Concelebrazione

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In questa forma di celebrazione della Messa più sacerdoti, in virtù del medesimo sacerdozio e nella persona del Sommo Sacerdote, agiscono insieme con una sola volontà e una sola voce e con un unico atto sacramentale compiono e offrono insieme l'unico sacrificio e insieme vi partecipano.
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(Sacra Congregazione dei Riti, decreto Ecclesiae Semper di promulgazione del nuovo rito della concelebrazione, 7 marzo 1965)

La concelebrazione è, in senso strettamente sacramentale[1], la celebrazione comunitaria della Messa da parte di più detentori del potere sacerdotale, che pronunciano insieme le parole della consacrazione[2]. Nel suo senso primario ed elementare, "concelebrare" significa associarsi all'azione liturgica del celebrante principale[3].

Alla luce della natura del culto del Nuovo Testamento e della sua storia si può affermare che la concelebrazione dell'Eucaristia e più in generale dei Sacramenti, non soltanto è possibile, ma è il modo più originale e più tipico di celebrare il culto della Nuova Alleanza[3].

Nella storia della Chiesa

I primi tre secoli

I testi del Nuovo Testamento non autorizzano a fare alcuna affermazione a proposito della concelebrazione, anche se è verosimile che, ove si parla di un gruppo di presidenti a capo di una comunità, anche l'Eucaristia fosse da loro concelebrata.

Poco a ridosso del periodo neotestamentario, all'inizio del II secolo, negli scritti di Sant'Ignazio di Antiochia è attestata la presenza del Vescovo con il suo presbiterio alla testa della comunità e della celebrazione eucaristica:

« Procurate di partecipare ad un'unica Eucaristia; poiché una è la carne del Signore nostro Gesù Cristo, uno è il calice che ci unisce nel sangue di lui, uno è l'altare, come uno è il Vescovo, circondato dal collegio dei presbiteri e dai diaconi, miei compagni di ministero. In questa maniera tutto ciò che voi farete sarà fatto secondo la volontà di Dio»
(Lettera ai filadelfi, 4)

L'Eucaristia è qui un'azione della comunità e un'azione che fa la comunità; ognuno vi prende parte occupando il proprio posto e svolgendo la propria funzione. La stessa dottrina si trova in Clemente Romano[4].

All'inizio del III secolo Ippolito di Roma parla di una celebrazione comune dell'Eucaristia, nella quale più sacerdoti con un'azione comune celebrano un unico sacrificio: i presbiteri stendono tutti le mani sulle oblate, anche se la Preghiera Eucaristica, pronunciata liberamente sotto ispirazione personale, è riservata al Vescovo che presiede[5]. Si pensa comunemente[3] che questa concelebrazione attuata con gesti collettivi e silenziosa, in cui cioè i concelebranti non recitano insieme la Preghiera Eucaristica, sia stata la forma originaria, sia a Roma che nelle Chiese Orientali; queste ultime hanno conservato tale modalità fino ad oggi, anche se lo applicano in modi diversi[6]

I secoli dal IV al VI

In quest'epoca vengono fissati i primi formulari per la celebrazione eucaristica; diverse cause favoriscono il moltiplicarsi delle Messe e di conseguenza la concelebrazione nella sua forma primitiva perde via via d'importanza.

All'inizio del V secolo si riscontra a Roma il rito del fermentum: ogni domenica il papa invia ai sacerdoti cui sono affidate le chiese dette tituli delle particelle del pane da lui consacrato nel corso della sua Messa; poiché in quel giorno i sacerdoti non possono riunirsi a lui, dovendo celebrare nelle proprie chiese, mettono nel calice la particella ricevuta[7]. Il rito, che sparirà poi nel corso del VII secolo, esprime l'ideale primitivo dell'unica Eucaristia in seno ad una comunità riunita attorno al suo pastore.

La celebrazione comune dell'Eucaristia a Roma è testimoniata anche da una notizia riportata nel Liber Pontificalis, che si riferisce ad usi dei secoli V e VI: i ministri sorreggono le patene, mentre i sacerdoti stanno in piedi davanti al Vescovo allorché egli celebra la Messa; alla fine essi ricevono la Comunione eucaristica dalle sue mani per distribuirla ai fedeli[8]. Questa testimonianza attesta che il clero romano che non era impegnato nei tituli parrocchiali prendeva parte all'unica Eucaristia del papa.

A Roma fino al VI secolo la concelebrazione aveva luogo probabilmente in tutte le Messe stazionali.

I secoli VIII-XII

L'Ordo Romanus III[9], della fine dell'VIII secolo, testimonia ancora la celebrazione comune dell'Eucaristia da parte del papa insieme al suo clero. I presbiteri cardinali stanno presso l'altare, tengono in mano tre oblate e recitano insieme al pontefice la Preghiera Eucaristica: il papa pronuncia a voce alta le parole comuni e compie le rispettive benedizioni, ma tutti "consacrano" insieme. Tale concelebrazione ha luogo soltanto nelle grandi solennità di Pasqua, Pentecoste, San Pietro e Natale.

La novità di questa situazione è che ormai la concelebrazione è un qualcosa di eccezionale: si compie solo in alcune grandi solennità dell'anno liturgico. Si sente l'influsso delle Messe private.

Il rito poi si è trasformato per il fatto che tutti recitano assieme le parole del Canone, ormai fissate definitivamente[10].

Questo tipo di concelebrazione rimarrà tipica a Roma[11]; anche gli Ordines del XII secolo e quelli del XIII descrivono la concelebrazione con forme sostanzialmente identiche.

Dal secolo XIII in poi

Poco dopo papa Innocenzo III († 1216) anche la concelebrazione riservata alle grandi solennità cade in disuso, pur non scomparendo del tutto: essa venne mantenuta nel Rito della Consacrazione del Vescovo[12] e in quello dell'Ordinazione del presbitero[13], ma, confrontata con le forme precedenti, vi risulta alquanto modificata e svigorita.

Nella stessa epoca compare il termine latino concelebratio. I teologi poi discutono se con essa si aggiunge o meno qualcosa all'atto della consacrazione; tali elaborazioni vanno comprese alla luce della prassi liturgica dell'epoca: esse risentono dell'impoverimento della base rituale della concelebrazione nel loro tempo.

Successivamente in Occidente la concelebrazione cade in disuso e si celebrano singolarmente molte Messe una accanto all'altra nella stessa chiesa.

Il rinnovamento liturgico del XX secolo

La prassi della concelebrazione è tornata in uso nel XX secolo[14]; il movimento liturgico che ha preceduto il Concilio Vaticano II ne ha riproposto il senso. Nel 1956 Pio XII stabilì che la concelebrazione esige che tutti i sacerdoti partecipanti pronuncino insieme le parole della Consacrazione[15].

Il Concilio Vaticano II afferma che la concelebrazione manifesta "in modo appropriato l'unità del sacerdozio" e ne amplia l'utilizzo[16].

Il Codice di Diritto Canonico stabilisce:

« A meno che l'utilità dei fedeli non richieda o non consigli diversamente, i sacerdoti possono concelebrare l'Eucaristia, rimanendo tuttavia intatta per i singoli la libertà di celebrarla in modo individuale, non però nello stesso tempo nel quale nella medesima chiesa o oratorio si tiene la concelebrazione. »
(Can. 902)

Nelle altre confessioni cristiane

Nelle Chiese Orientali le parole della consacrazione sono pronunciate soltanto da chi presiede l'Eucaristia. Solo nell'Ortodossia Russa esse sono pronunciate da tutti i concelebranti.

Approfondimento teologico

[[File:Concelebrazione quinto centenario morte san Francesco da Paola.jpg|right|350px|thumb|Concelebrazione eucaristica alla chiusura del V Centenario dalla morte di San Francesco di Paola; presiede S. E. Mons. Crescenzio Sepe, Cardinale Arcivescovo di Napoli, Basilica Reale, 5 aprile 2008]]

La concelebrazione è teologicamente giustificata: essa manifesta che la celebrazione eucaristica è una questione di tutto il popolo di Dio. La concelebrazione dei sacerdoti corrisponde a modo suo alla partecipazione attiva dei fedeli e rappresenta sensibilmente l'unità e la comunione del presbiterio, ovvero dei presbiteri con i Vescovi, ovvero dell'episcopato.

In riferimento alle concezioni quantitative dei secoli passati ("più Messe più grazia"), la concelebrazione sposta l'accento sul valore infinito dell'unico sacrificio della Messa, cui la concelebrazione nulla aggiunge.

Valore teologico della concelebrazione

La Costituzione sulla liturgia del Concilio Vaticano II afferma che la concelebrazione eucaristica "bene manifesta l'unità del sacerdozio" (SC 57).

Ora, considerare la concelebrazione soltanto come espressione dell'unità del sacerdozio ministeriale potrebbe condurre ad una visione dell'Eucaristia in qualche modo clericaleggiante. Ecco quindi che giustamente il decreto con cui fu promulgato il rito della concelebrazione, Ecclesiae Semper[17] (7 marzo 1965), approfondisce i motivi teologici, che vengono poi ripresi dall'Ordinamento generale del Messale Romano, nelle sue diverse edizioni:

  • La concelebrazione manifesta "l'unità del sacrificio della croce, in quanto le varie messe rappresentano l'unico sacrifico di Cristo[18] e traggono la ragione di sacrificio dal fatto che sono il memoriale della immolazione cruenta compiuta sulla croce, i cui frutti vengo comunicati per mezzo di questa immolazione incruenta".
  • La concelebrazione manifesta "l'unità del sacerdozio, in quanto molti sono i sacerdoti che celebrano la Messa, ma i singoli non sono altro che ministri di Cristo, il quale per mezzo loro esercita il suo sacerdozio e, a tale scopo, con il sacramento dell'Ordine rende i singoli in modo tutto speciale partecipi del suo stesso sacerdozio. Pertanto anche quando i singoli offrono il sacrifico tuttavia lo fanno in virtù del medesimo sacerdozio ad agiscono in persona del sommo sacerdote, al quale soltanto e in assoluto spetta consacrare il sacramento del suo corpo e sangue sia per mezzo di uno solo sia per mezzo di molti contemporaneamente[19]".
  • Nella concelebrazione "appare più chiaramente l'azione di tutto il popolo di Dio; dato che ogni Messa, come celebrazione di quel sacramento in forza del quale la Chiesa vive e cresce ininterrottamente (LG 26) e nella quale si ha la precipua manifestazione della genuina natura della Chiesa stessa (SC 2. 41), è, più di qualunque altra azione liturgica (SC 26), azione di tutto il popolo santo di Dio, gerarchicamente ordinato e attivo".

Il decreto Ecclesiae semper può così concludere:

« Questa triplice prerogativa propria di ogni Messa balza agli occhi in modo singolare nel rito in cui più sacerdoti concelebrano la medesima Messa. Infatti in questo modo di celebrare la messa vari sacerdoti, in virtù del medesimo sacerdozio e in persona del sommo sacerdote, agiscono contemporaneamente con una sola volontà e una sola voce e nello stesso tempo compiono e offrono l'unico sacrificio con un unico atto sacramentale e insieme vi partecipano. »
(Ecclesiae Semper)

La concelebrazione eucaristica è quindi un atto collegiale in cui tutti i ministri convergono verso l'unico atto sacrificale che costruisce la comunità cristiana.

Come insegna sant'Agostino, davvero la concelebrazione attua sia la verità del sacrificio eucaristico, concretizzato pure nella carità della Chiesa in favore dei poveri, sia la sua peculiarità, tradotta nell'offerta di sé, nella globalità della corporeità, capo e membra, così come avviene in ogni eucaristia[20]:

« Il vero sacrificio consiste in ogni azione con cui miriamo a unirci con Dio in un santo rapporto. Perciò anche le stesse opere di misericordia, con cui si viene in soccorso dell'uomo, se non si fanno per Dio, non possono dirsi vero sacrificio. Questo è il sacrificio dei cristiani: "Pur essendo molti siamo un corpo solo" in Cristo (1Cor 10,17). E questo sacrificio la Chiesa lo celebra anche con il sacramento dell'altare, in cui le viene mostrato che, in ciò che essa offre, essa stessa è offerta nella cosa che offre. »

Le norme per il Rito Romano

L'Ordinamento Generale del Messale Romano stabilisce le norme concrete per la concelebrazione.

In tre casi essa è anzitutto prescritta dal rito stesso[21]:

In altri quattro casi è "raccomandata, se l'utilità dei fedeli non richiede o suggerisce altro"[21][22]:

Quando il numero di sacerdoti è notevole si possono effettuare diverse concelebrazioni nello stesso giorno, sempre però "in tempi successivi o in luoghi sacri diversi"[23].

"Particolare importanza si deve dare a quella concelebrazione, in cui i presbiteri di una diocesi concelebrano con il proprio Vescovo"[24].

In presenza di un numero notevole di concelebranti o per la mancanza di paramenti, "i concelebranti, fatta sempre eccezione per il celebrante principale, possono fare a meno della casula o pianeta e usare soltanto la stola sopra il camice"[25].

Nella Preghiera Eucaristica, "le parti che sono pronunciate da tutti i concelebranti, in modo particolare le parole della consacrazione, che tutti sono tenuti ad esprimere, si devono recitare sottovoce, in modo che venga udita chiaramente la voce del celebrante principale"[26]

Per la comunione dei concelebranti vengono indicate varie modalità (nn. 242-247).

Note
  1. A volte si parla anche di concelebrazione in senso più ampio, riferendosi alla normale celebrazione eucaristica comunitaria sotto la direzione di un sacerdote.
  2. Günter Kock (1990) p. 105.
  3. 3,0 3,1 3,2 Matias Augé (1984) p. 260.
  4. Lettera ai Corinzi, 40,5; 41,4; 44,4-5.
  5. Tradizione Apostolica, c. 4.
  6. Cfr. Johannes Michael Hanssens, De concelebratione Missae in ritibus orientalibus, in Divinitas 10 (1966) 482-559.
  7. Una testimonianza dell'epoca si ritrova in papa Innocenzo I, Epistola 25 ad Decentium, n. 5. PL 20, 556-557.
  8. Louis Duchesne (a cura di), Liber Pontificalis, 2 vol., Parigi 1886-1892, vol. I, 1886, 139.
  9. Si tratta di un secondo supplemento all'Ordo Romanus I della Messa papale.
  10. Commenta opportunamente Matias Augé (1984) p. 261: "Dalla concelebrazione 'silenziosa' siamo passati alla concelebrazione 'parlata', da una concelebrazione 'gerarchizzata' ad una celebrazione quasi 'sincronizzata'".
  11. Cfr. Amalario di Metz (†850): Mos est romanae ecclesiae..., "è costume della Chiesa Romana..." (De Ecclesiasticis Officiis 1,12. PL 105, 1016C).
  12. Nel Pontificale Romanum della fine del XII secolo e in quello della Curia Romana del XIII la concelebrazione è evidente per questa celebrazione.
  13. Nel Pontificale Romanum della seconda metà del XIII secolo e in quello di Durando la concelebrazione appare in modo incerto: vi si parla solo della recitazione del Canone a voce bassa.
  14. Al Congresso Eucaristico di Roma del 1922 concelebrarono Cardinali e Vescovi.
  15. La norma fu ribadita nel 1957 e nel 1958 in altri pronunciamenti della Curia Romana.
  16. Sacrosanctum Concilium 57.
  17. AAS 57 (1965) 410-411, online all'interno di questo documento.
  18. Concilio di Trento, Sess. XXII, cap. 1: DS 1740.
  19. Cfr. San Tommaso d'Aquino, Summa Theologiae, III, 82, 2 ad 2 e ad 3.
  20. Gianni Cavagnoli (2010).
  21. 21,0 21,1 n. 199.
  22. In questi quattro casi, eccezione fatta per la Messa in Coena Domini e per la Veglia Pasquale, non si proibisce la celebrazione individuale, "non però nel tempo in cui nella stessa chiesa o oratorio si tiene la concelebrazione" (ibid.).
  23. n. 201.
  24. n. 203.
  25. n. 209.
  26. n. 218.
Bibliografia
Voci correlate
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Questa voce è stata certificata il giorno 7 gennaio 2012 da Matías Augé Benet, dal 1968 al 2008 professore nel Pontificio Istituto Liturgico dell'Anselmianum, e dal 1990 al 2006 professore incaricato di Liturgia e Sacramentaria Generale nella Facoltà di Teologia della Pontificia Università Lateranense.

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