Metodo storico critico

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Con metodo storico critico si intende l'insieme di principi e criteri, propri della filologia, della critica testuale o ecdotica, e dell'esegesi, che cerca di risalire alla lezione originaria di un'opera o di un brano letterario, dunque anche di un testo biblico o patrologico, laddove i manoscritti che lo tramandano siano discordanti, stabilendo per queste vie l'autenticità e la verità storica di quel testo.

Principali criteri

Di seguito sono elencati i principali criteri su cui si basa il metodo storico critico in relazione ai testi biblici[1].

  • criterio d'imbarazzo (Schillebeeckx) o di contraddizione (B.F. Meyer)
    difficilmente la Chiesa primitiva avrebbe ideato e messo per iscritto elementi che mettono in cattiva luce i suoi protagonisti o il suo operato. Per esempio, il battesimo di Gesù da parte del Battista, che lo subordina a lui, o il rinnegamento di Pietro, che mette in cattiva luce il capo della Chiesa;
  • criterio di discontinuità
    relativo a informazioni che sono in contrasto col contesto dell'autore. Per esempio, difficilmente la Chiesa avrebbe inventato la proibizione di Gesù del giuramento o del ripudio, poiché sono insegnamenti in discontinuità con le normative religiose e la prassi dell'epoca;
  • criterio della molteplice attestazione
    difficilmente un evento o detto narrato da autori diversi in modalità e contesti diversi può essere frutto di una molteplice e indipendente invenzione. Per esempio, la nascita di Gesù a Betlemme (variamente affermata da Mt, Lc e Gv) o la descrizione dell'Ultima Cena (sinottici e 1Cor);
  • criterio della coerenza
    un detto o fatto è tanto più storicamente verosimile quanto più è in accordo e congruente con i dati preliminari. Per esempio, la nascita di Gesù in occasione del censimento "su tutta la terra" di Augusto verso gli ultimi anni del regno di Erode (†4 a.C.) è compatibile con indicazioni storiche romane che datano un suo censimento all'8 a.C.;
  • criterio del rifiuto
    Gesù terminò in modo violento e conflittuale il suo ministero poiché si pose in contrasto con la società e i capi dell'epoca. Può essere considerato una variante del criterio di discontinuità;
  • criterio degli indizi aramaici (Jeremias)
    una frase o un termine che richiama parole o strutture aramaiche, cioè conformi al contesto vitale degli eventi narrati, ha un maggiore grado di probabilità di essere un dato originale e non un'elaborazione personale degli autori. Per esempio, i semitismi dello stile di Mc o alcuni detti in aramaico in esso contenuti;
  • criterio dell'ambiente palestinese
    simile nella sostanza al criterio precedente e al criterio di coerenza, afferma la storicità di indicazioni delle fonti che sono in accordo con usi e tradizioni sociali, giudiziali, politiche, economiche, commerciali, culturali della Palestina del I secolo;
  • criterio della vivacità della narrazione (Taylor)
    l'indicazione di dettagli non rilevanti per l'intento principale del racconto difficilmente può derivare dalla, per così dire, inutile fatica creativa del narratore, ed è verosimile che abbia un fondamento storico;
  • criterio delle tendenze di sviluppo della tradizione sinottica (Bultmann)
    talvolta in antitesi e controparte del precedente, presuppone che col tempo la narrazione orale e/o scritta si sia precisata di particolari e ampliata su alcuni punti, per cui ampliamenti e amplificazioni possono essere considerati elaborazioni successive. Per esempio, i "molti" malati guariti da Gesù in Mc 1,34 diventano "tutti" nel parallelo e più tardivo Mt 8,16;
  • criterio della presunzione storica (McEleney)
    partendo dal presupposto che i resoconti antichi sono redatti da testimoni degli eventi, afferma che l'onere della prova per rigettare informazioni da essi fornite è a carico dei detrattori: in dubio pro traditio. Nella sostanza questo criterio coincide col principio di falsificabilità, basilare nella ricerca scientifica contemporanea: una teoria (basata su senso comune, ragionamenti o esperimenti) rimane valida fino a che non viene falsificata, cioè giudicata falsa su basi fondate.

Oltre a questi criteri sommariamente delineati da Meier, il lavoro ermeneutico dello storico ed esegeta si basa su altri criteri di vario tipo (esegetici, epistemologici, logici):

  • criterio di fondatezza sulle fonti
    le affermazioni e le ipotesi devono fondarsi su precisi dati storici e non essere infondate e ipotetiche;
  • criterio dell'antichità della fonte
    quanto più una fonte è antica e dunque vicina agli eventi narrati, tanto più è verosimile che i suoi resoconti siano fedeli e storicamente fondati, in particolare se su alcuni punti appare in contrasto con fonti tardive;
  • criterio della lectio difficilior
    quando le fonti testuali presentano diverse lezioni su un punto deve essere privilegiata quella "più difficile". In parte si sovrappone al criterio d'imbarazzo. Per esempio, in Mc 1,41 alcuni manoscritti riportano che Gesù "si adirò" alla richiesta di un lebbroso, mentre la maggioranza riporta "si commosse": difficilmente la seconda variante può essersi mutata nella prima,mentre è verosimile il contrario;
  • criterio della lectio brevior
    coincide col criterio di sviluppo applicato all'estensione dei testi, per cui è più verosimile che tra due testi simili quello più ampio sia un ampliamento del precedente, che non viceversa;
  • criterio sinottico
    quando le fonti descrivono parallelamente persone o situazioni, questo permette in alcuni casi di dedurre informazioni non presenti esplicitamente nella narrazione considerata singolarmente. Per esempio, il Silvano citato nelle epistole neotestamentarie viene dai biblisti comunemente fatto coincidere col Sila degli Atti, arricchendo così le informazioni disponibili su questo personaggio;
  • criterio di economia
    una enunciazione del cosiddetto "rasoio di Occam" recita che entia non sunt multiplicanda sine necessitate, "gli enti non devono essere moltiplicati senza necessità". Come il principio della falsificabilità, rappresenta uno dei principi fondamentali del sapere scientifico moderno: nell'enunciazione e nella ricerca di nuove teorie gli scienziati cercano di formulare ipotesi senza presupporre distinzioni tra gli elementi in gioco inutili e gratuite, senza introdurre ad hoc elementi o eventi ignoti, mirando a modelli teorici che siano invece semplici, chiari, ordinati, pratici, funzionali, in una parola sola eleganti. Nel campo storiografico il principio di economia si sovrappone in parte al criterio sinottico allorquando unifica personaggi con caratteristiche coincidenti.
  • argomento del silenzio (argumentum ex silentio)
    dal punto di vista logico rappresenta una fallacia del pensiero che si manifesta allorquando si trae una conclusione da una premessa non presente. Le valutazioni dal silenzio possono essere utili, per quanto non certe, ma vanno valutate alla luce degli altri criteri, in particolare quello sinottico e di economia.

Storia e valutazione ecclesiale

I vari principi del metodo storico critico, a partire dal 1700, sono stati ideati, esaminati e applicati principalmente da studiosi protestanti, che in base al principio della sola scriptura hanno dedicato allo studio della Bibbia particolare cura e interesse, e da studiosi di stampo illuminista-razionalista, che hanno indagato i testi biblici con un forte pregiudizio agnostico. Per decenni i risultati del metodo storico-critico, all'interno della cosiddetta prima ricerca sul Gesù storico, sono stati sinonimo di banalizzazione o de-storicizzazione dei contenuti biblici, elemento che ha portato gli studiosi cattolici a guardarne con un certo sospetto l'applicazione.

In seguito però il magistero della Chiesa Cattolica ha indicato nello studio critico della Bibbia un utile alleato nell'approfondimento delle verità di fede. Nella sua enciclica Providentissimus Deus (18 novembre 1893) Leone XIII ha esortato i docenti accademici ecclesiastici a essere "più dotti e più esercitati nella vera scienza dell'arte critica" nello studio della Bibbia.

Cinquant'anni più tardi, dopo l'istituzione della Pontificia Commissione Biblica (1902) e del Pontificio Istituto Biblico (1909), Pio XII nella sua Divino Afflante Spiritu (30 settembre 1943) ha elogiato e incentivato l'applicazione dell'"arte della critica testuale":

« Scopo di essa infatti è restituire con tutta la possibile precisione il sacro testo al suo primitivo tenore, purgandolo dalle deformazioni introdottevi dalle manchevolezze dei copisti e liberandolo dalle glosse e lacune, dalle trasposizioni di parole, dalle ripetizioni e da simili difetti d'ogni genere, che negli scritti tramandati a mano pei molti secoli usano infiltrarsi. È vero che di tal critica alcuni decenni or sono non pochi abusarono a loro talento, non di rado in guisa che si direbbe abbiano voluto introdurre nel sacro testo i loro preconcetti". [..] Fornito così della conoscenza delle lingue antiche e del corredo della critica, l'esegeta cattolico si applichi a quello che fra tutti i suoi compiti è il più alto: trovare ed esporre il genuino pensiero dei Sacri Libri. »

Il Concilio Vaticano II, ribadendo che "lo studio della Bibbia è l'anima della Teologia"[2], anche se non usa termini specifici ha affermato nella Dei Verbum (18 novembre 1965):

« È necessario adunque che l'interprete ricerchi il senso che l'agiografo in determinate circostanze, secondo la condizione del suo tempo e della sua cultura, per mezzo dei generi letterari allora in uso, intendeva esprimere ed ha di fatto espresso. Per comprendere infatti in maniera esatta ciò che l'autore sacro volle asserire nello scrivere, si deve far debita attenzione sia agli abituali e originali modi di sentire, di esprimersi e di raccontare vigenti ai tempi dell'agiografo, sia a quelli che nei vari luoghi erano allora in uso nei rapporti umani. »

Sono così riprese le indicazioni dei documenti precedenti e sono unite le prospettive durature della teologia patristica, della tradizione, del magistero e le nuove conoscenze metodologiche dei moderni, fornendo una sintesi completa.

Dal Vaticano II la gamma metodologica degli studi esegetici si è ampliata in modo considerevole. Il documento della Pontificia Commissione Biblica L'interpretazione della Bibbia nella Chiesa (15 aprile 1993) ha cercato di fare il punto della situazione. Evidenzia innanzitutto la potenziale utilità degli strumenti del metodo storico critico:

« È un metodo che, utilizzato in modo obiettivo, non implica per sé alcun a priori. Se il suo uso è accompagnato da tali a priori, ciò non è dovuto al metodo in se stesso, ma a opzioni ermeneutiche che orientano l'interpretazione e possono essere tendenziose. [...] Lo scopo del metodo storico-critico è quello di mettere in luce, in modo soprattutto diacronico, il senso espresso dagli autori e redattori. Con l'aiuto di altri metodi e approcci, essa apre al lettore moderno l'accesso al significato del testo della Bibbia, così come l'abbiamo. »
(I.A.4)

Elenca quindi i vari tipi di approcci metodologici che sono sorti recentemente: analisi retorica, narrativa, semiotica, approccio canonico, approccio mediante il ricorso alle tradizioni interpretative giudaiche, approccio attraverso la storia degli effetti del testo, approccio sociologico, antropologico, psicologico-psicanalitico, liberazionista, femminista, fondamentalista. Conclude affermando che

« la natura stessa dei testi biblici esige che, per interpretarli, si continui a usare il metodo storico-critico, almeno nella sue operazioni principali. »

Una valutazione del metodo storico-critico è espressa anche da Benedetto XVI nel suo Gesù di Nazaret. Dal Battesimo alla Trasfigurazione (2007). Prendendo atto che in passato i risultati della ricerca sono stati nebulosi, contrastanti e frutto di proiezione dei ricercatori, afferma che "il metodo storico critico - proprio per l'intrinseca natura della teologia e della fede - è e rimane una dimensione irrinunciabile del lavoro esegetico" (p. 11); "è una delle dimensioni fondamentali dell'esegesi, ma non esaurisce il compito dell'interpretazione per chi nei testi biblici vede l'unica Sacra Scrittura e la crede ispirata da Dio" (p. 12); "il metodo storico dovrà necessariamente risalire all'origine dei singoli testi e quindi collocarli dapprima nel loro passato, per poi completare questo viaggio a ritroso con un movimento in avanti seguendo la formazione delle unità del testo" (p. 13).

Note
  1. John Paul Meier, A Marginal Jew: Rethinking the Historical Jesus. The Roots of the Problem and the Person, I, Doubleday, New York 1991, p. 157-182, dal quale sono ripresi l'elencazione e alcuni degli esempi riportati e al quale si rimanda per gli autori e la bibliografia circa i vari criteri.
  2. Dei Verbum 24.
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