Adoro te devote

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Esecuzione dell'Adoro te devote, solita e coro
Il testo latino e la traduzione italiana

(LA) (IT)
« Adóro te devóte, látens Déitas,
Quae sub his figúris, vere látitas:
Tibi se cor meum totum súbjicit,
Quia, te contémplans, totum déficit.

Visus, tactus, gustus, in te fállitur,
Sed audítu solo tuto créditur:
Credo quidquid díxit Dei Fílius;
Nil hoc verbo veritátis vérius[1].

In cruce latébat sola Déitas,
At hic látet simul et humánitas:
Ambo támen crédens átque cónfitens,
Peto quod petívit latro pœnitens.

Plagas, sicut Thomas, non intúeor,
Deum támen meum te confíteor.
Fac me tibi sémper mágis crédere,
In te spem habére, te dilígere.

O memoriále mortis Dómini,
Panis vivus, vitam praestans hómini,
Praesta meae menti de te vívere,
Et te illi semper dulce sápere.

Pie pellicáne, Jesu Dómine,
Me immúndum munda tuo sánguine,
Cujus una stilla salvum fácere,
Totum mundum quit ab ómni scélere.

Jesu, quem velátum nunc aspício,
Oro fíat illud, quod tam sítio:
Ut, te reveláta cernens fácie,
Visu sim beátus tuae glóriae.

Amen. »

« Ti adoro devotamente, Dio nascosto,
Che sotto queste apparenze Ti celi veramente:
A te tutto il mio cuore si abbandona,
Perché, contemplandoTi, tutto vien meno.

La vista, il tatto, il gusto, in Te si ingannano[2]
Ma solo con l'udito si crede con sicurezza:
Credo tutto ciò che disse il Figlio di Dio,
Nulla è più vero di questa parola di verità.

Sulla croce era nascosta la sola divinità,
Ma qui è celata anche l'umanità:
Eppure credendo e confessando entrambe,
Chiedo ciò che domandò il ladrone penitente.

Non vedo le piaghe, a differenza di Tommaso,
Tuttavia riconosco Te come mio Dio.
Fammi credere sempre più in Te,
Che in Te io abbia speranza, che io Ti ami.

Oh memoriale della morte del Signore,
Pane vivo, che dai vita all'uomo,
Concedi al mio spirito di vivere di Te,
E di gustarTi in ciò sempre e dolcemente.

Oh pio Pellicano, Signore Gesù,
Purifica me, immondo, col tuo sangue,
Del quale una sola goccia
può salvare il mondo intero da ogni peccato.

Oh Gesù, che velato ora ammiro,
Prego che avvenga ciò che tanto bramo,
Che, contemplandoTi col volto rivelato,
A tal visione io sia beato della tua gloria.

Amen»

« (..) è un capolavoro di poesia cristiana, una composizione armoniosa, semplice e profonda, che ha molto giovato alla devozione cattolica»
(Igino Cecchetti, 1948, 326)

L'Adoro te devote è un inno (più propriamente un ritmo[3]) di adorazione all'Eucaristia attribuito a San Tommaso d'Aquino.

Il Messale Romano precedente la riforma liturgica del Vaticano II lo propone come preghiera del celebrante dopo la Messa.

Il nuovo Rituale Romano, edito da Paolo VI, lo ha accolto tra i testi per il culto eucaristico fuori della Messa[4], per cui viene cantato durante l'adorazione eucaristica, solitamente in melodia gregoriana.

L'inno è citato nel Catechismo della Chiesa cattolica[5] all'interno della trattazione sul Sacramento dell'Eucaristia.

Storia

Il testo dovette nascere come una preghiera per l'elevazione[3].

I manoscritti conosciuti sono una trentina, tutti dei secoli XV e XVI, eccetto tre del XIV secolo:

  • il 128 di Montecassino;
  • il 286 di Klosterneuburg: è questo il più antico, essendo del 1350 ca., e contiene una redazione del 1323[6];
  • il 14963 lat. della Biblioteca Nazionale di Parigi.

In passato si riteneva che fosse stato composto da San Tommaso d'Aquino († 1274): l'Adoro Te Devote sarebbe uno dei cinque inni eucaristici che egli avrebbe scritto in occasione dell'introduzione della solennità del Corpus Domini nel 1264, su commissione di papa Urbano IV. Le prime testimonianze di tale attribuzione risalgono però a non meno di cinquant'anni dalla la morte del Dottore Angelico[7].

Il testo rimase pressoché sconosciuto per oltre due secoli, e tale avrebbe forse continuato ad essere se san Pio V non l'avesse inserito tra le preghiere di preparazione e di ringraziamento alla Messa stampate nel Messale da lui riformato del 1570. Da quella data l'inno si è imposto alla Chiesa universale come una delle preghiere eucaristiche più amate dal clero e dal popolo cristiano[8].

Caratteristiche letterarie

L'Adoro Te Devote si compone di sette strofe, ciascuna di quattro versi, ritmati due a due, in versi senari trocaici catalettici o tronchi, composti secondo l'accento[3]. Il primo verso soltanto ha una sillaba d'avviamento o anacrùsi, che lo potrebbe far scambiare con un trimetro giambico: Adoro te devote, - latens Deitas. Sono abolite le elisioni; la cesura è dopo la prima tripodia.

La struttura metrica lo rende particolarmente interessante, perché, a quanto sembra, non vi è altro esempio nella letteratura latina del medioevo.

Fonti e risonanze

Si ritiene che l'autore si sia ispirato a un testo già familiare alla pietà del popolo cristiano, testo che si trova nella Summa Theologiae di Alessandro di Hales († 1245):

(LA) (IT)
« Adoro te, Iesu Christe salvator, qui per mortem tuam redimisti mundum, quem credo sub hac specie, quam video, contineri. » « Ti adoro, Gesù Cristo Salvatore, che per mezzo della tua morte hai redento il mondo; credo che sei contenuto in questa specie che vedo. »
(Parte IV, q. 10 )

Il termine memoriale del primo verso della quarta strofa richiama le parole della consacrazione, hoc facite in meam commemorazionem, "fate questo in memoria di me" (cfr. Lc 22,19; 1Cor 11,24).

Il pie pellicane del primo verso della sesta strofa rievoca un noto simbolismo[9] usato da Dante[10].

Nella musica

In musica, la prima e l'ultima strofa, riunite, costituiscono un mottetto eucaristico[3].

La melodia gregoriana, post-classica, di V modo, è composizione strofica.

Tra le composizioni antiche su questo testo è da ricordare quella polifonica del 1625, anonima, a tre voci pari, con la finale Ave Iesu, verum Manhu, Christe Iesu! - Adauge fidem omnium credentium ("Ave o Gesù, vera manna, Cristo Gesù! - Aumenta la fede di tutti i credenti").

Note
  1. Per ragioni metriche, che porterebbero a dover spezzare in due parti la parola veritátis (veri-tátis), l'ultimo verso della seconda strofa può trovarsi anche nella forma Nil hoc veritátis Verbo vérius. Raniero Cantalamessa (2004).
  2. Per una corretta interpretazione teologica di questo verso si veda l'omelia del teologo padre Raniero Cantalamessa, pronunciata alla presenza del papa nella cappella Redemptoris Mater in Vaticano, il 10 dicembre 2004. In essa Cantalamessa disse:
    « Non è che i sensi della vista, del tatto e del gusto, per se stessi, si ingannino circa le specie eucaristiche, ma siamo noi che possiamo ingannarci nell'interpretare quello che essi ci dicono, se non crediamo. Non si ingannano perché l'oggetto proprio dei sensi sono le apparenze - ciò che si vede, si tocca e si gusta - e le apparenze sono realmente quelle del pane e del vino. Scrive san Tommaso:
    (LA) (IT)
    « In hoc sacramento nulla est deceptio, sunt enim secundum rei veritatem accidentia, quae sensibus diiudicantur. Intellectus autem, cuius est proprium obiectum substantia, per fidem a deceptione praeservatur. » « In questo sacramento non c'è alcun inganno. Infatti gli accidenti, che vengono giudicati dai sensi, sussistono conformi alla loro realtà. L'intelletto, invece, del quale la sostanza è l'oggetto proprio, viene preservato dall'inganno per mezzo della fede»
    (Summa Theologiae III, q. 75, a. 5, ad 2 )
     »
  3. 3,0 3,1 3,2 3,3 Igino Cecchetti (1948) 326.
  4. Il Rituale segue per l'Adoro Te Devote il testo critico stabilito dal Wilmart. Raniero Cantalamessa (2004)
  5. n. 1381
  6. Tale data si situa circa cinquant'anni dopo la morte di San Tommaso d'Aquino, avvenuta il 7 marzo 1274.
  7. Igino Cecchetti (1948) ritiene, seguendo Even Wilmart, che ci siano almeno tre buone ragioni per non attribuire l'Adoro te devote a San Tommaso d'Aquino, e questo nonostante il fatto che tutti i manoscritti che specificano l'autore lo attribuiscano al Dottore Angelico:
    1. non vi sono testimonianze di attribuzione a San Tommaso all'infuori dei manoscritti che ne danno il testo;
    2. l'attribuzione a San Tommaso contrasta con quanto ci narra il suo biografo Guglielmo da Tocco, Vita Sancti Thomae, X, 59;
    3. le poesie autentiche di San Tommaso, come quelle per l'ufficiatura del Corpus Domini, non hanno la semplicità e il lirismo di questo testo.
  8. Raniero Cantalamessa (2004).
  9. Il fatto che i pellicani adulti curvino il becco verso il petto per dare da mangiare ai loro piccoli i pesci che trasportano nella sacca golare ha indotto alla credenza che i genitori di questi uccelli si lacerino il torace per nutrire i pulcini col proprio sangue, diventando così "emblema di carità". Cfr. Ignazio Sanna, Celebriamo la vita. Lettera pastorale della Chiesa di Dio che è in Oristano, Edizioni l'Arborense, Oristano 2010, p. 49, on line
  10. Divina Commedia, Paradiso, XXV, 113.
Bibliografia
Voci correlate
Collegamenti esterni

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