Parabole di Gesù

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1leftarrow.png Voci principali: Gesù, Parabola.

Pompeo Batoni, Ritorno del figliol prodigo (1773), olio su tavola: la parabola del Padre Misericordioso (Lc 15,11-32) è una delle più belle di Gesù
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Gesù chiama ad entrare nel Regno servendosi delle parabole, elemento tipico del suo insegnamento (cfr. Mc 4,33-34). Con esse egli invita al banchetto del Regno (cfr. Mt 22,1-14), ma chiede anche una scelta radicale: per acquistare il Regno, è necessario "vendere" tutto (cfr. Mt 13,44-45); le parole non bastano, occorrono i fatti (cfr. Mt 21,28-32). Le parabole sono come specchi per l'uomo: accoglie la Parola come un terreno arido o come un terreno buono (cfr. Mt 13,3-9)? Che uso fa dei talenti ricevuti (cfr. Mt 25,14-30)? Al centro delle parabole stanno velatamente Gesù e la presenza del Regno in questo mondo. Occorre entrare nel Regno, cioè diventare discepoli di Cristo per "conoscere i misteri del regno dei cieli" (Mt 13,11). Per coloro che rimangono "fuori" (Mc 4,11), tutto resta enigmatico (cfr. Mt 13,10-15).
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Le parabole costituiscono senza dubbio il cuore della predicazione di Gesù. Al di là del mutare delle civiltà, esse ci toccano ogni volta di nuovo per la loro freschezza e umanità.
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Le Parabole di Gesù sono una forma di predicazione di cui Gesù si serve comunemente. Si tratta di racconti che partono dalla vita e dalle comuni attività e situazioni quotidiane, e che da parte di Gesù hanno lo scopo di chiamare i suoi ascoltatori a prendere posizione di fronte a lui stesso e al suo insegnamento, cioè ad entrare nel Regno.

Linguaggio e genere letterario

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Parabola.

Abbiamo le parabole di Gesù unicamente come le ritroviamo espresse nel greco dei Vangeli, ma "dietro al testo greco traspare dovunque la lingua materna di Gesù"[1].

A livello di genere letterario, le parabole di Gesù possono in realtà essere parabole o allegorie: in queste ogni elemento del racconto corrisponde a un elemento della realtà, in quelle il punto di contatto tra racconto e realtà è solo uno.

Esiste un filone dell'esegesi, peraltro molto discusso, che ideologicamente ritiene autenticamente gesuane soltanto le forme propriamente paraboliche, e frutto di un adattamento della Chiesa le forme allegoriche.

Secondo Joachim Jeremias le parabole di Gesù appartengono "al fondo primitivo della tradizione". Spesso esse portano ancora molto chiari i contrassegni della loro origine palestinese.

Quattro parabole di Gesù hanno due vertici; sono cioè articolate in due parti; in tutte l'accento cade sulla seconda parte[2]. Esse sono:

L'uso delle parabole da parte di Gesù

Gesù racconta parabole sospinto dal bisogno di comunicare il mistero di Dio a coloro che gli stanno davanti. Le parabole sorgono dal cuore di Cristo, dalla sua passione per Dio e dal suo amore per l'uomo, dal bisogno di svelare adeguatamente il volto del Padre, il segreto della sua opera di salvezza, la potenza del suo Regno e le conseguenze per la vita degli uomini.[3]

La peculiarità del linguaggio parabolico appare quindi fortemente legata alla persona stessa di Gesù. Tale peculiarità deriva dalla conoscenza di Dio che Gesù possiede e dalla sua attenzione per l'uomo. Nessuno più di lui è abilitato a rivelare il volto di Dio, la sua potenza, la sua volontà, e lo fa attraverso il linguaggio delle parabole.

Il carattere enigmatico

Comunemente si pensa che Gesù abbia usato lo strumento della parabola per farsi capire meglio dagli uditori, esprimendo cose difficili in un linguaggio semplice, comprensibile per tutti.

In realtà il linguaggio parabolico è "allusivo ed enigmatico"[3]: con le parabole Gesù non parla apertamente, ma attraverso il velo delle similitudini; egli dice e non dice, svela e nasconde, manifesta e occulta. Ciò è confermato dalla constatazione che Gesù non faceva seguire alle parabole la spiegazione: solo i discepoli la ricevono, ma sempre in privato.

Non si possono quindi considerare le parabole di Gesù strumenti didattici, quasi che fossero esempi semplici per condurre l'ascoltatore a un insegnamento espresso poi in termini più concettuali. Le parabole di Gesù non sfociano in spiegazioni piane ed esplicite, magari introdotte dalla formula: "Questo racconto ci insegna che..."; anzi, spesso alle parabole segue l'avvertimento: "Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti" (Mt 13,9.43; Mc 4,9; Lc 8,8; 14,35), cioè "chi è in grado di capire, cerchi di capire". Le parabole di Gesù hanno una carica di enigmaticità, lasciando all'ascoltatore il compito di comprenderle; lo interpellano e lo costringono a interrogarsi, lo coinvolgono in prima persona e lo impegnano alla ricerca del senso.

Lo sprone alla decisione e alla conversione

Talvolta la conclusione della parabola rimane aperta alla decisione degli ascoltatori, chiamati a prendere posizione di fronte al messaggio che Gesù vuole comunicare. Ciò avviene:

Altre volte Gesù fa seguire alla parabola una domanda ai suoi ascoltatori, per stimolarli a trarre essi stessi le conclusioni:

Il motivo per cui Gesù parla in parabole

Gesù stesso dà una spiegazione del perché parla in parabole, ed esse è riportata, nello stesso identico contesto, da tutti e tre i sinottici: Mt 13,10-17; Mc 4,10-12; Lc 8,9-10, che la collocano subito dopo la narrazione della parabola del seminatore:

« 10Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: "Perché a loro parli con parabole?". 11Egli rispose loro: "Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. 12Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. 13Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. 14Così si compie per loro la profezia di Isaia che dice:

Udrete, sì, ma non comprenderete,
guarderete, sì, ma non vedrete.
15Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,
sono diventati duri di orecchi
e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi,
non ascoltino con gli orecchi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano e io li guarisca!

16Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. 17In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!" »

Il passo di Is 6,9-10[4] che Gesù cita segue immediatamente alla vocazione di Isaia (6,1-7) e secondo il tenore originale del testo il profeta ordina al popolo di non ascoltare; in realtà Il profeta né minaccia, né invita a disobbedire: piuttosto annuncia il non ascolto del popolo e quindi la non comprensione della parola di Dio.[5], come del resto risulta dalla maniera in cui la citazione è riportata da Gesù stesso. Che il rifiuto del popolo sia cosciente e totale lo dimostra il linguaggio anatomico: cuore, orecchio, occhio, e poi di nuovo occhio, orecchio, cuore; è l'uomo in tutta la sua consapevolezza che rifiuta di essere guarito/salvato dal Signore.

La risposta di Gesù può quindi essere così spiegata. Egli è venuto nel mondo per rivelare i Misteri di Dio, ma molti esseri umani, per orgoglio o presunzione, chiudono gli occhi davanti alla verità. Per questo motivo il Signore "vela" il suo insegnamento: per creare lo spazio per la vera e libera decisione della fede; con questo egli si adegua ai cuori induriti; di fronte al rifiuto dell'uomo Gesù ha un solo modo di reagire: si rivolge ai piccoli e agli umili, e questi lo accolgono.

Per Gesù, quindi, lo scopo del linguaggio parabolico non è solo l'illustrazione di una realtà religiosa per mezzo di un racconto: in Gesù le parabole ha anche lo scopo specifico di portare alla fede o al rifiuto.

I tratti inverosimili

Vi sono molti esempi di parabole in cui l'avvenimento raccontato trapassa all'improvviso nell'inverosimile, addirittura nell'incredibile, come, ad esempio, nella parabola dell'amministratore scaltro (Lc 16,1-13), nella quale il padrone loda l'amministratore infedele; questo succede perché la realtà religiosa esige tale evoluzione del racconto al fine di ottenere il chiarimento della raffigurazione.

L'esistenza di tratti inverosimili non può essere presa come criterio per affermare una successiva rilettura allegorica delle parabole; al contrario, l'esistenza di tali elementi fa trasparire il vero obiettivo dell'insegnamento di Gesù. Proprio i tratti inverosimili nel racconto d'una parabola costituiscono i contrassegni della sua origine da Gesù stesso. Al contrario, la tradizione postpasquale tende a normalizzare il racconto.

L'interpretazione delle parabole nel corso dei secoli

La storia dell'interpretazione delle parabole di Gesù è assai lunga.[6]

Prima della redazione dei Vangeli

Subito dopo la Pasqua, quando si iniziarono a raccogliere le parabole del Signore e ad applicarle alle concrete necessità della Chiesa, avvenne il primo lavoro interpretativo delle parabole di Gesù.

Il processo di assunzione delle parabole nella tradizione evangelica condusse a far sì che, in alcune parabole, certi elementi raffigurativi abbiano ricevuto, alla luce degli avvenimenti correnti, una delucidazione più marcata, talvolta anche allegorica; così accade, ad esempio, in merito ad alcune velate allusioni al mistero di Cristo.[7]

Ad esempio, alcune parabole che originariamente erano rivolte agli avversari di Gesù trovano nuovi destinatari nei membri della Chiesa; ciò comporta uno spostamento più o meno marcato dello scopo del loro insegnamento, del loro "punto saliente". Così, ad esempio, nel Vangelo secondo Matteo sono rivolte ai discepoli alcune parabole che in Luca sono dirette, anche a motivo del loro contenuto, agli avversari di Gesù. Questo processo interpretativo impedisce che le parabole rimangano puri "documenti storici": mediante il cambiamento di uditorio esse acquistano una nuova attualità per la Chiesa.

In definitiva gli stessi evangelisti, inserendo una parabola in un determinato contesto del loro Vangelo, le hanno conferito una ben determinata interpretazione, in certo qual modo un nuovo Sitz im Leben, cioè una nuova collocazione nella vita e nel pensiero della Chiesa.

Nei Padri della Chiesa

I Padri della Chiesa hanno volentieri spiegato le parabole in maniera allegorica.

Nella loro ottica di fede, ad esempio, il buon samaritano raffigura Gesù, e colui che è stato ferito dai briganti e giace mezzo morto sul ciglio della strada raffigura semplicemente l'umanità irredenta.

L'interpretazione dei Padri riveste senza dubbio un particolare fascino; essa è ancora oggi feconda a livello spirituale.

Nell'esegesi moderna

L'esegesi moderna si sforza di cercare il senso proprio e originario di una parabola, al fine di cogliere con la massima chiarezza possibile l'insegnamento inteso da Gesù.

Ciò iniziò con l'opera classica di Adolf Jülicher sulle parabole di Gesù[8]. Fu per merito suo che si poté andare definitivamente oltre l'interpretazione allegorica che era stata generale fino al suo tempo[9]. Il merito maggiore di Jülicher fu quello di porre in risalto con fermezza la differenza radicale tra allegoria e parabola: le parabole di Gesù non sarebbero affatto allegorie, ma brani di vita reale nei quali sarebbe da cogliere solo una idea; Jülicher considera quindi le spiegazioni allegoriche messe in bocca a Gesù come aggiunte successive già segnate dal fraintendimento. Il limite dell'opera di Jülicher sta nel sostenere che le parabole di Gesù annunciano solo un umanesimo religioso, dimenticando totalmente la tensione escatologica[10][11] presente in molte di esse: così le parabole si riducono a delle massime morali e ad una teologia semplificata con immagini e racconti. Un altro limite è la separazione radicale che egli opera tra parabola ed allegoria: la radicalità di tale separazione non ha fondamento né sul piano storico né su quello testuale[12]. Ancora, molte parabole di Gesù non hanno un solo punto saliente, ma due.

In tempi leggermente più recenti il punto saliente delle parabole, che Jülicher indendeva in senso umanistico, venne identificato con l'escatologia ravvicinata: tutte le parabole finirebbero per annunciare l'imminenza temporale della venuta dell'éschaton, del Regno di Dio. Anche questa interpretazione fa violenza ai testi e alla loro varietà, poiché a molte parabole l'orientamento dell'escatologia ravvicinata si può sovrapporre solo artificialmente. Tale orientamento interpretativo si riscontra negli esegeti tedeschi.

L'interpretazione delle parabole ricevette poi un particolare impulso ad opera dell'inglese Charlse Harold Dodd[13]. Dodd riesce a collocare le parabole nella situazione della vita di Gesù: ognuna di esse è stata pronunciata in una concreta situazione della vita del Maestro, in una circostanza irripetibile e spesso imprevedibile[14]. Inoltre Dodd rifiutò la concezione dell'escatologia ravvicinata, e fece dell'orientamento delle parabole verso il Regno di Dio il punto centrale della sua esegesi; per Dodd il Regno viene nella persona di Cristo; rimandando al Regno, le parabole rimandano a Cristo in quanto forma autentica del Regno[15].

Sulla strada indicata dal Dodd si mosse poi l'esegeta protestante tedesco Joachim Jeremias[16], il quale ritenne però di non poter far sua la posizione dell'escatologia realizzata del Dodd, e parlò invece di "escatologia che si realizza", riprendendo quindi, anche se leggermente indebolita, l'idea di fondo dell'imminenza della ventua del Regno di Dio: nelle parabole Gesù avrebbe presentato in maniera diversa tale concezione ai suoi ascoltatori.

Furono importanti anche gli studi del cattolico Jaques Dupont.

I criteri interpretativi

Risiede nella stessa natura della parabola il provocare molteplici controversie tra gli specialisti per quanto concerne la loro interpretazione e il loro insegnamento.

L'analogia con il resto dell'insegnamento di Gesù

Una regola fondamentale per la corretta interpretazione delle parabole di Gesù è l'analogia con il resto del suo insegnamento. Può essere supposto che Gesù esponga il medesimo insegnamento tanto nelle parabole quanto nel resto del Vangelo. Conformemente alla testimonianza dei Vangeli, il messaggio e l'insegnamento di Gesù non sono separabili dal mistero della sua persona.

La corretta valutazione del genere letterario

Ai fini di una corretta interpretazione bisogna sempre tener presente l'importante regola che non ogni elemento della "parte raffigurativa" d'una parabola può essere trasferito senz'a1tro nella realtà religiosa e storico-salvifica, come avviene nell'allegoria.

È però necessario analizzare accuratamente il racconto della parabola, per giungere a riconoscere cosa, attraverso il racconto stesso, si vuole esprimere in prospettiva religiosa:

  • in alcune parabole l'intero racconto serve all'espressione di un unico punto d'insegnamento, detto "punto saliente";
  • in altre, invece, emergono molteplici "punti", tanto a livello di racconto quanto a livello di messaggio, ed essi devono essere composti insieme.

In realtà i Vangeli presentano poche parabole cosiddette "pure": a molte parabole furono frammischiati elementi "allegorici" di maggiore o minore antichità.

Inoltre, per tutta una serie di parabole esistono molteplici possibilità di spiegazione, a seconda del punto di vista con il quale ci si accosta ad una parabola. Così, ad esempio, si può considerare la parabola del fariseo e del pubblicano (Lc 18,9-14) dal punto di vista della preghiera (con quali disposizioni bisogna pregare?) oppure domandandosi, da altri punti di vista: che cosa è più importante davanti a Dio? chi viene davvero giustificato da Dio?

Ci sono anche parabole dette "a doppia punta", le quali contengono un doppio insegnamento, come la parabola del Padre misericordioso (Lc 15,11-32), la quale insegna certamente:

Importanza per la catechesi

L'importanza delle parabole di Gesù e della loro interpretazione per la catechesi è evidente. Esse esercitano tuttora sugli ascoltatori, anche in un mondo tanto tecnicizzato, un particolare fascino.

Anche oggi, attraverso le parabole, Gesù è vero maestro della sua Chiesa, vivo davanti agli occhi degli ascoltatori. E ancor oggi le parabole provocano quella situazione che chiama alla decisione, come si è detto sopra. Per tali motivi le parabole appartengono, oggi come domani, al contenuto essenziale dell'insegnamento ecclesiale della fede.

Sinossi delle parabole di Gesù

Note
  1. Joachim Jeremias (1973) 9. Jeremias afferma di una "legione di esempi", tra i quali rileva l'uso dell'articolo determinativo là dove le lingue moderne usano quello indeterminativo: Mc 4,3.4.5.7.8.15.16.18.20.21.26; Mt 5,15; 7,6.24-27; ecc.
  2. Joachim Jeremias (1973) 43.
  3. 3,0 3,1 http://www.aiart.org/ita/web/item.asp?nav=3552
  4. Questo il testo di Is 6,9-10 nella versione CEI 2008:
    « 9Egli disse: "Va' e riferisci a questo popolo:

    'Ascoltate pure, ma non comprenderete,
    osservate pure, ma non conoscerete'.
    10Rendi insensibile il cuore di questo popolo,
    rendilo duro d'orecchio e acceca i suoi occhi,
    e non veda con gli occhi
    oda con gli orecchi
    né comprenda con il cuore
    né si converta in modo da essere guarito»

  5. http://www.parrocchiadibazzano.it/catechesi/scuolabiblica/isaia.pdf
  6. Franz Mussner (1986) 11-12.
  7. Franz Mussner (1986) 11, osserva però che questo processo della tradizione non deve però venir sopravalutato.
  8. Le parabole di Gesù 1888-89; titolo originale: Die Geichnisreden Jesu, 2 volumi, II edizione, Tubinga 1899-1910.
  9. Cfr. Joachim Jeremias (1973) 18. Jeremias sostiene subito dopo che Jülicher "ebbe a dimostrare inconfutabilmente in mille e mille casi che l'allegorizzazione non solo induceva in errore, ma riusciva pure a travisare totalmente le parabole di Gesù".
  10. Joachim Jeremias (1973) 19.
  11. Jülicher è un tipico rappresentante dell'esegesi liberale: essa fa di Gesù un moralista, il maestro di una morale illuminata e individualista; tale esegesi non si avvicina assolutamente alla figura reale di Gesù (Joseph Ratzinger 2007 222).
  12. Joseph Ratzinger (2007) 221.
  13. Le parabole del Regno, Paideia, Brescia 1970.
  14. Joachim Jeremias (1973) 22.
  15. Joseph Ratzinger (2007) 223.
  16. Joachim Jeremias (1973).
  17. Lo stesso insegnamento si trova in Mt 7,1-5, ma non sotto forma di parabola.
Bibliografia
Voci correlate
Collegamenti esterni
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Il contenuto di questa voce è stato firmato il giorno 23 settembre 2013 da Don Paolo Benvenuto, baccelliere in Teologia.

Il firmatario ne garantisce la correttezza, la scientificità, l'equilibrio delle sue parti.

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