Apostolo

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Il termine apostolo (traslitterazione del greco απόστολος, apóstolos, letteralmente "inviato", pl. απόστολοι, apóstoloi) è un titolo che è usato in riferimento a numerose persone nel Nuovo Testamento.

In senso proprio è usato per i Dodici (Mt 10,2; Ap 21,14) discepoli che Gesù volle unire più strettamente a sé, "perché stessero con lui e per mandarli a predicare" (cfr. Mc 3,14) la Buona Novella del Regno.[1]

In senso più lato il titolo viene applicato anche ad altri discepoli non facenti parte dell'originario gruppo dei Dodici: Mattia (At 1,26), successore di Giuda Iscariota, Paolo (Rm 1,1; 11,13; 1Cor 1,1; Ef 1,1; Col 1,1), Barnaba (At 14,14), Andronico e Giunia (Rm 16,7), Sila e Timoteo (1Ts 1,1; 2,6), Apollo (1Cor 4,6.9).

Un uso così esteso di questo titolo può far sorgere la domanda: quale rapporto c'è tra i Dodici e gli altri apostoli? Per rispondere occorre analizzare anzitutto l'uso del termine, e poi in che maniera se ne parla in relazione alle varie figure.

Il termine

Il sostantivo apòstolos è ignoto al greco letterario[2], ma il verbo da cui deriva (ἀποστέλλω, apostéllo, "inviare"), ne esprime bene il contenuto, che è precisato dalle analogie dell'Antico Testamento e dagli usi giudaici.

L'Antico Testamento conosce l'uso degli ambasciatori che devono essere rispettati come il re che li manda (2Sam 10); i profeti esercitano missioni dello stesso ordine (cfr. Is 6,8; Ger 1,7; Is 61,1-3), benché non ricevano mai il titolo di apostolo.

Invece il giudaismo rabbinico, dopo l'anno 70 dell'era cristiana, conosce l'istituzione di inviati ufficiali (selihîm), il cui uso sembra molto anteriore, e che i testi stessi del Nuovo Testamento rifletterebbero:

Gesù viene detto "apòstolos di Dio" (Eb 3,1); egli insegna che l'apostolo rappresenta colui che lo manda (Gv 13,16)[3].

In base a tutti questi dati, strettamente legati all'uso dell'epoca, l'apostolo non sarebbe in primo luogo un missionario, o un uomo dello spirito, e neppure un testimone: sarebbe un emissario, un delegato, un plenipotenziario, un ambasciatore.

Prima di essere un titolo, quindi, l'apostolato è una funzione. Soltanto al termine di una lenta evoluzione esso è attribuito in modo privilegiato alla cerchia ristretta dei Dodici (Mt 10,2)[4].

Rimane comunque il fatto che il Nuovo Testamento non fornisce una definizione del termine. Però, a livello dei Vangeli, normalmente Matteo e Marco chiamano i Dodici con il termine "discepoli" (μαϑηταί, mathetaí), e solo quando li presentano nella funzione di evangelizzatori itineranti li designano col termine ἀπόστολοι, apóstoloi (Mc 6,30}; Mt 10,2). Invece Luca, che conosce l'invio dei settantadue, tende a usare il termine come designazione costante dei Dodici[5].

I dodici apostoli

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Dodici (apostoli).

Fin dall'inizio della sua vita pubblica Gesù volle moltiplicare la sua presenza e diffondere il suo messaggio per mezzo di uomini che fossero altri se stesso:

I Dodici, in una parola, costituiscono i fondamenti del nuovo Israele, di cui saranno i giudici nell'ultimo giorno (Mt 19,28; Lc 22,29-30); ed è questo che il numero dodici del collegio apostolico simboleggia.

Ai Dodici il Risorto, sempre presente con essi sino alla fine dei secoli, dà l'incarico di ammaestrare e di battezzare tutte le nazioni (Mt 28,18-20). L'elezione di un dodicesimo apostolo in sostituzione di Giuda (At 1,15-26) appare quindi indispensabile perché la figura del nuovo Israele si ritrovi nella Chiesa nascente.

Gli altri apostoli

Anche se i Dodici sono gli apostoli per eccellenza, il Nuovo Testamento ci attesta che anche altri esercitano con essi una funzione che può essere qualificata di apostolica.

Paolo usa lo stesso titolo di apostolo che attribuisce per sé anche per Silvano, Timoteo (1Ts 2,7) e Barnaba (1Cor 9,6).

Lo stesso Paolo pone a fianco di Pietro e dei Dodici "Giacomo e gli apostoli" (1Cor 15,5-7; cfr. Gal 1,19); egli poi parla del carisma dell'apostolato (1Cor 12,28; Ef 4,11), e denuncia i "falsi apostoli" e i "superapostoli" (2Cor 11,5.13; 12,11).

Tra tutte queste figure apostoliche quella di Paolo ha un'importanza particolarissima.

Paolo, l'apostolo dei gentili

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce San Paolo.

L'esistenza di Paolo conferma, a modo suo, ciò che Gesù aveva lasciato intendere in terra. mandando i Settantadue oltre ai Dodici. Dal cielo Cristo risorto manda Paolo oltre ai Dodici; attraverso questa missione apostolica viene precisata la natura dell'apostolato.

L'ambasciatore di Cristo

Quando ripete con insistenza di essere stato "chiamato" come apostolo (Rm 1,1; Gal 1,15) in una visione apocalittica del Risorto (Gal 1,16; 1Cor 9,1; 15,8; cfr. At 9,5.27), Paolo fa capire che all'origine della sua missione vi fu una vocazione particolare. Apostolo, egli è un "inviato", non degli uomini (anche se apostoli essi stessi!), ma di Gesù personalmente. Ricorda soprattutto questo fatto quando rivendica la sua autorità apostolica: "Per incarico di Cristo siamo ambasciatori; è come se Dio esortasse a mezzo nostro" (2Cor 5,20); "la parola che vi abbiamo predicata non è parola d'uomo, ma parola di Dio" (1Ts 2,13). Beati coloro che lo hanno "accolto come un angelo di Dio, come il Cristo Gesù" (Gal 4,14). Infatti gli apostoli sono per Paolo i "cooperatori di Dio" (1Cor 3,9; 1Ts 3,2). Più ancora: attraverso di essi si compie il ministero della gloria escatologica (2Cor 3,7-11). Ed affinché l'ambasciatore non storni a suo profitto questa potenza divina e questa gloria, l'apostolo è un uomo disprezzato dal mondo; eccolo perseguitato, consegnato alla morte, affinché la vita sia data agli uomini (2Cor 4,7-6,10; cfr. 1Cor 4,9-13).

In concreto, Paolo parla dell'autorità apostolica che egli esercita a proposito della dottrina, del ministero e della giurisdizione:

L'autorità che Paolo esercita non è tirannica (2Cor 1,24), è un servizio (1Cor 9,19), quello di un pastore (At 20,28; 1Pt 5,2-5) che sa all'occorrenza rinunziare ai propri diritti (1Cor 9,12); lungi dal pesare sui fedeli, egli li ama teneramente come un padre, come una madre (1Ts 2,7-12) e dà loro l'esempio della fede (1Ts 1,6; 2Ts 3,9; 1Cor 4,16).

I tratti unici di Paolo

I tratti dell'apostolo delineato nelle lettere di Paolo sono come una descrizione ideale dell'apostolato: Paolo vi riconoscerebbe volentieri ciò che si attendeva dai suoi collaboratori, da Timoteo (cfr. 1Ts 3,2) e da Silvano; verosimilmente la lettera li qualifica entrambi come apostoli (1,1; 2,5-8), od ancora da Sostene e da Apollo (1Cor 4,9). L'aspetto di ambasciatore di Cristo ed anche, in certa misura, la conoscenza spirituale che egli ha del suo apostolato può essere data a tutti gli apostoli dal Signore dello Spirito (1Cor 2,6-16).

Tuttavia Paolo si attribuiva un posto particolare nell'apostolato della Chiesa, una funzione unica nell'economia cristiana, legata alla sua persona e di ordine carismatico, e che pertanto non può essere trasmessa:

  • Paolo è l'apostolo delle nazioni pagane. Egli non è stato il primo a portare il Vangelo ai pagani: già Filippo ha evangelizzato i Samaritani (At 8) e lo Spirito Santo era già disceso sui pagani di Cesarea (At 10). Ma Dio ha voluto che alla nascita della sua Chiesa un apostolo fosse in modo più particolare incaricato della evangelizzazione dei Gentili, a fianco di quella dei Giudei. Ecco ciò che Paolo fa riconoscere da Pietro. Non già che egli volesse in questo essere un inviato di Pietro: rimaneva l'inviato di Cristo, direttamente; ma ci teneva a riferirne al capo dei Dodici, per non "correre invano" e non portare divisioni nella Chiesa (Gal 1-2).
  • Paolo ha una speciale conoscenza del mistero di Cristo. Il mistero di Cristo, per Paolo, è "Cristo tra le nazioni" (Col 1,27); già Pietro aveva compreso in una visione che nessun divieto alimentare separava più i Giudei dai Gentili (At 10,10-11,18). Ma Paolo, per grazia di Dio, ha una conoscenza particolare di questo mistero (Ef 3,4) ed è stato incaricato di trasmetterlo agli uomini; soffre la persecuzione, sopporta le sofferenze, è prigioniero in vista del compimento di questo mistero (Col 1,24-29; Ef 3,1-21). Questa è la grazia particolare di Paolo, incomunicabile.

L'apostolato dei fedeli

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Apostolato.

L'apostolato dei fedeli non è oggetto di un insegnamento esplicito nel Nuovo Testamento, ma trova un solido punto d'appoggio in taluni fatti. Pur essendo per eccellenza la funzione dei Dodici e di Paolo, l'apostolato fu esercitato fin dagli inizi dalla Chiesa intera: le Chiese di Antiochia e di Roma, ad es., esistevano già quando vi giunsero i capi della Chiesa.

In senso largo l'apostolato è compito di ogni discepolo di Cristo, "luce del mondo e sale della terra" (Mt 5,13-14). Secondo la sua posizione egli deve partecipare all'apostolato della Chiesa, imitando Paolo, i Dodici ed i primi apostoli nel loro zelo apostolico.

Note
  1. Le liste dei Dodici sembrano essere discordanti sulla figura di Giacomo il minore e il Giacomo di Alfeo di Gal 1,19, ma la tradizione cattolica identifica quest'ultimo con il precedente, cugino di Gesù, negli elenchi apostolici citato come Giacomo di Alfeo.
  2. In realtà il termine è attestato in Erodoto e in Giuseppe Flavio, ma tali attestazioni sembrano riflettere la lingua popolare. L'Enciclopedia Italiana Treccani (1929 spiega che
    « in greco classico il termine ha valore di "inviato, rappresentante"; con lo stesso nome si designò anche il "comandante di una spedizione marittima, l'ammiraglio", l'invio di una flotta, e la flotta medesima, e persino (ἀπόστολον πλοῖον, apóstolon ploîon) la nave da trasporto. »
  3. Tale espressione ha degli antecedenti nella letteratura giudaica.
  4. Gli esegeti ritengono che il termine fu messo solo in epoca tarda sulle labbra di Gesù (Lc 6,13). Così Xavier Léon Dufour (1971) 76.
  5. A. O., A. P., *, A. Sant. (1929).
Bibliografia
Voci correlate

Suggerimenti



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