Pecora

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Pecora
Ravenna MausoleoGallaPlacidia GesùBuonPastore 425-450.jpg
Maestranze bizantine, Gesù Cristo buon pastore (secondo quarto del V secolo), mosaico; Ravenna, Mausoleo di Galla Placidia.
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Tipologia Animale
Etimologia Dal latino pecus, che significa "bestiame".
Origini
Caratteristiche
Significato popolo di Dio
Personaggi biblici
Persone cristiane
Persone storiche
Personaggi letterari
Simboli
correlati
Fonti bibliche e cristiane Gv 10,1-18
Fonti storiche e letterarie
Episodi biblici e cristiani Parabola del Buon pastore
Episodi storici e letterari
Virgolette aperte.png
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me,
Virgolette chiuse.png

La pecora è un animale da allevamento, usato come simbolo biblico del popolo di Dio, da lui guidato come pastore. Israele e la comunità cristiana vengono sovente chiamati "pecore", specialmente in Matteo e in Giovanni.

Il termine pecora deriva dal latino pecus, che significa "bestiame".

Nella cultura antica

Nella cultura antica le pecore fanno parte della categoria del bestiame minuto. La parola greca per pecora, πρόβατον, próbaton, era all'origine un nome comune che abbracciava tutti gli animali a quattro zampe, specialmente gli animali domestici, in opposizione agli animali che nuotano o strisciano; solo in seguito il significato fu limitato a quello attuale[1].

L'uso classico più antico era solo al plurale (la pecora come bestia da gregge), mentre l'uso al singolare emerse in seguito. Aristofane[2] lo usa al singolare con significato offensivo, per indicare inferiorità o stupidità: paragona una persona ingenua a una testa di pecora. Próbaton, sempre al singolare, assume anche un significato positivo per indicare una persona dipendente dalla guida e dalla direzione di un'altra[3].

Nella Bibbia

Antico Testamento

L'Antico Testamento usa il termine pecora quasi esclusivamente al plurale, ed indica il popolo sottomesso al re pastore (cfr. 2Sam 24,17 ), e in particolare il popolo di Dio (Sal 74,1 , dove ha il senso di comunità, cfr. il v. 2; Sal 77,21; 78,52 ). Tale significato è suggerito principalmente dal bisogno di protezione della pecora: privato della direzione del pastore, il gregge si disperde (Ez 34,5 ), la pecora segue la propria strada (Is 53,6 ), le pecore vanno errando qui e là e soccombono ai pericoli dei luoghi selvaggi (Ez 34,5-6 ); per poter vivere esse devono essere condotte dal pastore esperto nei luoghi giusti di pascolo (Sal 23 ).

Così il popolo d'Israele, nel deserto, senza guida, è come un branco di "pecore senza pastore" (Nm 27,17 ); anche il singolo, privo del comandamento di Dio, va errando "come una pecora smarrita" (Sal 119,176 ).

YHWH si preoccupa personalmente del suo gregge disperso:

Designandosi come pecora di Dio, Israele esprime da un lato la propria mancanza di difesa quando fa affidamento su se stesso, e dall'altro la fiducia nella direzione del buon Pastore, YHWH (Sal 23; 95,7; 100,3 ).

Nuovo Testamento

Il termine greco che indica la pecora, πρόβατον, próbaton, è attestato nel Nuovo Testamento soprattutto Matteo e in Giovanni, dove compare rispettivamente 11 e 17 volte[4].

Matteo pensa prevalentemente in termini di una raccolta, nel gregge del popolo d'Israele, di pecore perdute (10,6; 15,24). Giovanni usa il termine per indicare la comunità eletta di Gesù, i "suoi" (τὰ ἐμά, tà emá: 10,14).

In pochissimi passi (Gv 2,14 ; At 8,32 ; Rm 8,36 ) próbaton è usato per indicare la vittima sacrificale.

Le pecore perdute

Nell'uso che Gesù fa del termine è implicita l'idea che la pecora, lasciata a se stessa, senza la sorveglianza del pastore, è perduta (Lc 15,4 ), e che quindi ha bisogno della protezione volenterosa e disinteressata del pastore (Mt 12,11 ; Lc 15,4 ). Ciò diventa determinante quando del termine viene fatto un uso traslato: le pecore non protette dal pastore sono "stanche e sfinite" (Mt 9,36 ), si "smarriscono" (1Pt 2,25 ), sono "perdute" (Mt 10,6; 15,24 ).

Quando Gesù, ispirandosi all'uso dell'Antico Testamento, paragona il suo popolo a un gregge privo di pastore (Mt 9,36 ; Mc 6,34 ), intende dire che lo considera irrimediabilmente esposto a un una sicura rovina[5].

Ugualmente, lo stato delle comunità a cui si rivolge la prima lettera di Pietro era, prima della loro chiamata alla fede, quello di pecore erranti (2,25), di gente che viveva nello smarrimento più nefasto, sotto la guida di falsi pastori (cfr. Ez 34,5 ). Gesù è invece il "pastore grande delle pecore" (Eb 13,20 ), la cui missione è rivolta anzitutto "alle pecore perdute della casa d'Israele" (Mt 15,24 ).

Le pecore di Gesù

Matteo chiama "pecore di Gesù" il gruppo dei discepoli che Gesù ha raccolto attorno a sé. Nel discorso missionario, i discepoli di Gesù vengono paragonati a pecore indifese che il pastore manda in mezzo a lupi feroci (10,16). L'immagine si riferisce alla precarietà e alla dispersione della comunità escatologica (26,31).

Sarà soltanto nel giudizio finale che il pastore Gesù separerà le pecore dai capri, e ciò farà in base al fatto che abbiano compiuto, consapevolmente o inconsapevolmente, la volontà di Dio (25,32-46).

L'uso giovanneo

Nel Vangelo secondo Giovanni (10,1-18) le pecore conoscono la voce del loro pastore, ne intendono il richiamo e lo seguono. Come Buon Pastore, Gesù conosce le sue pecore le chiama, le protegge dal lupo e dà la sua vita per esse.

Se in Matteo il rapporto tra pastore e gregge riprendeva il motivo veterotestamentario della relazione tra re e popolo, in Giovanni il rapporto è tra il Figlio rivelatore e la comunità in ascolto[6].

L'opera salvifica e missionaria di Gesù raggiungerà il suo scopo quando ci sarà "un solo gregge e un solo pastore" (10,16; cfr. 17,20-21), cioè dove giudei e pagani saranno radunati in una sola Chiesa sotto un solo Signore.

Note
  1. L'etimologia sarebbe da ricercare nel verbo προ-βαίνω, pro-baíno, andare avanti: negli armenti misti il bestiame minuto più debole, a cui appartengono le pecore, cammina davanti alle altre bestie (Rudolf Tuente (1976) p. 64).
  2. Le nuvole 1203.
  3. Epitteto, Dissertationes, III, 22,35.
  4. Rudolf Tuente (1976) p. 64.
  5. Rudolf Tuente (1976) p. 65.
  6. Tale motivo può essere avvicinato alla tradizione gnostico-ellenistica (Rudolf Tuente (1976) p. 65).
Bibliografia
Voci correlate