Pastore

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Maestranze bizantine, Gesù Cristo buon pastore (secondo quarto del V secolo), mosaico; Ravenna, Mausoleo di Galla Placidia

Il termine pastore ha una profonda risonanza biblica: nell'Antico Testamento indica l'azione di YHWH di guidare il popolo d'Israele, e nel Nuovo Testamento è applicato principalmente a Cristo, Buon Pastore; in maniera derivata è usato per riferirsi al ministero di coloro che nella Chiesa sono rivestiti del Sacramento dell'Ordine Sacro.

Nella Bibbia

Il termine affonda le sue radici nell'esperienza di vita degli antichi patriarchi, i quali erano "aramei erranti" (Dt 26,5) e vivevano quindi in una civiltà pastorale (cfr. Gen 4,2).

L'immagine del pastore che guida il gregge esprime a un tempo due aspetti apparentemente contrari:

Nell'Oriente Antico (babilonesi, assiri) i re si consideravano volentieri come pastori ai quali la divinità aveva affidato i compito di radunare e di curare le pecore del gregge. È su questo sfondo che inizia nell'Antico Testamento l'uso dell'immagine per presentare in maniera dettagliata le relazioni che uniscono Israele a YHWH, fino ad arrivare a Cristo e ai suoi delegati.

Nell'Antico Testamento

L'Antico Testamento usa il verbo ebraico רעה (ra'ah), che ricorre 173 volte, e che ha il senso di "pascere il gregge".

YHWH, capo e padre del gregge

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, sono molto pochi i passi nei quali YHWH porta il titolo di pastore: due designazioni antiche (Gen 49,24; 48,15) e due invocazioni nel salterio (Sal 23[22],1; 80[79],2).

Il titolo sembra riservato a colui che deve venire. In cambio, se non c'è trasposizione allegorica nei confronti di YHWH, le relazioni di Dio con il suo popolo si possono descrivere con una vera parabola del buon pastore.

In occasione dell'esodo, "egli spinse il suo popolo come pecore" (Sal 95[94],7), come "un gregge nel deserto" (Sal 78[77],52-53): "Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri" (Is 40,11). YHWH continua a guidare il suo popolo (Sal 80[79],2.

Quando Israele assomiglia più ad una giovenca testarda che ad un agnello in una prateria (Os 4,16), e per questo dovrà fare l'esperienza della prigionia (Ger 13,17), allora nuovamente YHWH lo "li condurrà alle sorgenti d'acqua" (Is 49,10), radunando le pecore disperse (cfr. Is 56,8), "con un fischio li chiamerà a raccolta" (Zc 10,8). Egli rivela la stessa sollecitudine verso ogni fedele, che non manca di nulla e non può temere nulla sotto il vincastro di Dio (Sal 23[22],1-4).

I pastori del popolo di Dio

YHWH affida ai suoi servi le pecore che fa pascolare egli stesso (Sal 100[99],3; 79[78],13; 74[73],1; Mi 7,14):

Il titolo di pastore, però, non viene mai esplicitamente attribuito ai re di Israele[1]; tuttavia ne è loro assegnata la funzione (1Re 22,17; Ger 23,1-2; Ez 34,1-10). Infatti il titolo è riservato al nuovo Davide, e viene così a costituire un elemento della speranza escatologica. In questa linea si muove Ezechiele, preparato da Geremia: YHWH torna ad assumere lui stesso la direzione del suo gregge e l'affida al messia.

Di fatto i pastori di Israele si sono rivelati infedeli alla loro missione. Non hanno cercato YHWH (Ger 10,21), si sono rivoltati contro di lui (Ger 2,8), non si sono occupati del gregge, ma hanno pasciuto se stessi (Ez 34,3), lasciando che le pecore si smarrissero e si disperdessero (Ger 23,1-2; 50,6; Ez 34,1-10). "Tutti questi pastori saranno pascolo del vento" (Ger 22,22). Secondo l'oracolo di Michea (7,14-15), YHWH prenderà in mano il gregge (Ger 23,3), lo radunerà (Mi 4,6), lo ricondurrà (Ger 50,19), ed infine lo custodirà (Ger 31,10; Ez 34,11-22). Poi lo provvederà di "pastori secondo il suo cuore che lo guideranno con scienza e intelligenza" (Ger 3,15; 23,4); infine, secondo Ezechiele, non ci sarà più che un solo pastore, il nuovo Davide, e YHWH sarà il loro Dio (Ez 34,23-24): tale sarà "il gregge che io faccio pascolare" (34,31) e che si moltiplicherà (36,37-38); sotto questo unico pastore Giuda ed Israele, un tempo nemici, saranno unificati (37,22.24; cfr. Mi 2,12-13).

Neanche dopo l'esilio i pastori della comunità rispondono all'attesa di YHWH, e Zaccaria riprende la polemica contro di essi, annunziando il destino del pastore futuro. Nella sua ira YHWH visiterà questi cattivi pastori (Zc 10,3; 11,4-17) e brandirà la spada (13,7); dell'Israele così purificato sopravvivrà un resto (Zc 13,8-9s). Il contesto della profezia invita a vedere nel pastore colpito (13,7) non il pastore insensato di 11,15-17, ma il "trafitto" di 12,10), la cui morte è stata salutare (13,1-6). Questo pastore si identifica in concreto con il servo del Signore che, simile ad una pecora muta, deve giustificare le pecore disperse mediante il suo sacrificio (Is 53,6-7.11-12).

Nel Nuovo Testamento

Il termine greco usato per "pastore" nel Nuovo Testamento è ποιμην (poimēn), ed esso appare 18 volte nel testo.

All'epoca i pastori che pascevano fisicamente le pecore erano giudicati in varie maniere. In base al fatto che in pratica non potevano osservare la legge venivano assimilati a ladri e a uccisori; tuttavia si conservava vivo il ricordo della profezia del pastore futuro, che Gesù realizza; sembra persino che Cristo abbia voluto collocare i pastori tra i "piccoli" che, come i pubblicani e le prostitute, ricevono volentieri il Vangelo. Si può interpretare in tal senso l'accoglienza che i pastori di Betlemme riservano a Gesù Bambino, nato probabilmente nella loro stalla (Lc 2,8-20).

Tuttavia nella sua persona giunge a termine l'attesa del buon pastore, ed egli stesso delega a taluni uomini una funzione pastorale nella Chiesa.

Gesù, il buon pastore

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Buon Pastore.

L'allegoria del Buon Pastore Gv 10,1-18 è anticipata da vari passi dei sinottici. Gesù descrive la sollecitudine misericordiosa di Dio sotto i tratti del pastore che va a ricercare la pecora smarrita (Lc 15,4-7). In vari altri passi l'immagine del pastore è applicata a Cristo (Eb 13,20; Mt 26,31-32; cfr. Zc 13,7), e il popolo è un "gregge senza pastore" (Mt 9,36; Mc 6,34).

Nel quarto vangelo le indicazioni sparse nei sinottici vengono riunite a formare un quadro grandioso e unitario. Il discorso di Gesù riprende dati già presenti in Ezechiele (ad esempio Ez 34,10-14; Gv 10,11.3.9.16), ma sviluppa tutto un contenuto originale, al cui centro sta l'affermazione che Gesù è il pastore perfetto perché dà la sua vita per le pecore (10,15.17-18); egli ha con esse un rapporto di reciproca conoscenza (10,3-4.14-15), e un amore reciproco fondato sull'amore che unisce il Padre ed il Figlio (14,20; 15,10; 17,8-9.18-23).

La Chiesa ed i suoi pastori

Nello sviluppo del Vangelo secondo Giovanni, il discorso del buon pastore segna l'inaugurazione della Chiesa: esso segue immediatamente e senza soluzione di continuità l'accoglienza da parte di Gesù del cieco nato guarito, scacciato dalla sinagoga dai capi malvagi di Israele (Gv 9,35-38).

Pietro, dopo la risurrezione di Gesù, riceve la missione di pascere tutta la Chiesa (Gv 21,16). Altri "pastori" (Ef 4,11) sono incaricati di vegliare sulle Chiese: gli "anziani" e gli "episcopi (1Pt 5,1-3; At 20,28). Sull'esempio del Signore, essi devono cercare la pecora smarrita (Mt 18,12-14), vegliare contro i lupi rapaci che non risparmieranno il gregge e contro i falsi dottori che trascinano nell'eresia (At 20,28-30).

L'appellativo di "pastore" deve evocare da solo le loro qualità ed il comportamento di YHWH nell'Antico Testamento; il Nuovo ne ricorda alcuni tratti: bisogna pascere la Chiesa di Dio con lo slancio del cuore, in modo disinteressato (cfr. Ez 34,2-3), diventando i modelli del gregge; allora "sarete ricompensati dal pastore supremo" (1Pt 5,2-4).

Uso ecclesiale

La Chiesa cattolica, in continuità con l'uso biblico, ha sempre mantenuto l'espressione "pastori d'anime" o "sacri pastori" per indicare i presbiteri e i vescovi (Sacrosanctum Concilium 11; Inter Mirifica 3).

Giovanni Paolo II ha voluto iniziare l'Esortazione Apostolica Pastores Dabo Vobis con il versetto "Vi darò pastori secondo il mio cuore" (Ger 3,15); il documento continua:

« Con queste parole del profeta Geremia Dio promette al suo popolo di non lasciarlo mai privo di pastori che lo radunino e lo guidino: "Costituirò sopra di esse (ossia sulle mie pecore) pastori che le faranno pascolare, così che non dovranno più temere né sgomentarsi".

La Chiesa, popolo di Dio, sperimenta sempre la realizzazione di questo annuncio profetico e nella gioia continua a rendere grazie al Signore. Essa sa che Gesù Cristo stesso è il compimento vivo, supremo e definitivo della promessa di Dio: "Io sono il buon pastore".

Egli, "il Pastore grande delle pecore" ha affidato agli apostoli e ai loro successori il ministero di pascere il gregge di Dio. In particolare, senza sacerdoti la Chiesa non potrebbe vivere quella fondamentale obbedienza che è al cuore stesso della sua esistenza e della sua missione nella storia: l'obbedienza al comando di Gesù: "Andate dunque e ammaestrate tutte le genti" e "Fate questo in memoria di me", ossia il comando di annunciare il Vangelo e di rinnovare ogni giorno il sacrificio del suo corpo dato e del suo sangue versato per la vita del mondo. »

Nel protestantesimo

L'uso del termine "pastore" per riferirsi al ministro di culto nel protestantesimo risale a Giovanni Calvino e Ulrico Zwingli. Costoro, prendendo le distanze della terminologia biblica, e soprattutto da quella della Chiesa cattolica, lo preferirono ai termini "presbitero" e "vescovo".

Nella maggior parte delle comunità ecclesiali evangeliche la funzione di pastore è professionalmente qualificata, ma non ha mai carattere Sacramentale[2].

Note
  1. Neppure a YHWH è quasi mai attribuito (vedi sopra).
  2. È noto che il protestantesimo conosce un solo Sacramento, il Battesimo, e, forse almeno in parte, un secondo, l'Eucaristia, riguardo al quale ha però una dottrina molto diversa da quella cattolica.
Bibliografia
Voci correlate

Suggerimenti



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