Parabola di Lazzaro e del ricco epulone

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Parabola di Lazzaro e del ricco epulone
Meister des Codex Aureus Epternacensis 001.jpg
Parabola di Lazzaro e del ricco epulone dal Codex Aureus Epternacensis (1035-1040 ca.): le tre immagini raffigurano rispettivamente la situazione iniziale, la morte di Lazzaro che viene portato in braccio ad Abramo, e la morte del ricco che finisce negli inferi
Conosciuta anche come:
'
Passo biblico Lc 16,19-31
Matteo
Parabola precedente
Parabola successiva
Marco
Parabola precedente
Parabola successiva
Luca
Parabola precedente Parabola dell'amministratore scaltro
Parabola successiva Parabola del giudice e della vedova
Giovanni
Parabola precedente
Parabola successiva
Insegnamento - Messaggio teologico
Accorgersi del povero al proprio fianco; rovesciamento delle situazioni nell'aldilà.
Il testo della parabola

« 19C'era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. 20Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, 21bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.

22Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. 23Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. 24Allora gridando disse: "Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma". 25Ma Abramo rispose: "Figlio, ricordati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. 26Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi". 27E quello replicò: "Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, 28perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento". 29Ma Abramo rispose: "Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro". 30E lui replicò: "No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno". 31Abramo rispose: "Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti". »

La parabola di Lazzaro e del ricco epulone, è riportata in Lc 16,19-31 , ed è propria dall'evangelista Luca. Insegna che "la noncuranza verso gli indigenti scava un abisso tra il povero e il ricco nel tempo escatologico"[1].

La parabola non può venire interpretata come un invito ai poveri a sopportare passivamente le ingiustizie e le sperequazioni sociali con la prospettiva di un rovesciamento della loro sorte nell'altro mondo[1].

È una delle quattro parabole a due vertici[2] narrate da Gesù:

  • nel primo vertice (vv. 19-23) ha per oggetto il rovesciamento delle sorti nell'aldilà: la diversa sorte toccata ai due uomini rappresenta un'applicazione del grido profetico di Gesù nel discorso della pianura: "Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio. [..] Guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione" (Lc 6,20.24 );
  • nel secondo vertice (vv. 24-31) esprime il rigetto delle due suppliche del ricco di mandare Lazzaro dai suoi fratelli: chi ha il cuore ingolfato dalle ricchezze non riesce a comprendere la volontà di Dio contenuta nelle Scritture.

Sfondo veterotestamentario

L'antica sapienza di Israele si fondava sul presupposto che Dio premia il giusto e punisce il peccatore, di modo che al peccato corrisponde l'infelicità e alla giustizia la felicità.[3] Almeno dal tempo dell'esilio babilonese questa sapienza era entrata in crisi: non solo Israele come popolo nel suo insieme pativa più dei popoli che lo circondavano, che lo avevano costretto all'esilio e lo opprimevano, ma anche in ambito privato diventava sempre più evidente che il cinismo è vantaggioso e che, in questo mondo, il giusto è destinato alla sofferenza. I Salmi e la tarda letteratura sapienziale cercano con fatica di sciogliere questa contraddizione.

La situazione descritta dalla parabola trova eco soprattutto in quei Salmi che levano a Dio il lamento del povero che, pur vivendo nella fede in Dio e nell'obbedienza ai suoi comandamenti, conosce solo sventura, mentre i cinici che disprezzano Dio passano da un successo all'altro e godono tutta la felicità della terra:

« Ci hai resi la favola delle genti,
su di noi i popoli scuotono il capo. [..]
Per te ogni giorno siamo messi a morte,
stimati come pecore da macello»

Il Salmi 73 è uno dei testi più penetranti della ricerca sapienziale di una risposta al problema della sofferenza dei giusti; sotto questo aspetto può essere considerato come lo sfondo culturale della parabola; in esso si vedono quasi stagliarsi la figura del ricco della parabola, del quale l'orante si lamenta:

« Ho invidiato i prepotenti,
vedendo il successo dei malvagi.
Fino alla morte infatti non hanno sofferenze
e ben pasciuto è il loro ventre.
Non si trovano mai nell'affanno dei mortali
e non sono colpiti come gli altri uomini. [..].
Dell'orgoglio si fanno una collana [..].
Perciò il loro popolo li segue
e beve la loro acqua in abbondanza.
E dicono: "Dio, come può saperlo?
L'Altissimo, come può conoscerlo?
Ecco, così sono i malvagi:
sempre al sicuro, ammassano ricchezze. »

Più positiva è la prospettiva del Sal 17,14-15 ), nel quale si contrappongono due generi di sazietà: quella dei beni materiali e il saziarsi "della tua immagine", la sazietà del cuore mediante l'incontro con l'amore di Dio. L'espressione "al risveglio" (v. 15) rimanda, in definitiva, al risveglio alla vita nuova, eterna, ma si riferisce anche a un "risveglio" più profondo già in questo mondo: il destarsi alla verità, che già fin d'ora dona all'uomo una nuova sazietà.

Paralleli extrabiblici

Per la comprensione della parabola nei suoi particolari come nell'insieme, è importante conoscere una trama narrativa antica molto simile alla prima parte della parabola[4]. È la favola egiziana del viaggio di si-Osiris e di suo padre Seten-Haemwese nel regno dei morti; essa si conclude con le parole: "Chi sulla terra è buono, trova bontà anche nel regno dei morti; ma chi sulla terra è malvagio, quegli anche (là) riceve cattiveria[5].

Tale racconto fu portato in Palestina da ebrei alessandrini, e vi incontrò grande favore nella forma della storia del povero scriba e del ricco pubblicano Bar Maʿjan, raccontata in aramaico nel Talmud palestinese[6]. Nel racconto il pubblicano è sepolto con gran pompa, mentre il povero scriba senza alcun fasto; a un collega dello scriba, verso la conclusione, è concesso di vedere in sogno la sorte di entrambi nell'aldilà:

« Alcuni giorni più tardi, quello scriba vide il suo collega in giardini di bellezza paradisiaca, solcati da acqua di fonte. Ed egli vide anche Bar Maʿjan il pubblicano, che stava sulla riva di un fiume, e cercava di raggiungere l'acqua, ma non ci riusciva. »
(Gustav Dalman, Aram. Dialektproblem, Leipzig 1927, p. 34)

Spiegazione

La condizione terrena dell'uomo ricco

Ambito italiano, Lazzaro al banchetto del ricco epulone (1554 ca.), olio su tela; Cleveland (USA), Museum of Art

L'uomo ricco può imbandire ogni giorno festini con ospiti (v. 19) perché non ha bisogno di lavorare[4]. Il suo abbigliamento è di lana purpurea, tessuto molto caro, e di finissimo lino egiziano, particolarmente lussuoso.

La colpa dell'uomo non è messa chiaramente in rilievo nella parabola, ma la sua sorte dopo la morte fa capire precisamente che è un crapulone senza Dio"[7], che trascurava le prescrizioni della Legge di Mosè nei confronti dei poveri (Es 22,21-24 ; Am 5,10-12 ; Is 1,17; 58,7 ). La mancata evidenziazione del peccato dell'uomo si spiega con il fatto che Gesù riprende un racconto e un argomento ben noto ai suoi uditori, quello del pubblicano ricco e del povero scriba di cui si è detto sopra, nel quale la caratterizzazione morale del ricco è messa più chiaramente in evidenza.

La condizione terrena di Lazzaro

Il povero Lazzaro introdotto nel v. 20 è l'unico personaggio di una parabola di Gesù che abbia un nome. Il nome di Lazzaro significa "Dio aiuta", ed è particolarmente significativo nella trama della parabola.

Lazzaro è un mendicante (cfr. Gv 13,29 ) paralizzato[8], afflitto da una malattia della pelle (v. 21b); egli chiede l'elemosina sulla strada davanti al portone del palazzo del ricco.

L'annotazione che Lazzaro si sarebbe volentieri saziato (se lo avesse potuto) di ciò che veniva gettato al suolo da quanti sedevano alla tavola del ricco (v. 21) non si riferisce alle briciole che cadevano a terra, quanto ai pezzi di focaccia che venivano usati per intingere nelle ciotole e per detergere le mani: essi venivano buttati poi sotto la tavola.

I cani che gli leccano le piaghe sono randagi che gironzolano per la strada: da essi il povero paralitico malato e mezzo nudo non può neppure difendersi.

Al pio ebreo del tempo di Gesù la descrizione dell'esistenza grama del povero fa pensare che egli si trovi in questa situazione a causa dei suoi peccati, e che sta ricevendo da Dio la sua punizione; anche in relazione al racconto del pubblicano e del povero scriba che Gesù riprende, la sorte di Lazzaro nell'aldilà è per gli uditori di Gesù quanto meno inaspettata.

La sorte di Lazzaro

Nell'aldilà Lazzaro viene situato al posto d'onore nel banchetto celeste alla destra (cfr. Gv 13,23 ) del capofamiglia Abramo: questo posto d'onore significa che Lazzaro sta al vertice di tutti i giusti[9]. Egli ha subito un rovesciamento delle circostanze:

  • sulla terra vedeva il ricco seduto a tavola, ora egli stesso può sedere al banchetto;
  • sulla terra era disprezzato, ora gode del massimo onore.

La sorte di Lazzaro rivela che Dio è il Dio dei più poveri e degli abbandonati

La sorte dell'uomo ricco

Il ricco si trova negli inferi (ᾅδης, hádes, Ade), luogo provvisorio, e non nella γέεννα, ghéenna, geenna (inferno), che è invece lo stato definitivo.

Il ricco si rivolge ad Abramo chiamandolo "padre" (v. 24): con ciò egli si richiama alla sua progenitura, cioè ai meriti che da lui si effondono sulla sua discendenza. La risposta di Abramo, con l'uso del termine corrispettivo, "figlio" (v. 25), puntualizza che il ricco è sì suo figlio, ma ciò non giunge ad avere valore di salvezza per lui; questo stesso insegnamento si trova anche altrove sulla bocca di Gesù (Mt 3,9 ; Gv 8,37-39 ).

L'abisso o voragine che separa le due parti dell'aldilà esprime l'irrevocabilità della decisione divina.

Contrappasso?

L'affermazione del rovesciamento delle sorti del ricco e di Lazzaro (v. 25) potrebbe far pensare che la parabola insegni la dottrina del contrappasso in un senso puramente esteriore:

  • ricchezza terrena / tormento ultraterreno
  • povertà terrena / ristoro ultraterreno

Al riguardo Jeremias[10] sostiene che Gesù non affermò mai che la ricchezza porti in se stessa alla perdizione, e che la povertà porti in se stessa al paradiso. Jeremias, invece, sostiene che, in realtà, il confronto con il racconto egiziano/aramaico, utilizzato come base da Gesù, mostra senza possibilità di equivoco il seguente significato:

Ciò è confermato dal significato del nome del povero (Lazzaro = "Dio aiuta", v. 20) e dalla supplica che il ricco formula ai vv. 27-28.30: con essa egli riconosce la sua impenitenza e quella dei suoi fratelli.

La concezione dell'aldilà della parabola

Che giusti ed empi si vedano reciprocamente è una rappresentazione corrente nel tardo giudaismo[11].

Nella descrizione dell'aldilà che si trova nella parabola Gesù si attiene ai concetti correnti nel giudaismo del suo tempo, adottando gli elementi immaginifici preesistenti senza con questo elevarli formalmente a suo insegnamento sull'aldilà. Però Gesù approva chiaramente la sostanza delle immagini, riprendendo l'idea dello stato intermedio tra morte e risurrezione, al suo tempo ormai patrimonio comune del giudaismo.

La parabola non conosce una "risurrezione nella morte", ma non è questo l'insegnamento che Gesù vuole trasmettere con la parabola.

La richiesta dei segni per i fratelli del ricco

La richiesta dei segni per i fratelli del ricco è il secondo vertice della parabola. Il ricco dice ad Abramo - e in definitiva a Dio - che, se vuole che l'uomo conformi la sua esistenza alla parola di Dio, le cose devono essere più chiare, qualcuno dall'aldilà deve dare all'uomo la sicurezza che le cose stanno effettivamente così. Ed effettivamente il problema della richiesta di segni, cioè la pretesa di una maggiore evidenza della rivelazione, pervade l'intero Vangelo.

La risposta di Abramo coincide con quella di Gesù alle analoghe richieste dei suoi contemporanei: chi non crede alla parola della Scrittura non crederà nemmeno a uno che venga dall'aldilà.

L'affermazione di Abramo sull'inutilità di mandare Lazzaro nella casa paterna dell'uomo ricco ha un riscontro evangelico: dopo la risurrezione di Lazzaro di Betania (Gv 11 ) molti dei giudei credono in Gesù; ma ciò fa sì che il Sinedrio si riunisca per discutere dell'accaduto, e che si giunga alla decisione di uccidere Gesù: così il miracolo ha portato alcuni non alla fede, ma all'indurimento (Gv 11,45-53 ).

Note
  1. 1,0 1,1 Angelico Poppi (1990) 364.
  2. Le altre tre sono:
  3. Joseph Ratzinger (2007) 250-256.
  4. 4,0 4,1 Joachim Jeremias (1973) 224.
  5. Jeremias informa che il racconto è certamente posteriore al 331 a.C., e il manoscritto attraverso cui si conosce il racconto è databile intorno al 50-100 a.C.. Del racconto egiziano riferisce Hugo Gressmann, Vom reichen Mann und armen Lazarus, in Abhandlungen der koniglich prcussischen Akademie der Wissenschaften, 1918, Philosophisch-historische Klasse n. 7.
  6. j. Sanh. 6,23 c par. j. Hagh. 2,77 d; edizione critica del testo in Gustav Dalman, Aram. Dialektproblem, Leipzig 1927, p. 33-34. Gesù si riallaccia a questo racconto anche nella parabola del banchetto di nozze (Mt 22,1-10 ; Lc 14,15-24 ).
  7. Joachim Jeremias (1973) 225.
  8. Letteralmente "buttato giù", "giacente" (ἐβέβλητο, ebébleto).
  9. Joachim Jeremias (1973) 226.
  10. Joachim Jeremias (1973) 226-227.
  11. Cfr. 4 Esdra 7,85.93; Baruc siriaco 51,5 s.
Bibliografia
Voci correlate
Collegamenti esterni
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Il contenuto di questa voce è stato firmato il giorno 1º ottobre 2013 da don Paolo Benvenuto, baccelliere in Teologia.

Il firmatario ne garantisce la correttezza, la scientificità, l'equilibrio delle sue parti.