Santa Virginia Centurione Bracelli

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Santa Virginia Centurione Bracelli, N.S.R.M.C.
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Santa Virginia Centurione Bracelli
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Età alla morte 64 anni
Nascita Genova
2 aprile 1587
Morte Genova
15 dicembre 1651
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Appartenenza Arcidiocesi di Genova
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Extra Anni di pontificato
Nomine
Cardinali creazioni
Proclamazioni
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Eventi

Iter verso la canonizzazione

Venerata da Chiesa cattolica
Venerabile il [[]]
Beatificazione 22 settembre 1985, da Giovanni Paolo II
Canonizzazione 18 maggio 2003, da Giovanni Paolo II
Ricorrenza 15 dicembre
Altre ricorrenze
Santuario principale
Attributi
Devozioni particolari {{{devozioni}}}
Patrona di
Collegamenti esterni
Scheda su santiebeati.it
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Signore, voglio servire te che non puoi morire.
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(Santa Virginia Centurione Bracelli[1])
Tutti-i-santi.jpgNel Martirologio Romano, 15 dicembre, n. 5:
« Nella stessa città, santa Virginia Centurione Bracelli, vedova, che, dedita a servire Dio, accorse in molti modi in aiuto dei poveri, sostenne le chiese rurali e istituì e resse le Signore della Misericordia Protettrici dei Poveri. »

Santa Virginia Centurione Bracelli (Genova, 2 aprile 1587; † Genova, 15 dicembre 1651) è stata una religiosa e fondatrice italiana della congregazione religiosa delle Suore di Nostra Signora del Rifugio in Monte Calvario, dette Brignoline, con sede a Genova, e quella delle Figlie di Nostra Signora al Monte Calvario, con sede a Roma.

Lavorò soprattutto per togliere dalla strada le ragazzine che potevano incamminarsi verso la prostituzione. Nel 2003 è stata proclamata santa da papa Giovanni Paolo II.

Biografia

Nascita e adolescenza

Virginia è figlia di Giorgio Centurione, doge della Repubblica di Genova nel biennio 1621-1622, e di Lelia Spinola. La sua famiglia è nobile e facoltosa nei due rami paterno e materno, e allo stesso tempo ricca di virtù cristiane e sollecita nel soccorrere i bisognosi.

Virginia fu battezzata due giorni dopo la nascita.

Sua mamma era conosciuta a Genova come la Dama Santa. Da lei Virginia imparò a ripetere e amare i nomi di Gesù e Maria. La mamma le insegnò le preghiere più semplici, così come le insegnò a leggere e scrivere prima che fosse affidata, secondo l'usanza del tempo, alle cure del Cappellano della casa, lo stesso che insegnava a suo fratello Francesco.

I genitori volevano dare alla figlia un'istruzione che le permettesse di leggere le opere letterarie. In realtà Virginia imparava molto rapidamente, e avanzò tanto nella conoscenza del latino e della Bibbia che cominciò a meditarla e mantenne questa abitudine per tutta la vita, e, quando si presentava l'occasione, la citava con sapienza e disinvoltura.

Già da bambina ripeteva alla mamma che desiderava farsi monaca come altre sue parenti. Mamma Lelia accettava i desideri della figlia, ma le diceva che era molto piccola per entrare in convento. "Quando compirai venti anni, le assicurò, ti porterò io stessa al monastero".

Sua mamma però morì poco dopo. Il padre, secondo l'usanza del tempo, la promise in sposa a Gaspare Bracelli, genovese, unico erede di una ricca e nobile famiglia. Quando Virginia compì quindici anni il padre la chiamò e le disse che era promessa sposa di Gaspare. La reazione di Virginia fu di sciogliersi in un pianto sconsolato. Sapeva infatti che non poteva opporsi al desiderio del padre.

Sposa a 15 anni

Il giorno delle nozze è fissato per il 10 dicembre 1602. Prima delle nozze, Virginia si ritira nella cappella privata di casa sua e si prostra davanti al crocifisso. Riferiscono i biografi che a un certo momento le sembra che dalle labbra sofferenti di Gesù esca un rimprovero: "Virginia, tu mi lasci per un uomo". Virginia scoppia a piangere, e non riesce ad allontanarsi dalla cappella.

La matrigna e altri parenti che hanno notato la sua assenza la trovano in lacrime e, comprendendo la ragione, la consolano spiegandole che il matrimonio è un sacramento e che si può servire il Signore in tutti gli stati di vita, come le ha dimostrato la sua santa madre.

Prima di pronunciare il sì rimane un certo tempo indecisa in silenzio.

La vita matrimoniale di Virginia non sarà facile. Gaspare, dopo un breve periodo di vita tranquilla, torna a frequentare i vecchi amici e a dedicarsi ai vecchi divertimenti: caccia e gioco. Tale vita continuò anche dopo la nascita delle due figlie, Lelia e Isabella.

Virginia cercava di nascondere la condotta di suo marito non solo al padre, ma anche alla suocera, che viveva nello stesso palazzo. Tutte le sere inventava una scusa per i lunghi ritardi del marito, e convinceva la suocera a ritirarsi. Passava le ore di attesa leggendo la Bibbia e pregando davanti al crocifisso o lavorando. Quando Gaspare tornava a casa verso l'alba era sempre pronta, delicata e attenta.

La malattia di Gaspare

Nel 1606 Gaspare si ammalò gravemente ai polmoni, e i medici consigliarono un clima più salubre. Gaspare si trasferì ad Alessandria presso dei cugini. Virginia avrebbe voluto accompagnarlo, ma il padre si oppose. Gaspare le scrisse varie volte chiedendole di trasferirsi presso di lui, ma Giorgio Centurione rimaneva fermo nella sua opposizione.

Verso la Pasqua del 1607 arrivò una carta scritta da una mano tremante: "Se vuoi vedermi ancora vivo, vieni subito".

Virginia, cosciente dei suoi doveri, si presentò allora al padre e gli disse: "Padre, io non ho voluto sposarmi con Gaspare Bracelli, ricordatevi che questa unione fu voluta specialmente da voi. Adesso egli è mio marito e io sono obbligata a stare al suo fianco anche se lui non avesse nessun bisogno particolare di me". Giorgio si arrese e l'accompagnò ad Alessandria.

Gaspare era già in condizioni gravissime. Virginia divenne premurosa infermiera. Chiamò i più famosi medici di Genova, Pavia e Milano, senza badare a spese. Tutti dovettero riconoscere la gravità del male.

Perse le speranze della guarigione, Virginia si dedicò quindi a preparare Gaspare per il passo finale.

Gaspare era sommerso in una profonda malinconia, gli dava fastidio tutto, non voleva vedere neppure la servitù, e in particolare non voleva saperne dei religiosi, come se fossero messaggeri di morte. Virginia pregava e sperava in Dio.

Un giorno convinse Gaspare ad accettare la visita di un cappuccino. Il marito acconsentì, e il colloquio durò abbastanza, mentre Virginia pregava. Qualche giorno dopo, Gaspare domandò un sacerdote e fece la confessione generale. Consegnò pure una lista di debiti da pagare, in cui figuravano anche le somme di denaro guadagnate al gioco con giovani minorenni.

Dopo di ciò, il malato si mantenne in forte unione con Dio, stringeva tra le mani il crocifisso e ripeteva con fiducia le preghiere di abbandono che Virginia le suggeriva.

Gaspare Bracelli morì il 13 giugno 1607, a soli 24 anni di età. Virginia rimase vedova a soli 20 anni. Era l'età che sua madre le aveva indicato per l'entrata in monastero.

Giovane vedova

Non appena lo sposo spirò, si prostrò davanti al crocifisso e rimase lungo tempo in orazione dicendo: "Signore, voglio servire te che non puoi morire". Le sembrò di ricevere una risposta: "Virginia, io ho chiamato a me Gaspare perché da oggi io stesso sarò tuo marito". Virginia fece subito voto di castità perpetua.

Passò il tempo del lutto dedicandosi all'educazione e istruzione delle sue bambine, insieme a sua suocera Maddalena Lomellini, che amava e rispettava come una madre, e nella cui casa viveva. Dedicava molto tempo alla preghiera.

Giorgio Centurione fece di nuovo progetti di matrimonio per la giovane figlia, cercando la collaborazione della madre di Gaspare. Nella mente di Giorgio c'era la felicità della figlia, ma anche la sua corsa politica in vista della nomina a doge.

Virginia fu irremovibile con la suocera e ferma con il padre, e, per dare più forza alla sua decisione, rinnovò davanti a lui il voto di castità fatto ad Alessandria. Giorgio rimase impressionato da tale rivelazione, ma non desistette dal tentativo di sposare la figlia. Dovette desistere due anni dopo, quando Virginia si tagliò davanti a lui i suoi bellissimi capelli biondi.

Tutta a tutti

A partire dal 1610 Virginia sente più chiaramente la vocazione a servire Dio nei suoi poveri. Con somma attenzione (il padre la controllava severamente) e senza trascurare la famiglia, cominciò a impegnarsi nell'assistenza ai bisognosi.

Una notte del 1614 Virginia si sveglia all'improvviso sentendo una voce che le diceva: "Virginia, non desidero che accumuli denaro, ma che tu mi serva nella persona dei poveri". La giovane pensò subito alla somma ingente messa in banca il giorno prima, e che non avrebbe potuto riscuotere perché era stata messa a termine.

Raccontò il sogno alla suocera, e insieme decisero di distribuire ai poveri la metà delle loro rendite annuali. Lo facevano direttamente, o attraverso le istituzioni benefiche del tempo.

Allo stesso tempo, cominciò a interessarsi dell'istruzione dei bambini, fondò scuole e collegi, e aiutò con risorse proprie le famiglie più bisognose perché i figli potessero andare a scuola.

Durante la guerra franco-piemontese (tra la Repubblica di Genova e il Duca di Savoia, spalleggiato dalla Francia) del 1625, la disoccupazione e la fame arrivarono nella Repubblica. Virginia stette sempre in prima fila con le sue eccezionali doti di organizzatrice instancabile. Genova era invasa dai profughi, che cercavano rifugio in città fuggendo dai territori occupati. Virginia si prodigò nell'assistenza e collocazione di tanti infelici, e, quando non c'era già più spazio negli ospizi pubblici, bussò alle porte delle case umili e dei palazzi di lusso, cominciando da quelle dei suoi parenti.

Si interessò in particolare alle condizioni dei prigionieri. Portava loro aiuti materiali, e anche una parola di conforto e di speranza cristiana. Ascoltava le loro lamentele per gli abusi e la mancanza di rispetto dei patti, e quindi accedeva agli uffici competenti affinché fosse assicurata la dovuta assistenza, soprattutto quella medica.

Lavorò attivamente per trovare avvocati disposti a difendere gratis gli imputati più poveri.

Nella sua attività instancabile di aiuto ai bisognosi, nei quali voleva servire il Signore, si dedicò anche agli "ultimi" di quel tempo, i rematori delle galere. Nonostante l'opposizione della famiglia, che si vergognava della sua maniera di procedere, andava al porto formicolante di gente di tutte le categorie, parlava di Dio ai galeotti, cercando di attenuare in loro l'odio che sentivano verso la società.

Un pianto nella notte

Nel 1630 le due figlie di Virginia erano già sposate, e Virginia viveva da sola nel suo palazzo. Nell'agosto 1625 era morta anche la suocera Maddalena. Virginia passava le serate in preghiera dopo aver passato la giornata lavorando per i poveri della città.

Fu in una di quelle serate che un pianto prolungato distrasse Virginia dal suo dialogo con Dio. Chiamò immediatamente un servo perché verificasse cosa stava succedendo. Era una giovane sola, che batteva i denti dal freddo e non sapeva dove andare. Virginia scese di corsa le scale, uscì, chiamò la ragazza e la ricevette nella sua casa.

Il gestò che compì le dette un'illuminazione interiore. Abbracciò la giovane, la rivestì, la riscaldò, le dette da mangiare e le disse: "Rimarrai qui con me e sarai mia figlia".

In poco tempo furono quindici le giovani accolte nel palazzo di Virginia, quindici come i misteri contemplati da Virginia nel rosario che recitava tutti i giorni.

Monte Calvario

E arrivarono altre giovani. Virginia, dopo aver occupato anche l'attico del suo palazzo, dovette cercare un locale più grande.

Si diresse a un'amica, la duchessa Placida Spinola, che aveva comprato dai frati francescani il convento di Monte Calvario con la cappella annessa. La duchessa accettò volentieri la richiesta di Virginia e le concesse l'edificio, all'inizio gratuitamente, e in seguito in affitto per £. 1.000 all'anno.

Il 14 aprile 1631, la domenica delle Palme, Virginia uscì per sempre dalla sua casa di Via Lomellini, e con le quaranta giovani si incamminò in processione verso il convento di Monte Calvario. Alla fine della ripida salita entrarono nella chiesa del convento ed ella si offrì a Dio insieme alla sua "famiglia". Mise le sue "figlie" sotto la protezione di Nostra Signora del Rifugio.

La nuova casa fu chiamata "Rifugio di Monte Calvario". Lì Virginia riceveva tutte le bambine, ragazze e donne che si presentavano, senza guardare la classe sociale, il livello culturale, il luogo di origine. Vedove, sposate, ragazzine, Virginia non indagava il loro passato o le intenzioni con cui erano arrivate a Monte Calvario, chiedeva solo docilità e obbedienza.

Era attenta alle necessità spirituali delle sue "figlie", ma anche alle necessità fisiche. Si interessava in particolare dell'igiene delle nuove arrivate, facendo sue, come se fosse un privilegio, le faccende più ripugnanti. Dopo la pulizia del corpo esortava a fare una buona confessione, come mezzo indispensabile per iniziare una nuova vita.

Le assistite riacquistavano la dignità, la considerazione e l'affetto perso o mai sperimentato, tutto questo grazie all'opera di promozione umana e spirituale portata avanti da Virginia.

In Monte Calvario si pregava, si lavorava, si cantava, ci si ricreava, però sempre con uno stile che facilmente si imparava dalle parole e dalla presenza della madre.

Quando il convento di Monte Calvario diventerà insufficiente per le tante richieste, Virginia porterà le migliori in una seconda casa e poi in una terza. In tre anni l'opera contava già le tre case e trecento ricoverate.

La fiducia nella Provvidenza del Padre

Per mantenere la numerosa "famiglia", che cresceva sempre di più, Virginia cominciò pagando personalmente, attingendo dalle sue rendite e vendendo i suoi mobili di valore. Poi ricorse ai parenti e agli amici, e alla fine all' "Ufficio dei Poveri", il quale le assegnò un misero sussidio, il famoso "mezzo pezzo di pane".

Però in Monte Calvario non si mangiava solo pane, e, sebbene tutte le ospiti lavorassero a ricamo, a cucito e a pizzi di valore, tutto quello che questo lavoro produceva non bastava per mantenere decorosamente tante persone.

Tra i primi benefattori troviamo Giovanna e Francesco Lomellini, che dalle sue navi cariche di grano scaricava prima la parte delle Figlie di Virginia. C'è pure il fratello di Virginia, Francesco, Capo dell'Esercito Pontificio. Ci sono molti benefattori umili e sconosciuti che ammirano il lavoro di Virginia e danno tutto quello che possono.

A volte succede che uno sconosciuto incontra Virginia per la strada e le pone in mano una buona quantità di soldi e scompare velocemente senza dire una parola; altre volte è Placida Spinola che le manda un'offerta non attesa; oppure è il ricco commerciante pronto per partire per la Spagna che le chiede preghiere e le lascia una generosa offerta.

Un giorno Virginia va da un commerciante per comprare i vestiti invernali per le sue Figlie, ma i soldi non sono abbastanza e il venditore non accetta di venderle a credito: vuole essere pagato fino all'ultimo centesimo. A questo punto uno sconosciuto entra furtivo al magazzino, si avvicina e alle spalle di Virginia alza la mano e le lascia cadere un rotolo di monete d'oro. La Madre rimane sorpresa, ma nonostante si volti subito riesce a vedere solo il lembo del vestito dell'ignoto benefattore.

Molte volte Virginia si trova in difficoltà economiche, e valuta la possibilità di diminuire il numero delle ospiti o per lo meno di rinunciare ad accettare altre, ma non lo farà mai, accompagnata dalla fede certa che la bontà di Dio non la abbandonerà.

Un anno, durante le feste di Natale, Virginia gira per la città cercando aiuti. Il freddo, la pioggia e il fango chiudono la gente in casa. Ha raccolto molto poco, e si incammina verso Monte Calvario ripetendo le parole del Salmo: "Getta nel Signore il tuo affanno, egli ti salverà" (Sal 54,23). Alzando gli occhi vede una fila di asinelli che vanno davanti a lei nella salita del convento. Gli asinelli entrano nel portone, e la portiera, vedendo la Madre, crede che sono suoi e li scarica allegramente. Quando Virginia entra nel portone gli asinelli stanno già uscendo. "Chi ha mandato queste cose?", domanda. "Non so", risponde la portiera, "credevo che li avesse mandati lei e per questo li ho scaricati di corsa". Virginia si affaccia alla porta, però non vede più né gli uomini né gli animali. Cade allora in ginocchio e ringrazia il Signore che non abbandona mai chi confida in lui.

Le Cento Dame della Carità

Nella prima metà del seicento c'erano a Genova diverse istituzioni pubbliche nate per dare sollievo alla parte più povera della popolazione. In particolare si distinguevano l'"Ufficio dei poveri" e l'associazione delle "Otto signore della misericordia"; in questo momento quest'ultima era tanto decaduta che non si riuscivano a trovare otto persone disposte a occuparsi degli otto quartieri in cui era divisa la città.

Virginia fu invitata a farne parte. Accettò, non senza una certa titubanza perché l'opera di Monte Calvario le assorbiva tutto il tempo.

Le fu affidato un quartiere poverissimo in cui vivevano più di seicento famiglie. Ella visitò tutte le case, in gran parte casupole molto fragili, e si rese conto della estrema miseria materiale e morale in cui viveva quella gente. Comprese che era necessario organizzare la distribuzione degli aiuti in maniera che arrivassero realmente ai più poveri. Preparò quindi ed espose all'interno dell'Associazione un ampio e dettagliato programma che unisse alla beneficenza la promozione umana di quei fratelli più sfortunati.

Fece ricorso alla nobiltà genovese, che offrì mezzi materiali e una collaborazione efficace. Sorsero così le "Cento Signore della Misericordia protettrici dei Poveri di Gesù Cristo" ("Cento signore di Carità"), che, insieme ad altre volontarie, portarono avanti nei vari quartieri un'opera caritativa capillare e costante.

Nel 1634 fu chiesto a Virginia di scrivere un regolamento per la Congregazione delle Cento Dame di Misericordia, che ancora oggi appare molto moderno nella sua impostazione. Il movente e fine di ogni azione di carità doveva essere la persona di Cristo riconosciuto e servito nei poveri.

Le Cento Dame non durarono molto, sia per la incostanza umana, sia per altri motivi. Virginia accettò la sconfitta e scrisse nei suoi propositi: "Voglio abbracciare volentieri tutto quello che a Dio piacerà mandarmi, prendere la croce e seguirlo".

Il Lazzaretto

Le autorità civili avevano visto l'opera portata avanti da Virginia. Per questo, e anche per la sua posizione sociale, le chiesero un ulteriore e prezioso servizio: la riforma del lazzaretto.

Il lazzaretto di Genova era usato, ovviamente, per isolare gli appestati. Però fuori dai periodi di peste veniva usato per tutte le necessità: donne e bambini, vecchi e invalidi. Virginia conosceva il disordine che vi regnava, gli abusi e le speculazioni che venivano perpetrate in pregiudizio degli ospiti.

L'opera di riforma si prospettava lunga e difficile, per questo titubò per dare risposta affermativa; e c'era anche il fatto che l'opera gli avrebbe sottratto tempo prezioso per le sue "figlie" del Rifugio.

Accettò, consigliata in questo dal suo confessore e da altre persone impegnate in opere di carità. Quando fu la prima volta a visitare il lazzaretto ebbe un'impressione tremenda che non le permise chiudere occhio tutta la notte.

Il giorno dopo però cominciò a muoversi, mandando al cappellano una somma di denaro perché lo distribuisse a quelli che avevano alzato di più la voce. Virginia si rendeva conto che non si poteva pretendere un comportamento corretto da persone che non avevano le cose necessarie, sia nel mangiare che nel vestiario.

Nelle visite seguenti comprese che non poteva umiliare i poveri con i suoi vestiti di lusso. Decise quindi di sostituire i suoi vestiti preziosi con un vestito nero di lana, semplice e modesto, e di non andare là accompagnata dalla servitù. Portava con sé solo Maria Pizzorno, una delle prime ospiti di Monte Calvario che aveva poi deciso di rimanere con lei.

L'opera di assistenza e di riforma iniziata da Virginia fu presto ostacolata da chi temeva un ritorno all'ordine. Queste persone cercarono di seminare zizzania e malumore contro di lei. Si arrivò persino a offenderla e a tirarle pietre. Virginia non si ribellava, non chiedeva spiegazioni, non si difendeva. Piuttosto, per amore a Cristo crocifisso accettava gli insulti serenamente, e arrivava a inginocchiarsi e a pregare in pubblico per chi l'aveva offesa.

Nonostante questi inconvenienti, Virginia continuò con coraggio il suo proposito. Provvide anzitutto al vestiario delle persone, poi si preoccupò delle cucine, aumentò e migliorò il mangiare e assicurò l'abbondanza del pane. Soddisfatte le prime necessità degli ospiti, volle che tutti, secondo le loro forze e capacità, si dedicassero al lavoro. Il guadagno doveva essere restituito all'Ufficio dei Poveri che si incaricava delle spese. Per invogliare a lavorare seriamente ed efficacemente, suggerì ai responsabili dell'Ufficio di assegnare una percentuale ai lavoratori; tale proposta sembrò veramente rivoluzionaria, ma alla fine fu accettata.

Tutto il lazzaretto, sotto la sua sapiente direzione, si rinnovò e si trasformò, e insieme all'ambiente cambiarono anche i cuori degli ospiti.

Virginia guardava più avanti, desiderava soprattutto condurre quegli infelici a Dio, e aprire quei cuori alla speranza e alla rassegnazione cristiana. A questo fine ottenne un'efficiente assistenza religiosa. Fece anche aprire scuole per i più piccoli e corsi di istruzione per gli adulti. Poi cominciò a organizzare novene, ritiri e persino esercizi spirituali.

Virginia impiegò quattro anni a realizzare quest'opera: furono quattro anni di lotte, di sofferenza, di agonia, sostenuti dalla preghiera e dalla certezza di servire Cristo nei poveri.

"L'amore di Cristo mi spinge": il polimorfismo della sua carità

Virginia è un personaggio in cui appare la forza rinnovatrice dell'amore di Cristo. Questo amore era il movente più profondo della sua intensa attività apostolica, e le faceva cercare con ardore nuove forme di carità.

Durante le feste di carnevale, che nella Genova del tempo erano vissute in maniera sfrenata, riscopre le "Compagnie di penitenza", e organizza pie processioni per ricordare a tutti la vanità delle cose umane. Gli storici ci dicono che dove arrivavano le Compagnie di penitenza il chiasso del carnevale si smorzava subito.

I giorni di divertimento non sano li viveva con le sue figlie in preghiera e in meditazione delle sofferenze di Cristo.

Virginia preparò con un fervore speciale la consacrazione della Repubblica alla Vergine Santissima, consacrazione che fu effettuata il 25 marzo 1637.

Per tenere viva la devozione alla Vergine, i sabati e le vigilie delle feste mariane Virginia mandava i ragazzi della "Compagnia dei ciechi" a cantare le lodi di Maria per le strade di Genova.

Si deve a Virginia l'istituzione delle quarantore, che servirono per ravvivare nei fedeli la fede e la adorazione all'Eucaristia. Il Cardinale Stefano Durazzo, Arcivescovo della città, lo concesse su autorizzazione solo quando Virginia si impegnò a curare il decoro delle chiese dove fosse esposto solennemente il Santissimo Sacramento. Le quarantore furono iniziate verso la fine del 1642.

Altro aspetto della sua poliedrica attività fu il suo lavoro come catechista dei bambini e degli adulti, come pure l'opera di paciera all'interno delle famiglie, tra i nobili cavalieri e il Cardinale e le massime autorità della Repubblica.

Tutte queste iniziative e l'attenzione alle tre case del Rifugio, delle quali era sempre la madre e la maestra, non le impedivano di aiutare con la massima discrezione tanti nobili ormai bisognosi, che vivevano in segreto la loro povertà.

Una sede per le "figlie"

Con il passare del tempo Virginia vuole dare alle sue figlie una sistemazione definitiva e una sede propria. La prima idea che si affaccia alla sua mente è quella di comprare Monte Calvario: il costo (₤ 100.000) è troppo elevato per le sue possibilità, ma Virginia spera nell'aiuto dei parenti, degli amici e degli abituali benefattori.

Purtroppo una lunga malattia le impedisce portare a termine la raccolta delle offerte, e quando si rimette non tutti le danno quello che le avevano promesso. Decide quindi di comprare una casa più modesta situata nel quartiere di Carignano.

I parenti, preoccupati per il declinare della sua salute, insistono affinché ella assicuri il futuro della sua opera e chieda al Senato della Repubblica protettori pubblici. Virginia riflette a lungo sulla faccenda e acconsente: manda una petizione al Senato con i nomi delle persone che desidera proporre per la sua fondazione, indicando quelle persone che in passato erano state generose a livello di consigli e a livello di aiuti.

Il Senato accetta le sue proposte e nomina (3 luglio 1641) i protettori che Virginia ha indicato; essi finiscono di comprare la casa di Carignano prendono sotto la loro tutela l'amministrazione del Rifugio. Insieme a ciò, impongono limiti alla carità di Virginia, la quale, assolutamente fiduciosa nella Provvidenza, aveva cominciato a costruire nuovi locali. Virginia soffre queste decisioni, ma accetta in silenzio le nuove limitazioni.

La data del riconoscimento ufficiale fu il 13 dicembre 1635.

Le giovani della casa del Bisagno e le migliori di Monte Calvario si trasferiscono a Carignano. Anche Virginia trasferisce lì la sua dimora.

Nasce la famiglia religiosa

Già nel 1633, scrivendo a un'amica, Virginia la informava che si erano trasferite alla casa del Bisagno "solo quelle giovani che pensavano di servire Nostro Signore per tutta la vita". Era tale pure la comunità di Carignano, fino a quando nel 1641 il cappuccino Mattia Bovoni assunse la direzione spirituale dell'opera.

Padre Mattia si rese conto della bontà della fondazione di Virginia, ma non vedeva chiaro il suo futuro: così come era strutturata, cosa sarebbe successo alla morte di Virginia? Bisognava pensare alla continuità. Parlò con Virginia e le suggerì di scegliere le migliori delle sue "figlie" per formare una comunità che avrebbe potuto continuare la sua opera. Le giovani avrebbero potuto vincolarsi in maniera moderata, alla maniera delle terziarie francescane, e come "vergini secolari" arrivare ad essere "anime consacrate a Dio".

In realtà Virginia non aveva mai pensato di dar vita a una istituzione religiosa: la finalità del Rifugio era stata unicamente quella di accogliere, e portare al Signore, giovani bisognose o in pericolo morale. Consigliata quindi dallo stesso padre Mattia, Virginia parlò della cosa alle "figlie", che risposero entusiaste e numerose. Virginia fece insieme al padre Mattia una scelta rigorosa e prudente. Le scelse, dopo un periodo di studio e di seria preparazione, il 2 febbraio 1642. Le "figlie" vestirono l'abito di terziarie francescane donato dalla stessa Madre come regalo di nozze.

Come terziarie francescane non faranno voti, però si obbligheranno all'obbedienza ai legittimi superiori, cioè alla Madre e ai Protettori, che per più di trecento anni, coscienti della loro responsabilità, guideranno con prudenza e sapienza il piccolo gregge.

Nel 1643 padre Mattia morì, ma non venne meno l'impulso che egli seppe dare alla famiglia di Carignano.

La Regola delle "figlie" fu redatta negli anni 1644-1650. In essa si dice che tutte le case costituiscono l'unica Opera di Nostra Signora del Rifugio, sotto la direzione ed amministrazione dei Protettori. Vi è riconfermata la divisione tra le "figlie" con l'abito (suore e novizie) e "figlie" senza; tutte, però, debbono vivere - pur senza voti - come le monache più osservanti, in obbedienza e povertà, lavorando e pregando; debbono inoltre essere pronte ad andare a prestare servizio nei pubblici ospedali, come se vi fossero tenute da voto.

E di fatto nel 1645 la Madre, a richiesta del Senato, aveva mandato le prime ventitré "figlie" all'ospedale di Pammatone, dove in un primo momento si occuparono dell'assistenza ai malati più gravi, e in seguito assunsero gli altri incarichi, dalla cucina alla farmacia.

Nel 1650, poi, l'Ufficio dei Poveri si diresse un'altra volta a Virginia perché mandasse le sue religiose a dirigere il laboratorio interno del Lazzaretto.

Col tempo l'Opera si svilupperà in due congregazioni religiose: le Suore di Nostra Signora del Rifugio di Monte Calvario, con sede a Genova, e le Figlie di Nostra Signora al Monte Calvario, con sede a Roma.

Gli ultimi anni

Nonostante gli anni, in Virginia non si era spento l'ardore interiore che la spingeva ad andare per le strade di Genova portando consolazione, aiuto, incoraggiamento. Però le malattie la obbligavano sempre con maggior frequenza a rinunciare agli impulsi della sua carità. Forse stava arrivando il momento in cui Virginia potesse riposare più tranquilla nella casa di Carignano, occupandosi della formazione delle sue "figlie".

Ciononostante, Virginia sentiva che era sposa del Crocifisso, e la croce si presentò di nuovo nella sua vita: era la discordia tra il fratello Francesco e il cognato, erano i litigi e le querele che si portavano via gran parte del patrimonio dei generi, era il fallimento finanziario del marito della figlia Isabella che, facendosi garante dei suoi fratelli, era rimasto implicato nel loro fallimento con un debito di più di 4 milioni di lire.

A perfezionare la somiglianza con Cristo di Virginia c'era anche l'arroganza e l'autoritarismo di Maria Pizzorno, indivisibilmente sua serva e padrona. Virginia soffre in silenzio, cosciente di essere chicco di grano che quando cade nella terra e muore produce frutto.

Nel 1647 ottenne la riconciliazione tra la Curia Arcivescovile ed il Governo della Repubblica, tra loro in lotta per pure questioni di prestigio.

Nel 1649, dopo una grave malattia, chiese e ottenne che ai tre protettori si aggiungesse un quarto, il giovane marchese Emmanuele Brignole, che si distingueva per la sua sapienza e virtù cristiane. Egli avrà un'importanza decisiva nel futuro delle figlie di Virginia, aiutandole ad ampliare il loro orizzonte caritativo e assistenziale. Di fatto sarà in riferimento a lui che in futuro le "figlie" di Virginia saranno chiamate dal popolo "suore brignoline".

La morte

Negli ultimi anni di Virginia riaffiorano pensieri della giovinezza. Vorrebbe trascorrere l'ultimo periodo della sua vita terrena in un convento di clausura; ma sia il cardinale Durazzo che il confessore cercano di dissuaderla.

Già vicina alla morte, al vedere attorno a lei le "figlie" e gli altri parenti in lacrime, esclama: "Perché piangete? Se mi amaste vi rallegrereste perché vado al Padre".

All'alba del 15 dicembre 1651 Virginia sa che le restano poche ore di vita. A chi le suggerisce le parole del Salmo "Andremo alla casa del Signore" (121,1) risponde: "Sì"; e con un filo di voce aggiunge: "Il mio cuore è pronto, o Dio... Signore, ecco la mia anima". Furono le sue ultime parole. Virginia aveva 64 anni.

Al funerale partecipò tutta Genova e fu un trionfo. Un sacerdote, a richiesta del cardinal Durazzo, presentò la sua straordinaria vita. Il corpo fu deposto provvisoriamente nella chiesa del convento di santa Chiara, dove rimase "provvisoriamente" 150 anni.

Nel 1801 fu riesumato prodigiosamente intatto e ancora flessibile, e fu consegnato all'affetto e alla venerazione delle "figlie".

Nel 1661, dieci anni dopo la sua morte, viene scritta la prima biografia di Virginia, nella quale è definita "meravigliosa serva di Dio". Di lei scrive Emmanuele Brignole: "Virginia visse il suo servizio a Dio perfettamente, non pensò mai alla propria soddisfazione, dedicata interamente a Dio e al suo prossimo".

La beatificazione e la canonizzazione

Virginia fu beatificata da Giovanni Paolo II il 22 settembre 1985 a Genova, in Piazza della Vittoria, durante la visita pastorale alla città e alla arcidiocesi.

Fu canonizzata dallo stesso papa il 18 maggio 2003 a Roma, in Piazza San Pietro.

Note
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