Sobrietà

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Giotto di Bondone, Matrimonio mistico di san Francesco d'Assisi con madonna Povertà (1316 - 1318), affresco; Assisi, Basilica di San Francesco, chiesa inferiore, crociera sopra l'altare maggiore

La sobrietà è una virtù, un modo di essere e uno stile di vita che valorizza la percezione della misura, della regola, della capacità di essenzializzare tutti i beni a disposizione.

La sobrietà è importante per il suo significato antropologico. In essa infatti si manifesta tutta la premura per l'altro. Il soggetto consapevolmente sobrio, si impegna a condividere e a rispettare il limite, rifiutando l'ebbrezza dei consumi, dell'accumulo e del possesso. Il cristiano che vive con fedeltà la sua sequela fa proprio uno stile di vita improntato alla sobrietà.

La sobrietà è un riflesso dell'etica personale ed è una scelta che deriva dall'incontro di tre dimensioni:

  • una spiritualità che è la sorgente di senso della vita personale;
  • un'opzione fondamentale che è una finalità che orienta;
  • una prassi quotidiana che diventa concretezza di azioni.

Etimologia

Il termine deriva dalla parola latino ebrius a cui si è aggiunta una s- privativa: indica dunque il contrario di ebbro, esaltato, agitato, sregolato, smisurato. Sobrio è colui che vive in modo equilibrato, misurato, entro i limiti. Vive insomma in modo innocente, ossia senza nuocere agli altri e all'ambiente.

Fondamento biblico

La ricchezza, l'uso dei beni e del denaro sono temi presenti in tutta la Sacra Scrittura.

Vengono valutati e analizzati secondo un'ottica religiosa, ossia in rapporto con Dio. Da questa considerazione il discorso si sviluppa secondo tre direzioni:

  • in rapporto a Dio, quando la ricchezza conduce al pericolo dell'idolatria
  • in rapporto all'uomo stesso che si affanna per accumularla, quando entra nella logica della assurdità, inutilità o per dirla con il termine che meglio la identifica, la vanità
  • in rapporto agli altri uomini, quando degenera in forme di ingiustizia e di oppressione verso i poveri.

Dalle considerazioni che emergono è evidente che la passione per l' accumulo dei beni, con tutte le degenerazioni di avidità, ingiustizia e idolatria, può convivere con la religiosità.

La puntigliosa osservanza delle norme e delle pratiche non esime il fedele osservante dall'essere avido di beni. Mc 12,38-40 fa esplicito riferimento al divorare perfino i beni delle vedove da parte dei farisei e degli scribi, ossia da parte di uomini religiosi e praticanti, considerati modelli e maestri dal popolo.

Lc 16,14, commentando le parole di Gesù Non potete servire Dio e il denaro, scrive: I farisei che erano attaccati al denaro... si facevano beffe di Lui.

Ricchezza e sobrietà nell’Antico Testamento

Nell'Antico Testamento la ricchezza, benedizione di Dio che occorre ricercare, è il benessere, la prosperità, la sicurezza dai nemici. C'è anche però una ricchezza da combattere, quella che rende arroganti, che porta ad opprimere il povero con l'accumulo di beni, con il potere tirannico e con l'indifferenza che mette in una situazione di ingiustizia.

Il ricco viene presentato come colui che possiede molto, dimentica Dio e trascura il povero. Parallelamente gli autori dell’Antico Testamento indicano una povertà da ricercare ed è proprio la sobrietà che inserisce il fedele nella dipendenza da Dio, facendogli ricordare continuamente la propria dimensione creaturale.

La povertà invece che occorre fuggire è la miseria, la schiavitù, l’emarginazione. Alla radice di questo giudizio c'è la fede nel Dio Signore della Storia e della creazione che porta a concludere che tutte le creature sono buone e dunque non è possibile immaginare il disprezzo dei beni materiali. Le "cose" sono un dono di Dio e bisogna goderne.

Secondo l'ottica della bontà della creazione il povero, anche lui immagine di Dio, emerge di fronte al ricco per la sua dignità. I beni, dono della creazione sono da godere insieme.

Genesi

Creazione di Adamo, formella del Campanile di Giotto, Andrea Pisano, 1334-1336

Il narratore biblico esprime con le seguenti parole il compito affidato da Dio all’uomo dopo averlo creato:

« riempite la terra, soggiogatela e dominate sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra. »

I verbi soggiogare e dominare nel linguaggio biblico indicano il governo del re saggio, del pastore, del contadino che si prendono cura del benessere di ciò che a loro è dato.

Tale compito di soggiogare e dominare la terra deriva all'uomo dal fatto di essere immagine di Dio ed è a partire da questo che deve utilizzare i beni della terra. Dio si è messo nei confronti del mondo in un rapporto di amore, di custodia, di dono della bellezza, della consistenza. Tutti gli uomini dunque sono tenuti ad esercitare questa cura verso il mondo ed i suoi beni.

Da questo emerge anche altro. Se la radice del pensiero è l'uomo immagine di Dio, deriva che uomini e popoli non devono sottomettersi ai beni materiali, ma modellare il loro rapporto con il mondo sul rapporto che Dio ha con il mondo. La signoria dell'uomo sul mondo si traduce quindi nel suo prendersene cura, salvarlo, liberarlo da tutto ciò che lo rende caotico, deforme, brutto.

In Gen 2 uno schema narrativo diverso presenta Dio come un vasaio che modella l'uomo chiamato Adam con la creta chiamata adamà. Poi il soffio di Dio, lo Spirito, lo rende creatura. Adamo dunque viene dalla terra, ma ha in sé lo Spirito divino.

Il narratore presenta la terra che

« ...era inerte e sterile prima della creazione dell'uomo: nessun cespuglio era sulla terra, nessuna erba campestre vi era spuntata perché il Signore Dio non aveva ancora fatto piovere sulla terra e nessuno lavorava il suolo e lo irrorava. »

Per essere tratta dall'inerzia e diventare un giardino occorre la presenza ed il lavoro dell'uomo. Subito dopo il narratore biblico prosegue affermando che fu Dio a piantare il giardino: se dunque da una parte sostiene che occorre il lavoro umano perché la terra diventi un giardino, dall'altra afferma che il giardino è dono di Dio.

In questa tensione deve mantenersi il rapporto con il creato: lavorare e custodire perché il dono di Dio sia trasformato e mantenuto. Da questo deriva la consapevolezza che il mondo è un bene prezioso che non appartiene a qualcuno, o soltanto a qualcuno. L'atteggiamento da assumere è l'accoglienza del dono che non elimina il lavoro dell'uomo, ma ne pone il fondamento e ne traccia la direzione.

Assumere l’etica del dono include la fedeltà, l'obbedienza, ma anche la gioia ed il godimento. Il creato è dono di Dio e l'uomo lo lavora e lo custodisce per goderlo.

L'autore biblico conosce anche la lotta tra l'uomo e la natura, intuisce lo sconvolgimento che questa subisce a causa dell'arroganza umana. Il creato viene deturpato quando gli uomini non riconoscono che il mondo ha già un senso, un orientamento al bene, è già dato. Lo stravolgimento di questo è la radice di ogni offesa al creato.

Ricchezza e sobrietà nel Nuovo testamento

Nel Nuovo Testamento la sobrietà è lo stile di vita indicato in ordine alla salvezza.

Gc 5,1-5 contiene l'invettiva contro chi si attacca ai beni materiali dimenticando Dio. Le parole di Gesù sono ancora più determinate:

« Guai a voi ricchi perché avete la vostra consolazione »

ed è in diretto contrasto con la beatitudine della povertà che apre al Regno di Dio (Lc 6,20).

Nel Nuovo Testamento viene condannato soprattutto l'attaccamento ai beni materiali che trasforma la ricchezza in un idolo (Mt 6,24; Lc 12,34; Col 3,4; Mt 19,23). Per salvarsi è determinante la legge della carità, ossia vivere radicati nell'amore di Cristo.

L'Amore verso Dio e verso il prossimo fa adottare uno stile di vita sobrio, aperto ai bisogni dell'altro, essenziale. (At 20,35).

La Lettera ai Romani

Una riflessione sul tema della sobrietà è presentata da San Paolo nella Rm 1,18-32.

L'Apostolo si rivolge alla totalità del mondo, parla infatti di uomini, senza specificare di quali popoli e di quali religioni. Parla di una "fine della creazione" come situazione di fatto non certo di una necessità escatologica. San Paolo vuole presentare la distruzione, la confusione e la disgregazione che si manifesta nella storia dell'umanità. L'origine di questa non è l'assenza di valori positivi nell'uomo, ma è qualcosa che va contro la natura dell'uomo. A questa realtà San Paolo dà il nome di idolatria.

Per Paolo perdere il riferimento con Dio, dimenticare di vivere una forte relazione con Lui equivale a perdere ogni corretto rapporto con se stessi, con gli altri e con il creato.

Il peccato di idolatria che fa mettere al centro del proprio cuore l'avido possesso dei beni, soffoca nell'ingiustizia la verità (Rm 1,18). Parla di ingiustizia come diretta conseguenza di azioni nelle quali non si contemplano con intelligenza le opere di Dio. La Verità per San Paolo non è offuscata dalla falsità, come si potrebbe pensare, ma dall'ingiustizia.

Il lungo elenco di degenerazioni e storture (Rm 1-26) riguardano in primo luogo le relazioni personali. Il desiderio incontrollato di possesso le distrugge e le mette sul piano della falsità interessata, dell'ingiustizia. Stesso destino tocca alle relazioni comunitarie nelle quali, poiché lo spirito è accecato dall'uso distorto di beni, gli uomini commettono ciò che è indegno.

San Paolo descrive un quadro dai toni forti: il mondo poteva essere diverso, ma l'uomo lo ha reso tale. In questa situazione si manifesta l'ira di Dio, cioè il castigo. La punizione consiste nel fatto che l'uomo peccatore si procura da sé la propria rovina. Il testo ripete per tre volte "li abbandonò". L'uomo vuole essere lasciato a se stesso nell'uso dei beni e Dio lo lascia fare. Questo è il modo divino di essere giudice, che è sotteso alla legge stessa della sua creazione.

Se l'uomo si sottrae alle strutture che gli danno stabilità, direzione e senso, si perde, si deturpa, degenera in forme di ingiustizia. Se nella custodia dei beni si lascia andare alla sottile e devastante avidità smarrisce se stesso e le proprie relazioni. Dio ama le sue creature ed è per questo che non impedisce loro l'esercizio della libertà. Ma questa non deve essere intesa come la possibilità di agire senza un fine, deve sottomettersi alle esigenze della fraternità, della condivisione e del Regno di Dio. Da qui la preoccupazione di instaurare un giusto rapporto con i beni a disposizione e nelle relazioni umane.

Il Magistero della Chiesa

In una società come l'attuale, ebbra di consumi, di beni materiali e alla ricerca continua dell'edonismo, il Magistero invita a riscoprire questa dimensione dell'esistenza[1][2].

Si è costituita nel 2007 la Rete Interdiocesana Nuovi Stili di vita. La Rete nasce da alcuni organismi diocesani, che decidono di unire conoscenze ed esperienze per promuovere un movimento del popolo di Dio sui Nuovi Stili di Vita nella Chiesa e nella Società; la Rete s’incontra periodicamente per definire iniziative e realizzare eventi comuni sul tema dei Nuovi Stili di Vita.

Tra le diocesi italiane, il Patriarcato di Venezia è stato il primo ad istituire un ufficio per la Pastorale degli stili di vita.

Affrontando i grandi problemi internazionali della globalizzazione, dello sviluppo e della pace, Giovanni Paolo II ha affermato nell'enciclica Centesimus Annus che un reale cambiamento è possibile solo con l'impegno di tutti e di ciascuno a mettere in discussione il proprio stile di vita:

« Non è male desiderare di vivere meglio, ma è sbagliato lo stile di vita che si presume esser migliore, quando è orientato all'avere e non all'essere e vuole avere di più non per essere di più, ma per consumare l'esistenza in un godimento fine a se stesso. È necessario, perciò, adoperarsi per costruire stili di vita, nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti»
(n. 36)
« È, perciò, necessaria ed urgente una grande opera educativa e culturale, la quale comprenda l'educazione dei consumatori ad un uso responsabile del loro potere di scelta. »
(n. 36)

Lo stile di vita improntato alla sobrietà restituisce all'uomo "quell'atteggiamento disinteressato, gratuito, estetico che nasce dallo stupore per l'essere e per la bellezza, il quale fa leggere nelle cose visibili il messaggio di Dio invisibile che le ha create" (n. 37).

Riflessione morale

Un nuovo nome della temperanza

La sobrietà si può considerare come la forma aggiornata della virtù cardinale della temperanza. Il Catechismo della Chiesa cattolica, infatti, definisce la temperanza la virtù che "modera l'attrattiva dei piaceri sensibili e rende capaci di equilibrio nell'uso dei beni creati" (n. 1838).

La temperanza con il suo richiamo alla moderazione e alla sobrietà costituisce una sorta di scudo protettivo di fronte alle tentazioni della ricchezza ottenuta con ogni mezzo, e suggerisce il giusto distacco dai beni materiali.

La temperanza è la virtù dell'equilibrio, del senso della misura, della capacità di resistere e di rinunciare. Chi agisce nella temperanza è persona semplice ed essenziale in tutto perché sa ridurre i propri bisogni. La sobrietà quindi è il nuovo nome della temperanza, che carica questo termine di un significato più profondo, trasformandolo in un bene relazionale che porta a vivere con lo sguardo dei poveri e degli ultimi.

Sobrietà e identità di sé

La sobrietà contribuisce a rafforzare l'identità dell'io.

La persona sobria, determinata nelle scelte, dà alla propria vita una forma unitaria perché è capace di restare padrona dei propri desideri. Scopre il piacere di non rispondere a tutte le occasioni d'acquisto.

La persona che fa sua la sobrietà è solidale, capace di fruizione condivisa e di una assunzione selettiva dei beni.

La gestione del tempo, la responsabilità nel decidere i tempi della vita, il rapporto con i beni, tutto diventa manifestazione di una identità forte, priva di scissioni o divisioni della personalità.

Sobrietà e attenzione all'alterità

Giotto, Temperanza, Cappella degli Scrovegni, Padova

La sobrietà è uno stile di vita virtuoso che trasporta l'individuo in una nuova relazione con gli altri. Ha infatti il potere di mettere il soggetto in una prospettiva di cura per l'altro, di servizio e condivisione. Il modello è Cristo stesso che ha fatto della propria esistenza la forma più alta di premura e servizio.

« La sobrietà di Dio sta nel suo scendere, nel suo abbassamento, nel suo prendersi cura dell'uomo quando confeziona le vesti di pelle per Adamo ed Eva, quando pone il segno protettivo su Caino. Al contrario l'uomo diventa ebbro quando mangia il frutto proibito, quando costruisce la Torre di Babele, quando Noè si ubriaca»
(Abramo Levi, Il sapore della sobrietà)

Il rapporto con gli altri, alla luce della virtù della sobrietà, viene a significare l'impegno di vivere il proprio io come un io ospitale e solidale.

Sobrietà e beni materiali

La sobrietà porta a riconsiderare l'uso dei beni materiali. Il Magistero ha sempre trattato i beni materiali nell'ottica della condivisione e dell'aiuto reciproco. Anche la comunità dei cristiani ha sottolineato come l'uso dei beni debba tener conto del loro valore intrinseco.

« Credendo all'amore di Dio creatore, riconosciamo con gratitudine il dono del creato, il valore e la bellezza della natura. Guardiamo tuttavia con apprensione al fatto che i beni della terra vengono sfruttati senza tener conto del loro valore intrinseco, senza considerazione per la loro limitatezza e senza riguardo per il bene delle generazioni future. Vogliamo impegnarci insieme per realizzare condizioni sostenibili di vita per l'intero creato. »

E ancora, come cristiani,

« Ci impegniamo a sviluppare ulteriormente uno stile di vita nel quale, in contrapposizione al dominio della logica economica ed alla costrizione al consumo, accordiamo valore ad una qualità di vita responsabile e sostenibile; a sostenere le organizzazioni ambientali delle Chiese e le reti ecumeniche che si assumono una responsabilità per la salvaguardia della creazione. »
(n. 9)

Anche Benedetto XVI nell'enciclica Caritas in veritate ha invitato a ripensare l'economia nella prospettiva della sostenibilità, ossia di ragionare nel rispetto dell'ambiente e delle generazioni future.

Nel considerare i beni materiali occorre evitare due possibili derive:

  • la sobrietà non deve diventare un elenco di precetti, una lista di norme;
  • la sobrietà non è una concezione pauperistica che propone una visione sacrificale della vita.

Non qualsiasi povertà si concilia con la sobrietà, ma precisamente la visione di madonna Povertà, ossia una libera scelta che genera felicità, gioia di accontentarsi di ciò che si possiede. Una visione, insomma, come fu elaborata da San Francesco d'Assisi e dal francescanesimo.

Sobrietà ed economia civile

Promuovere la sobrietà significa sostenere un nuovo modello di sviluppo, legato all'ambiente e alla giustizia sociale. In altre parole si tratta di includere in tutte le stime economiche relative alle attività umane, anche i loro costi in termini ambientali e il loro impatto sugli ecosistemi.

L'etica del limite e la cultura della sobrietà diventano scelte obbligate per costruire fin dall'oggi una società sostenibile. Le scelte preferenziali in campo politico che derivano dalla sobrietà sono:

Il passaggio dalla società dello spreco a quella sostenibile non significa produrre di meno, ma produrre diversamente: meno prodotti superflui, più prodotti fondamentali, meno consumi privati, più consumi pubblici, meno prodotti usa e getta, più riciclo e riuso.

Accanto a questo, sobrietà significa anche recuperare una qualità della vita che sia sostenuta da valori spirituali, etici e civili, che portano ad aprirsi ai bisogni dell'altro.

In quest'ottica anche la felicità assume una nuova connotazione. Essa deriva non dall'avere o dalla soddisfazione del piacere, secondo una visione utilitaristica, ma è l'opportunità di dare il proprio contributo per la costruzione di un mondo più umano e più giusto.

Note
Bibliografia
Voci correlate
Collegamenti esterni

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