus paulinum in Rm 16,25, 1Cor 1,21; 2,4; 15,14, 2Tim 4,17, Tt 1,3.

Nei Sinottici

Nel contesto neotestamentario, κήρυγμα ha un senso espresso sia con le parole della predicazione che con la presenza fisica di Gesù, il quale come segno biblico, comprensibile per un uditorio che conosce le Scritture, resterà tre giorni e tre notti nel ventre della terra, a imitazione di Giona nel pesce.

In Matteo

La prima occorrenza di κήρυγμα, è in Mt 12,41, dove è ancora ricordato Giona (Mt 12,39-41). Nelle parole stesse di Gesù, che l'evangelista riporta, c'è polemica con un uditorio religioso ma scettico: nel giorno del giudizio, gli abitanti laici di Ninive si ergeranno a giudici di coloro che, nonostante l'autorevolezza di "uno più grande di Giona", e che è Gesù stesso, non credono nel vangelo del regno di Dio. Invece molti non giudei si convertirono alla semplice "predicazione" di un profeta riottoso. In questo κήρυγμα Matteo sintetizza la predicazione del vangelo del regno di Dio, il compimento delle opere messianiche da parte di Gesù assieme alla sua morte, innocente, ma seguita dopo tre giorni dalla risurrezione.

In Marco

Ancora più esplicito e completo è il significato di κήρυγμα nelle due finali del vangelo di Marco, dove però esistono problemi di critica testuale. Antichi manoscritti, autorevoli come il Codex Sinaiticus e il B concludono il vangelo in Mc 16,8, senza menzionare alcun κήρυγμα.

  • Altri però, poco più tardivi, come L Ψ 083 099 0112 579, espandono proprio Mc 16,8 e a imitazione di Matteo, Luca e Giovanni, aggiungono altri versetti, da Mc 16,9 a Mc 16,20, che costituiscono la finale lunga dove si accenna, sinteticamente, alle apparizioni di Gesù sia a Maria di Màgdala che a due dei discepoli in cammino verso la campagna, prima che agli Undici. Solo a costoro però, con due imperativi, in Mc 16,15, Gesù stesso ordina di andare e proclamare il vangelo a tutti nel "mondo".
  • Il redattore ha usato qui l'imperativo aoristo di κηρύσσω, un verbo imparentato a κήρυγμα e che è fortemente presente in contesti diversi e riferito a personaggi diversi, già nella inclusione di Mc 1,4-14,9.
  • Lo stesso verbo ricorre in Mc 16,20, e serve per far sintesi dell'opera degli Undici che effettivamente, secondo il redattore, "andarono fuori sede e predicarono dappertutto", mentre il Signore operava con loro confermando la "parola" con "segni". Si evince che κήρυγμα indica qui la proclamazione di una "parola" o "parabola" che non può essere diversa da quelle di Gesù, dalle sue opere e segni messianici, da parte di testimoni che hanno obbedito al mandato del loro Signore risorto.
  • Nell'aggiunta tra parentesi a Mc 16,8 sembra invece contenuta una riflessione più tardiva sia sui destinatari che sul valore intrinseco del κήρυγμα: "Tutte poi le istruzioni per loro (per i discepoli), sinteticamente (le donne) le riferirono a Pietro. Dopo queste cose però lo stesso Gesù dall'oriente all'occidente emise tramite loro il sacro e incorruttibile proclama della eterna salvezza. Amen".
  • Qui κήρυγμα sembra acclimatato in un contesto liturgico, come editto di Gesù, suo statuto, o manifesto di vita eterna. Lo stile solenne, se è un indizio di dubbia appartenenza dell'aggiunta alla conclusione breve di Marco, marca la posizione di Gesù rispetto agli Undici: è lui stesso, risorto, a emettere il "sacro" e "incorruttibile" proclama che riguarda la sua missione sulla terra, anche se è per mezzo di loro, suoi altoparlanti o messaggeri, a raggiungere il regno della morte nei suoi anfratti più cupi per eliminarla.
  • L'accenno alla sacralità e incorruttibilità del κήρυγμα evoca una tradizione testuale successiva circa un già affermato ministero sacerdotale nella comunità, remota erede della predicazione degli Undici.

In Luca

Nella sua ultima occorrenza nei Sinottici, in Lc 11,32, κήρυγμα è un termine utilizzato come in Mt 12,41. Parallele sono anche le pericopi di Lc 11,29-32 con Mt 12,38-42, trattandosi in entrambe del segno di Giona considerato in una prospettiva escatologica.

  • Nelle parole attribuite direttamente a Gesù, nel giorno del giudizio finale, i niniviti giudicheranno il suo normale uditorio con l'autorità di convertiti "alla predicazione" di Giona. Il fatto di restare fermi nelle proprie convinzioni pur trovandosi alla presenza di uno che è "maggiore di Giona" e che è lo stesso Maestro, è ingiustificabile e merita la condanna da parte di persone considerate pagane e quindi lontane dalla salvezza.
  • L'uditore di queste parole non deve stupirsi del fatto che anche quando è Gesù a proclamare il vangelo del regno, il rifiuto non è solo possibile ma scontato da parte di persone per altro istruite nelle Scritture e che a queste abitualmente fanno ricorso per giustificarsi.
  • Sia in Mt 12,41 che in Lc 11,32 è messa in risalto l'importanza del κήρυγμα, come parola e segno della presenza viva di Gesù, rispetto ad interpretazioni sterili o letture incomplete delle antiche Scritture.
  • Il suggerimento degli evangelisti è quello di attribuire al vangelo maggior peso che all'Antico Testamento perché protagonista della salvezza è Gesù stesso, attuale comunicatore di una parola più viva di pagine sacralizzate dalla tradizione. Il κήρυγμα corrisponde più alla predicazione orale di Gesù e dei suoi poco colti discepoli che ad una lettura privata o ad uno studio approfondito condotto da esperti sulle Scritture.

Nel corpus paulinum

Il superamento del primato delle Scritture, o della lettera che può uccidere (cfr. Rm 2,29; 7,6; 2Cor 3,6), è attraverso il κήρυγμα, documentato in almeno sei di tredici lettere tra loro canonicamente unite sotto il nome di Paolo come mittente.

In Romani

In Rm 16,25 Paolo pronuncia una solenne dossologia a conclusione di un documento il cui argomento è Dio in una teologia nuova e completa rispetto all'Antico Testamento. In realtà, non solo qui in Romani ma in tutte le 13 lettere, si scrive di Dio come Padre di Gesù, a sua volta professato Cristo, Signore perché vero Figlio. Paolo introduce, primo agiografo a farlo, lo Spirito Santo, come distinto ma in comunione con Padre e Figlio e con tutti i figli e le figlie di Dio, quali sono da considerare coloro che credono nel vangelo. Nel corpus paulinum la teologia è matura. Anche qui, in Rm 16,25, costituisce direttamente e indirettamente, il contenuto del kerygma cristiano.

  • Gli antichi manoscritti differiscono tra loro nel collocare la dossologia, normalmente compresa tra il versetto 25 e il 27 del capitolo 16[6]. Questa incertezza sulla posizione fa pensare non tanto che la dossologia sia una aggiunta, quanto che la sua collocazione sia opera di amanuensi. Infatti, i testimoni che la omettono del tutto, qualche volta lasciando lo spazio bianco di alcune righe[7], sono pochi[8].
  • Il κήρυγμα è qui presente come parola chiave di questa dossologia mobile e la motiva. Paolo si rivolge ai romani affidandoli, a conclusione della lettura pubblica della lettera, a Dio Creatore e Signore, pur senza nominarlo se non indirettamente come "colui che può" stabilirli, secondo il "vangelo e il κήρυγμα di Gesù Cristo", e secondo l'apocalisse o manifestazione "del mistero rimasto silente" per secoli. Il termine è contestualmente determinato dall'antitesi parlare-far silenzio ed è descritto da parole dello stesso campo semantico, come "vangelo" e "apocalisse" che chiaramente implicano, come contenuto del κήρυγμα, il genitivo esplicativo "di Gesù Cristo". kerygma è la proclamazione pubblica, "la parola della fede che proclamiamo"[9] affidata all'apostolo[10] per professare, in contesti prevalentemente giudaici, che Gesù è "il Cristo"[11] e in generale, che Gesù è "il Signore"[12] di tutti, senza distinzione tra giudei e greci.

In 1Corinzi

In 1Cor 1,21, altro testo polemico indirizzato a destinatari diversi dai romani, il κήρυγμα è la proclamazione, con parole orali e scritte, della messianicità di Gesù crocifisso, direttamente e indirettamente evocato più volte[13] anche in prossimità di κηρύσσω, come in 1Cor 1,23: "noi invece proclamiamo Cristo [il] crocifisso", uno scandalo per i giudei e vera follia per gli etnici greci. In 1Cor 1,21, Paolo riflette come il mondo ellenistico, con la sua tradizione letteraria e filosofica, non abbia riconosciuto Dio che, nella sua sapienza, si è compiaciuto di "salvare" i credenti "per mezzo della follia del κήρυγμα". Parlando di follia, la propria[14] e quella di Dio, Paolo pensa alle difficoltà nel convincere greci e giudei, che Gesù, crocifisso, è Messia o Cristo, completo e definitivo.

  • Nel contesto,[15] Paolo ricorda il suo arrivo "in debolezza e timore" a Corinto, proveniente da Atene dopo aver subito una canzonatoria contraddizione da parte di filosofi stoici ed epicurei[16] a conclusione di un nobile discorso su Dio, costruito a tavolino, secondo i canoni del ragionamento greco, quando aveva accennato a un uomo risuscitato dai morti e costituito da quello stesso Dio di tutti, giudice degli uomini. A Corinto, nella sua prima venuta, aveva rinunciato a questo modo di inculturare il vangelo e ora commemora quella scelta radicale: fin nel primo incontro "ritenni infatti tra di voi di non sapere altro se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso". Per conoscere il Dio ignoto, invisibile Creatore del cielo e della terra, è ora importante spostare l'attenzione sull'uomo crocifisso.
  • In 1Cor 2,4, Paolo continua a precisare con polemica l'opzione antiretorica: "la mia parola e il mio κήρυγμα" non consistettero in persuasive parole di sapienza, ma "in manifestazione di spirito e di potenza." La distinzione tra λόγος - parola - e κήρυγμα è qui la stessa che esiste normalmente tra predicazione e il suo contenuto. All'apostolo preme affermare che, in ogni caso, materia prima e "vangelo" non è la sapienza greca (né la legge mosaica) ma il "λόγος, quello della croce", che se è pazzia per alcuni, è salvezza per chi l'accoglie (cfr. 1Cor 1,18) credendo a Paolo quando proclama che il crocifisso è Cristo, rivelazione autentica della "potenza di Dio" per i giudei, e della "sapienza di Dio" per i greci.[17] Contenuto del kerygma ai corinzi è stata fin dagli inizi ed è ora per scritto, un'antitesi, ma che è una sintesi per Paolo, un ritornello in 1Cor 1-4[18] e che è ricapitolata in due frasi parallele di 1Cor 1,25, dove sono presenti oltre al Cristo crocifisso, le reazioni di greci e giudei: "la cosa pazza di Dio è più sapiente degli uomini e la cosa debole di Dio è più forte degli uomini". È questa la inculturazione della professione di fede insieme conflittiva e agonistica[19] ma anche apostolica[20] nel vangelo della morte e risurrezione di Gesù, salvatore di ogni uomo. L'universalità è qui percepibile nella menzione di "uomini": utilizzino essi categorie ebraiche o greche nel loro rapporto con Dio. Tutti sono invitati, per mezzo della predicazione stolta di Paolo, a misurarsi con il Creatore passando per la fede in un uomo che è il Cristo, crocifisso e risorto.[21]
  • Nella terza ed ultima occorrenza di κήρυγμα, in 1Cor 15,14, ragionando con alcuni forse di origine greca che dubitano della necessità di una risurrezione fisica, Paolo ricorda che la fede nella risurrezione e nella vita attuale dell'ultimo Adamo[22] è l'unica che dia senso al predicare e alla chiesa di Dio[23]: se Cristo non è risorto (qui Paolo usa l'indicativo), "vuoto è il nostro κήρυγμα", e "vuota anche la vostra fede". La fede è priva di contenuto; è vinta e sterilizzata dall'attesa della morte. La stessa predicazione che per Paolo non è solo "parola" ma condivisione esistenziale della croce di Cristo, portandone nel proprio corpo la morte[24] o le stigmate,[25] diverrebbe insignificante, e tale sarebbe anche la relazione tra lui, l'apostolo delle genti, e loro, i destinatari prima della proclazione orale o ora di questa lettera. Senza fede pasquale, inerti e senza vita resterebbero le relazioni parentali e le interrelazioni ecclesiali a Corinto e con le altre chiese locali[26]. Paolo identifica la sua, o "nostra" predicazione, orale o scritta che sia del vangelo, come il contenuto essenziale e la struttura portante della fede in Dio, sapiente e potente, che salva gli uomini e le donne dalla morte con l'apostolato di Paolo, con la vocazione ed elezione di chiunque accoglie il kerygma[27] per formare un unico nuovo "corpo di Cristo", secondo una ecclesiologia[28] che deriva interamente dalla fede nella morte e risurrezione di Gesù.

Nelle Lettere Pastorali

In un'ottica più pastorale, κήρυγμα ricorre altre due volte nel Nuovo Testamento.

In 2Timoteo

In 2Tim 4,17-18, in un testo autobiografico del mittente, che secondo 2Tim 1,1 (e 1Tim 1,1) è lo stesso Paolo, l'apostolo di Rm 1,1 e di 1Cor 1,1 (e di 2Cor 1,1).

  • A Timoteo egli ora ricorda il voltafaccia di un collaboratore di entrambi, di Alessandro il fabbro, che gli ha procurato danni. Timoteo deve restarne in guardia perché Alessandro "si è opposto alle nostre parole" (2Tim 4,15), cioè alla "nostra" predicazione del "vangelo" di Gesù Cristo, salvatore pari a Dio, che ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e la incorruttibilità dell'uomo. Per proclamare tale "vangelo", in 1Tim 1,10-11, "io sono stato costituito κῆρυξ (kêryx) e apostolo e maestro". A Timoteo Paolo scrive anche di come, finito in tribunale, egli abbia dovuto difendersi da solo, essendo stato abbandonato da tutti; non però dal Signore che l'ha assistito e incoraggiato "perché, per mio tramite, il κήρυγμα fosse completato" e "tutte le nazioni lo ascoltassero". Solo per questo motivo, per completare la missione affidatagli, Paolo non è stato dato in pasto al leone e resta fiducioso che il Signore continuerà a liberarlo fino a missione compiuta, quando lo porterà, salvo, nel suo regno. Ora Timoteo deve assumersi le stesse responsabilità. Paolo lo scongiura davanti a Dio e a Gesù Cristo, il giudice dei vivi e dei morti, dandogli una serie coordinata di ordini: "proclama la parola"[29] è il primo; quindi seguono gli altri: "insisti" al momento opportuno e non opportuno, "ammonisci", "rimprovera", "esorta" con sana "dottrina" e sempre con grandezza d'animo.
  • In questa progressione delle fondamentali attività pastorali a vantaggio di una chiesa (forse quella di Efeso), la proclamazione della parola, come testimonianza personalmente coinvolgente nella morte e risurrezione di Gesù, è quella motivante. Tutto deve avvenire dopo, e niente senza il κήρυγμα.

In Tito

Anche in Tt 1,3, nel saluto iniziale della lettera a questo distinto pastore ellenista[30], Paolo che si è appena introdotto come lo "schiavo" di Dio e "apostolo" di Gesù Cristo "per la fede degli eletti e per la conoscenza approfondita della verità" (cfr. Tt 1,1), esorta alla speranza nella vita senza fine. Dio, che non mente, l'ha promessa fin da prima del tempo. Recentemente, al momento giusto, ha manifestato τὸν λόγον αὐτοῦ ἐν κηρύγματι - "la sua parola nella predicazione", affidata in modo speciale a Paolo, in base ad un diretto "ordine del salvatore nostro Dio".

Termini correlati

Nella Bibbia greca sono documentati almeno altri sei lemmi con la stessa radice:

  • il verbo κηρύσσω (kērýssō) è utilizzato 93 volte, concentrandosi statisticamente nel libro di due profeti, di Giona (5 volte)[31] e di Gioele (4 volte)[32] più che altrove; nel Nuovo Testamento è nel vangelo di Marco dove si concentra (14 volte);[33] la prima occorrenza della Bibbia è in Gen 41,43 dove κηρύσσω traduce, quasi onomatopeicamente קָרָא (qara'), mentre l'ultima è in Ap 5,2 dove si dice che un angelo forte "proclamava" a gran voce una domanda messianica: "Chi è degno di aprire il librino e scioglierne i sigilli?".
  • Il nome maschile κῆρυξ (kêryx), che indica colui che predica o proclama, quindi il "banditore" o "araldo" o anche il "predicatore" o "messaggero"; è presente solo 8 volte in altrettanti versetti, ma non tutti canonici.[34]
  • Un verbo composto, ἀνακηρύσσω (anakērýssō) ricorre solo in 4Mac 17,23, dove l'autore descrive i sette fratelli ebrei martiri: il tiranno Antioco, ellenista, testimone oculare dell'evento, con stupore "li proclamò" o additò ai suoi soldati come un esempio da seguire nel sopportare anche i più crudi tormenti fisici.
  • L'aggettivo ἐκκήρυκτος (ekkēryktos), "bandito", ricorre solo una volta.[35]
  • Il composto προκηρύσσω (proskērýssō) ricorre solo una volta.[36]
  • Il nome στρατοκῆρυξ (stratokêryx), "araldo", ricorre solo una volta.[37]
Note
  1. In spagnolo e in altre lingue la parola si pronuncia piana e non sdrucciola come in italiano. Altre possibili (ma meno ricorrenti) traslitterazioni italiane sono chèrigma, kèrygma, kerygma, kerygma.
  2. In particolare nella Septuaginta, o Versione dei Settanta: è una delle traduzioni dall'ebraico e aramaico.
  3. 1Esdra è un libro di 9 capitoli scritto in greco. Assieme a 2Esdra (23 capitoli), anch'esso in greco, è accettato nella lista dell'Antico Testamento nella Bibbia ortodossa come deuterocanonico, sulla base di almeno due testimoni: a) di Origene (secondo quanto riporta Eusebio di Cesarea di Palestina, in Hist. eccl. 6.25.2) vissuto tra il 185 circa e il 254; b) di Cirillo di Alessandria vissuto tra il 315 e il 386 (cfr. Cathech. 4,35). Nella Bibbia ebraica (di 39 libri), in quella cattolica (di 73 libri) e in quella protestante (di 66 libri) 1Esdra non è presente. Sono invece accolti come canonici da tutti solo i libri di Esdra e Neemia la cui lingua originale è l'ebraico.
  4. in ebraico è usato il qal imperfetto di terza persona di קָרָא (qara')
  5. l'imperativo di קָרָא (qara')
  6. In altri codici è invece collocata:
    • dopo 16,23 (in P61 א B C D 81 365 630 1739 2464 al co);
    • dopo 14,23 (in Ψ 0209vid M);
    • dopo 15,33 (in P46);
    • dopo 14,23 e dopo 16,23 (A P 33 104 2805 pc);
    • dopo 14,23 e dopo 15,33 (solo in 1506)
  7. Come fa G
  8. F G 629 Hiermss
  9. Cfr. Rm 10,8: τὸ ῥῆμα τῆς πίστεως ὃ κηρύσσομεν
  10. Cfr. ancora κηρύσσω in Rm 10,14-15.
  11. Cfr. At 9,22; 18,5.28.
  12. Cfr. At 11,20; 1Cor 4,4; 12,3.5; 14,37; 15,58.
  13. Cfr. 1Cor 1,13.17-18.23; 2,2.8 2Cor 13,4
  14. Cfr. 2Cor 11,16; 12,11.
  15. In 1Cor 2,2-3
  16. Cfr. At 17,18.
  17. Cfr. 1Cor 1,24.
  18. Cfr. 2Cor 10-13.
  19. Cfr. 1Cor 9,27.
  20. Cfr. 1Cor 15,11.
  21. Cfr. 1Cor 15,12.
  22. Cfr. 1Cor 15,22.45.
  23. Cfr. 1Cor 12,28; 15,9.
  24. Cfr. 1Cor 4,9-13; 2Cor 4,1-15; 12,7-12.
  25. Cfr. Gal 6,17.
  26. Cfr. 1Cor 7,17; 11,16; 16,19
  27. Cfr. 1Cor 1,1.2.9.24-28; 7,18-24; 15,9.
  28. Cfr. 1Cor 6,15; 10,16; 12,27
  29. κήρυξον τὸν λόγον (2Tim 4,2)
  30. Cfr. 2Cor 2,13; 7,6.13; 8,6.16.23; 12,18; Gal 2,1.3; 2Tim 4,10; Tt 1,4
  31. In 1,2; 3,2.4-5.7.
  32. In 1,14; 2,1.15; 4,9.
  33. In 1,4.7.14.38-39.45; 3,14; 5,20; 6,12; 7,36; 13,10; 14,9; 16,15.20.
  34. In Gen 41,43; nell'apocrifo 4Mac 6,4; in Sir 20,15; in Dn 3,4 dei Settanta e in Dn 3,4 di Teodozione; in 1Tim 2,7, 2Tim 1,11 e in 2Pt 2,5} dove è Noè l'"araldo di giustizia".
  35. In Ger 22,30 dove lo stesso YHWH ordina di effettuare una registrazione particolare: "Iscrivete costui come un ἐκκήρυκτον ἄνθρωπον" - sintagma corrispondente probabilmente a ערירי וּבן־משק, "giovane senza figli" come da Gen 15,2 dove 'ariri è lo stesso Abramo, in quanto "senza-prole". Il traduttore ha interpretato l'impotenza come una causa sufficiente per il suo bando dal popolo.
  36. In At 13,24 dove fa parte di un discorso di Paolo e Barnaba che, ad Antiochia di Pisidia, spiegano come la missione di Giovanni resti distinta da quella di Gesù: Giovanni aveva preparato la venuta di Gesù "προκηρύξαντος - proclamando" un battesimo di conversione o cambio di mentalità a tutto il popolo d'Israele.
  37. In 1Re 22,36, dove è un "araldo militare", un soldato, mentre nel testo masoretico corrisponde a רִנָּה (rinnah), il "grido di gioia", come in Is 14,7 o, più comunemente, il "lamento" o "gemito", come in 1Re 8,28. In 1Re 22,36 si tratta di un "editto" che dopo la sconfitta e la morte di Acab diventa una invito alla ritirata generale: "Ognuno alla sua città e ognuno alla sua terra".
Bibliografia
Voci correlate

Suggerimenti



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