Schiavitù e cristianesimo

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Giovanni Paolo II si affaccia alla "porta di non ritorno" di Gorée, in Senegal (1992), simbolo della tratta atlantica.

L'istituto sociale della schiavitù, che implica "l'asservimento di esseri umani" e porta ad "acquistarli, a venderli e a scambiarli come se fossero merci", riducendo le persone "con la violenza ad un valore d'uso oppure ad una fonte di guadagno",[1] è in profonda antitesi col messaggio di amore, libertà ed eguaglianza proprio del cristianesimo.

Nell'intera storia dell'umanità l'Europa medievale è stata l'unica società che si è mostrata fattivamente capace prima di mitigare, poi abolire la compravendita di esseri umani, in forza dei suoi valori teologici e antropologici cristiani. Alle soglie dell'epoca moderna, in occasione delle grandi esplorazioni e conquiste, la schiavitù ha preso nuovamente vigore (in particolare con la tratta atlantica tra Africa nera e Americhe) al di fuori dell'Europa. Questo nonostante l'impegno speso in loco di missionari (in particolare domenicani e gesuiti) e le ferme condanne di numerosi pontefici. Solo tra '800 e '900 le politiche delle potenze coloniali europee si uniformarono all'insegnamento cattolico, e imposero con le armi (in particolare nei territori musulmani, dove la schiavitù era parte integrante della religione e cultura islamica) la cessazione di ogni tipo di tratta.

Termini, definizione e diffusione

Nell'antichità classica lo schiavo era indicato da termini come l'ebraico עבד (èved), il greco δοῦλος (dùlos), il latino servus. Il termine "schiavitù" (con dicitura affine nelle principali lingue contemporanee) deriva da slavo (latino sclavus, francese esclave), e ha diffusione a partire dai secc. X-XI quando le guerre ottoniane rivolte a queste popolazioni dell'Europa orientale portarono a un mercato di prigionieri di guerra.

Pur con notevoli diversità tra le varie epoche e culture, si diventava schiavi:

  • in quanto prigionieri di guerra;
  • in conseguenza a debiti economici;
  • in quanto figli di schiavi.

L'istituzione della schiavitù è presente in numerose società umane, in particolare quelle attinenti allo sviluppo del cristianesimo: il mondo ebraico, quello greco-romano, le società germaniche, rispetto a ognuna delle quali quali la dottrina cristiana si colloca in netta discontinuità.

Antico Testamento

L'Antico Testamento ammette la schiavitù, al pari di tutte le società con le quali si è rapportato l'ebraismo classico (egizi, assiri, babilonesi, persiani, greci, romani). Sono tuttavia ravvisabili alcuni elementi di discontinuità, che portano a preferire l'uso del termine "servitù" invece di "schiavitù":

  • la servitù (per prigionia o debiti) è propriamente riservata alle persone non ebree;
  • ha durata limitata nel tempo per un periodo massimo di 7 anni, in concomitanza con lo scadere dalle ricorrenze giubilari;
  • il servo è tutelato da abusi fisici del padrone;
  • è possibile il riscatto tramite pagamento.

Queste le principali normative, che pongono come fondamento al trattamento benevolo dei servi il ricordo della schiavitù ebraica in Egitto:

La normativa veterotestamentaria che può apparire più in contrasto con la sensibilità contemporanea riguarda la vendita della figlia come schiava, ma a ben vedere (cf. Es 21,10) si tratta più propriamente di un matrimonio combinato che vuole garantire benessere e sostentamento ("nutrimento, vestiario, abitazione") alla ragazza.

Nuovo Testamento

Gesù

Nella predicazione e nell'insegnamento di Gesù come descritto dai vangeli non sono presenti passi che rappresentano condanne esplicite della schiavitù. I servi sono protagonisti delle parabole del debitore spietato (Mt 18,23-35), dei vignaioli omicidi (Mt 21,33-46), del servo fidato (Mt 24,45-51 pp.), dei talenti (Mt 25,14-30 pp.), ma in tutti questi casi non si ravvisano commenti sulla condizione di schiavitù.

Anche quando Gesù si rapporta a dei servi-schiavi non emergono valutazioni contro la schiavitù, vale a dire nel racconto della guarigione del servo (pàis) del centurione romano di Cafarnao (Mt 8,5-13 pp.), e nel racconto della guarigione del servo del sommo sacerdote al momento dell'arresto (Lc 22,51).

Dunque come per altri aspetti centrali nella successiva elaborazione dei diritti umani (p.es. condizione della donna, guerra, giustizia sociale) in Gesù non sono ravvisabili elementi esplicitamente "sovversivi". Il Signore si limita dunque a prendere atto della situazione di fatto tra Ebrei e greco-romani, ma nulla nel suo insegnamento autorizza la prevaricazione di un padrone sullo schiavo, e il comandamento dell'amore fraterno (Mt 22,39 pp.) porterà a lungo andare all'abolizione della schiavitù nella società cristiana.

Paolo

È soprattutto in alcuni passi di Paolo che possono essere trovati i germi capaci di invalidare l'istituto (allora universale) della schiavitù, anche se (come per il caso di Gesù) non si trova una palese ed esplicita condanna. Da un lato Paolo (con Pietro) esorta alla sottomissione dei servi-schiavi ai loro padroni:

« 20Ciascuno rimanga nella condizione in cui era quando fu chiamato. 21Sei stato chiamato da schiavo? Non ti preoccupare; anche se puòi diventare libero, approfitta piuttosto della tua condizione! 22Perché lo schiavo che è stato chiamato nel Signore è un uomo libero, a servizio del Signore! Allo stesso modo chi è stato chiamato da libero è schiavo di Cristo. 23Siete stati comprati a caro prezzo: non fatevi schiavi degli uomini! 24Ciascuno, fratelli, rimanga davanti a Dio in quella condizione in cui era quando è stato chiamato. »

«

5Schiavi, obbedite ai vostri padroni terreni con rispetto e timore, nella semplicità del vostro cuore, come a Cristo, 6non servendo per farvi vedere, come fa chi vuole piacere agli uomini, ma come servi di Cristo, facendo di cuore la volontà di Dio, 7prestando servizio volentieri, come chi serve il Signore e non gli uomini. 8Voi sapete infatti che ciascuno, sia schiavo che libero, riceverà dal Signore secondo quello che avrà fatto di bene. »

«

22Voi, schiavi, siate docili in tutto con i vostri padroni terreni: non servite solo quando vi vedono, come si fa per piacere agli uomini, ma con cuore semplice e nel timore del Signore. 23Qualunque cosa facciate, fatela di buon animo, come per il Signore e non per gli uomini, 24sapendo che dal Signore riceverete come ricompensa l'eredità. Servite il Signore che è Cristo! 25Infatti chi commette ingiustizia subirà le conseguenze del torto commesso, e non si fanno favoritismi personali. »

«

1Quelli che si trovano sotto il giogo della schiavitù, stimino i loro padroni degni di ogni rispetto, perché non vengano bestemmiati il nome di Dio e la dottrina. 2Quelli invece che hanno padroni credenti, non manchino loro di riguardo, perché sono fratelli, ma li servano ancora meglio, proprio perché quelli che ricevono i loro servizi sono credenti e amati da Dio. Questo devi insegnare e raccomandare. »

«

9Esorta gli schiavi a essere sottomessi ai loro padroni in tutto; li accontentino e non li contraddicano, 10non rubino, ma dimostrino fedeltà assoluta, per fare onore in tutto alla dottrina di Dio, nostro salvatore. »

«

18Domestici, state sottomessi con profondo rispetto ai vostri padroni, non solo a quelli buoni e miti, ma anche a quelli prepotenti. 19Questa è grazia: subire afflizioni, soffrendo ingiustamente a causa della conoscenza di Dio; 20che gloria sarebbe, infatti, sopportare di essere percossi quando si è colpevoli? Ma se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. »

D'altro lato in Paolo possono essere trovati alcuni passi che compensano la timida trattazione circa la schiavitù sopra elencata, spezzando lance a favore degli schiavi:

«

Non c'è Giudeo né Greco; non c'è schiavo né libero; non c'è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. »

«

Anche voi, padroni, comportatevi allo stesso modo [con rispetto e tremore] verso di loro [gli schiavi], mettendo da parte le minacce, sapendo che il Signore, loro e vostro, è nei cieli e in lui non vi è preferenza di persone. »

«

Voi, padroni, date ai vostri schiavi ciò che è giusto ed equo, sapendo che anche voi avete un padrone in cielo. »

È soprattutto nella Lettera a Filemone, il più breve testo biblico che rappresenta però "un vero capolavoro di tatto e di cuore",[2] concordemente considerata autentica anche se di difficile datazione, che si trovano i presupposti impliciti all'abolizione della schiavitù. Il testo permette di ricostruire questi eventi: il cristiano di Colosse Filemone, forse marito di Appia e padre di Archippo (Col 1,24), possedeva uno schiavo di nome Onesimo (greco: "utile"), già collaboratore di Paolo (Col 4,9). Per un qualche attrito a noi ignoto (Fm 18) era scappato dal padrone rifugiandosi da Paolo. L'apostolo lo reinvia a Filemone con la missiva, esortandolo a perdonare Onesimo e considerarlo "non più come uno schiavo" ma come un "fratello carissimo nel Signore" (Fm 16), da accogliere come se fosse lo stesso Paolo (Fm 17).

La Tradizione della Chiesa

Per quanto il cristianesimo si sia sviluppato in società fortemente schiaviste, la prassi ecclesiale cristiana non faceva distinzione tra liberi e schiavi. Entrambi ricevevano gli stessi sacramenti, inclusa l'ordinazione, e almeno due schiavi sono diventati Papi (Pio I e Callisto I). La condizione servile non imponeva vincoli matrimoniali, e nei cimiteri non sono riscontrabili distinzioni tra tombe ed epigrafi di schiavi e liberi.

Dal punto di vista dottrinale, talvolta sono impropriamente citati come a favore della schiavitù i principali teologi dell'occidente cristiano, sant'Agostino e san Tommaso d'Aquino.

In realtà, quanto alla trattazione teorica di Agostino (Città di Dio 19), ammette la schiavitù prendendo atto della situazione sociale e con molti distinguo: è estranea dal progetto divino e deriva dal peccato umano; è lecita se conseguenza della guerra giusta e non riguarda innocenti; è preferibile all'uccisione dei prigionieri; il padrone non deve maltrattare il servo. Notevole è la Lettera 10* (anni 420) scritta a sant'Alipio (tr. it.), nella quale lamente incursioni di predoni in nordafrica ("scellerato traffico") che schiavizzano cittadini rurali inermi, cristiani e non, per i quali Agostino ricorda che la Chiesa si è adoperata per il riscatto e auspica l'intervento delle autorità, per "provvedere che l'Africa non venga più oltre svuotata dei suoi abitanti indigeni e che una sì gran folla di gente d'ambo i sessi, trascinata via a truppe e a frotte come da un fiume che scorre senza tregua, non perda la propria libertà personale peggio che divenendo prigioniera dei barbari".

Anche l'esame dei passi che Tommaso d'Aquino dedica alla schiavitù porta a riconoscere che la sua accettazione è vincolata da molti distinguo: è una conseguenza del peccato; gli schiavi sono intellettualmente capaci come i padroni, anche se fattivamente sono vincolati; è causata da debiti economici; la schiavitù deve essere finalizzata al bene dello schiavo; i padroni possono percuotere gli schiavi per educarli, ma con percosse lievi che non lasciano danni permanenti, arrivando anche a misericordia e perdono; non sono soggetti a vincoli quanto al matrimonio; i figli di schiavi sono liberi; l'ordinazione di schiavi ne implica l'emancipazione.

Magistero

Il magistero ecclesiale contiene numerosi pronunciamenti che intendono mitigare o abolire ("manomissione") del tutto la schiavitù, segno sia dell'attenzione della Chiesa a questo ingiusto istituto, sia dell'effettiva inefficacia delle condanne.[3] Può stupire una certa tiepidezza che segna i pronunciamenti ecclesiali fino all'epoca moderna, che sembrano limitarsi ad accettare tacitamente la schiavitù condannandone le deviazioni più estreme (abusi sugli schiavi, riasservimento dopo la manomissione), con l'implicito comandamento di considerare lo schiavo come un fratello. Va però considerato come questo istituto economico-sociale rappresentava una colonna portante delle società greco-romane e barbariche, e come notava Gregorio XVI, fu solo "col trascorrere del tempo, essendosi dissipata più ampiamente la caligine delle superstizioni barbariche ed essendosi mitigati i costumi anche dei popoli più selvaggi sotto l'influsso della carità cristiana, che si arrivò al punto che da diversi secoli non ci sono più schiavi presso moltissimi popoli cristiani" (In Supremo Apostolatus Fastigio, 1839).

Impero e medioevo

Uno dei più antichi pronunciamenti del magistero attinenti la schiavitù riguarda il Concilio di Gangra (Armenia, 340).[4] In esso vengono condannate alcune dottrine proprie dei manichei, inclusa (can. 3) la ribellione degli schiavi ai padroni: "Se qualcuno col pretesto del culto divino insegna a uno schiavo a opporsi al padrone e a fuggire al suo servizio, e a non servirlo con buona fede e ogni onore, sia anatema".

Nel Concilio di Agde (506),[5] tenuto nel sud della Francia, si afferma (cann. 7; 29) che gli schiavi della Chiesa (cioè di persone o enti ecclesiastici) una volta liberati mantengono questo stato, e impone che al momento della liberazione ricevano anche una somma di denaro per iniziare un'attività economica autonoma.[6]

Similmente il Quinto concilio di Orleans (549),[7] circa gli schiavi della Chiesa manomessi, afferma l'irrevocabilità della libertà raggiunta (can. 7). Circa gli schiavi in generale (non solo della Chiesa) che sono stati manomessi e hanno scelto di rimanere col padrone, qualora questo volesse punirli per un qualche motivo e fuggono in una chiesa, viene garantito loro il diritto d'asilo, e viene imposta la scomunica al padrone che volesse ritrattare il giuramento di manomissione (can. 22).

Un concilio tenuto in una località non precisata nel nord della Francia, attorno al 615,[8] stabilisce che (can. 14) chi è diventato schiavo per motivi economici riacquista immediatamente la libertà non appena riesce a pagare il debito. Viene ammesso il matrimonio tra il servo e una donna libera o la serva e un uomo libero, e i figli avuti durante la servitù sono da considerare liberi.

Il Quarto concilio di Toledo (633)[9] dedica alla schiavitù diversi canoni. Viene vietato agli ebrei di possedere schiavi cristiani (66); gli schiavi della Chiesa liberati devono rimanere liberi, e così anche i loro figli (70); i liberti possono essere ordinati (73); gli schiavi della Chiesa possono essere ordinati presbiteri e diaconi e con questo acquistano la libertà (74).

Gregorio III, scrivendo al vescovo di Magonza nel 731,[10] rimprovera l'uso di vendere ai pagani dei cristiani come schiavi per immolazioni rituali, e auspica che la pena sia la stessa dell'omicidio.

Il Concilio di Worms (868)[11] impone la scomunica o una penitenza pubblica di 2 anni al padrone che uccide uno schiavo (can. 38), e nel caso di una padrona che colpisce una schiava per gelosia facendola morire, la penitenza pubblica è di 5 anni, 7 anni se la morte era voluta (c. 39).

Giovanni VIII con la lettera Unum Est (ca. 873) rivolta ai principi di Sardegna, chiede che venissero liberati schiavi pagani che erano stati venduti da mercanti greci: "È bene e santo, come conviene a cristiani, che voi, se li avete comprati dai greci, li lasciate andare liberi per amore di Cristo e ne riceviate il prezzo non da uomini, ma dallo stesso Signore Gesù Cristo. Vi esortiamo e comandiamo con paterno amore che, se avete comprato da loro qualche prigioniero, lo lasciate andare libero per la salvezza della vostra anima".[12]

Il Concilio di Coblenza (922)[13] equipara la tratta di cristiani all'omicidio (can. 7).

Il Concilio di Londra (1102)[14] rappresenta la prima esplicita condanna in blocco della schiavitù: "Nessuno voglia entrare nel nefasto commercio, che era in uso qui in Anglia, per cui si solevano vendere uomini come se fossero bruti animali" (can. 27).

Il Concilio di Armagh (Irlanda, 1171)[15] riconduce alla vendetta divina la schiavitù nella quale erano incorsi degli Angli razziati da pirati, rimproverando agli stessi Angli l'uso di vendere i figli come schiavi, e viene comunque stabilito che tutti gli Angli che si trovano come schiavi in Irlanda possano riacquistare la libertà.

Il Terzo concilio lateranense (1179), condannando gli eretici, esorta affinché "siano confiscati i loro beni e i principi siano liberi di assogettarli in servitù" (can. 27).[16] Il canone però non può essere assunto come indicazione di liceità della schiavitù. All'epoca il nord della Spagna e il sud della Francia erano devastati dai catari o patari, i quali "facevano crudeltà contro i cristiani, senza rispetto per chiese e monasteri, né vedove e ragazze, né anziani e bambini, né qualunque età e sesso, ma alla maniera dei pagani devastano e distruggono ogni cosa" (ib.), e l'esortazione al loro asservimento va inteso come un'eccezionale concessione ai regnanti per fronteggiare la situazione.

Epoca moderna

Alle soglie dell'era moderna la schiavitù nell'occidente cristiano era finalmente scemata d'intensità. Tuttavia le esplorazioni verso l'Africa e l'America portarono popolazioni inermi a essere oggetto di sfruttamento da parte di schiavisti "cristiani": "Ci furono perfino dal numero stesso dei fedeli alcuni che, accecati in modo turpe dalla cupidigia di un sordido guadagno, in lontane e remore tere, ridussero in schiavitù indiani, negri e altri miseri, ovvero con un commercio istituito e allargato di coloro che erano stati fatti prigionieri da altri, non esitarono a favorire l'indegno misfatto di costoro" (Gregorio XVI, In Supremo, 1839). Nei secoli della cosiddetta tratta atlantica furono numerose le condanne papali.

Papa Eugenio IV con una bolla, indicata come Creator Omnium (con data 17 dicembre 1434) o Sicut Dudum (con data 13 gennaio 1435), prende le difese dei nativi (battezzati, neofiti e pagani) delle isole Canarie, da poco scoperte dagli iberici, che avevano iniziato a ridurli in schiavitù, e impone la liberazione degli schiavi pena la scomunica entro 15 giorni dalla conoscenza della lettera.

Le bolle di Papa Niccolò V Dum Diversas (16 giugno 1452) e Romanus Pontifex (8 gennaio 1454) rivolte al re del Portogallo Alfonso V (1438-1481) autorizzano il sovrano a ridurre in "perpetua schiavitù" le popolazioni pagane e saracene contro le quali i portoghesi si stavano battendo in Africa. Queste indicazioni sono in evidente contrasto con lo spirito evangelico e l'insegnamento cattolico precedente e successivo, ma vanno contestualizzate con l'energetica espansione islamica dell'epoca (cf. la caduta di Costantinopoli nel 1453).

La bolla Illud Reputantes (1° ottobre 1456) di Callisto III, come la precedente Creator Omnium (1434), condanna la riduzione in schiavitù di cristiani (ortodossi orientali) da parte di altri cristiani (occidentali, nella fattispecie genovesi), e similmente la bolla di Pio II Pastor Bonus (7 ottobre 1462) tutela i neofiti cristiani, ma anche gli infedeli, di Canarie e Guinea dai soprusi dei trafficanti portoghesi.

La bolla di donazione Ineffabilis et Summi Patris (1 giugno 1497) di Alessandro VI rappresenta un ridimensionamento della licenza già offerta alla riduzione in "perpetua schiavitù" delle popolazione incontrate dai portoghesi: viene ammesso l'assoggettamento (non la schiavitù) ma solo se queste lo vogliono.

Papa Paolo III col breve Pastorale Officium rivolto all'arcivescovo di Toledo Giovanni de Tavera (29 maggio 1537), condanna la riduzione in schiavitù degli amerindi da parte degli spagnoli, pena la scomunica:

«

Prestando attenzione a che gli stessi Indiani, anche se sono al di fuori del grembo della Chiesa, non siano stati privati o non stiano per essere privati della loro libertà o del dominio sulle loro cose, poiché sono uomini e per questo capaci di fede e di salvezza, o a che non stiano per essere ridotti in schiavitù, [...] desiderando reprimere tanto infami misfatti di empi di tal fatta, [...] diamo mandato [...] affinché [...] sotto pena di scomunica come da sentenza pronunciata [...], con più grande severità tu impedisca che in nessun modo presumano di ridurre in qualsiasi modo in schiavitù gli Indiani di cui sopra, o di spogliarli dei loro beni »

Contemporanea a questa bolla è la Sublimis Deus (o Veritas Ipsa, Paolo III, 2 giugno 1537), e dopo questi documenti sono stati molti i pronunciamenti pontifici che impongono la scomunica ai commercianti di schiavi, cristiani e non, la cui ricorrenza e numerosità è segno della effettiva scarsa efficacia delle condanne: Licet Omnibus (Pio V, 25 dicembre 1570); Postquam Nuper (Pio V, 21 dicembre 1571); Cum Sicuti (Gregorio XIV, 18 aprile 1591); Clemente VIII, 1605;[17] Commissum Nobis (Urbano VIII, 22 aprile 1639); Istruzione 230 (Innocenzo XI , 20 marzo 1686); Immensa Pastorum Principis (Benedetto XIV, 20 dicembre 1741); Istruzione 515 (Pio VI, 12 settembre 1776); In Supremo Apostolatus (Gregorio XVI, 3 dicembre 1839); Istruzione 1293 (Pio IX, 20 giugno 1866);[18] In Plurimis (Leone XIII, 5 maggio 1888); Catholicae Ecclesiae (Leone XIII, 20 novembre 1890); Lacrimabili Statu (Pio X, 7 giugno 1912).

Epoca contemporanea

Il Codice di Diritto Canonico del 1917 puniva la schiavitù includendola nei delitti "contro la vita, la libertà, la proprità, la buona fama e i buoni costumi". I laici che sono stati legittimamente condannati per omicidio, "rapimento di bambini di ambo i sessi, vendita di uomini in schiavitù" (can. 2354 §1) e altre azioni malvage, "devono essere automaticamente esclusi da qualunque azione ecclesiale e qualunque stipendio, qualora lo avessero nella Chiesa, con l'obbligo di riparare i danni". I chierici che hanno commesso gli stessi delitti (can. 2354 §2) devono essere puniti da un tribunale ecclesiastico "a seconda della diversa gravità del reato, con penitenze, censure, privazioni di uffici e benefici, titoli, e se il caso lo comporta, anche con la riduzione allo stato laicale".

Nel Codice di Diritto Canonico vigente (1983) si trova un accenno implicito alla schiavitù nella sezione dei "delitti contro la vita e la libertà umana": can. 1397:

« Chi commette omicidio, rapisce oppure detiene con la violenza o la frode una persona, o la mutila o la ferisce gravemente, sia punito a seconda della gravità del delitto con le privazioni e le proibizioni di cui nel can. 1336»

Il can. 1336 stabilisce le pene che possono essere inflitte:

« 1) la proibizione o l'ingiunzione di dimorare in un determinato luogo o territorio; 2) la privazione della potestà, dell'ufficio, dell'incarico, di un diritto, di un privilegio, di una facoltà, di una grazia, di un titolo, di un'insegna, anche se semplicemente onorifica; 3) la proibizione di esercitare quanto si dice al n. 2, o di farlo in un determinato luogo o fuori di esso; queste proibizioni non sono mai sotto pena di nullità; 4) il trasferimento penale ad altro ufficio; 5) la dimissione dallo stato clericale. »

Nel Concilio Vaticano II si trova un accenno alla schiavitù in un lungo elenco di pratiche "vergognose" che ledono la dignità umana:

« Scendendo a conseguenze pratiche di maggiore urgenza, il Concilio inculca il rispetto verso l'uomo: ciascuno consideri il prossimo, nessuno eccettuato, come un altro «se stesso», tenendo conto della sua esistenza e dei mezzi necessari per viverla degnamente, per non imitare quel ricco che non ebbe nessuna cura del povero Lazzaro. Soprattutto oggi urge l'obbligo che diventiamo prossimi di ogni uomo e rendiamo servizio con i fatti a colui che ci passa accanto: vecchio abbandonato da tutti, o lavoratore straniero ingiustamente disprezzato, o esiliato, o fanciullo nato da un'unione illegittima, che patisce immeritatamente per un peccato da lui non commesso, o affamato che richiama la nostra coscienza, rievocando la voce del Signore: «Quanto avete fatto ad uno di questi minimi miei fratelli, l'avete fatto a me» (Mt 25,40). Inoltre tutto ciò che è contro la vita stessa, come ogni specie di omicidio, il genocidio, l'aborto, l'eutanasia e lo stesso suicidio volontario; tutto ciò che viola l'integrità della persona umana, come le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla mente, le costrizioni psicologiche; tutto ciò che offende la dignità umana, come le condizioni di vita subumana, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, o ancora le ignominiose condizioni di lavoro, con le quali i lavoratori sono trattati come semplici strumenti di guadagno, e non come persone libere e responsabili: tutte queste cose, e altre simili, sono certamente vergognose. Mentre guastano la civiltà umana, disonorano coloro che così si comportano più ancora che quelli che le subiscono e ledono grandemente l'onore del Creatore. »
(GS 27, DS 4327)

Il Catechismo della Chiesa Cattolica (1994) condanna la schiavitù nella sezione sul settimo comandamento, "non rubare":

«

Il settimo comandamento proibisce gli atti o le iniziative che, per qualsiasi ragione, egoistica o ideologica, mercantile o totalitaria, portano all'asservimento di esseri umani, a misconoscere la loro dignità personale, ad acquistarli, a venderli e a scambiarli come se fossero merci. Ridurre le persone, con la violenza, ad un valore d'uso oppure ad una fonte di guadagno, è un peccato contro la loro dignità e i loro diritti fondamentali. San Paolo ordinava ad un padrone cristiano di trattare il suo schiavo cristiano "non più come schiavo, ma [...] come un fratello carissimo [...], come uomo, nel Signore" (Fm 16»

Sintesi teologica

Questi gli elementi teologici contro la schiavitù che possono essere colti nei vari pronunciamenti patristici ed ecclesiali:

  • in origine Dio è il creatore di tutti gli uomini, che godono di pari capacità e dignità;
  • il dominio dell'uomo sull'altro è conseguenza del peccato degli uomini;
  • il sacrificio di Cristo ha liberato in egual misura tutti gli uomini dalla schiavitù del male;
  • tutti gli uomini, anche gli infedeli, sono capaci della fede in Cristo;
  • la schiavitù è un ostacolo alla conversione a Dio per la testimonianza negativa dei cristiani che offre.
Note
  1. Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica (1994) n. 2414, online.
  2. Maurice Goguel, cfr. Bibbia TOB, introduzione alla Lettera a Filemone, p. 2764.
  3. Roy C. Cave, Herbert H. Coulson, A Source Book for Medieval Economic History, New York 1936, online.
  4. PL 67,57, online.
  5. Giovanni Domenico Mansi, Sacrorum Conciliorum Nova Amplissima Collectio, 31 volumi, Firenze e Venezia, 1758-98, 8,325.329, online.
  6. Non è chiaro come mai nel Dizionario storico del cristianesimo si afferma che "il sinodo di Agde (509) [i.e. 506] giunse perfino a proibire a vescovi e abati la liberazione degli schiavi" (p. 594).
  7. Giovanni Domenico Mansi, Sacrorum Conciliorum Nova Amplissima Collectio, 31 volumi, Firenze e Venezia, 1758-98, 9, 130.134, online.
  8. Giovanni Domenico Mansi, Sacrorum Conciliorum Nova Amplissima Collectio, 31 volumi, Firenze e Venezia, 1758-98, 10,548, online.
  9. Giovanni Domenico Mansi, Sacrorum Conciliorum Nova Amplissima Collectio, 31 volumi, Firenze e Venezia, 1758-98, 10,635-637, online.
  10. PL 89,578A, online.
  11. Giovanni Domenico Mansi, Sacrorum Conciliorum Nova Amplissima Collectio, 31 volumi, Firenze e Venezia, 1758-98, 15,876, online.
  12. DS 668, lat. online.
  13. Giovanni Domenico Mansi, Sacrorum Conciliorum Nova Amplissima Collectio, 31 volumi, Firenze e Venezia, 1758-98, 18,345, online.
  14. Giovanni Domenico Mansi, Sacrorum Conciliorum Nova Amplissima Collectio, 31 volumi, Firenze e Venezia, 1758-98, 20,1152, online.
  15. Giovanni Domenico Mansi, Sacrorum Conciliorum Nova Amplissima Collectio, 31 volumi, Firenze e Venezia, 1758-98, 22,123, online.
  16. Latino online.
  17. In alcuni accenni indiretti coevi (il missionario gesuita Antonio Ruiz de Montoya, il giurista spagnolo Juan de Solórzano Pereira) viene citata una condanna della schiavitù promulgata da papa Clemente VIII nel 1605, nella quale riprese la condanna di Paolo III del 1537 (Pastorale Officium e/o Sublimis Deus). Il documento non sembra esserci pervenuto. Cf. Hernaez, F.J. (1879). Colleccion de bulas, breves y otros documentos relativos a la Iglesia de America y Filipinas, vol. I, p. 109, online.
  18. Di Pio IX cf. anche la lettera Christianae Charitatis (16 luglio 1850, online), scritta in occasione della beatificazione di Pietro Claver, gesuita spagnolo attivo nell’assistenza ed evangelizzazione degli africani a Cartagena (Colombia). Claver viene descritto attivo «tra mercanti per i quali la somma nefandezza (summum nefas) di comprare con oro la vita degli uomini era cosa ordinaria».
Bibliografia
  • "Il Papato e la Schiavitù", Civiltà cattolica 10 (1903), pp. 545-561 (online); pp. 677-694 (online).
  • (EN) Paul Allard, Slavery and Christianity, in Charles George Herbermann (a cura di), Catholic Encyclopedia, 15 voll., Robert Appleton Company, New York 1907-1914, vol. XIV, 1912, p. 36, online
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