L'eterno riposo

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La luce, simbolo dell'immortalità dell'anima

L'Eterno riposo (in latino, Requiem aeternam) è una preghiera rivolta a Dio per la pace delle anime del Purgatorio.

È derivata dall'apocrifo Quarto libro di Esdra (III secolo).

Nella Liturgia cattolica la Messa da Requiem è la messa che si celebra per il riposo eterno dell'anima dei defunti, il cui introito comincia proprio con la parola Requiem.

Nella corona del Rosario di Lourdes sono presenti 70 grani rispetto ai tradizionali 59 in quanto l'ultima decina è recitata appositamente per i defunti con l'ausilio de "l'eterno riposo". La Madonna di Lourdes regge, infatti, una corona di sei Misteri.

Testo

(LA) (IT)
« Rèquiem aetèrnam,

dona eis, Domine,
et lux perpètua lùceat eis.
Requiéscant in pace.
Amen»

« L'eterno riposo,

dona loro, o Signore,
e splenda ad essi la Luce Perpetua.
Riposino in pace.
Amen. »

Spiegazione

Fraintendimenti odierni

Il termine riposo, tipico della preghiera, è oggi a rischio di grossolani fraintendimenti: nel contesto sociale italiano il riposo si identifica sovente con il semplice far niente o con il dormire dopo una fatica o, paradossalmente, dopo una movimentata "festa" dove la notte è stata scambiata con il giorno.

Il rischio di malinteso ha, tuttavia, radici ben più gravi e profonde: l'affievolimento della fede nella vita eterna con la conseguente ricaduta in concezioni pagane dell'aldilà:

In realtà bisogna dire che la cultura odierna, sulla base del cristianesimo, vede nel riposo il momento in cui l'essere umano non solo rigenera le forze consumate durante il lavoro, ma anche, e soprattutto, il momento in cui egli trova la gioia profonda di quelle relazioni umane che danno pienezza di senso alla vita. Il riposo non è pertanto un semplice far niente. Nell'esperienza comune il restare del tutto inattivi e soli stanca e distrugge più del lavoro.

Il riposo nella Bibbia

La vita eterna è adombrata già nell'Antico Testamento come il pieno raggiungimento di tutte le umane aspirazioni; come piena comunione del giusto con Dio, partecipazione alla vita stessa di Dio, un Dio che "opera sempre" (Gv 5,17):

« Il mio bene è stare vicino a Dio, nel Signore Dio ho posto il mio rifugio, per narrare tutte le sue opere presso le porte della città di Sion »

La Bibbia fa del riposo l’immagine del traguardo ultimo della nostra esistenza. Il riposo è dunque il compimento della Storia della Salvezza.

È soprattutto il riposo sabbatico che ci permette di interpretare correttamente la preghiera che eleviamo a Dio perché conceda il riposo eterno ai defunti. Il riposo sabbatico, infatti, è presentato dalla Scrittura come un dono di Dio (cfr. Es 16,29), perché gli uomini possano sperimentare la libertà dalla fatica, dalla schiavitù (cfr. Es 23,12), da ogni sopruso di un uomo sull’altro (cfr. Gs 1,13-15). Il riposo è l’immagine con la quale la Scrittura esprime il raggiungimento della Terra Promessa dopo il lungo e faticoso esodo dalla schiavitù dell'Egitto (cfr. Dt 5,15).

Il profeta Ezechiele riprende l'immagine del riposo per descrivere il secondo esodo, il ritorno a Gerusalemme dopo la schiavitù babilonese:

« Vi farò riposare nel vostro paese; saprete che io sono il Signore. »

Il salmo 23 canta: "Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare".

La Lettera agli Ebrei, commentando il Salmo 95, riprende l'immagine del riposo per esprimere il compimento del disegno divino di salvezza (cfr. 4,1-3).

Nella spiritualità biblica riposare significa partecipare al riposo di Dio che celebra il compimento della creazione (Gen 2,3), anzi, di tutto il suo progetto di salvezza. Riposare significa prendere parte alla vita gloriosa di Dio:

« Beati fin da questo momento i morti che muoiono nel Signore. Sì, dice lo Spirito, riposeranno dalle loro fatiche perché le loro opere li seguono. »

In contrapposizione, la stessa Apocalisse afferma che

« non avranno riposo né giorno né notte quanti adorano la bestia e la sua statua e chiunque riceve il marchio del suo nome. »

Il raggiungimento del riposo pieno e gioioso è appannaggio di quanti non hanno abbandonato la fiducia in Dio e, avendo creduto alla parola del suo Figlio Gesù, non hanno piantato definitivamente le loro tende per adorare quel vitello d'oro che è simbolo di tutte nostre idolatrie degli uomini (cfr. Eb 3,7-19).

Il riposo di cui parla la Scrittura, e quindi anche la preghiera cristiana, non è il silenzio della morte, ma il possesso di tutte le benedizioni di Dio.

Nel cristianesimo dei primi secoli

Il testo della preghiera s'incentra sui termini "riposo" (requies) e "luce" (lux), che furono senz'altro parole familiari per i cristiani dei primi secoli, tanto che esse si trovano ricorrenti nelle più antiche iscrizioni funerarie cristiane[1].

In una necropoli cristiana risalente al V secolo e scoperta nel 1911 ad Ain Zara, 14 km a Sud-est di Tripoli, per ben 26 volte si trova scritta sulle tombe questa formula di preghiera: "Requiem aeternam det tibi Dominus et lux perpetua luceat tibi".

Questa invocazione, opportunamente adattata al plurale, entrò nel Graduale Romano in epoca gregoriana (VI secolo) come canto d'introito per la messa funebre, e di lì passò nella prassi della preghiera popolare con l'aggiunta del requiescant in pace. Quest'ultimo augurio è desunto dalla memoria quotidiana dei defunti che, a partire dal breviario francescano (XIII secolo), concludeva le diverse ore dell'ufficiatura monastica (Fidelium animae per misericordiam Dei requiescant in pace. Amen") e, poco tempo dopo, anche la Messa per i defunti[2].

Conclusione

La formula del L'eterno riposo ricollega il fedele alle immagini della Scrittura e a quasi venti secoli di tradizione; non è quindi da tralasciare, anche se per una sua piena comprensione si richiede una previa catechesi biblica.

Note
  1. Cfr. Requies, in Dictionannaire d'Archéologie Chrétienne et de Liturgie, t. XIV, II.
  2. Cfr. Mario Righetti, Storia liturgica, II 377; 628-629; Josef Andreas Jungmann, Missarum Sollemnia, II, 325, 333.
Voci correlate
Collegamenti esterni

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