Fonti storiche non cristiane su Gesù

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Con fonti storiche non cristiane su Gesù si intendono alcuni passi di opere di autori non cristiani (greco-romani ed ebrei) che accennano a Gesù di Nazaret o alle origini del movimento cristiano.

Le informazioni contenute in queste fonti sono però limitate e sporadiche e non aggiungono nulla a quanto già riportato dai vangeli e dagli altri testi del NT, anche se sono utili a confermare la storicità delle fonti cristiane.

Testi di origine ebraica

Giuseppe Flavio (93)

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Testimonium Flavianum.

Lo storico giudeo-romano Giuseppe Flavio (c.37 - c.100), nella sua Antichità giudaiche, scritta nel 93 e dedicata alla storia del popolo ebraico dalle origini fino al 66, descrive Gesù in un passo comunemente noto come "Testimonium Flavianum":

« Ci fu verso questo tempo Gesù, uomo saggio, se pure bisogna chiamarlo uomo: era infatti autore di opere straordinarie, maestro di uomini che accolgono con piacere la verità, ed attirò a sé molti Giudei, e anche molti dei greci. Questi era il Cristo. E quando Pilato, per denunzia degli uomini notabili fra noi, lo punì di croce, non cessarono coloro che da principio lo avevano amato. Egli infatti apparve loro al terzo giorno nuovamente vivo, avendo già annunziato i divini profeti queste e migliaia d'altre meraviglie riguardo a lui. Ancor oggi non è venuta meno la tribù di quelli che, da costui, sono chiamati Cristiani. »
(Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche 18,63-64)

Sull'autenticità del passo di Giuseppe pervenutoci, che pare uscito dalla penna di un cristiano, il giudizio degli studiosi è variegato: oltre ad alcuni che lo ritengono interamente autentico e altri che lo considerano del tutto interpolato da copisti cristiani, la maggior parte degli storici tende a considerarlo, nella versione finale, come un ampliamento agiografico cristiano di un passo di Giuseppe inizialmente "neutro". A favore di questa terza opzione va notato che, in un passo del vescovo arabo cristiano Agapio di Mabbug (m. 941), viene citato il testimonium in una versione più breve e neutrale:

« Egli [Giuseppe Flavio] afferma nei trattati che ha scritto sul governo dei Giudei: «In questo tempo viveva un uomo saggio che si chiamava Gesù, e la sua condotta era irreprensibile, ed era conosciuto come un uomo virtuoso. E molti fra i Giudei e le altre nazioni divennero suoi discepoli. Pilato lo condannò a essere crocifisso e morire. E quelli che erano divenuti suoi discepoli non abbandonarono la propria lealtà per lui. Essi raccontarono che egli era apparso loro tre giorni dopo la sua crocifissione, e che egli era vivo. Di conseguenza essi credevano che egli fosse il Messia, di cui i Profeti avevano raccontato le meraviglie». »
(Traduzione di Shlomo Pines, citata da J.D. Crossan.)

In Antichità giudaiche è presente anche un breve passaggio circa la morte di Giovanni Battista (18,116-119) e un accenno alla morte di Giacomo il Giusto, che Flavio Giuseppe qualifica come "fratello di Gesù chiamato il Cristo" (20,200).

Giustino (metà II secolo)

L'apologeta cristiano Giustino, nel Dialogo con Trifone[1], fa dire al giudeo Trifone, protagonista del dialogo, cosa questi pensassero di Gesù:

« È sorta un'eresia senza Dio e senza Legge da un certo Gesù, impostore Galileo; dopo che noi lo avevamo crocifisso, i suoi discepoli lo trafugarono nottetempo dalla tomba ove lo si era sepolto dopo averlo calato dalla croce, ed ingannano gli uomini dicendo che sia risorto dai morti ed asceso al cielo»

L'accusa è la stessa riportata dal vangelo di Matteo (28,13), deve dunque risalire al I secolo.

Talmud

Moderni volumi del Talmud di Babilonia

Il Talmud di Babilonia, testo ebraico redatto tra il II-V secolo e che raccoglie tradizioni orali più antiche, contiene alcuni riferimenti a un Yeshu (ישו) che va verosimilmente identificato con Gesù Cristo. Diversi commentatori medievali ebrei hanno sostenuto che Yeshu non sia un nome proprio ma l'acronimo dell'espressione ימח שמו וזכרו (yimmah shemo wezikro, "sia cancellato (il) nome di lui e (il) ricordo di lui"), riferibile a un generico nemico dell'ebraismo. La tradizione medievale cristiana, convinta del riferimento a Gesù, ha invece giudicato blasfemi i passi talmudici, e questo ha portato alla bolla di Papa Giulio III Contra hebreos retinentes libros in quibus aliquid contra fidem catholicam notetur vel scribatur ("Contro gli ebrei possessori di libri nei quali è annotato o scritto qualcosa contro la fede cattolica", 29 maggio 1554),[2] che prescriveva il rogo delle copie del Talmud. Questa condanna portò alla cancellazione dei riferimenti a Gesù da molti manoscritti talmudici.

Nel più ampio passo relativo a Gesù (Sanhedrin 43a)[3] viene descritta la corretta modalità di un processo sinedrita, e viene citato un detto del rabbino Abaye (m. 339), per il quale la notizia delle accuse deve essere divulgata per un breve tempo prima del processo in modo da garantire l'intervento di eventuali difensori dell'accusato. Viene proposto come esempio non corretto (poiché la notizia è stata divulgata molto tempo prima) il caso di Gesù (tra parentesi quadre le varianti manoscritte):

« Alla vigilia della Pasqua (Gv 19,14.31) Yeshu (ישו) [il nazareno] fu appeso. Per quaranta giorni prima dell'esecuzione un araldo gridava (Gv 11,57): "Egli sta per essere lapidato (Gv 10,33) perché ha praticato la stregoneria (Mt 12,24) e ha condotto Israele (Lc 23,2) verso l'apostasia (Mc 14,64). Chiunque sappia qualcosa a sua discolpa venga e difenda il suo operato". Poiché nessuna testimonianza fu mai portata in suo favore, egli fu appeso alla vigilia della Pasqua [e del sabato]. »
(Talmud babilonese, trattato Sanhedrin, 43a)

Il passo talmudico riecheggia per diversi elementi la vicenda di Gesù, ma sembra che Abaye abbia distorto la questione dell'annuncio: secondo Gv 11,57 l'ordine sinedrita appare una sorta di mandato di cattura seguente a una condanna in contumacia, mentre l'esemplificazione del Talmud presuppone l'arresto di Gesù e la richiesta di testimonianze a suo favore.

Da altri brevi accenni del Talmud è possibile ricostruire questo ritratto di Yeshu-Gesù:

  • era figlio adulterino di Pandera e di Maria, che era legalmente sposata con Stara/Stada;[4]
  • era un folle e andò in Egitto imparando la magia;[5]
  • fu allievo di Joshua ben Perahiah,[6] un rabbino del II secolo a.C.,[7] che però "lo rigettò con entrambe le mani";
  • ebbe 5 discepoli: Matthai (Matteo), Nakai ("innocente"), Nezer ("germoglio"), Buni ("figlio di me") e Todah ("ringraziamento");[8] a questi va aggiunto Giacomo di Kefar-Sekaniah (יעקב כפר סכניא), forse una località della Galilea;[9]
  • compì miracoli con la magia;[10]
  • era "vicino al regno" (Gv 6,15; Mt 27,11-14);[11]
  • sviò Israele con la sua apostasia;[12]
  • fu abbandonato e nessuno lo difese;[13]
  • fu "appeso" (=crocifisso) alla vigilia della Pasqua;[14]
  • viene invocato da un "eretico Giacomo" per compiere guarigioni;[15]
  • nell'aldilà viene bollito in escrementi.[16]

Le Diciotto Benedizioni

In una delle redazioni pervenute delle "Diciotto Benedizioni", testo liturgico ebraico, compare un riferimento ai cristiani (o "nazareni"):

« Che per gli apostati non vi sia speranza; sradica prontamente ai nostri giorni il dominio dell'usurpazione, e periscano in un istante i Cristiani (nôserîm) e gli eretici (minim): siano cancellati dal libro della vita e non siano iscritti con i giusti. Benedetto sei tu, Signore, che schiacci gli arroganti »

La preghiera, chiamata Birkat Ha Minim, risale alla fine del I secolo, ma non è chiaro quando sia esattamente stato inserito il riferimento ai cristiani, visto che le altre redazioni del testo menzionano solo "gli eretici"[17].

Testi di origine romana

Tiberio (ca. 35)

Tertulliano (150-220) fa cenno nell' Apologetico (del 197) al fatto che l'imperatore Tiberio (regno 14-37) avrebbe proposto al senato romano di riconoscere Gesù come dio (i romani spesso incorporavano nel loro pantheon le divinità dei popoli da loro sottomessi).

La proposta fu respinta il che, secondo Tertulliano, costituì la base giuridica per le successive persecuzioni dei cristiani, seguaci di un "culto illecito".

Non tutti gli storici sono concordi nel ritenere attendibile la notizia poiché secondo loro potrebbe essere stata o inventata dallo stesso Tertulliano o alterata successivamente. Secondo invece lo storico ebreo Edoardo Volterra, Tertulliano perché cristiano in anni di persecuzioni non aveva alcun interesse a inventare l'esistenza di un senatoconsulto che aveva dichiarato il cristianesimo una "superstitio illicita", dato che l'esistenza di quel senatoconsulto rendeva legali le persecuzioni contro i cristiani.

È possibile scorgere accenni indiretti a questo senatoconsulto in altre due fonti. Gli Atti di sant'Apollonio di Roma, apologeta e martire,[19] possono derivare da una trascrizione diretta degli atti dell'archivio imperiale, dunque coevi all'evento narrato (185), oppure possono essere un riadattamento letterario del processo composto nel II-III secolo.[20] Negli Atti il prefetto, interrogando Apollonio, cita un non meglio precisato decreto del senato che vieta il cristianesimo e che può essere identificato con quello proposto da Tiberio: "Non sai, o Apollonio, che c'è il decreto del senato per cui nessuno può chiamarsi cristiano? Apollonio rispose: Sì, ma non è possibile per il decreto umano del senato prevalere sul decreto di Dio" (23-24).

Macario di Magnesia nell' Apocriticus (fine IV-inizio V secolo) riprende e confuta le opinioni del neoplatonico Porfirio di Tiro (ca. 234–305). Questi aveva provocatoriamente osservato che Gesù risorto sarebbe dovuto apparire al senato romano, che si era pronunciato all'unanimità contro di lui,[21] e non ai destinatari delle apparizioni descritti nei vangeli, donne e umili.

Petronio nel Satyricon (ca. 64-65)

Il letterato romano Petronio (m. 66), nel suo Satyricon (ca. 65, pervenutoci in frammenti, online) inserisce diversi elementi che hanno paralleli nel vangelo di Marco, che gli esegeti contemporanei ritengono redatto a Roma tra il 60-65.[22] Preuschen nel 1902[23] ha evidenziato le somiglianze ipotizzando che Marco avesse ripreso Petronio. In realtà[24] è improbabile che il testo volgare e blasfemo del Satyricon sia stato preso come fonte per i vangeli, mentre è più verosimile che Petronio abbia voluto nella sua opera parodiare il vangelo e irridere i cristiani. Ad ogni modo, le informazioni di Petronio non aggiungono nulla a quanto ci è noto di Gesù dal NT, ma possono essere una conferma dell'antichità delle fonti cristiane e dell'eco che il vangelo ebbe nella capitale imperiale.

Un passo che mostra affinità col vangelo è la cena di Trimalchione, un liberto semita che organizza una cena per parodiare la propria morte e sepoltura. Durante la cena un gallo canta (74) e viene inteso come un presagio negativo, elemento (secondo la Ramelli) non presente altrove nella letteratura latina, similmente all'episodio evangelico di Pietro (Mc 14,30.66-72). A un certo punto Trimalchione ordina che venga portato un'anfora di nardo col quale viene unto lui e i commensali (77-78), che riecheggia l'unzione col nardo di Gesù a Betania (Mc 14,3-9).

Il cosiddetto racconto della matrona di Efeso presenta diverse analogie con la passione di Gesù. In esso (110-112) si narra di una "pudica" vedova di Efeso (città dove la tradizione cristiana colloca la dimora di Maria con Giovanni) che pianse per diversi giorni il marito defunto nel sepolcro. Vennero poi crocifissi dei "ladroni" accanto al sepolcro (Mc 15,27), con un soldato di guardia per impedire che rubassero il corpo (Mt 27,66). Il soldato riuscì a convincere la vedova a rompere il digiuno e la sedusse nel sepolcro. Approfittando dell'assenza del soldato i parenti di un crocifisso ne rubarono il corpo il terzo giorno (Mc 8,31). Per evitare la condanna del soldato per la sua negligenza, la vedova acconsentì a mettere in croce il corpo del marito, suscitando la meraviglia della gente.

Nell'ultimo passo pervenutoci del Satyricon (141), Eumolpo garantisce la propria eredità a coloro che "fatto a pezzi il suo corpo lo mangeranno di fronte al popolo" (cf. Mc 22,19), usanza che il testo ricorda esistere presso altri popoli.

Plinio il Giovane (ca. 112)

Circa nel 112, in uno scambio epistolare tra l'imperatore Traiano e il governatore delle province del Ponto e della Bitinia Plinio il Giovane, viene fatto un riferimento ai cristiani. Plinio chiede all'imperatore come comportarsi verso i cristiani che rifiutano di adorare l'imperatore, pregano "Cristo" come un dio, e prendono un cibo "comune e innocente", verosimilmente l'eucaristia.

Nella sua risposta, Traiano dispone che i Cristiani non devono essere ricercati dalle autorità, ma possono essere perseguitati solo se denunciati da qualcuno, purché non anonimo, salvo che, sacrificando agli dei dell'impero, non rinneghino la loro fede.

Svetonio (ca. 120)

Un passo dello storico Svetonio (70-122), nella sua opera dedicata alle Vite dei dodici Cesari (ca. 120), accenna a tumulti a Roma causati da Giudei che portarono alla loro espulsione dall'urbe da parte dell'imperatore Claudio (cf. anche At 18,2), verosimilmente nel 50.[28]

(LA) (IT)
« Iudaeos, impulsore Chresto, assidue tumultuantes Roma expulit » « Dato che i Giudei, istigati da Cresto, provocavano costantemente dei tumulti, [Claudio] li espulse da Roma. »
(Gaio Svetonio, Vite dei dodici cesari, Claudio 25,4[29] )

Chrestus può essere interpretato come una distorsione del nome Christus (Cristo) e quindi un possibile riferimento a Gesù; il termine Chrestus appare infatti anche in testi successivi riferito a Gesù, indicando che un errore di scrittura è possibile, ed inoltre pare che le due parole in greco antico venissero pronunciate in modo identico, il che può aver influito nella scrittura.

Tacito (112)

L'oratore romano Tacito (56-123), negli Annali (112), descrive la persecuzione dei cristiani ad opera di Nerone nel 64 e accenna a Cristo. La descrizione del cristianesimo è fatta in chiave decisamente negativa, bollata come "pericolosa superstizione" e "primitiva e immorale", cosicché è improbabile che il testo sia un'interpolazione di epoca cristiana.

Lo scritto dell'imperatore Adriano

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Rescritto di Adriano a Gaio Minucio Fundano.

Eusebio di Cesarea, nella sua Storia Ecclesiastica, riporta la risposta dell'imperatore Adriano al proconsole d'asia Quinto licinio Silvano Graniano che in una lettera aveva richiesto come comportarsi nei confronti dei cristiani che fossero stati oggetto di delazioni anonime o accuse[32].

« Se pertanto i provinciali sono in grado di sostenere chiaramente questa petizione contro i Cristiani, in modo che possano anche replicare in tribunale, ricorrano solo a questa procedura, e non ad opinioni o clamori. È infatti assai più opportuno che tu istituisca un processo, se qualcuno vuole formalizzare un'accusa. Allora, se qualcuno li accusa e dimostra che essi stanno agendo contro le leggi, decidi secondo la gravità del reato; ma, per Ercole, se qualcuno sporge denuncia per calunnia, stabiliscine la gravità e abbi cura di punirlo »

La risposta era indirizzata a Caio Minucio Fundano, nuovo proconsole d'Asia, che fu in carica dal 122 al 123.

L'imperatore Marco Aurelio in "A se stesso"

Marco Aurelio Antonino, imperatore dal 161 al 180, in un'opera intitolata "A se stesso" riporta un accenno ai cristiani[33].

« Oh, come è bella l'anima che si tiene pronta, quando ormai deve sciogliersi dal corpo, o estinguersi, o dissolversi o sopravvivere! Ma tale disposizione derivi dal personale giudizio, e non da una mera opposizione, come per i Cristiani; sia invece ponderata e dignitosa, in modo che anche altri possano esserne persuasi, senza teatralità. »
(Ad sem. XI, 3)

Lettera di Publio Lentulo

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce lettera di Publio Lentulo.

La lettera di Publio Lentulo è un presunto rapporto di un procuratore romano in Giudea, nel quale egli riferirebbe a Tiberio di Gesù, descrivendone anche l'aspetto fisico. Tutti gli storici concordano però che si tratti di un falso di epoca molto posteriore; questo Lentulo, a quanto si sa, non è mai neppure esistito.

Orazione di Frontone

Minucio Felice in Octavius riporta una orazione di Marco Cornelio Frontone[34], che può essere ricostruita in base alle citazioni[35].

(LA) (IT)
« Qui de ultima faece collectis imperitioribus et mulieribus credulis sexus sui facilitate labentibus plebem profanae coniurationis instituunt, quae nocturnis congregationibus et ieiuniis sollemnibus et inhumanis cibis non sacro quodam, sed piaculo foederatur, latebrosa et lucifuga natio, in publicum muta, in angulis garrula, templa ut busta despiciunt, deos despuunt, rident sacra, miserentur miseri (si fas est) sacerdotum, honores et purpuras despiciunt, ipsi seminudi! [...]
Inter eos velut quaedam libidinum religio miscetur, ac se promisce appellant fratres et sorores, ut etiam non insolens stuprum intercessione sacri nominis fiat incestum. [...]
Audio eos turpissimae pecudis caput asini consecratum inepta nescio qua persuasione venerari [...]
Alii eos ferunt ipsius antistitis ac sacerdotis colere genitalia [...]
Et qui hominem summo supplicio pro facinore punitum et crucis ligna feralia eorum caerimonias fabulatur, congruentia perditis sceleratisque tribuit altaria, ut id colant quod merentur. [...]
Infans farre contectus, ut decipiat incautos, adponitur ei qui sacris inbuatur [...] occiditur. Huius, pro nefas! sitienter sanguinem lambunt, huius certatim membra dispertiunt, hac foederantur hostia [...]
Et de convivio notum est; passim omnes locuntur, id etiam Cirtensis nostri testatur oratio.
[...] infandae cupiditatis involvunt per incertum sortis, etsi non omnes opera, conscientia tamen pariter incesti, quoniam voto universorum adpetitur quicquid accidere potest in actu singulorum »
« Essi, raccogliendo dalla feccia più ignobile i più ignoranti e le donnicciuole, facili ad abboccare per la debolezza del loro sesso, formano una banda di empia congiura, che si raduna in congreghe notturne per celebrare le sacre vigilie o per banchetti inumani, non con lo scopo di compiere un rito, ma per scelleraggine; una razza di gente che ama nascondersi e rifugge la luce, tace in pubblico ed è garrula in segreto. Disprezzano ugualmente gli altari e le tombe, irridono gli dei, scherniscono i sacri riti; miseri, commiserano i sacerdoti (se è lecito dirlo), disprezzano le dignità e le porpore, essi che sono quasi nudi! [...]
Regna tra loro la licenza sfrenata, quasi come un culto, e si chiamano indistintamente fratelli e sorelle, cosicché, col manto di un nome sacro, anche la consueta impudicizia diventi incesto. [...]
Ho sentito dire che venerano, dopo averla consacrata, una testa d'asino, non saprei per quale futile credenza [...]
Altri raccontano che venerano e adorano le parti genitali del medesimo celebrante e sacerdote [...]
E chi ci parla di un uomo punito per un delitto con il sommo supplizio e il legno della croce, che costituiscono le lugubri sostanze della loro liturgia, attribuisce in fondo a quei malfattori rotti ad ogni vizio l'altare che più ad essi conviene [...]
Un bambino cosparso di farina, per ingannare gli inesperti, viene posto innanzi al neofita, [...] viene ucciso. Orribile a dirsi, ne succhiano poi con avidità il sangue, se ne spartiscono a gara le membra, e con questa vittima stringono un sacro patto [...]
Il loro banchetto, è ben conosciuto: tutti ne parlano variamente, e lo attesta chiaramente una orazione del nostro retore di Cirta.
[...] si avvinghiano assieme nella complicità del buio, a sorte »
(Octavius VIII,4-IX,7[36] )

Testi di origine greca

Epitteto, in Dissertazioni di Arriano

In "Dissertazioni" del filosofo stoico Arriano è riportato uno degli insegnamenti del suo maestro Epitteto, che parlando della morte, indica i "galilei" (intendendo probabilmente i cristiani) come persone che non ne hanno paura[37]:

« Anche per follia uno può resistere a quelle cose (atti compiuti dai tiranni, ndr.), o per ostinazione, come i Galilei »
(Diss. Ab Arriano digestae IV, 6, 6)

Galeno, in Historia anteislamica di Abulfida

Abulfida nella "Historia anteislamica" riporta un giudizio di Galeno sui cristiani[38]:

« I più tra gli uomini non sono in grado di comprendere con la mente un discorso dimostrativo consequenziale, per cui hanno bisogno, per essere educati, di miti. Così vediamo nel nostro tempo quegli uomini chiamati Cristiani trarre la propria fede dai miti. Essi, tuttavia, compiono le medesime azioni dei veri filosofi. Infatti, che disprezzino la morte e che, spinti da una sorta di ritegno, aborriscano i piaceri carnali, lo abbiamo tutti davanti agli occhi. Vi sono infatti tra loro sia uomini che donne i quali per tutta la vita si sono astenuti dai rapporti; e vi sono anche coloro che sono a tal punto progrediti nel dominare e dirigere gli animi, e nella più tenace ricerca della virtù, da non cedere in nulla ai veri filosofi »
(De sentent. Pol. Plat.[39])

Galeno non ha solo una visione positiva dei cristiani:

« Nessuno subito da principio, come se fosse pervenuto alla dottrina di Mosè o Cristo, ascolti leggi indimostrate, nelle quali non si deve per nulla credere
[...]

Infatti si potrebbero dissuadere prima quelli che provengono da Mosè e Cristo, che non i medici o i filosofi, i quali si sono consumati sui loro principi. »

(De differentia pulsuum libri quattuor, II, 4 e III, 3)

Lettera di Mara Bar Sarapion

La lettera di Mara Bar Serapion fu scritta da Mara bar Sarapion, uno stoico siriano che si trovata in un prigione romana, a suo figlio; la lettera è stata variamente datata dal 73 al 260[40]. In questa lettera si tratta dell'uccisione di tre uomini saggi della storia e uno di questi è stato da alcuni identificato con Gesù:

« A che cosa è servito ai giudei uccidere il loro saggio re, visto che il regno è stato poi tolto loro. [...] Socrate non è morto, grazie a Platone; né Pitagora, per la statua di Hera. Nemmeno il saggio re, per la nuova legge che ha dato »

Luciano di Samosata

Luciano di Samosata riporta il suicidio di Peregrino Proteo facendo vari accenni ai cristiani ed al loro "primo legislatore"[41].

« Allora Proteo venne a conoscenza della portentosa dottrina dei cristiani, frequentando in Palestina i loro sacerdoti e scribi. E che dunque? In un batter d'occhio li fece apparire tutti bambini, poiché egli tutto da solo era profeta, maestro del culto e guida delle loro adunanze, interpretava e spiegava i loro libri, e ne compose egli stesso molti, ed essi lo veneravano come un dio, se ne servivano come legislatore e lo avevano elevato a loro protettore a somiglianza di colui che essi venerano tuttora, l'uomo che fu crocifisso in Palestina per aver dato vita a questa nuova religione.

[...] Si sono persuasi infatti quei poveretti di essere affatto immortali e di vivere per l'eternità, per cui disprezzano la morte e i più si consegnano di buon grado. Inoltre il primo legislatore li ha convinti di essere tutti fratelli gli uni degli altri, dopoché abbandonarono gli dei greci, avendo trasgredito tutto in una volta, ed adorano quel medesimo sofista che era stato crocifisso e vivono secondo le sue leggi. Disprezzano dunque ogni bene indiscriminatamente e lo considerano comune, seguendo tali usanze senza alcuna precisa prova. Se dunque viene presso di loro qualche uomo ciarlatano e imbroglione, capace di sfruttare le circostanze, può subito diventare assai ricco, facendosi beffe di quegli uomini sciocchi. »

(De morte Per., XI-XIII)

Celso, in Discorso Veritiero

Il filosofo Celso, nella sua opera Discorso Veritiero (Alethès lógos), polemizza contro i cristiani. La sua opera è pervenuta attraverso lo scritto di Origene Contra Celsum, in cui riporta molti passi per confutarli[42].

In alcuni dei passi tratta direttamente di Gesù, ad esempio:

« Spinto dalla miseria andò in Egitto a lavorare a mercede, ed avendo quindi appreso alcune di quelle discipline occulte per cui gli Egizi son celebri, tornò dai suoi tutto fiero per le arti apprese, e si proclamò da solo Dio a motivo di esse. »
(Alethès lógos, I, 28)
« Gesù raccolse attorno a sé dieci o undici uomini sciagurati, i peggiori dei pubblicani e dei marinai, e con loro se la svignava qua e là, vergognosamente e sordidamente raccattando provviste. »
(Alethès lógos, I, 62)
« Colui al quale avete dato il nome di Gesù in realtà non era che il capo di una banda di briganti i cui miracoli che gli attribuite non erano che manifestazioni operate secondo la magia e i trucchi esoterici. La verità è che tutti questi pretesi fatti non sono che dei miti che voi stessi avete fabbricato senza pertanto riuscire a dare alle vostre menzogne una tinta di credibilità. È noto a tutti che ciò che avete scritto è il risultato di continui rimaneggiamenti fatti in seguito alle critiche che vi venivano portate. »
(Celso, Contro i Cristiani, BUR, 1989)
Note
  1. Giustino, Dialogo con Trifone 108,2, PG 6,725.727
  2. Testo latino, copia fotostatica.
  3. Sanhedrin 43a (Ebraico-aramaico, inglese).
  4. Talmud Shabbat 104b (inglese); Sanhedrin 67a (inglese).
  5. Shabbat 104b (inglese).
  6. Sanhedrin 107b (inglese); Sotah 47a (inglese); Talmud di Gerusalemme, Chagigah 2:2.
  7. Cf. voce su Jewish Encyclopedia.
  8. Sanhedrin 43a (inglese).
  9. ‘Abodah Zarah 16b-17a (inglese); 27b (inglese).
  10. Sanhedrin 43a (inglese).
  11. Sanhedrin 43a (inglese).
  12. Sanhedrin 43a (inglese); 107b (inglese); Sotah 47a (inglese).
  13. Sanhedrin 43a (inglese).
  14. Sanhedrin 43a (inglese); Sanhedrin 67a (inglese).
  15. ‘Abodah Zarah 16b-17a (inglese); 27b (inglese).
  16. Gittin 56b, 57a (inglese).
  17. Tratto da christianismus.it. Fonti: Johann Maier, Gesù Cristo e il cristianesimo nella tradizione giudaica antica, Paideia, Brescia, 1994, p. 63, con altri passi paralleli; Romano Penna, L'ambiente storico culturale delle origini cristiane, Bologna, 1984, p. 248. Una trattazione di questa preghiera in Emil Schürer, Storia del popolo giudaico al tempo di Gesù Cristo, vol. II, Brescia, 1987, pp. 547-554, ove si trova una traduzione delle due recensioni babilonese e palestinese, ed una bibliografia esaustiva.
  18. "Tiberius cum suffragio magni fauoris rettulit ad senatum, ut Christus deus haberetur. Senatus indignatione motus, cur non sibi prius secundum morem delatum esset, ut de suscipiendo cultu prius ipse decerneret, consecrationem Christi recusauit edictoque constituit, exterminandos esse urbe Christianos; praecipue cum et Seianus praefectus Tiberii suscipiendae religioni obstinatissime contradiceret." (Tertulliano, Apologetico 5,2 online, italiano).
  19. online inglese.
  20. Lampe, P. (2003). "The Martyr Apollonius", in Christians at Rome in the First Two Centuries: From Paul to Valentinus, 321 ss, online.
  21. Così Porfirio: "C'è un altro argomento col quale questa opinione corrotta [la risurrezione di Gesù] può essere confutata. Intendo l'argomento circa la risurrezione di colui è così comune parlare ovunque, Gesù: perché dopo la sua passione e risurrezione (secondo la tua storia [cristiana]) non è apparso a Pilato che lo punì anche se non lo trovò meritevole di morte, o al Erode re dei Giudei, o al sommo sacerdote degli ebrei, o a molti uomini contemporaneamente tali da essere degni di credito, e più in particolare al senato e al popolo romano? Il risultato sarebbe stato che, per la meraviglia circa le cose a lui relative, non avrebbero fatto passare la condanna a morte contro lui per consenso unanime [del senato], che ha implicato l'empietà per coloro che gli obbediscono. Ma apparve a Maria Maddalena...", Apocriticus 2,14, Online inglese).
  22. Petronio, su christianismus.it
  23. Preuschen, E. (1902). "Die Salbung Jesu in Bethanien". Zeitschrift für die neutestamentliche Wissenschaft und die Kunde der älteren Kirche, 3: 252-253, online; id., vol. 4 (1903): 88, online.
  24. Ramelli, I. (1996). "Petronio e i Cristiani: allusioni al vangelo di Marco nel Satyricon?". Aevum, 70: 75-80.
  25. Testo latino: Sollemne est mihi, domine, omnia de quibus dubito ad te referre. Quis enim potest melius vel cunctationem meam regere vel ignorantiam instruere? Cognitionibus de Christianis interfui numquam: ideo nescio quid et quatenus aut puniri soleat aut quaeri. Nec mediocriter haesitavi, sitne aliquod discrimen aetatum, an quamlibet teneri nihil a robustioribus differant; detur paenitentiae venia, an ei, qui omnino Christianus fuit, desisse non prosit; nomen ipsum, si flagitiis careat, an flagitia cohaerentia nomini puniantur. Interim, iis qui ad me tamquam Christiani deferebantur, hunc sum secutus modum. Interrogavi ipsos an essent Christiani. Confitentes iterum ac tertio interrogavi supplicium minatus: perseverantes duci iussi. Neque enim dubitabam, qualecumque esset quod faterentur, pertinaciam certe et inflexibilem obstinationem debere puniri. Fuerunt alii similis amentiae, quos, quia cives Romani erant, adnotavi in urbem remittendos. Mox ipso tractatu, ut fieri solet, diffundente se crimine plures species inciderunt. Propositus est libellus sine auctore multorum nomina continens. Qui negabant esse se Christianos aut fuisse, cum praeeunte me deos adpellarent et imagini tuae, quam propter hoc iusseram cum simulacris numinum adferri, ture ac vino supplicarent, praeterea male dicerent Christo, quorum nihil cogi posse dicuntur qui sunt re vera Christiani, dimittendos putavi. Alii ab indice nominati esse se Christianos dixerunt et mox negaverunt; fuisse quidem sed desisse, quidam ante triennium, quidam ante plures annos, non nemo etiam ante viginti. quoque omnes et imaginem tuam deorumque simulacra venerati sunt et Christo male dixerunt. Adfirmabant autem hanc fuisse summam vel culpae suae vel erroris, quod essent soliti stato die ante lucem convenire, carmenque Christo quasi deo dicere secum invicem seque sacramento non in scelus aliquod obstringere, sed ne furta ne latrocinia ne adulteria committerent, ne fidem fallerent, ne depositum adpellati abnegarent. Quibus peractis morem sibi discedendi fuisse rursusque coeundi ad capiendum cibum, promiscuum tamen et innoxium; quod ipsum facere desisse post edictum meum, quo secundum mandata tua hetaerias esse vetueram. Quo magis necessarium credidi ex duabus ancillis, quae ministrae dicebantur, quid esset veri, et per tormenta quaerere. Nihil aliud inveni quam superstitionem pravam et immodicam. Ideo dilata cognitione ad consulendum te decucurri. Visa est enim mihi res digna consultatione, maxime propter periclitantium numerum. Multi enim omnis aetatis, omnis ordinis, utriusque sexus etiam vocantur in periculum et vocabuntur. Neque civitates tantum, sed vicos etiam atque agros superstitionis istius contagio pervagata est; quae videtur sisti et corrigi posse. Tratto da archive.org.
  26. Dal sito christianismus.it.
  27. "Actum quem debuisti, mi Secunde, in excutiendis causis eorum, qui Christiani ad te delati fuerant, secutus es. Neque enim in universum aliquid, quod quasi certam formam habeat, constitui potest. Conquirendi non sunt; si deferantur et arguantur, puniendi sunt, ita tamen ut, qui negaverit se Christianum esse idque re ipsa manifestum fecerit, id est supplicando dis nostris, quamvis suspectus in praeteritum, veniam ex paenitentia impetret. Sine auctore vero propositi libelli nullo crimine locum habere debent. Nam et pessimi exempli nec nostri saeculi est" (online).
  28. Paolo Orosio, in Storia Contro i Pagani 7,6,15-16, data l'espulsione al 9° anno del regno di Claudio.
  29. Svetonio, Vita dei dodici Cesari, online.
  30. Dal sito christianismus.it.
  31. "Sed non ope humana, non largitionibus principis aut deum placamentis decedebat infamia quin iussum incendium crederetur. Ergo abolendo rumori Nero subdidit reos et quaesitissimis poenis adfecit, quos per flagitia invisos vulgus Christianos appellabat. Auctor nominis eius Christus Tiberio imperitante per procuratorem Pontium Pilatum supplicio adfectus erat; repressaque in praesens exitiabilis superstitio rursum erumpebat, non modo per Iudaeam, originem eius mali, sed per urbem etiam quo cuncta undique atrocia aut pudenda confluunt celebranturque. Igitur primum correpti qui fatebantur, deinde indicio eorum multitudo ingens haud proinde in crimine incendii quam odio humani generis convicti sunt. Et pereuntibus addita ludibria, ut ferarum tergis contecti laniatu canum interirent, aut crucibus adfixi aut flammandi, atque ubi defecisset dies in usum nocturni luminis urerentur. Hortos suos ei spectaculo Nero obtulerat et circense ludicrum edebat, habitu aurigae permixtus plebi vel curriculo insistens. Unde quamquam adversus sontis et novissima exempla meritos miseratio oriebatur, tamquam non utilitate publica sed in saevitiam unius absumerentur" (lat, en).
  32. Adriano Imperatore, su christianismus.it
  33. Marco Aurelio, su christianismus.it
  34. Frontone, su christianismus.it
  35. Il problema storico e letterario del testo è affrontato da Paolo Frassinetti, L'orazione di Frontone contro i Cristiani, in Giornale italiano di Filologia, II, 1949, pp. 238-254.
  36. Ed. J. P. Waltzing, Louvain, 1903
  37. Epitteto, su christianismus.it
  38. Galeno, su christianismus.it
  39. d. Fleischer, Leipzig, 1831, p. 109.
  40. (EN) Robert E. Van Voorst, Jesus Outside the New Testament: An Introduction to the Ancient Evidence, Wm. B. Eerdmans Publishing, 2000, ISBN 080284368, pp. 53-58.
  41. Luciano di Samostata, su christianismus.it
  42. Celso, su christianismus.it
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