Pietro Francesco Casaretto

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Pietro Casaretto, O.S.B.
Presbitero
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Titolo
Abate
Presidente della Congregazione sublacense
Età alla morte 68 anni
Nascita Ancona
16 febbraio 1810
Morte Genova
1º luglio 1878
Sepoltura
Appartenenza O.S.B. Cass.
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Professione religiosa Cesena, 27 agosto 1828
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Ordinazione presbiterale 22 settembre 1832 dal Card. Cesare Nembrini Pironi Gonzaga
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Collegamenti esterni
(EN) Scheda su gcatholic.org

Pietro Casaretto, o Pier Francesco (Ancona, 16 febbraio 1810; † Genova, 1º luglio 1878) è stato un presbitero, abate e fondatore italiano. Fondatore della Congregazione benedettina sublacense.

Nacque ad Ancona il 16 febbraio 1810 da famiglia ligure, primogenito di Giacomo (1775-1848) e Maddalena Maddalena (1786-1843). Il padre era titolare di una grossa casa commerciale. Entrambi i genitori erano di profonda fede religiosa. Fu battezzato due giorni dopo, una domenica di pomeriggio nella parrocchiale di sant'Egidio, prendendo i nomi di Pietro, Francesco, Luigi, Vincenzo e Maria.

Intrapresi gli studi nel seminario arcivescovile locale, verso i quindici anni manifestò il suo desiderio di farsi monaco e presbitero. Espresse in famiglia il desiderio di farsi camaldolese nel monastero di Conero presso Ancona. Ma fu distolto da tali intenzioni a causa della sua salute cagionevole. Nel 1827 vinse le reticenze famigliari e il 9 luglio entrò, accompagnato dal padre, nell'abbazia di Santa Maria del Monte di Cesena, appartenente alla Congregazione cassinese. Il 14 seguente ricevette la tonsura e la vestizione. Dopo l'anno di noviziato, il 27 agosto 1828, in quel monastero fece la professione solenne.

L'anno seguente le sue condizioni di salute si aggravarono notevolmente. Gli fu diagnosticata una affezione tubercolare al polmone, fu quindi mandato a casa sperando che le condizioni climatiche di Ancona ne favorissero la guarigione. In ottobre era di rientro in monastero dove le sue condizioni di salute si aggravarono ancora. Agli inizi del 1830 si temette per la sua vita e gli fu amministrato il sacramento degli infermi. Repentinamente ripresosi fu di nuovo mandato a casa con le dispense del caso. La sua permanenza fuori monastero si protrasse più a lungo del previsto. Nel 1831 trascorse un certo periodo a Pegli presso P. Mauro Rapallo, anche lui cassinese e amministratore della parrocchia di san Martino. Là riprese gli studi privatamente per poter accedere agli ordini sacri. L'anno seguente ricevette in marzo gli ordini minori e il diaconato. Ma la sua salute si aggravò ancora impedendogli di proseguire negli studi. Su consiglio dei medici e con il consenso dei superiori, si imbarcò per un viaggio che lo condusse a Costantinopoli. Nel viaggio di ritorno visitò in Sicilia i monasteri della sua congregazione e alla fine di agosto era di ritorno in famiglia.

Il 22 settembre 1832 ricevette l'ordinazione presbiterale dalle mani dell'arcivescovo di Ancona cardinal Cesare Nembrini Pironi Gonzaga. Il 10 ottobre rientrò a santa Maria del Monte dove celebrò la sua prima messa. I suoi superiore lo inviarono a Cava dei Tirreni, dove rimase poco tempo e dove le sue condizioni di salute non migliorarono. Fu quindi deciso di inviarlo ad Algeri, come cappellano delle truppe francesi di occupazione. Là rimase per un breve periodo per rientrare a Subiaco presso il Sacro Speco il 26 aprile 1833. Nel marzo 1835, sempre per motivi di salute, lasciò Subiaco per Roma. Ripresosi in salute fece domanda per entrare presso i camaldolesi di Fonte Avellana. Dopo poco tempo fu mandato nel monastero di Fabriano dell'ordine, ma non migliorando le sue condizioni di salute fu costretto a lasciare l'ordine e a rientrare in famiglia ad Ancona. Qui l'arcivescovo lo destinò alla direzione spirituale dei suoi seminaristi.

Il 2 giugno 1837 ottenne un indulto di esclaustrazione. Poco tempo dopo trovò rifugio presso l'abbandonato monastero di Santa Maria di Portonuovo, nei pressi di Ancona, che divenne sua fissa dimora. Qui si dedicò ai lavori di restauro della chiesa e a una intesa attività di apostolato presso i pescatori e i contadini della zona. Sembrava che in quelle attività avesse finalmente trovato pace e anche le condizioni di salute sembravano migliorare. Ma nel 1841 gli fu chiesto di assumere, a nome della sua congregazione, la cura della parrocchia di san Benedetto a Pegli che egli già conosceva. Accettò a condizione che vi si creasse una comunità con un programma di vita espresso in due punti precisi: la perfetta vita e l'esatta osservanza dell'istituto benedettino cassinese. In un clima di decadenza questo fu visto generalmente come un atto coraggioso. L'opera del Casaretto iniziava con buoni auspici, specialmente perché ottenne la fiducia del Papa Pio IX, e dopo alcune reticenze l'appoggio di Carlo Alberto re del Piemonte.

Con l'appoggio del re e del conte Solaro della Margarita, egli ottenne dai superiori di iniziare nel conventino adiacente la parrocchia, dato in uso dai principi Doria Pamphili, una vita comune secondo la regola benedettina e le costituzioni cassinesi. Prese vita una comunità monacale di cui il Casaretto fu nominato priore. Poco dopo Carlo Alberto offrì alla comunità i monasteri più ampi e ricchi di san Giuliano d'Albaro in Genova e di santa Maria di Finale, nei quali i monaci si trasferirono nel 1844.

Con la visita canonica dell'abate Romarico Flugi D'Aspermont, nel 1846, l'iniziativa ottenne in qualche modo l'approvazione ufficiale. Nel documento conclusivo appariva già un elemento dell'osservanza sconosciuto alla tradizione cassinese, quello della recita del Mattutino alle due dopo la mezzanotte. Ancora in quell'anno il Casaretto ottenne dalla Santa Sede l'approvazione di 18 articoli da lui preparati e che dovevano costituire un primo concreto piano di esistenza per il nuovo cenobio. Nello stesso tempo, sotto l'influsso predominante di don Vincenzo Pallotti, cercò di dare una dimensione missionaria alla sua opera. La realizzazione pratica di un tale disegno fu nel 1847 l'apertura in san Giuliano di un collegio per monaci missionari.

Le comunità liguri si erano da poco assestate, quando negli Stati sardi scoppiò la crisi del 1848. Ai monaci venne meno l'aiuto di Carlo Alberto e il monastero di san Giuliano fu occupato dai militari e la comunità si frazionò. Il 28 maggio 1850 fu emanato il decreto d'erezione della provincia sublacense, costituita non secondo un criterio geografico, ma in base ad una diversa disciplina monastica. Ad essa erano soggette le abbazie di san Giuliano d'Albaro, di Finalpia (Savona), di santa Scolastica di Subiaco (Roma) e di san Giovanni Evangelista (Parma).

Negli anni successivi, specialmente a partire dal Capitolo generale cassinese del 1858, si fece sempre più probabile una eventuale separazione dai Cassinesi. Tra i motivi che vi influirono vi erano: la diversità dell'osservanza, le tendenze missionarie e l'internazionalità, dopo la fondazione di Ramsgate (Inghilterra) nel 1856 e l'aggregazione dei monasteri di Termonde (Belgio) nel 1858, di La Pierre-qui-Vire (Francia) nel 1859 e di Montserrat (Spagna) nel 1862.

Nella dieta della provincia sublacense del 1867 diverse circostanze, come il vuoto di autorità all'interno della Congregazione, suggerirono al Casaretto che i tempi fossero ormai maturi per affrontare la separazione. Egli delineò le costituzioni di una nuova Congregazione che la Santa Sede riconobbe, in via sperimentale, per dieci anni. La nuova congregazione era composta da quattro Province: italiana, francese, spagnola e angio-belga, e fu inizialmente chiamata Congregazione cassinese della primitiva osservanza, e prese il nome di Congregazione sublacense nel 1959. A dirigerla fu nominato abate generale il Casaretto. Il periodo di sperimentazione durò soltanto fino al 1872 perché l'abate generale, di fronte alla minaccia di soppressione anche dei monasteri dell'antico Stato pontificio, sollecitò e ottenne il 9 marzo 1872 il riconoscimento ufficiale della nuova Congregazione. I monasteri erano governati da superiori che non portavano il titolo di abati, come era di antica tradizione, ma di priori eletti dalla dieta provinciale solo per la durata di un triennio. Tra le osservanze si insistette sulla recita del mattutino alle due dopo la mezzanotte, sulla perpetua astinenza dalle carni, e sulla pratica della vita comune e del voto di povertà.

Nel periodo delle soppressioni il Casaretto, costretto dalla necessità di agire con tempestività, dovette prendere decisioni che di norma avrebbero necessitato dell'approvazione degli organi collegiali di governo. Questo fatto alimentò le critiche sia dei cassinesi sia di alcuni monaci sublacensi non favorevoli al distacco precipitoso dalla vecchia Congregazione e dei grandi monasteri fuori d'Italia, che rivendicavano maggiore autonomia. Di fronte all'ostilità crescente l'abate generale, molto provato nel fisico, presentò nel 1875 alla Santa Sede le dimissioni che furono respinte. Egli ottenne di ritirarsi temporaneamente con due religiosi a Saint-Laurent d'Eze, presso Nizza. Nel frattempo una commissione cardinalizia, nominata da Pio IX, prese in mano le sorti della giovane Congregazione: accettò le rinnovate dimissioni del Casaretto e sottopose a inchiesta il suo operato. Quest'ultimo riuscì a dimostrare di aver agito rettamente, ma il suo morale fu scosso e la salute minata.

Morì a Genova il 1º luglio 1878.

Voci correlate
Bibliografia
  • Giulio Fabbri Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 21 (1978) online
Collegamenti esterni
  • Biografia nel sito Congregazione sublacense online

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