Missione popolare

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Una croce eretta a ricordo di una missione popolare vicino alla Basilica del Monastero di Steinfeld, Germania

La missione popolare, o missione interna, è una forma organizzata di evangelizzazione straordinaria e periodica affermatasi a partire dalla seconda metà del XVI secolo e realizzata in aree rurali e urbane da missionari chiamati dall'Ordinario del luogo. La durata della missione varia secondo le epoche, gli ambienti e le condizioni religiose delle comunità cristiana destinataria della missione.

La missione popolare si propone di rinnovare la vita cristiana del popolo di Dio mediante l'esposizione e l'approfondimento delle principali verità della fede (con un'attenzione speciale rivolta al senso del peccato, all'importanza della grazia e ai novissimi) e la celebrazione di liturgie e di pratiche devozionali. La predicazione e le celebrazioni sono finalizzate alla conversione del cuore, all'osservanza dei comandamenti e alla perseveranza nella frequenza ai Sacramenti (soprattutto quelli della Riconciliazione e dell'Eucaristia) e nell'esercizio della carità cristiana.

La missione popolare si distingue dalla predicazione missionaria itinerante (sviluppatasi soprattutto dopo la missio data dal papa Innocenzo III a san Francesco d'Assisi e ai suoi compagni nel 1209-1210 e a San Domenico di Guzmán nel 1216) per il metodo con cui è svolta, i mezzi, la durata e gli argomenti.

Origini

La diversità delle ipotesi circa le origini delle missioni popolari è dovuta al fatto che queste sono sorte in Europa quasi contemporaneamente in diverse aree geografica e per opera di soggetti diversi.

Tra le prime testimonianze di missioni popolari ci sono quelle relative alla Compagnia di Gesù[1]: le Costitutiones circa missiones, inserite poi nelle Costituzioni della Compagnia di Gesù, ne sono un primo documento insieme agli Esercizi spirituali che costituivano l'ossatura della predicazione[2]. Il gesuita Silvestro Landini (1503-1554) viene considerato uno dei primi grandi missionari popolari[3].

Anche i Cappuccini ebbero un ruolo di rilievo nella diffusione delle missioni popolari accompagnate alla pratica delle Quarantore propagata in Europa dai membri dell'Ordine a partire dal 1537.

François Bourgoing (1585-1662), terzo superiore generale dell'Oratorio in Francia, fondato da Pierre de Bérulle, sosteneva nel 1646 che le missioni popolari fossero nate con l'Oratorio.

Diversi e concomitanti furono, in realtà, i motivi della nascita e della diffusione delle missioni popolari: la riforma religioso-morale auspicata da vivaci movimenti di risveglio evangelico e confluita nei documenti del Concilio Tridentino, il rinnovamento interno degli Ordini religiosi antichi, la nascita dei Chierici Regolari, l'urgenza di premunire i fedeli contro gli errori del protestantesimo e la redazione di nuovi catechismi concorsero a suscitare nel periodo post-tridentino nuovi metodi di cura pastorale, tra i quali queste forme di predicazioni temporanee, che ricevettero il nome di "missioni interne" per distinguerle dalle missioni estere dirette ai popoli non ancora evangelizzati, o di "missioni popolari" perché destinate a incrementare la genuina religiosità del popolo cristiano, rinvigorendone la fede e la purezza dei costumi.

Sviluppo storico

Le missioni popolari si differenziarono a poco a poco da ogni altro genere di predicazione, assumendo metodi propri che favorirono una loro larga espansione dal XVII secolo fino ad oggi in tutta l'Europa cattolica, a cominciare dall'Italia e dalla Francia, per estendersi poi ad altri Paesi e continenti.

Secolo XVII

Nei secoli XVII-XVIII le missioni popolari rappresentarono uno dei fenomeni psicologici di massa più affascinanti della vita cristiana dell'epoca. Si possono distinguere tre stili principali di missioni popolari: lo stile condotto soprattutto in Italia e Spagna e ispirato nei contenuti agli Esercizi ignaziani, lo stile condotto soprattutto in Francia e Germania che aveva una forte connotazione catechistica, lo stile, infine, dei Cappuccini.

Italia e Spagna

La forma di missione popolare che predominava in Italia e in Spagna, aveva lo scopo precipuo di risvegliare il fervore religioso e la qualità della vita morale dei fedeli. I temi principali delle prediche (fine dell'uomo, gravità del peccato, passione e morte di Gesù Cristo, scelta di vita, necessità della grazia per il conseguimento della salvezza eterna, la morte, il giudizio, l'inferno e il paradiso) s'ispiravano agli Esercizi di Sant'Ignazio di Loyola.

Lo stile di queste missioni era caratterizzato da un forte richiamo penitenziale, carico di drammaticità e di emotività, allo scopo di smuovere gli affetti degli ascoltatori e di renderli attivamente partecipi nel loro cammino di conversione. Per giungere a questo scopo i missionari usavano un insieme di segni e di pratiche suggestivi e commoventi: uso di teschi ed evocazione di dannati, processioni penitenziali dove i partecipanti portavano segni di compunzione (croci, flagelli, catene, abiti scuri, cappucci e veli che coprivano il viso), roghi (di libri riprovevoli, di legature magiche, di fatture), bacio del crocifisso da parte di tutti, pacificazioni, confessioni e comunioni generali, solenni promesse di perseveranza nel bene.

Questo tipo di missione popolare si ritrova soprattutto nelle missioni realizzate dai gesuiti nel Regno di Napoli: iniziate nel 1601 da Pietro Antonio Spinelli (1555-1615) e promosse da Francesco Pavone (1569-1637) fondatore della "Congregazione de' Sacerdoti" (1611)[4], raggiunsero il loro massimo splendore con Francesco de Geronimo (1642-1716).

Anche a Roma, da una originaria predicazione occasionale sulle piazze, inaugurata da alcuni Padri del Collegio Romano intorno al 1600, sviluppò con un suo proprio metodo la "Missione urbana mensile" che ebbe il centro animatore nel celebre "Oratorio Caravita", storpiamento popolare del nome del suo organizzatore, il padre Pietro Garavita (†1658): ogni domenica e festa del mese i fedeli erano invitati a recarsi nella chiesa designata per la missione, dove si teneva un'istruzione catechistica e il dialogo, una breve meditazione sulle verità eterne e la benedizione del Santissimo Sacramento: nell'ultima domenica, in un clima di festa e di grande partecipazione popolare, si chiudeva la missione con le confessioni e la comunione generale, così ogni anno la missione raggiungeva a turno i principali quartieri della città.

Uno dei missionari popolari gesuiti più prestigiosi per la sua eloquenza e cultura teologica fu Paolo Segneri senior (†1694). Egli delineò un nuovo metodo missionario, che estese alle diocesi dell'Italia centrosettentrionale, realizzandolo d'estate nei centri maggiori verso cui convergevano le parrocchie circostanti. La sua predicazione era vivacizzata da rapido e incalzante succedersi di Parola di Dio, di dottrina e di forti esortazioni al cambiamento di vita. Essa era preceduta dalla istruzione catechistica, ricca di episodi e di esempi, del Padre Giovanni Pietro Pinamonti (†1703), per ventisei anni compagno inseparabile del Segneri e confessore molto apprezzato dai penitenti. Lo stile di predicazione focosa, drammatica e penitenziale del Segneri, che egli cercò di difendere dalle critiche di alcuni suoi contemporanei, venne ripresa da altri gesuiti e ottenne risonanze positive in Spagna e in Portogallo, dove conservò la sua impronta di immediatezza sensibile e di partecipazione emotiva da parte del popolo.

Francia e Germania

Le missioni popolari che venivano condotte in Francia e in Germania, pur non rifiutando alcuni elementi spettacolari, cercavano di adattarsi di più alla sensibilità popolare e di far leva sulla persuasione più che sull'emozione. La predica diventava meno emotiva, più ragionata, organica e formativa: una speciale attenzione era rivolta alla catechesi dei fanciulli in preparazione alla prima comunione e alle conferenze e all'istruzione religiosa delle varie categorie di adulti. Venivano anche redatti catechismi di controversia per difendere i cattolici dal pericolo dell'eresia, ed elaborate sintesi dottrinali per il tempo successivo alla missione. Si provvedeva al ritorno periodico dei missionari o a interventi temporanei di sacerdoti ausiliari.

Questo tipo di missioni popolari fu diffuso largamente in Francia dai Padri della Dottrina Cristiana, fondati da Cesare de Bus (1607), dagli Oratoriani di Pietro de Bérulle, dai Sulpiziani di Gian Giacomo Olier, dagli Eudisti di San Giovanni Eudes che dal 1632 al 1674 predicò più di 110 missioni anche in grandi città, da gruppi di sacerdoti locali, da vescovi, dai Missionari di san Giuseppe di Giacomo Crétenet (†1666) e specialmente dai Preti della Missione o Lazzaristi di san Vincenzo de' Paoli (†1660). Quest'ultimo concepiva la missione come un gruppo di lavoro. Seguendo le sue indicazioni, i Lazzaristi operarono a favore delle popolazioni povere delle campagne con un loro proprio metodo: alla spettacolarità delle processioni penitenziali e del canto popolare preferivano un impegno più diretto nella catechesi, offerta alle diverse categorie di persone, e il canto gregoriano: curavano la formazione del clero e dei maestri con conferenze adatte e provvedevano alla perseveranza con la fondazione di Confraternite della carità per l'assistenza dei bisognosi. Novità nelle missioni popolari furono introdotte anche dai Monfortani, fondati da san Luigi Maria Grignion de Montfort (†1716). Essi svolgevano le missioni in piccoli centri, ricorrevano a una catechesi capillare, valorizzavano la pietà popolare, tenevano conto del bisogno di incontro e di festa che era insito nell'animo delle popolazioni organizzando anche sette processioni per missione, che concludevano con la Rinnovazione delle promesse battesimali e la consacrazione alla Madonna.

Originale fu pure l'esperienza di Michel Le Nobletz (1632) presso i bretoni. Egli era convinto che nelle missioni popolari la preferenza doveva essere data alla catechesi. Per questo si serviva di quadri allegorici nel presentare le principali verità della fede, i sacramenti, le virtù cristiane, e componeva canti popolari per aiutare gli uditori a memorizzare quanto doveva servire al rinnovamento della vita cristiana. Nella predica dialogata e nella spiegazione della dottrina cristiana stimolava l'intervento di ausiliarie laiche. Il suo successore, il beato Giuliano Maunoir (†1683), gesuita, redasse un Catéchisme des missionnaires, sollecitò la collaborazione del clero secolare, predicò corsi di Esercizi spirituali ignaziani e introdusse la rinnovazione delle promesse battesimali come atto conclusivo della missione.

Quest'impostazione più catechetica e sistematica della missione popolare fu seguita anche in Italia dai Pii Operai, fondati a Napoli nel 1600 dal venerabile Carlo Carafa.

Le missioni popolari dei Cappuccini

I Cappuccini, fondati nel 1528, fin dalle loro prime origini scelsero un genere di predicazione che doveva essere semplice e vivace nel linguaggio, da adeguarsi il più possibile alla capacità di comprensione degli uditori, saldamente ancorata alla Sacra Scrittura, principalmente al Vangelo e orientata ad accrescere il culto della presenza reale di Cristo nell'Eucaristia con la pratica delle Quarantore. Le norme emanate dal Ministro Generale Stefano da Cesena, superiore dal 1671 al 1678, dopo che il papa Clemente X con il breve Coelestium munerum aveva concesso ai Cappuccini l'autorizzazione formale a tenere missioni, ribadivano che la loro realizzazione doveva essere fatta "non con curiosità di sermone ma con infuocata parola", predicando, confessando e istruendo il popolo, tanto al mattino quanto al pomeriggio, allo scopo di portarlo ad abbandonare il vizio e a praticare la virtù. Ai missionari era lasciata libertà di iniziativa. Uno dei missionari cappuccini più famosi, Onorato da Cannes (†1694), apportò alcuni elementi nuovi: il ritiro di quattro giorni per le varie categorie di persone, l'uso della buona stampa come mezzo di perseveranza e la pratica dell'orazione mentale.

Secolo XVIII

Nel XVIII secolo le missioni popolari continuarono ad essere diffuse arricchendosi di nuove esperienze. Di fronte alle critiche che le ritenevano un "fuoco di paglia", crebbe l'impegno dei missionari a organizzarle meglio e a perfezionarle nei loro contenuti e nelle loro varie espressioni per assicurare il risultato di frutti spirituali duraturi.

Il Settecento fu considerato il secolo d'oro delle missioni anche grazie anche alla nascita di nuove Congregazioni religiose che si dedicarono a questo ministero: i Preti Secolari di Santa Maria della Purità di Antonio de Torres, i Passionisti di san Paolo della Croce, i Redentoristi di sant'Alfonso Maria de' Liguori, gli Oblati di Rho, la Missione Imperiali, un istituto di preti romani fondato da Francesco Imperiali (†1770).

In Spagna operarono, tra gli altri, il gesuita Calatayud (†1773) e il cappuccino Diego da Cadice (†1801). Nell'area di lingua tedesca diffusero le missioni popolari i gesuiti, tra cui Ignazio Parhammer (†1786) con una chiara impostazione catechistica, e i Redentoristi, san Clemente Maria Hofbauer (†1820) e Taddeo Hubl, che raggiunsero anche la Polonia.

Verso la fine del secolo XVIII le missioni interne, pur non scomparendo del tutto, subirono un improvviso arresto a causa dei problemi e della successiva soppressione della Compagnia di Gesù (1773) e lo scoppio della rivoluzione francese, che cercò di cancellare l'esistenza degli Istituti e delle congregazioni religiose.

In Italia tuttavia s'imposero tre grandi figure di missionari popolari: san Leonardo da Porto Maurizio (†1751), san Paolo della Croce (†1775), e sant'Alfonso Maria de' Liguori (†1787).

San Leonardo da Porto Maurizio

Leonardo da Porto Maurizio, frate minore, non creò un metodo nuovo, ma si avvalse del patrimonio preesistente, ideando una formula intermedia, ardente e insieme ragionata, diretta a commuovere e a convincere. La sua missione comprendeva prediche per tutti ed Esercizi spirituali per categorie di persone, la formulazione di solidi programmi di vita cristiana con insistenti richiami sull'importanza del sacramento dell'Eucaristia, le visite ai malati, le processioni e la diffusione del pio esercizio della Via Crucis.

San Paolo della Croce

Paolo della Croce apprese i metodi delle missioni popolari dal libro del frate minore Amedeo da Castrovillari Il zelo apostolico (Roma 1720). Per favorire la partecipazione della popolazione, le riunioni erano concentrate al mattino con le catechesi di base, finalizzate all'istruzione religiosa, e alla sera con le "prediche di massima", seguite da meditazioni sulla Passione, entrambe destinate a provocare un cambiamento di vita. Paolo, che pur usava disciplinarsi pubblicamente quando lo riteneva opportuno, insisteva perché le manifestazioni esterne (processioni o altre celebrazioni) fossero ridotte al minimo per non distrarre la gente dal confronto con la Parola di Dio. Considerava inoltre la meditazione quotidiana sulla Passione la via maestra per portare il cristiano a un rapporto personale, fiducioso e filiale con Dio attraverso il Cristo, perciò il pensiero della Passione era quello che doveva permeare in qualche modo tutta la predicazione e le altre funzioni della missione.

Sant'Alfonso Maria de' Liguori

Un innovatore quanto al metodo missionario fu Alfonso Maria de' Liguori. Egli riteneva che ogni strategia missionaria doveva essere collaudata sul campo in base ai bisogni spirituali delle popolazioni, perciò alla missione centralizzata del Segneri preferiva una missione estesa anche ai centri più piccoli. Nella terza parte (Degli esercizi di missione) del suo scritto Selva di materie predicabili e istruttive per dare esercizi a preti, sant'Alfonso non escludeva il ricorso ai sentimenti per risvegliare negli uditori il senso del peccato, la compunzione del cuore, il desideri della grazia e della recezione dei sacramenti della riconciliazione e dell'Eucaristia, il gusto della preghiera, ma era incline a dare risalto più all'amore filiale di Dio che al timore servile. Auspicava inoltre in due dei capitoli, che trattano Del catechismo piccolo ai fanciulli e Del Catechismo grande al popolo, la diffusione di una ordinata catechesi sui misteri principali della fede, i sacramenti e i comandamenti di Dio con l'avvertenza di non spiegare ai fanciulli il sesto comandamento, limitandosi a dire che proibisce "peccati brutti". Come elementi di rilievo per la perseveranza il de' Liguori invitava i missionari popolari a suggerire la fuga dal peccato, l'esercizio della "vita devota", l'orazione mentale, la meditazione della passione di Gesù, la devozione alla Vergine, l'impegno caritativo verso il prossimo.

Secolo XIX

Le missioni popolari ripresero vigore dopo il Congresso di Vienna (1815) con vicende alterne, dovute alle soppressioni, dispersioni, secolarizzazioni in cui furono soggetti a intermittenza gli Istituti religiosi nel XIX secolo e all'inizio del XX secolo in varie nazioni.

La riorganizzazione delle istituzioni ecclesiastiche, la ricostituzione della Compagnia di Gesù (1814), la crescita numerica del clero secolare e dei membri degli antichi Istituti religiosi preesistenti e la nascita di nuove Congregazioni furono all'origine di questo rilancio in tutti i Paesi dell'Europa. I missionari si sforzarono di comprendere, non senza difficoltà e resistenze, le nuove situazioni e di adattarvisi, ma senza rinunciare all'utilizzazione degli elementi già collaudati nei secoli anteriori: l'istruzione religiosa sempre più organica in vista della conversione e della maturazione nella fede, i canti, le processioni, il richiamo alla penitenza, la valorizzazione dei sacramenti, le erezioni di Croci e "Calvari", la rinnovazione dei voti battesimali, la consacrazione alla Vergine Maria, come si può ricavare, ad esempio, dal Metodo delle Sante Missioni (Roma 1818) di San Gaspare del Bufalo, dal Direttorio delle Missioni (1838) pubblicato dai Passionisti, da Il Metodo delle missioni (1856) del Padre Celestino Maria Berruti e da La Missione (Torino 1882) dell'oblato di Maria Vergine F. Giordano.

Cominciarono tuttavia ad emergere a poco a poco alcune novità. Nella predicazione missionaria si fece sempre meno uso di una certa oratoria letteraria erudita e ampollosa propria dei grandi pulpiti, e decrebbe nelle varie celebrazioni il ricorso alla spettacolarità teatrale a favore di un atteggiamento di maggior compostezza e raccoglimento. Le comuni tematiche sul Decalogo, il peccato, la passione di Cristo, le realtà eterne furono integrate da altre su Dio rivelatore, su Cristo redentore, sullo Spirito santificatore, sulla Chiesa, sull'importanza dei sacramenti, sul rapporto scienza e fede per contrastare l'avanzata del razionalismo positivista. Nella soluzione dei problemi morali ebbe sempre più seguito il pensiero del Liguori. La predicazione fu accompagnata da conferenze dialogate per uomini, donne, persone colte e giovani con forti accentuazioni apologetiche. Aumentarono i corsi di Esercizi chiusi per categorie di persone (sacerdoti, religiosi, religiose, maestri, professionisti, operai, ecc.), e pubblici nelle chiese. Nuovo impulso fu dato alle associazioni, come le Congregazioni mariane, l'Associazione delle Figlie di Maria, la Compagnia degli Amici di Gesù, le Conferenze di san Vincenzo de' Paoli, la Confraternita del Santissimo Sacramento, la Congregazione del sacro Cuore di Gesù, della cui devozione la predicazione missionaria popolare del secolo XIX si fece propagatrice.

In Francia, dopo i danni religiosi e morali provocati dalla Rivoluzione e dalle guerre napoleoniche, le missioni popolari apparvero come uno degli strumenti più validi per la rinascita cristiana. Esse miravano a pacificare e a riconciliare gli animi, a proporre e ad approfondire e principali verità della fede con la predicazione e la catechesi, a ricostruire l'unità familiare, a portare gli adulti alla pratica della vita cristiana e a un miglioramento dei costumi. Quanto ai metodi, si notava ancora a volte in alcune manifestazioni religiose una certa condiscendenza verso la ricerca dello spettacolare e dell'impressionistico, bollata dai nazionalisti e dai volterriani come fanatismo isterico e frutto di superstizione. Nella predicazione missionaria non era assente l'auspicio a favore della restaurazione di una monarchia sullo stile di quella dell'Antico Regime, che avrebbe potuto ridare prestigio alla religione cattolica ponendola a fondamento dell'ordine sociale.

Delle nuove istituzioni che organizzarono anche missioni popolari, oltre i gruppi missionari di preti diocesani, si possono ricordare la Società del Cuore di Gesù di Pietro Giuseppe de Clorivière (†1820), la Congregazione dei Sacri Cuori di Pietro Coudrin (†1837), gli Oblati di Maria Immacolata di Carlo Eugenio de Mazenod (†1861), i Missionari di Nostra Signora di La Salette (1852), i Missionari del Sacro Cuore di Gesù di Issidoun (1854) di Giulio Chevalier (†1907), gli Oblati di Sant'Ilario (1855).

In Italia si occuparono delle missioni popolari, tra gli altri, gli Oblati di Maria Vergine di Bruno Lanteri (†1830), che esercitavano il loro apostolato missionario nelle zone rurali più abbandonate e nei sobborghi operai delle grandi città, i Missionari del Preziosissimo Sangue di San Gaspare del Bufalo (†1837), che si dedicavano alla predicazione degli Esercizi spirituali e delle missioni popolari e alla creazione di una rete di associazioni estese a tutte le categorie dì persone per immetterle nell'apostolato, la Società dell'Apostolato Cattolico di san Vincenzo Palotti (†1850), i cui membri s'impegnavano nella formazione di apostoli laici con la predicazione missionaria e la diffusione della buona stampa, e ancora gruppi di Oblati Missionari diocesani come, ad esempio, gli Oblati diocesani di Verona, gli Oblati della Madonna di san Luca di Bologna, gli Oblati Missionari diocesani dell'Immacolata, di Vigevano (Pavia), gli Oblati della Sacra Famiglia di Nazareth di Brescia, gli Oblati del Santissimo Sacramento di Sampierdarena (Genova).

In Spagna una delle figure che eccelse nella catechesi e nelle missioni popolari fu sant'Antonio Maria Claret, fondatore nel 1849 dei Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria, e poi arcivescovo di Cuba.

In Svizzera e nel mondo germanico furono i gesuiti e i Redentoristi a riattivare le missioni popolari, mentre la loro introduzione in Inghilterra e in Irlanda fu opera del rosminiano Luigi Gentili e del beato Domenico Barberi della Madre di Dio (†1849).

Nell'America Latina, oltre il Claret e i suoi figli spirituali, si dedicarono alle missioni popolari i Missionari di san Giuseppe, del Messico (1872).

Le missioni popolari ebbero inizio negli Stati Uniti grazie allo zelo di alcuni preti giunti dall'Europa per offrire a emigranti l'assistenza spirituale.

Secolo XX

Dalla fine del secolo XIX fino alla vigilia della prima guerra mondiale le missioni popolari continuarono ad essere fatte sia pur tra non poche resistenze create da governi anticlericali. Si iniziò, però, a percepire la crescente difficoltà a farsi ascoltare da alcune categorie di persone come gli intellettuali e gli operai.

Fin dal 1885 i Gesuiti di Francia, seguiti più tardi da quelli del Belgio e della Spagna, diedero vita all'Opera dei Ritiri Operai con esito positivo. Si trattava di un corso di Esercizi spirituali della durata di tre giorni con la possibilità di ulteriori incontri con i partecipanti.

L'iniziativa sorse in Italia nel 1907, dove si trasformò nell'Opera Ritiri di Perseveranza che generò l'istituzione delle Leghe di Perseveranza, i cui elementi fondanti erano la devozione al Sacro Cuore e il ritiro, la confessione e la comunione mensile.

Documenti promozionali delle missioni "interne" o popolari continuarono ad essere emanati da superiori e da Capitoli generali degli Istituti religiosi che consideravano tale ministero una delle loro finalità principali. Vi furono pure Sinodi diocesani e provinciali che si occuparono delle missioni popolari e ne richiesero la prosecuzione, unitamente a interventi pontifici.

Va rilevato tuttavia, che le predicazioni missionarie nel secolo XIX all'inizio del XX non erano tanto rivolte alla conquista personale o collettiva degli agnostici o increduli, anche se non la escludevano, ma nei loro contenuti erano piuttosto indirizzate a salvaguardare, motivare, rinvigorire le convinzioni di fede dei credenti, che specie nelle città avevano da fare con persone indifferenti od ostili al cristianesimo, oppure con aderenti ad altre confessioni religiose.

Durante la prima guerra mondiale (1915-1918) le missioni popolari subirono un notevole rallentamento in Europa. Ripresero nuovo slancio appena terminato il conflitto, si trovarono di fronte a condizioni politico, sociali, culturali e religiose nuove, soggette a profondi cambiamenti. L'affermarsi di regimi autoritari e dell'ideologia marxista, l'accelerazione del processo di urbanizzazione e di industrializzazione con lo spostamento di masse di contadini verso i sobborghi cittadini, la lotta di classe, il diffondersi sempre più largo delle correnti di pensiero cristiano o anticristiano, l'abbandono della pratica religiosa da parte di numerosi credenti, l'aumento dell'indifferenza religiosa resero più difficile il lavoro dei missionari e richiesero da loro un impegno di formazione permanente con la preghiera e con lo studio, cui si dedicavano nei mesi di interruzione annuale della missione.

Istruttivo al riguardo il libro del gesuita Giuseppe Golia, Manuale pratico per le missioni al popolo (Padova 1931) dove l'autore esamina brevemente venti metodi, adottati da celebri missionari italiani ed esteri. Presenta quindi come deve essere formato il missionario, come deve regolare le sue relazioni con Dio, con il clero e i religiosi, con i fedeli, con gli avversari e gli eretici, i difetti che deve evitare, i criteri per l'accettazione della missione, la conoscenza del campo da coltivare, lo svolgimento dei vari momenti della missione con schemi di prediche (fine dell'uomo, salvezza dell'anima, castighi del peccato, inferno, ecc.), istruzioni e conferenze dialogate per dissipare errori e approfondire punti fondamentali della vita cristiana, le funzioni o celebrazioni da praticare (benedizione dei fanciulli, processione di penitenza, giornata mariana, prime comunioni, confessioni, ecc.), e la conclusione con una funzione mattutina e una vespertina con la celebrazione espiatoria per i defunti, la distribuzione dei ricordi stampati e degli oggetti sacri da lasciare a ogni nucleo familiare. Questo manuale fu un testo di riferimento per i missionari perché tenendo fermi i punti tradizionali e fondamentali della missione si presentava come una ricca fonte di idee per adattare la missione alle diverse circostanze delle località ove veniva svolta. In quel periodo, infatti, la missione popolare esigeva nel missionario fantasia e strategia per adeguarsi alle condizioni reali, superare difficoltà, indifferenza e inerzia delle popolazioni; oltretutto non doveva limitarsi ai soli fedeli, ma smuovere anche i lontani. Esigeva una profonda conoscenza del livello religioso del popolo e psicologia della gente.

Dopo il secondo conflitto mondiale vi fu una breve ripresa delle missioni popolari, principalmente in occasione dell'Anno Santo del 1950 e dell'Anno Mariano del 1954. Da questa data fino al Concilio Vaticano II i gesuiti realizzarono nella sola Italia circa 10.000 missioni. Tra i missionari popolari gesuiti emerse la figura del P. Riccardo Lombardi che con le sue predicazioni in numerose città italiane e la sua azione religioso-politica, valutata in modo diverso anche dai cattolici, intervenne a difesa di una attiva presenza dei cristiani nella ricostruzione morale e civile del Paese, invitandoli a reagire con vigore contro l'invadente ideologia marxista e laicista.

In Francia fu creato il "Centro Pastorale Missioni Interne", che svolse una buona attività per circa dieci anni e scomparve nel 1967.

Già prima del Concilio Vaticano II si notavano segni di sfiducia nell'efficacia di questo tipo di predicazione straordinaria, sempre meno richiesta dai parroci, e gli stessi missionari stentavano a trovare i mezzi, i modi e i contenuti per renderla appetibile.

Dopo il Concilio Vaticano II si allarga la crisi che investe non soltanto la società civile ma anche la vita religiosa dei credenti. La mobilità della gente, il turismo di massa nei giorni festivi, il distacco dall'ambiente parrocchiale, l'impegno di lavoro, resero sempre più precaria la possibilità della convocazione del popolo in determinati momenti della giornata per la missione. Infine, i rapidi cambi di mentalità e di costume indussero gli stessi missionari a interrogarsi se le metodologie e i temi che avevano costituito i motivi ispiratori delle missioni popolari precedenti con la loro carica emotiva, morale e pratica fossero ancora sufficienti a trasformare il cuore dell'uomo oppure fosse necessario trovare altri metodi e proporre tematiche nuove che facessero presa sulla coscienza degli uomini per aiutarli a comprendere l'incidenza positiva del messaggio cristiano nella loro vita e nella vita della società.

Tra il 1970 e il 1980 le missioni popolari fecero difficoltà a farsi strada e a trovare consensi.

Nell'enciclica Evangelii Nuntiandi Paolo VI non ne parlò, tuttavia nei nn. 40-48 dello stesso documento ne esponeva in qualche modo i presupposti, la necessità e i criteri per una loro ripresa.

Nell'esortazione apostolica Catechesi Tradendae Giovanni Paolo II invitò a ripristinare e a riorganizzare le "missioni tradizionali, spesso abbandonate troppo in fretta", affermando che "sono insostituibili per un rinnovamento periodico e vigoroso della vita cristiana" (numero 47). L'invito non rimase inascoltato.

Dal 2 al 7 febbraio 1981 venne celebrato a Roma il I Convegno Nazionale su "Missioni al Popolo per gli anni 80", che cercò di mobilitare la coscienza cattolica a favore di "una efficace evangelizzazione a tutti i livelli". Ai partecipanti al Convegno Giovanni Paolo II comunicò la riconoscenza sua e di tutta la Chiesa "per l'impegno e la buona volontà nel mantenere e nell'aggiornare la pia ed efficace pratica delle Missioni Popolari".

In un discorso rivolto ai Provinciali della Compagnia di Gesù (27 febbraio 1982) lo stesso Pontefice ricordò che le missioni al popolo costituivano una "nota fondamentale" dell'Ordine e parlò del "rigoglioso sviluppo" e del "vasto benefico influsso" da esse offerto alla rivitalizzazione della vita cristiana grazie anche al contributo dei missionari gesuiti.

Il Codice di diritto canonico raccomanda ai parroci, secondo le disposizioni del vescovo diocesano, di organizzare "in tempi determinati" le predicazioni, "che denominano esercizi spirituali e sacre missioni, o altre forme adatte alle necessità" (can. 770). Dal 1983 il Pontificio Ateneo Antonianum offre corsi di aggiornamento annuali per predicatori impegnati nelle missioni popolari.

Di fronte a questi e altri incoraggiamenti dell'autorità ecclesiastica e a una pastorale ordinaria che perde di mordente, gli Istituti religiosi, che hanno come scopo specifico o almeno preminente le missioni popolari, e non soltanto essi, riflettono sul da fare, come risulta sia dalle decisioni dei loro più recenti Capitoli o Congregazioni generali sia dalle loro iniziative di gruppo, tentando di discernere le nuove situazioni al fine di aggiornare questa forma di pastorale straordinaria. È' in atto una fase di rinnovamento dei missionari e, quindi, di ricerca, di autocritica, di revisione e di adattamento alle esigenze odierne. L'idea di Chiesa-comunione e di partecipazione alla sua ministerialità da parte di tutti i membri del popolo di Dio, sebbene con ruoli differenziati, e della sua presenza nel mondo, come viene descritta nella Lumen gentium e nella Gaudium et Spes, nonché nel magistero conciliare, porta a utilizzare un numero sempre maggiore di fedeli cristiani, siano o no appartenenti a gruppi, comunità e movimenti ecclesiali, e di religiose nella preparazione, programmazione e attuazione delle missioni popolari. In tale programmazione si prendono in esame i problemi umani e le istanze religiose, che affiorano nell'ambiente nel quale condurre la missione, ma anche gli aspetti problematici negativi che toccano le persone, partendo dalla composita e diversificata realtà politica, economica, sociale, culturale e spirituale in cui esse vivono. I missionari riconoscono che non basta più richiamare l'attenzione soltanto sulla salvezza individuale e su alcune verità fondamentali della fede, pur necessaria, ma che bisogna allargare le prospettive sui rapporti interni tra i vari membri della Chiesa, alla vita liturgica e sacramentale, alle relazioni con i fratelli cristiani separati e con i seguaci di altre religioni, i lontani e gli atei, alla denuncia del peccato in tutte le sue forme, individuali e sociali, occulte e pubbliche, ai temi della famiglia, della donna, della pace, della solidarietà, della fratellanza universale, della giustizia sociale, dell'inculturazione.

Contenuti

Lo svolgimento storico delle missioni popolari rivela che la scelta dei modi, dei tempi, degli orari e dei luoghi va lasciata alla prudenza degli organizzatori, i quali tengono conto dell'ambiente, della mentalità e delle condizioni dei destinatari, del loro ritmo di lavoro e di vita.

Anche la durata delle missioni dipende da tutta una serie di situazioni sociali, culturali e religiose e dalla varietà dei metodi. Le missioni urbane di Napoli e di Roma, realizzate dai padri gesuiti nella metà del secoli XVII esclusivamente nelle domeniche e nei giorni festivi, duravano mesi; quelle del padre Segneri soltanto una settimana. Le missioni di Leonardo da Porto Maurizio si prolungavano dai 15 ai 30 giorni. Con il suo intuito pastorale di adattamento alle situazioni, sant'Alfonso riteneva che per i paesi piccoli in via ordinaria potessero bastare dieci o dodici giorni, mentre per le città più grandi la durata poteva superare anche il mese. S. Vincenzo de' Paoli fu il primo a organizzare le missioni popolari come segue: due settimane per i piccoli centri, quattro per i medi e cinque per i grandi, in modo da offrire a tutti la possibilità di approfittarne. In tempi a noi vicini la durata della missione si protrae per tutto il tempo ritenuto necessario a rispondere concretamente alle esigenze e della popolazione.

Pur nel1a loro molteplicità e diversità, le missioni popolari, che si sono susseguite sin verso la metà del XX secolo avevano in comune caratteristiche fondamentali e la loro struttura era formata da questi elementi:

  • "Messa di missione", che se in passato era considerata soprattutto in funzione della possibilità di ricevere la comunione, in seguito fu anche utilizzata come strumento di evangelizzazione e di formazione cristiana per la ricchezza del suo contenuto di Parola di Dio e di preghiera;
  • la "predica grande" (o "predica di massima"), il cui intento principale era quello di indurre a cambiare vita, a "darsi a Dio" e ad amare il prossimo;
  • l'istruzione catechistica ("catechismo piccolo" e "catechismo grande", a seconda che ci si rivolgesse ai fanciulli o agli adulti), con lo scopo di insegnare le verità della fede, di far maturare una retta coscienza cristiana nei fedeli e di premunirli contro possibili errori e superstizioni.

Questi elementi di base erano accompagnati da varie manifestazioni esterne (processioni di penitenza, canti, Rosario, Via Crucis), da visite alle famiglie, agli infermi, alle carceri, alle scuole, alle fabbriche, da incontri per categoria (mamme di famiglia, fanciulli, giovani, impiegati, operai, professionisti, clero, religiose, ecc...).

Le missioni popolari hanno avuto, inoltre, come punto irrinunciabile di riferimento la Parola di Dio. Per questo le loro varie manifestazioni e funzioni, in particolare la predicazione e la catechesi, erano organizzate in ordine all'annuncio di questa Parola, dalla cui efficacia i missionari si attendevano il risultato positivo del loro lavoro. Ma è necessario riconoscere che a volte, nel clima surriscaldato della predicazione, vi furono eccessi di interpretazione di tale Parola a riguardo di alcune verità eterne e la richiesta di pratiche penitenziali "per lo meno discutibili" (Conti Guglia, 119-122). Tali missioni, poi, erano state realizzate in prevalenza tra le popolazioni rurali — specie nei Paesi come l'Italia — dove esse formavano la maggioranza degli abitanti. I missionari si preoccupavano di presentare i contenuti dottrinali con un linguaggio per lo più semplice, discorsivo, chiaro e convincente e miravano a portare gli ascoltatori al cambiamento radicale della loro vita mediante la recezione dei sacramenti della riconciliazione e dell'Eucaristia e s'impegnavano a fornire ai fedeli mezzi idonei di perseveranza.

Per ultimo, la predicazione e la catechesi missionaria hanno sempre avuto una chiara connotazione cristocentrica, mariana, penitenziale e formativa. Una precisazione tuttavia va fatta. La storia delle missioni popolari, essendo in buona parte ancora inesplorata, aveva indotto a credere che i contenuti dottrinali della predicazione dei numerosi missionari, che in questi ultimi quattro secoli della storia della Chiesa si sono dedicati a tale ministero, si equivalessero, ad eccezione di alcune accentuazioni di singoli elementi e di accorgimenti coreografici, psicologici e pedagogici, orientati a spronare l'uditorio a chiedere perdono dei propri peccati e ad accogliere la grazia di Dio. In realtà a mano a mano che si moltiplicano gli studi sulle missioni popolari, svolte da figure significative di Ordini o Istituti religiosi, s'intravede il delinearsi di una vera e propria letteratura, catechesi e predicazione missionaria, varia nei suoi contenuti dottrinali e diversificata nelle sue espressioni verbali, nel linguaggio delle immagini e dell'azione, secondo i tempi e i luoghi.

Valutazione

A parte alcune critiche elaborate a riguardo delle missioni popolari, non si può negare il fatto che esse hanno svolto e continuano a svolgere un servizio alla fede e alla promozione della riconciliazione e della solidarietà umana.

Prima di tutto le missioni popolari rappresentano un servizio reso al recupero e alla maturazione della fede. Il fine delle missioni popolari è religioso, perché si prefigge di istruire gli uditori nelle principali verità della fede, di portarli alla conversione, di spronarli a un serio cambiamento nei loro comportamenti, di impegnarli a vivere con coerenza il rapporto fede e vita.

I frutti immediati della missione si possono facilmente constatare dal numerosissimo concorso di popolo alle prediche, alle istruzioni catechistiche e alle altre manifestazioni penitenziali, dalle confessioni e dalle comunioni generali, specialmente degli uomini, come sono descritte in relazioni' di missionari (S. Paolucci, Missione dei Padri della Compagnia di Gesù nel Regno di Napoli, Napoli 1651; P. Segneri - P. Pinamonti, Breve relazione sopra una missione tenuta nella diocesi di Faenza, Venezia 763).

Ma i missionari non si accontentavano dei frutti immediati. Per garantire la serietà della conversione e assicurare la perseveranza, essi provvidero a denunciare le superstizioni, a creare o a rinnovare per i laici impegnati confraternite e associazioni, i cui soci, oltre che nel proprio rinnovamento personale, s'impegnavano anche in opere apostoliche e caritative e assolvevano pure compiti sociali e di riforma religiosa, a propagare e approfondire le devozioni eucaristica, al sacro Cuore di Gesù, alla passione di Cristo, alla beata Vergine Maria, ai Santi: a formare il clero locale con conferenze, istruzioni pastorali ed Esercizi spirituali, a stimolare le comunità delle religiose con istruzioni appropriate, a ritornare sul luogo dell'avvenuta missione per incoraggiare i fedeli a procedere sulla via del rinnovamento spirituale, a fondare case per Esercizi spirituali e a sostenerli (si pensi, ad esempio, alle già menzionate Leghe di Perseveranza che con i ritiri mensili si trasformarono in una specie di missione permanente), a diffondere scritti devozionali, ascetici e apologetici, indirizzati al clero e al popolo (basti ricordare Il Parroco istruito e Il Cristiano istruito del gesuita Paolo Segneri e Del gran mezzo della preghiera di Alfonso Maria de' Liguori), e anche libri sui metodi missionari per favorire lo sviluppo delle missioni popolari.

Il servizio della fede, realizzato dalle missioni popolari, non riguardava soltanto ristabilimento o consolidamento della relazione filiale e comunionale degli uomini con Dio in vista della salvezza eterna, ma comportava pure il servizio della riconciliazione tra gli stessi uomini connesso con l'esercizio della carità e quindi anche con la promozione della solidarietà umana. Questa solidarietà si realizzava con il compimento delle opere di misericordia corporali e spirituali e la creazione di opere sociali. Risulta infatti che, sia pur con modalità diverse secondo le varie epoche e la percezione delle situazioni personali e sociali che i missionari avevano, la loro attività non si esauriva nel solo ambito religioso, ma comprendeva anche la soluzione di problemi concreti, come il raggiungimento di difficili pacificazioni tra persone o gruppi di persone in lotta fra loro, stipulate spesso in forma giuridica alla presenza di un notaio, l'opera di recupero delle prostitute, l'assistenza alle ragazze pericolanti, la creazione di associazioni di aiuto per i poveri, la fondazione di orfanatrofi e di scuole, la ricerca di lavoro per i disoccupati e di case per i senzatetto, le prese di posizione contro il banditismo e brigantaggio (una piaga sociale presente soprattutto nel Sud d'Italia) e contro lo sfruttamento dei più deboli, la promozione dell'agricoltura, gli interventi per migliorare le condizioni di vita negli ospedali e nelle carceri.

Più che non nel passato, le missioni popolari dopo il Concilio Vaticano II, si muovono oggi entro l'orizzonte della "nuova evangelizzazione" e di una "promozione umana integrale", di cui fu convinto portavoce Giovanni Paolo II. Esse presuppongo anzitutto esemplarità di vita e una buona preparazione da parte dei missionari, sia riguardo al contenuto del messaggio cristiano, le sue varie forme di presentazione e comunicazione, sia riguardo alle sfide poste alla "missione" della Chiesa dagli uomini del nostro tempo. Esigono, inoltre la ricerca dell'integrazione del servizio della fede o promozione della giustizia e della solidarietà umana, connesse con la costruzione della pace, cui tutti i popoli anelano; la mobilitazione in tal senso di tutte le forze migliori della comunità ecclesiale; il ricorso agli strumenti della comunicazione sociale: stampa, radio, televisione; la creazione di centri di ascolto: l'avvicinamento delle persone nelle strade, nelle piazze, nei bar, nei ritrovi pubblici, nei circoli ricreativi, sportivi, culturali ecc.. con un tipo "di missione itinerante" che dia largo ai dialoghi personali e agli incontri per gruppi e per categorie di soggetti, assillati più dagli stessi problemi, per metterli a confronto con la Parola di Dio. Richiedono, infine, il coordinamento tra missione popolare e pastorale ordinaria della Chiesa particolare e il coraggio di aprire vie nuove a questo "apostolato d'avanguardia", destinato a portare il cristiano a una solida coerenza di vita e di creare iniziative capaci di indurre un numero sempre maggiore di persone a collaborare a tale apostolato secondo la loro specifica vocazione.

In Italia, dove operano una trentina di Ordini e Istituti religiosi dediti alla predicazione itinerante e alle missioni al popolo e si tengono oltre 2500 missioni popolari all'anno, è stato istituito il Segretariato per la Missione al popolo, allo scopo di coordinare tutte le forze disponibili in vista del servizio da offrire alla "nuova evangelizzazione".

Bibliografia
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  • Luigi Mezzadri, Le missioni popolari della Congregazione della Missione nello Stato della Chiesa (1642-1700), in Rivista di storia della Chiesa in Italia XXIII (1979) 12-44
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Note
  1. Cfr. Armando Guidetti, Le missioni popolari: i grandi gesuiti italiani: disegno storico-biografico delle missioni popolari dei gesuiti d'Italia dalle origini al Concilio Vaticano II, Milano 1988.
  2. Cfr. Armando Guidetti, Esercizi spirituali e missioni popolari dei gesuiti d'Italia, in Appunti di spiritualità n.31 (a cura del Centro Ignaziano di Spiritualità di Napoli).
  3. Cfr. Carlo Luongo, Silvestro Landini e le "nostre Indie". Un pioniere delle missioni popolari gesuitiche nell'Italia del Cinquecento, Firenze Atheneum, Firenze 2008.
  4. Cfr. Giancarlo Rocca, Le associazioni sacerdotali. Per una tipologia delle associazioni italiane dal Medioevo a oggi, in Revue d'Histoire de l'Eglise de France 1 (2007) 7-24.
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