Conversione

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La parola conversione è riferita alla situazione di una persona che, accorgendosi di camminare in direzione sbagliata, cambia direzione e prende quella giusta. Viene usata in riferimento a ogni genere di cambiamento religioso o morale di una persona.

La conversione per eccellenza è perciò una trasformazione interiore in cui si passa da una situazione di lontananza o di indifferenza verso Dio ad una vita di unità ed amicizia con lui. C'è un taglio netto, volontario e consapevole, con la vita passata sbagliata, ci si allontana dal male e ci si rimette sulla strada di Dio.

Alla luce del Vangelo la conversione è la totale consegna di se stessi a Gesù Cristo, per essere introdotti da Lui, in Lui e come Lui nella relazione filiale col Padre. Comporta un totale rinnovamento nella propria soggettività ed una ricostruzione di essa: un cuore nuovo.

La conversione comporta implicitamente una chiamata di Dio, e nello stesso tempo la forza di volontà della persona e la promessa di aderire alla vocazione divina. Dunque la conversione è al tempo stesso un dono della Grazia di Dio ed un atto libero dell'uomo.

Nella Bibbia

Nel linguaggio biblico il termine conversione ricorre numerose volte sia in positivo che in negativo (At 3,19; 1Pt 2,25).

Antico Testamento

Nell'Antico Testamento il concetto di conversione è direttamente collegato al termine ebraico 'שׁוּב' (shûb), il dodicesimo verbo più usato nella Bibbia ebraica, che significa "volgersi, tornare, ritornare". È pure associato al concetto di pentimento, e quindi al verbo ebraico 'נחם' (nâcham), che significa "dispiacersi, essere dispiaciuti".

Nell'Antico Testamento molte volte JHWH richiamò per mezzo dei profeti il suo popolo alla conversione, ad abbandonare i falsi dei per rivolgersi totalmente all'unico e vero Dio (2Re 17,13; Nee 1,8-9; Tb 13,6; Is 31,6-7; 55,7; Ez 14,6). La chiamata alla conversione è presentata in molti modi e con significati diversi a seconda del momento storico che il Popolo di Dio viveva.

L'invito a conversione del Deuteronomio è una parola di speranza per il popolo disperso in cammino verso la terra promessa:

« Se ti convertirai a JHWH, tuo Dio e ubbidirai alla sua voce tu e i tuoi figli con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, allora JHWH, il tuo Dio, farà ritornare i tuoi deportati, avrà pietà di te e ti raccoglierà di nuovo in mezzo a tutti i popoli. »

L'Antico Testamento parla non solo della conversione del suo popolo. Anche società e nazioni pagane sono chiamate alla conversione. Emblematico è il caso di Ninive, a cui JHWH invia il profeta Giona, la cui predicazione ottiene la penitenza dei niniviti, "dal più piccolo al più grande" (Gio 3,5).

La chiamata alla conversione è rivolta anche a singoli individui. A Davide, che commette adulterio con Betsabea e ne propizia la morte del marito, JHWH invia il profeta Natan, che attraverso la parabola dell'uomo e della pecorella lo porta a riconoscere la sua colpa (2Sam 11,1-12,14).

L'Antico Testamento ci mostra che la conversione rimane comunque una decisione libera del chiamato, con la triste possibilità che essa non avvenga. Così avviene che il re (1Re 13,33) o il popolo (Sir 48,15; Ger 5,3; 8,5; Os 11,5) non si converte; anche del faraone si dice che "indurì il cuore del faraone" (cfr. Es 4,21; 7,3; ecc.). Un passo di Isaia è emblematico al rispetto: dopo che Isaia ha ricevuto la visione del Signore nel Tempio e la chiamata profetica, JHWH gli dice:

« Va' e riferisci a questo popolo:
Ascoltate pure, ma senza comprendere,
osservate pure, ma senza conoscere.
Rendi insensibile il cuore di questo popolo,
fallo duro d'orecchio e acceca i suoi occhi
e non veda con gli occhi
né oda con gli orecchi
né comprenda con il cuore
né si converta in modo da esser guarito. »

In questo brano il linguaggio veterotestamentario attribuisce a JHWH l'insensibilità del cuore dei suoi uditori[1].

Dio risponde alla conversione dell'uomo. L'Antico Testamento parla in diversi modi del perdono dei peccati. Il peccato è "perdonato, cancellato" (Es 32,32), "espiato" (Is 6,7), "gettato dietro le spalle" (Is 38,17). Dice ad esempio il Salmi 102[101] che "Egli perdona tutte le colpe e guarisce tutte le ferite" (102[101],3), "non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe; come un padre ha pietà dei suoi figli, così il Signore ha pietà di quanti lo temono" (102[101],10-13).

Questa disponibilità di Dio al perdono non attenua la responsabilità dell'uomo e la necessità di un suo impegno di conversione, ma, come sottolinea il profeta Ezechiele, "se il malvagio si ritrae dalla sua condotta perversa il suo peccato non sarà più ricordato, egli vivrà" (Ez 18,19-22).

Nuovo Testamento

Battesimo di san Paolo da parte di Anania, dipinto di Pietro da Cortona, 1631, chiesa di Santa Maria della Concezione

Nel Nuovo Testamento, i due termini principali connessi a questo concetto sono ἐπιστρέφω (epistrephō) e μετανοέω (metanoeō). Quest'ultimo termine, insieme ai suoi derivati, significa un rinnovamento di mente e cuore, un ravvedimento fatto di tutto cuore. Brano chiave a questo riguardo è Matteo 18,3: In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini non entrerete nel Regno dei Cieli. Metànoia e metanoéin sono tradotti spesso con "penitenza" e "pentirsi": Pentitevi perché il regno dei cieli è vicino (Mt 4,17); Pentitevi dunque, e ciascuno si faccia battezzare (At 2,38; 3,19).

Cristo annuncia che la nuova creazione è spuntata nella storia, che è iniziata la nuova era preannunziata dal profeti. Convertirsi è allora credere che la nuova umanità, non è più sogno o aspirazione, ma realtà già iniziata in lui anche se non ancora completa. Tutta l'esistenza di Cristo è caratterizzata da questo appello. Ricordiamo a questo proposito la pagina stupenda della conversione di Zaccheo (Lc 19,1-10).

Nel Nuovo Testamento e precisamente in Tt 3,5, la conversione cristiana è descritta come "una palingenesi", cioè un "rinnovamento" che trasforma l'uomo ontologicamente (cioè nel suo essere) per opera dello Spirito Santo.

Giovanni Battista predica "un battesimo di conversione per il perdono dei peccati" (Mc 1,4), ma Gesù annuncia la buona notizia che "il regno di Dio è vicino" (Mc 1,15). Gesù, cioè, ha proclamato la conversione come condizione indispensabile per accogliere il regno.

Alle origini del cristianesimo il richiamo alla conversione era rivolto sia ai giudei che ai pagani, e il segno inconfondibile della conversione era il Battesimo cristiano in cui veniva messo a morte "l'uomo vecchio" per rinascere e diventare "pietre vive" e appartenere al Corpo di Cristo (Rm 6,6; 7,4; 8,13).

In At 2,37-39, il concetto di conversione è messo direttamente in rapporto con la presenza dello Spirito Santo. Dopo il discorso pentecostale di Pietro, gli uditori chiedono a lui e agli altri apostoli che cosa debbono fare. Pietro risponde di convertirsi e di battezzarsi nel Nome di Gesù Cristo per ottenere il perdono dei peccati e ricevere il dono dello Spirito Santo.

La conversione esige la dedizione a Dio ed esclude ogni vanto e merito personale (1Cor 1,26-31).

Nella vita del cristiano

Oggi è più che mai necessaria ed urgente la conversione anche nella Chiesa di Cristo dove troppi fedeli vivono mediocremente la loro vita aggiungendo alla fragilità umana colpe gravi.

San Francesco Saverio converte i Paravas (1542)

Convertirsi significa dunque abbandonare la strada dell'errore e del peccato, e decidersi per Dio, ritornando sulla strada della Verità; soprattutto significa "conversione a", come apertura alle nuove occasioni di cieli nuovi e terra nuova.

Convertire il cuore non vuol dire liberarsi del male, ma affrontarlo in modo che la sventura sia o prevenuta o vinta con il bene: e se anche non si possono sempre evitare le conseguenze del male, la conversione riporta sempre la pace nell'anima. Dunque, la conversione a Dio è un atto di realismo non di moralismo.

L'incontro con Gesù appare come il momento decisionale della conversione e quindi l'inizio di un nuovo cammino, di un esodo che per l'uomo in Cristo è una realtà sempre in atto. La conversione come "stato" permanente è un estenuante esercizio di liberazione e di distacco.

La conversione cristiana di tutti i giorni è un lasciare alle proprie spalle vincoli, condizionamenti, illusioni, e cercare di effettuare un salto di qualità:

  • dall'egoismo all'amore;
  • dall'uomo vecchio all'uomo nuovo;
  • dal negativo al positivo;
  • dall'accontentarsi della mediocrità al desiderio della santità;
  • dall'io al tu di Dio.

La conversione investe tutta la persona con un lento e progressivo passaggio:

  • dal male al bene;
  • dal bene al meglio;
  • dal meglio all'ottimo.
Note
  1. L'esegesi interpreta tali versetti nel senso che
    « il comando viene usato per esprimere l'insuccesso della predicazione profetica, che opera l'indurimento del cuore, cioè dell'intelligenza del popolo. Dio permette questa ostinazione, di cui solamente il popolo è responsabile. La conseguenza dell'indurimento è il castigo divino. Quando questi versetti furono messi per iscritto, cioè dopo l'esperienza della visione divina, è probabile che la predicazione di Isaia avesse già incontrato opposizione in larghi strati della società giudaica, e il singolare comando messo in bocca a Dio volesse insinuare che l'insuccesso della missione di Isaia era stato previsto e perciò il profeta non doveva scoraggiarsi. »
    (Stefano Virgulin, commento a Is 6,9-10, in La Bibbia. Nuovissima versione dai testi originali, II: Antico Testamento, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo, 1991, p. 1055)
    Tale brano profetico ha avuto una risonanza notevole nella predicazione di Gesù, che lo cita quando spiega perché parla in parabole: Mt 13,10-14; Mc 4,12; viene inoltre usata come criterio interpretativo dell'incredulità dei suoi uditori: Gv 12,37-40; anche San Paolo la cita: At 28,24-27.
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