Parabola del giudice e della vedova

Da Cathopedia, l'enciclopedia cattolica.
100%Decrease text sizeStandard text sizeIncrease text size
Share/Save/Bookmark
(Reindirizzamento da Parabola della vedova insistente)
1leftarrow.png Voce principale: Parabole di Gesù.
Parabola del giudice e della vedova
J.E.Millais ParabolaVedova+Giudice 1863.jpg
John Everett Millais, Parabola del giudice e della vedova (1863).
Conosciuta anche come:
'
Passo biblico Lc 18,1-8
Matteo
Parabola precedente
Parabola successiva
Marco
Parabola precedente
Parabola successiva
Luca
Parabola precedente Parabola di Lazzaro e del ricco epulone
Parabola successiva Parabola del fariseo e del pubblicano
Giovanni
Parabola precedente
Parabola successiva
Insegnamento - Messaggio teologico
Esortazione alla preghiera insistente e fiduciosa.
Il testo della parabola

« 1Diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: 2"In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. 3In quella città c'era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario. 4Per un po' di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, 5dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi". 6E il Signore soggiunse: "Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. 7E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? 8Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?". »

La parabola del giudice e della vedova, o parabola della vedova insistente, o parabola del giudice iniquo, è riportata in Lc 18,2-5, ed è propria dall'evangelista Luca. La pericope è normalmente delimitata come Lc 18,2-5, poiché il versetto precedente e quelli immediatamente successivi sono intimamente legati alla parabola stessa.

Secondo quanto lo stesso evangelista afferma immediatamente prima, insegna la "necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai" (v. 1).

Nei versetti successivi alla parabola, poi, Gesù spiega un altro significato della parabola: Dio farà giustizia prontamente ai suoi eletti (cfr. vv. 7-8).

Contesto

La parabola si trova nella sezione in cui l'evangelista narra il viaggio di Gesù verso Gerusalemme (Lc 9,51-19,27) e più specificamente nella sua seconda parte (13,22-18,30).

Ancora più in dettaglio, si colloca all'interno di una raccolta di detti (17,11-18,14) a carattere escatologico:

Il tema prettamente lucano del ritardo della parusia influenza la parabola.[1]

La parabola è simile a quella dell'amico importuno (Lc 11,5-8).

Spiegazione dettagliata

Il versetto precedente

La parabola è introdotta da un versetto redazionale nel quale si dice che Gesù "disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi" (v. 1). Questa introduzione ha lo scopo di collegare la parabola con la piccola apocalisse precedente, suggerendo un comportamento adatto al tempo dell'attesa: la preghiera costante è necessaria affinché, a causa del prolungarsi del tempo che separa la prima dalla seconda venuta di Gesù, non si raffreddi la fede dei credenti.

In realtà la parabola non punta sulla necessità della preghiera, ma sulla fiducia in Dio che, nonostante il ritardo, farà giustizia ai suoi fedeli.

"Pregare sempre" (pantote) non significa tanto "senza posa", quanto "senza stancarsi", "senza abbandonare la preghiera", anche se i risultati si fanno attendere.

Il corpo della parabola

Dopo l'introduzione vengono delineate le caratteristiche dei due protagonisti della parabola, il giudice e la vedova.

  • il giudice è descritto, in modo breve e incisivo, come la figura tipica dell'empio, che non teme Dio e non si cura del suo prossimo;
  • anche la vedova viene descritta in modo conciso: ella non è disposta ad accettare il sopruso di cui è vittima, perciò si rivolge al giudice per avere giustizia.

Nell'Antico Testamento Dio è presentato come un giudice che non fa "preferenza di persone" e che fa sua la causa della vedova (Sir 35,14-19). Ai giudici è prescritto di fare giustizia, di prendere in consi­derazione e dirimere le cause di tutti: ricchi e poveri, persone altoloca­te e gente insignificante (cfr. Es 23,6-8; Dt 25,1; Is 1,17; 5,23; Ez 44,24).

Le vedove, insieme agli orfani, rappresentano una categoria indifesa e esposta all'oppressione, perché prive di protezione contro gli sfruttatori e i prepotenti (cfr. Es 22,21-23; Is 1,17.23; 9,16; Ger 7,6; 22,3; Gc 1,27).

Poiché la vedova porta la sua accusa davanti a un solo giudice e non a un tribunale, si tratta di una questione di denaro: un debito, un sequestro, una parte dell'eredità che le viene ingiustamente ritenuta[2].

Il giudice non vorrebbe interessarsi di un caso per lui totalmente insignificante e rimanda a tempo indeterminato il suo intervento. Ma la donna non si rassegna alla situazione e fa ricorso all'unica arma in suo possesso, l'insistenza. Alla fine il giudice, se non altro per liberarsi di tale molestia, cede e fa giustizia (ekdikeô) alla donna: ciò che prevale in lui non è il senso del dovere, ma il desiderio di non essere più importunato.

I versetti immediatamente seguenti

Terminata la parabola, propone la sua interpretazione, che sviluppa richiamando l'attenzione dei discepoli non tanto sull'insistenza della donna (ad essa sembrava rimandare l'introduzione), ma piuttosto sul giudice (v. 6). Su questo atteggiamento del giudice Gesù fa leva per illustrare il comportamento di Dio e lo fa con una domanda: "Ma Dio non farà giustizia per i suoi eletti che gridano a lui giorno e notte?" (v. 7a; cfr. Lc 2,37). La domanda è posta in maniera tale che suscita nel lettore una risposta ovvia: "Certamente sì". Gesù sta usando qui il metodo rabbinico chiamato qal wahômer[3], (ragionamento) "a fortiori", per affermare che, se un uomo empio si decide a fare giustizia alla vedova, a maggior ragione Dio farà farà giustizia per i suoi eletti, dal momento che è un Padre premuroso e giusto.

Gli "eletti" e la fine sono spesso citati insieme nella letteratura apocalittica ebraica più o meno contemporanea agli scritti del Nuovo Testamento]][4]

L'espressione "fare giustizia" (ekdikêsin, v. 3.5.7), usata sia per il giudice che per Dio, significa "difendere i diritti di una persona", "darle ragione", "garantirle quello che le spetta". Per gli eletti, anche quando non sono oggetto di persecuzione, ciò significa proclamare pubblicamente, mediante l'attuazione piena del regno, che le loro scelte erano giuste e conformi alla volontà di Dio. La certezza che ciò avverrà rappresenta il punto saliente della parabola.

Gesù poi prosegue con una frase che è solitamente tradotta come una seconda domanda: "E tarderà nei loro riguardi?" (v. 7b). In questo caso la risposta che ci si aspetta è negativa: "Certamente no"; in altre parole, il tempo dell'attesa sarà breve: Dio farà presto giustizia agli eletti che gridano a lui. Questa interpretazione però non è compatibile con altre affermazioni del terzo Vangelo, secondo le quali la venuta finale del regno di Dio non è imminente. Perciò sembra più corretto leggere queste parole non come una domanda, ma come una frase concessiva: "Anche se egli ha pazienza (makrothymei) con loro". In questa interpretazione, sicuramente più verosimile, Gesù esorta gli eletti a non spaventarsi per il fatto che Dio tarda a intervenire. Dio ha pazienza, prende tempo, ma al momento opportuno interverrà. Secondo un tema diffuso nel giudaismo e negli scritti del Nuovo Testamento Dio ritarda il suo giudizio perché vuole dare a tutti la possibilità di convertirsi (cfr. Sap 12,9-10; 15,1; Rm 2,4; 2Pt 3,9). I discepoli perciò non devono perdersi d'animo, ma piuttosto prepararsi alla sua venuta con una preghiera costante.

Gesù conclude rassicurando i suoi discepoli sul fatto che "Dio farà giustizia con celerità (en tachei)" (v. 8a). Così tradotta, questa frase è sulla stessa linea della precedente intesa come domanda. Se si accetta però che il v. 7b abbia un significato non interrogativo ma concessivo, allora Gesù riafferma qui non tanto l'imminenza, quanto piuttosto la certezza dell'intervento divino in favore dei giusti. L'espressione en tachei non significa perciò "con celerità", ma "improvvisamente". In altre parole, il ritardo della parusia è una realtà con cui bisogna fare i conti, nella certezza che Dio, dopo aver lungamente pazientato, interverrà quando meno gli uomini se lo aspettano e farà giustizia ai suoi eletti.

Il v. 8b, infine, è misterioso: esso sembra un'aggiunta redazionale che ha lo scopo di inculcare la perseveranza nella fede. Il ritardo della parusia, l'ostilità e le persecuzioni crescenti avevano provocato un raffreddamento nella fede dei credenti. La comunità deve quindi ritornare a un genuino atteggiamento di vigilanza, perché Gesù al suo ritorno non la trovi impreparata. La salvezza è un dono gratuito, tuttavia non sarà ottenuta automaticamente, bensì in seguito a una dura lotta, che comporta il rischio di un fallimento anche abbastanza generalizzato.

Il v. 8b. stabilisce inoltre il nesso con la piccola apocalisse che precede la parabola (17,20-37):

Significato

Le parole che introducono la parabola attestano che originariamente essa veniva usata per inculcare la necessità di pregare in modo costante e fiducioso. Questo taglio di lettura fa leva sull'atteggiamento della vedova, che non si scoraggia per i rifiuti ricevuti e alla fine, con la sua insistenza, ottiene ciò che le sta a cuore.

Nella sua forma attuale invece la parabola è utilizzata per spiegare il ritardo della parusia. Questo è un problema tipico della comunità di Luca e della Chiesa primitiva. Richiamando il comportamento del giudice iniquo che, nonostante il lungo ritardo, interviene a favore della vedova insistente, Gesù esorta a mettere in conto un lungo periodo di attesa, sottolineando che anch'esso ha una sua ragione di essere. Se il Signore ritarda, ciò è segno non di indifferenza, ma di misericordia, perché Dio vuole dare a tutti una possibilità di convertirsi.

La piccola apocalisse (17,20-37) è marcata dalle due domande sul quando (17,20)[5] e sul dove (17,37)[6] della venuta del Regno, domande a cui Gesù non aveva risposto: la parabola allora risponde che, anche se il tempo e il luogo della venuta del Signore rimangono sconosciuti, è certo che ritornerà: perciò bisogna aspettarlo con fede umile e perseverante.[7]

Il credente non deve quindi prendere il ritardo della parusia come scusa per lasciarsi andare agli affari mondani, cadendo così nell'apatia spirituale e nel torpore. Nel tempo dell'attesa gli eletti devono invece continuare a gridare giorno e notte per ottenere che Dio faccia loro giustizia, anche se ciò avverrà solo quando Dio lo crederà opportuno. La loro preghiera ha dunque come oggetto la venuta finale del regno di Dio, inteso come un regno di giustizia e di pace per tutta l'umanità.

Altri autori[8] individuano nell'avverbio "prontamente", che connota il far giustizia di Dio (v. 8) il punto focale della parabola, in contrapposizione al fatto che il giudice fa giustizia in un "poi", cioè dopo un certo tempo (cfr. v. 4).

Note
  1. Léopold Sabourin (1989) 293-294.
  2. Joachim Jeremias (1973) 189.
  3. Léopold Sabourin (1989) 294.
  4. Léopold Sabourin (1989) 294, cita Enoc etiopico 62,13: "I giusti e gli eletti in questo giorno saranno salvati".
  5. Tale domanda è formulata dai farisei.
  6. Questa volta sono i discepoli di Gesù a porre la domanda.
  7. Angelico Poppi (1990) 368.
  8. Franz Mussner, Il messaggio delle parabole di Gesù, Queriniana, Brescia 1986, ISBN 9788839912183, p. 37.
Bibliografia
Voci correlate
Collegamenti esterni
Firma documento.png

Il contenuto di questa voce è stato firmato il giorno 23 ottobre 2013 da don Paolo Benvenuto, baccelliere in Teologia.

Il firmatario ne garantisce la correttezza, la scientificità, l'equilibrio delle sue parti.

Suggerimenti



Poni il mouse qui sopra per vedere i contributori di questa voce.