Ottavo comandamento

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Govert Teunisz Flinck, Isacco benedice Giacobbe, 1639. Il figlio ottiene la benedizione del padre mentendo sulla propria identità e facendosi credere Esaù (Gen 27,1-29)
1leftarrow.png Voce principale: Dieci comandamenti.
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Fu detto agli antichi: "Non spergiurare, ma adempi con il Signore i tuoi giuramenti.
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Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo.
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L'ottavo comandamento proibisce di falsare la verità nelle relazioni con gli altri.

La ragione di questa norma morale sta nella vocazione del popolo santo ad essere testimone del suo Dio, il quale è verità e vuole la verità. Le offese alla verità esprimono, con parole o azioni, un rifiuto di impegnarsi nella rettitudine morale: sono profonde infedeltà a Dio e, in tal senso, scalzano le basi dell'Alleanza[1].

Nell'Antico Testamento

Il comandamento non si riferisce alla bugia in generale, ma alla testimonianza resa in [[tribunale], come appare anche dal termine tecnico ebraico 'anah, "deporre"[2]. Più precisamente, Es 20,16 proibisce la testimonianza "falsa" (šeqer), mentre Dt 5,20 proibisce la testimonanza "vana" (šaw); il senso comunque non è differente[3]. La formulazione del Deuteronomio è posteriore e suppone una società più evoluta e maliziosa[4].

La prassi giudiziale del popolo d'Israele prevedeva la figura del testimone/accusatore ('ed): si trattava di colui che poteva e doveva affermare di aver visto l'imputato trasgredire la legge. La causa si svolgeva alla porta della città o del villaggio. Era prevista la presenza di almeno due testimoni (Dt 17,6; 19,15; Nm 35,30) per evitare accuse "facili". Ma, ovviamente, neanche questa regola evitava che due testimoni si accordassero nel testimoniare il falso[5], per cui era previsto che i falsi testimoni subissero la pena che essi volevano far ricadere su un innocente (Dt 19,15-21).

Propriamente l'ottavo comandamento proibisce la falsa testimonianza contro il prossimo, non solo contro il "fratello", di sangue, di nazionalità o di fede. L'israelita non deve accusare ingiustamente nessuno. La manipolazione del diritto non è mai giustificata, in nessun caso.

Il Levitico proibisce la falsa testimonianza insieme al furto, al giuramento falso, al sopruso contro il prossimo, specialmente sulle persone più indifese (19,11-16). Il precetto è ripreso da Ger 7,9 (cfr. anche Os 4,2).

I profeti completano il comandamento approfondendone il significato religioso[6], quando affermano che la falsa testimonianza è un peccato contro il Dio della verità, che interviene per punire coloro che mentiscono nei tribunali (Is 29,20-21). YHWH odia ogni falsità (Zc 8,16-17). [[Isaia] accusa i politici di [[Gerusalemme] che facevano patti con l'Egitto di essersi eretti dei rifugi nella falsità e nell'inganno (28,15); lo stesso profeta menziona anche gli uomini rozzi che spacciano errori e falsità su Dio e rovinano i poveri con inganni (32,6-7). Geremia denuncia i falsi profeti e i sacerdoti, perché "commettono frode" e "praticano la menzogna" (6,13; 8,10); descrivendo la corruzione del Tempio, il profeta afferma che nel paese prevale l'inganno invece della lealtà; nessuno si fida dell'altro, si ingannano reciprocamente, non dicono la verità, la loro lingua è avvezza a mentire (9,2-4).

Tra le caratteristiche del futuro Israele ideale, Sofonia pone anzitutto la veracità e la lealtà (3,13).

I libri sapienziali mettono in evidenza la malizia e i perniciosi effetti della menzogna (Pr 19,28; 20,17; 26,24-26).

Nel Nuovo Testamento

Gesù riprende l'insegnamento del Decalogo, dei profeti e dei sapienti d'Israele, chiedendo ai suoi discepoli una totale lealtà.

Di fronte all'uso del suo tempo di ricorrere al giuramento per dare credibilità alle parole o alle promesse (mentendo poi comunque), insegna che il parlare deve essere "sì, sì, no, no; il di più viene dal maligno" (Mt 5,33-37).

All'insegnamento di Cristo fa eco Paolo, che di fronte a un'accusa di doppiezza d'animo riprende l'espressione usata da Gesù e presenta sé stesso ai Corinzi come esempio di perfetta lealtà nel parlare, nel pensare e nell'agire (2Cor 1,17-20). Altrove esorta i cristiani ad evitare la menzogna perché in Cristo sono divenuti nuove creature, che formano una sola famiglia spirituale (Col 3,9-10; Ef 4,25).

Nell'insegnamento della Chiesa

La riflessione della Chiesa sull'ottavo comandamento parte dalla certezza che l'uomo è naturalmente proteso verso la verità[7]. Ha il dovere di rispettarla e di attestarla:

« A motivo della loro dignità tutti gli uomini, in quanto sono persone, [...] sono spinti dalla loro stessa natura e tenuti per obbligo morale a cercare la verità, in primo luogo quella concernente la religione. E sono pure tenuti ad aderire alla verità conosciuta e ordinare tutta la loro vita secondo le esigenze della verità. »

A livello di norme morali, la verità in quanto rettitudine dell'agire e del parlare umano è detta veracità, sincerità o franchezza: essa è la virtù che consiste nel mostrarsi veri nei propri atti e nell'affermare il vero nelle proprie parole, rifuggendo dalla doppiezza, dalla simulazione e dall'ipocrisia[8].

La convivenza umana ha bisogno della reciproca fiducia, che nasce dal sapere che l'altro dice la verità.

Vari peccati offendono la verità[9]:

  • la falsa testimonianza: è un'affermazione contraria alla verità fatta pubblicamente, soprattutto se davanti a un tribunale;
  • lo spergiuro: è la falsa testimonianza fatta sotto giuramento;
  • il giudizio temerario: consiste nell'ammettere come vera, senza sufficiente fondamento, una colpa morale nel prossimo;
  • la maldicenza: consiste nel rivelare i difetti e le mancanze altrui a persone che li ignorano senza un motivo oggettivamente valido;
  • la calunnia: consiste nel nuocere alla reputazione altrui e nel dare occasione a giudizi erronei sul loro conto con affermazioni contrarie alla verità;
  • l'adulazione: consiste nell'incoraggiare o confermare altri nella malizia dei loro atti e nella perversità della loro condotta;
  • la doppiezza del linguaggio, spesso per il desiderio di rendersi utile o per amicizia;
  • la iattanza o millanteria;
  • l'ironia: essa tende ad intaccare l'apprezzamento di qualcuno caricaturando, in maniera malevola, qualche aspetto del suo comportamento;
  • la menzogna: consiste nel dire il falso con l'intenzione di ingannare.

Ogni colpa commessa contro la giustizia e la verità impone il dovere di riparazione, anche se il colpevole è stato perdonato[10].

In termini positivi si parla di diritto alla comunicazione della verità, ma esso è soggetto al comandamento della carità.

I mezzi di comunicazione sociale devono tener conto che la società ha diritto ad un'informazione fondata sulla verità, la libertà, la giustizia e la solidarietà[11].

I Dieci Comandamenti
Primo · Secondo · Terzo · Quarto · Quinto · Sesto · Settimo · Ottavo · Nono · Decimo
Note
  1. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2464.
  2. Antonio Bonora (1988) p. 381.
  3. Antonio Bonora (1988) p. 381, pensa si tratti di un indizio di rielaborazione del precetto.
  4. Alexandre Do Nascimento (1984) p. 155.
  5. Cfr. ad esempio l'accusa a Susanna (Dn 13), come anche quella nei confronti di Nabot (1Re 21).
  6. Alexandre Do Nascimento (1984) p. 155-156.
  7. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2467.
  8. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2468.
  9. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2475-2487.
  10. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2487.
  11. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2494.
Bibliografia
Voci correlate
Collegamenti esterni

Suggerimenti



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