Papa Innocenzo I

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San Innocenzo I
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Nascita
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12 marzo 417
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pseudocardinale
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Emblem of the Papacy SE.svg Informazioni sul papato
40° vescovo di Roma
Elezione
al pontificato
21 dicembre 401
Consacrazione
Fine del
pontificato
12 marzo 417
(per decesso)
Segretario {{{segretario}}}
Predecessore papa Anastasio I
Successore papa Zosimo
Extra Anni di pontificato
Nomine
Cardinali 2 creazioni
Proclamazioni
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Eventi
Venerato da Chiesa cattolica
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Canonizzazione [[{{{aS}}}]]
Ricorrenza 12 marzo
Altre ricorrenze
Santuario principale
Attributi
Devozioni particolari {{{devozioni}}}
Patrono di
Collegamenti esterni
(EN) Scheda su gcatholic.org
Scheda su santiebeati.it
Tutti-i-santi.jpgNel Martirologio Romano, 12 marzo, n. 4:
« A Roma nel cimitero di Ponziano, deposizione di sant’Innocenzo I, Papa, che difese san Giovanni Crisostomo, consolò Girolamo e approvò Agostino. »

San Innocenzo I († Roma, 12 marzo 417) è stato il 40° vescovo di Roma e papa latino dal 21 dicembre 401 alla sua morte. Governò la Chiesa in un periodo particolarmente difficile per Roma, che subì l'assedio e il saccheggio da parte di Alarico I re dei Visigoti (24 agosto 410). È venerato come santo dalla Chiesa.

Biografia

Prima della sua elevazione alla cattedra di Pietro, molto poco si sa sulla vita di questo papa. Secondo il Liber Pontificalis era originario di Albano Laziale e suo padre si chiamava Innocenzo, mentre secondo il suo contemporaneo Girolamo, suo padre fu papa Anastasio I (sarebbe nato prima che il padre fosse consacrato). Dopo la morte di Anastasio (dicembre 401) fu unanimemente scelto quale vescovo di Roma dal clero e dal popolo.

Dottrina e opere di papa Innocenzo I

Non sappiamo molto sulle sue attività ecclesiastiche a Roma.

Recuperò molte chiese di Roma dai Novazianisti (Socrate Scolastico, Historia Ecclesistica, VII, II) e fece bandire dalla città il fotiniano Marco. Un drastico editto che l'imperatore Onorio promulgò da Roma (22 febbraio 407) contro i Manichei, i Montanisti, ed i Priscillianisti (Codex Theodosianus, XVI, 5, 40), molto probabilmente, fu concordato con lui.

Grazie alla munificenza di Vestina, una ricca matrona romana, Innocenzo fu in grado di far costruire e riccamente abbellire una chiesa dedicata ai Santi Gervasio e Protasio (il vecchio Titulus Vestinae) che tuttora esiste sotto il nome di San Vitale.

Innocenzo non perse alcuna opportunità per mantenere ed estendere l'autorità della sede romana quale ultima istanza presso la quale appianare tutte le dispute. Infatti, fin dall'inizio del suo pontificato, Innocenzo si comportò spesso come capo dell'intera Chiesa, sia occidentale che orientale.

Le lettere di Innocenzo

La sua sollecitudine verso tutte le Chiese è testimoniata dalle numerose epistole inviate ai vari vescovi. Trentasei di queste formano il primo nucleo delle collezioni canoniche dei testi magisteriali.

Nella lettera all'arcivescovo Anisio di Tessalonica, con la quale lo informava della sua elezione alla sede di Roma, gli confermò anche i privilegi che erano stati concessi all'arcivescovo dai papi che lo avevano preceduto. Quando l'Illiria Orientale fu inclusa nell'Impero romano d'Oriente (379) papa Damaso I aveva mantenuto gli antichi privilegi del papato su quelle terre, ed il suo successore papa Siricio aveva concesso all'arcivescovo di Tessalonica il diritto di consacrare i vescovi dell'Illiria Orientale. Queste prerogative furono confermate da Innocenzo (Ep. I) che, in una lettera successiva (Ep. XIII, 17 giugno 412), affidò l'amministrazione suprema delle diocesi dell'Illiria Orientale all'arcivescovo Rufo di Tessalonica, quale rappresentante della Santa Sede. Da questa lettera prese vita il vicariato papale di Illiria, e gli arcivescovi di Tessalonica divennero vicari dei papi.

Il 15 febbraio 404, Innocenzo inviò un importante comunicazione a Vittrizio, vescovo di Rouen (Ep. II) che aveva posto all'attenzione papale una serie di questioni disciplinari. I punti controversi riguardavano la consacrazione dei vescovi, l'ammissione nelle file del clero, le dispute tra chierici, i casi in cui le questioni importanti (causae majores) sarebbero dovute passare dal tribunale episcopale alla Sede Apostolica, le ordinazioni del clero, il celibato, il ricevimento dei Novazianisti o dei Donatisti convertiti nella Chiesa, i monaci e le monache. In generale, il papa indicò la disciplina della Chiesa romana quale norma da seguire per tutti gli altri vescovi. Innocenzo inviò una comunicazione simile anche ai vescovi spagnoli (Ep. III) fra i quali erano sorte delle difficoltà, specialmente riguardo ai vescovi Priscillianisti. Il papa regolò questa problematica e, nello stesso tempo, risolse altre questioni di disciplina ecclesiastica.

Simili lettere, di argomento disciplinare, o contenenti decisioni su casi importanti, furono inviate ad Esuperio vescovo di Tolosa (Ep. VI), ai vescovi di Macedonia (Ep. XVII), a Decenzio, vescovo di Gubbio (Ep. XXV) ed a Felice, vescovo di Nocera (Ep. XXXVIII). Innocenzo inviò lettere più brevi anche a molti altri vescovi, fra queste una lettera a due vescovi britannici, Massimo e Severo nella quale prescrisse che quei presbiteri che, già ordinati, avessero generato bambini, avrebbero dovuto essere allontanati dal loro sacro ufficio (Ep. XXXIX).

La presa e il sacco di Roma

L'assedio e la presa di Roma da parte dei visigoti di Alarico (408-410) avvenne durante il suo pontificato. Quando, durante il primo assedio, il capo dei barbari aveva dichiarato che si sarebbe ritirato solamente a condizione che i romani gli avessero accordato una pace favorevole, un'ambasciata di cittadini romani si recò dall'imperatore Onorio a Ravenna per tentare, se possibile, di negoziare la pace tra lui ed i goti. Anche papa Innocenzo si unì a questa ambasciata. Ma tutti i suoi tentativi di favorire la pace furono vani. I visigoti allora ripresero l'assedio di Roma. Secondo Zosimo, i danni prodotti dalla peste e dalla carestia furono così tremendi che venne concesso il tacito assenso papale ad eseguire la tradizionale processione di senatori al Campidoglio proposta dal pagano Gabinio Barbaro Pompeiano.

Il papa e gli altri ambasciatori, comunque, non furono in grado di rientrare in città, che fu presa e saccheggiata nel 410. Tuttavia la caduta di Roma, narrata sia da sant'Agostino di Ippona che da san Girolamo, non segnò il declino dell'autorità pontificia.

Giovanni Crisostomo

Anche i cristiani orientali richiesero un'azione energica da parte del papa. Giovanni Crisostomo, vescovo di Costantinopoli, che era perseguitato dall'Imperatrice Elia Eudossia e dal patriarca di Alessandria Teofilo si mise sotto la protezione di Innocenzo. Teofilo aveva già informato quest'ultimo della deposizione di Giovanni, seguita all'illegale Sinodo della Quercia (ad quercum). Ma il papa non riconobbe le conclusioni del sinodo, richiamò Teofilo ad un nuovo sinodo a Roma, confortò il Patriarca esiliato di Bisanzio, e scrisse una lettera al clero e al popolo di Costantinopoli nella quale stigmatizzava severamente la loro condotta nei confronti del loro vescovo Giovanni. Manifestò, inoltre, l'intenzione di convocare un sinodo generale di fronte al quale la questione sarebbe stata dibattuta e decisa. Come luogo della riunione fu suggerita Tessalonica. Il papa informò Onorio, Imperatore d'Occidente, di questa intenzione, allora quest'ultimo scrisse tre lettere a suo fratello, l'Imperatore d'Oriente Arcadio, con le quali lo pregava di convocare i vescovi orientali al sinodo di Tessalonica, di fronte al quale sarebbe comparso il Patriarca Teofilo. I latori di queste tre lettere furono mal ricevuti, poiché Arcadio era completamente a favore di Teofilo. Nonostante gli sforzi del papa e del'imperatore d'Occidente, il sinodo non ebbe mai luogo. Innocenzo rimase comunque in contatto epistolare con l'esiliato Giovanni; quando quest'ultimo, dal suo luogo d'esilio lo ringraziò per la sua sollecitudine, il papa rispose con un'altra lettera confortante che il vescovo esiliato ricevette solamente poco prima della sua morte (407) (Epp. XI, XII). Il papa non riconobbe mai Arsazio di Tarso ed Attico, che erano stati elevati alla Sede di Costantinopoli al posto di Giovanni, illegalmente deposto.

Dopo la morte di Giovanni, Innocenzo volle che il nome del patriarca deceduto fosse ripristinato nei distici, ma ciò non avvenne fino alla morte di Teofilo (412). Il papa ottenne da molti altri vescovi orientali un simile riconoscimento del torto fatto a Giovanni Crisostomo. Lo scisma di Antiochia, risalente ai contrasti ariani, fu finalmente ricomposto ai tempi di Innocenzo. Alessandro, patriarca di Antiochia, riuscì, intorno al 413-415, a guadagnare alla sua causa i sostenitori del precedente vescovo, Eustazio; egli ricevette nelle file del suo clero anche i seguaci di Paolino che era scappato in Italia ed era stato ivi ordinato. Innocenzo informò Alessandro di quanto stava avvenendo e, quando Alessandro ripristinò il nome di Giovanni Crisostomo nei distici, rientrò in comunione col patriarca Antiocheno. Gli scrisse due lettere, una a nome di un sinodo di venti vescovi italiani ed una a suo nome (Epp. XIX e XX). Acacio, vescovo di Beroea, uno degli oppositori più zelanti di Crisostomo, aveva cercato di ottenere la riammissione alla comunione con la Chiesa di Roma attraverso il summenzionato Alessandro di Antiochia. Il papa lo informò, tramite Alessandro, delle condizioni sotto le quali lo avrebbe riammesso in comunione con lui (Ep. XXI).

Il papa informò anche il vescovo macedone Massimiano ed il presbitero Bonifacio, che avevano intercesso presso di lui affinché riconoscesse Attico quale patriarca di Costantinopoli, delle condizioni che erano simili a quelli richieste al summenzionato Patriarca di Antiochia (Epp. XXII e XXIII).

Innocenzo, gli origenisti e il Pelagianesimo

L'autorità papale fu invocata da varie parti anche nelle controversie origeniste e pelagiane. San Girolamo e le monache di Betlemme furono attaccate nei loro monasteri dai seguaci di Pelagio, un diacono fu ucciso, ed una parte degli edifici fu data alle fiamme. Giovanni, vescovo di Gerusalemme, che era ai ferri corti con Girolamo a causa della controversia origenista, non faceva nulla per prevenire questi oltraggi. Tramite Aurelio, vescovo di Cartagine, Innocenzo inviò a San Girolamo una lettera di condoglianze nella quale lo informava che avrebbe utilizzato l'influenza della Santa Sede per reprimere tali crimini e che se Girolamo gli avesse fornito i nomi dei colpevoli, avrebbe proceduto ulteriormente nella questione. Il papa allo stesso tempo scrisse una seria lettera di esortazione al vescovo di Gerusalemme in cui lo tacciava di negligenza nei suoi doveri pastorali.

Il papa fu costretto anche a prendere partito nella controversia pelagiana. Nel 415, su proposta di Paolo Orosio, il sinodo di Gerusalemme portò la questione dell'ortodossia di Pelagio di fronte alla Santa Sede. Il sinodo dei vescovi orientali tenutosi a Diospolis (dicembre 415), che era stato ingannato da Pelagio riguardo ai suoi insegnamenti reali e lo aveva assolto, si propose ad Innocenzo in favore dell'eretico. Però, sulla base del rapporto di Orosio riguardo a quanto era accaduto a Diospolis, i vescovi africani riuniti in sinodo a Cartagine, nel 416, confermarono la condanna che era stata pronunciata nel 411 contro Celestio, che condivideva le idee di Pelagio. I vescovi di Numidia fecero la stessa cosa al sinodo di Mileve. Entrambi i sinodi riportarono le loro decisioni al papa e gli chiesero di confermarle. Poco dopo questi avvenimenti, cinque vescovi africani, fra cui sant'Agostino d'Ippona, scrissero ad Innocenzo una lettera personale sulle loro posizioni riguardo la questione pelagiana. Innocenzo nella sua risposta lodò i vescovi africani perché, consapevoli dell'autorità della Sede Apostolica, avevano fatto appello alla Cattedra di Pietro; egli rifiutò gli insegnamenti di Pelagio e ratificò le decisioni prese dai sinodi africani (Epp. XXVII-XXXIII). Le decisioni del sinodo di Diospolis, pertanto, furono rigettate dal papa. Pelagio allora inviò una professione di fede ad Innocenzo, che, tuttavia, fu consegnata solamente al suo successore. Innocenzo morì a Roma il 12 marzo del 417. Secondo il Liber Pontificalis fu sepolto nel cimitero di Ponziano sulla via Portuense. In seguito potrebbe essere stato traslato nella Basilica dei Santi Silvestro e Martino ai Monti, come risulta dal "Diario Romano" edizione 1926.


Predecessore: Papa Successore: Emblem of the Papacy SE.svg
papa Anastasio I 22 dicembre 401 - 12 marzo 417 papa Zosimo I
II
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VII
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X
con
con
papa Anastasio I {{{data}}} papa Zosimo
Fonti
Bibliografia
Collegamenti esterni

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