Ponzio Pilato

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Ponzio Pilato
Personaggio del Nuovo Testamento
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Prefetto di Galilea

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Antonio Ciseri Ecce Homo, dipinto di del 1871, raffigurante Ponzio Pilato che presenta Gesù flagellato alla gente di Gerusalemme
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Collegamenti esterni
Ponzio Pilato, (in latino: Pontius Pilatus; in greco: Πόντιος Πιλᾶτος, Póntios Pilâtos; in ebraico: פונטיוס פילאטוס; floruit (16 a.C.; † 37 ?), è un personaggio del Nuovo Testamento. Nacque forse in Abruzzo nel 16 a.C. e morì forse nel 37 d.C., (con la precisazione che la data reale è ignota e potrebbe essere anche più in là, nell'ambito del I secolo d.C.). Fu un funzionario romano, prefetto della prefettura della Giudea tra gli anni 26 e 36; è famoso per il ruolo che svolse nella passione di Gesù, secondo quanto testimoniano i Vangeli, in quanto fu giudice del processo di Gesù e ne ordinò la crocifissione.

Pilato compare in tutti e quattro i vangeli canonici ed è citato anche negli Atti degli Apostoli 3,13-4; 27,13-28 e nella Prima lettera a Timoteo 6,13.

I dettagli biografici di Pilato prima e dopo la sua nomina in Giudea non sono noti. La tradizione cristiana ha generato dettagli come il nome di sua moglie, Claudia (canonizzata dalla Chiesa greco-ortodossa), e leggende in competizione tra loro sul suo luogo di nascita.

Biografia

Pilato fu inviato da Tiberio come successore di Valerio Grato[1] con l'incarico di prefetto della provincia romana della Giudea dal 26 al 36.

Nel 36 fu destituito dal governatore di Siria Vitellio (alla cui autorità era sottoposto) ed inviato all'imperatore Tiberio per rispondere dell'accusa di abusi nei confronti dei samaritani, alleati di Roma[2] e l'imperatore Caligola lo mandò in Gallia. La sua carica di prefetto è attestata da un frammento di iscrizione latina, nota come iscrizione di Pilato e datata durante il regno dell'imperatore Tiberio, rinvenuta a Cesarea Marittima.

Pilato tentò di introdurre anche in Palestina il culto verso l'imperatore che veniva imposto nel resto dell'impero e diede anche l'ordine di uccidere quei giudei che non avessero accettato tale immagini.[3]Quando egli spostò l'esercito da Cesarea ai quartieri invernali di Gerusalemme, contrariamente ai suoi predecessori, che utilizzavano stendardi senza ornamenti nel rispetto della legge ebraica, fece introdurre vessilli recanti le immagini dei busti dell'imperatore. Questo oltraggio nei confronti della città santa provocò la reazione dei Giudei che si recarono a Cesarea per protestare. Vista la loro insistenza e la loro volontà di farsi uccidere piuttosto che di desistere, Pilato ordinò di riportare le insegne a Cesarea[4].

Un fatto analogo è riportato anche da Filone di Alessandria il quale narra che Pilato fece appendere al palazzo di Erode in Gerusalemme degli scudi dorati recanti il nome dell'imperatore. Subito una delegazione, della quale facevano parte anche quattro figli di Erode il Grande, ne chiese la rimozione, ma rimase inascoltata. I Giudei si appellarono allora direttamente all'imperatore Tiberio, il quale ordinò il trasferimento degli scudi a Cesarea[5].

Un vero e proprio tumulto fu provocato da Pilato quando utilizzo' parte del tesoro sacro del Tempio per la costruzione di un acquedotto, peraltro indispensabile per la città. Alle proteste della folla reagì facendo malmenare i dimostranti da soldati vestiti con abiti civili. Molti Giudei morirono nei disordini[6].

Non risulta da alcuna fonte il trasferimento della capitale da Cesarea a Gerusalemme, ma soltanto lo spostamento delle truppe e del prefetto in occasione di particolari eventi (tra cui la Pasqua ebraica) in cui la presenza di un presidio rafforzato era considerata necessaria per la prevenzione di disordini.

Filone di Alessandria riporta l'opinione che il re Agrippa I aveva del governatore romano:

« A questo riguardo si potrebbe parlare della sua corruttibilità, della sua violenza, dei suoi furti, maltrattamenti, offese, delle esecuzioni capitali da lui decise senza processo, nonché della sua ferocia incessante e insopportabile. »
(De Leg. ad Gaium, XXXVIII, 302)

Si tenga presente che questo giudizio è inserito in un'opera scritta per stigmatizzare le prepotenze compiute dai governatori romani verso le comunità ebraiche.

Il procuratore romano della Giudea risiedeva abitualmente a Cesarea marittima, la città recentemente costruita con suntuosità da Erode il Grande, l'unica fornita di porto e giustamente chiamata da Tacito "capitale della Giudea" sotto l'aspetto politico; tuttavia, spesso, il procuratore si trasferiva a Gerusalemme, capitale religiosa e nazionale, specialmente in occasione di feste (ad es. la Pasqua), trovandosi ivi in miglior centro di vigilanza.[7]

Non si sa per certo se Pilato fu esiliato in Gallia da Caligola, successore di Tiberio. È una delle ipotesi tramandate da tradizioni più leggendarie che storiche: c'è chi parla di esilio, chi di suicidio procurato, chi di ritiro a vita privata. Le fonti storiche, limitate al solo Giuseppe Flavio[8], dicono solo che fu destituito dal governatore di Siria Vitellio a causa delle proteste dei samaritani per la strage compiuta sul monte Garizim; al suo posto Vitellio pose Marcello. Ponzio Pilato ritorno' a Roma per rispondere delle accuse portate contro di lui dinanzi all'imperatore, ma, prima che il viaggio terminasse, Tiberio morì. Da questo punto in poi la storia di Pilato entra nella leggenda e non si hanno più notizie attendibili.

e chi invece ritiene si sia ritirato a vita privata, una volta rientrato a Roma. In ogni caso la morte non può essere anteriore al 37 d.C. e la data di morte dovrebbe essere quanto meno espressa in forma dubitativa: 37 d.C. (?) oppure fine del primo secolo dopo Cristo.

Ruolo nella passione di Gesù

Statua di Ponzio Pilato, a San Giovanni Rotondo, sul percorso della Via Crucis monumentale, nella stazione di "Gesù davanti a Pilato".

Negli scritti cristiani

Pilato è presente nei quattro Vangeli canonici ed è citato negli Atti degli Apostoli (3,13-4; 27,13-28) e in 1Tim 6,13. Secondo i Vangeli fu il magistrato responsabile del processo e della condanna a morte di Gesù di Nazareth.

Pilato è introdotto nelle narrazioni evangeliche dall'incipit di Luca, che mostra come, nel 27-28 d.C., il governatore fosse già insediato al suo posto (Lc 3,1-2).

In Lc 13,1-3 si attribuisce a Pilato la responsabilità dell'uccisione di alcuni Galilei, avvenuta durante la predicazione di Gesù (28-30 d.C.)

Sappiamo che era sposato, e che la moglie era a Gerusalemme durante il processo a Gesù, quindi a metà aprile dell'anno 30 d.C. (Mt 27,19). Fino a questa data, Pilato ed il tetrarca Erode Antipa, coltivarono reciproca antipatia, ma in seguito diventarono amici.(Lc 23,12).

Fatta eccezione per queste notizie, i Vangeli si soffermano principalmente sul ruolo che ebbe Pilato negli episodi della passione e morte di Gesù, svoltisi a Gerusalemme.

All'alba del giorno precedente la Pasqua ebraica, Gesù, incatenato, fu portato dalla casa del sommo sacerdote Caifa fino al cospetto di Pilato, nel pretorio (Gv 18,28). Per ascoltare le accuse che i maggiorenti ebrei portavano contro Gesù, Pilato andò loro incontro, uscendo dal pretorio, nel quale essi non volevano entrare per non contaminarsi e poter celebrare la festività imminente. Pilato dapprima ascoltò le accuse dei sinedriti, consistenti in sedizione, rifiuto del pagamento dei tributi all'imperatore, autoproclamazione a re e Messia (Lc 23,2). Rientrato nel pretorio, interrogò Gesù in merito, convincendosi della sua innocenza e dichiarandolo ai convenuti.

Dinanzi alla loro insistenza per sottoporre Gesù alla pena capitale, saputo che proveniva dalla Galilea, pensò di inviarlo al tetrarca Erode Antipa, legittimo sovrano di quella regione. Neanche Erode trovò in Gesù motivi di condanna, nonostante le accuse dei sommi sacerdoti e degli scribi, e rispedì il prigioniero al governatore romano. Il gesto di Pilato, interpretato come un atto di deferenza e di legittimazione del potere del tetrarca, fu gradito da Antipa ed i due diventarono amici (Lc 23,6-12).

Pilato, riluttante a condannare a morte Gesù, fece altri due tentativi per salvarlo: dapprima propose di graziarlo, appellandosi alla consuetudine di liberare un prigioniero per Pasqua (Gv 18,39), e successivamente manifestò la volontà di punirlo severamente con la flagellazione per poi lasciarlo andare (Lc 23,22). I sinedriti e la folla da essi sobillata si opposero, chiedendo la liberazione di Barabba al posto di Gesù. Pilato decise di fingere di accettare di crocifiggere Gesù: espresse teatralmente la propria innocenza per il sangue del condannato lavandosi le mani in pubblico (Mt 27,24) ed avviò Gesù alla flagellazione, operazione che ordinariamente precedeva la crocifissione.

Provò quindi a giocarsi la carta della pietà presentando Gesù alla folla, martoriato e umiliato dalla flagellazione e dai simulacri di potere regale che la soldataglia gli aveva messo addosso, sperando che i sinedriti considerassero tale punizione sufficiente (Gv 19,4-6). Dinanzi alla sempre più pressante richiesta di condanna a morte, Pilato cominciò a temere che potesse scatenarsi un tumulto o che i membri del sinedrio, come minacciato, finissero per accusarlo di tradimento dinanzi all'imperatore per aver protetto uno sconosciuto con ambizioni regali (Gv 19,12). Alla fine cedette.

Dopo un ultimo tentativo infruttuoso, fatto nel tribunale (Gv 19,13-15), lo consegnò ai soldati affinché fosse crocifisso sul Golgota.

Fu Pilato stesso a comporre l'iscrizione da porre sulla croce, con il motivo della condanna. Fece scrivere in ebraico, latino e greco: "Gesù il Nazareno, il re dei Giudei". L'ambiguità di tale dicitura provocò le rimostranze dei sommi sacerdoti, ma Pilato rifiutò di modificarla (Gv 19,19-22).

Nel tardo pomeriggio, Pilato accolse una delegazione di Giudei, recanti la richiesta di affrettare la morte dei condannati, per poterne rimuovere i cadaveri prima dell'inizio del sabato (Gv 19,31). In seguito, presumibilmente poco dopo, ricevette il membro del sinedrio Giuseppe d'Arimatea che reclamava il corpo di Gesù per la sepoltura. Pilato si stupì che Gesù fosse già morto e chiese al centurione se fosse morto da tempo. Ascoltato il suo sottoposto, concesse la salma a Giuseppe (Mc 15,44-45). Il giorno successivo, i sommi sacerdoti e i farisei si recarono nuovamente da Pilato, per chiedergli di mettere un picchetto di guardia alla tomba di Gesù. Pilato concesse loro di utilizzare a tale scopo le guardie del Tempio (Mt 27,62-65). I Vangeli e gli Atti degli Apostoli, su Pilato, non aggiungono altro.

Fonti antiche non cristiane

L'iscrizione di Pilato frammento di una epigrafe ritrovata a Cesarea di Palestina nel 1961

I principali autori non cristiani che riferiscono di Pilato sono Filone di Alessandria, Giuseppe Flavio, Cornelio Tacito.

Il filosofo ebreo Filone di Alessandria riferisce di Pilato in De legatione ad Gaium[9], dove riporta l'opinione che il re Agrippa I aveva del governatore romano (vedi biografia).

Filone riferisce anche un episodio di cui si rese protagonista Pilato, per mostrarne l'ostilità verso gli Ebrei (vedi biografia).

Lo storico ebraico Giuseppe Flavio parla di Pilato sia in Guerra giudaica, databile al 75 d.C., sia in Antichità giudaiche, risalente al 94-95 d.C.

Le notizie fornite in Guerra Giudaica vengono riprese, ampliate ed integrate nell'opera successiva.

Il brano più importante di Giuseppe Flavio è quello noto come Testimonium flavianum, corrispondente ad Antichità giudaiche XVIII, 63-64:

« Ci fu verso questo tempo Gesù, uomo saggio, sempre che si debba definirlo uomo: era infatti autore di opere inaspettate, maestro di uomini che accolgono con piacere la verità, ed attirò a sé molti Giudei, e anche molti della grecità. Questi era il Cristo. E quando Pilato, per denunzia degli uomini notabili fra noi, lo punì di croce, coloro che da principio lo avevano amato non cessarono. Egli infatti apparve loro al terzo giorno nuovamente vivo, avendo già annunziato i divini profeti queste e migliaia d'altre meraviglie riguardo a lui. Fino ad oggi ed attualmente non è venuto meno il gruppo di quelli che, da costui, sono chiamati Cristiani. »
(Traduzione proposta da A. Nicolotti in Testimonianze extracristiane sulla persona di Gesù di Nazareth e sulla chiesa primitiva, 2001)

Nonostante questa versione sia attestata fin dal IV secolo ad opera di Eusebio di Cesarea, la sua autenticità è stata fortemente contestata a causa di alcune espressioni impossibili da attribuire ad un ebreo osservante come Giuseppe Flavio. Queste interpolazioni, che nel testo esposto, per comodità, sono state evidenziate in grassetto, sono con ogni probabilità aggiunte o modifiche operate da un copista o da un commentatore cristiano a fini apologetici.

In base a ciò, alcuni autori rigettano l'intero Testimonium flavianum come un falso. La gran parte dei commentatori ritiene invece che l'intervento di mano cristiana sia limitato ai pochi tratti identificati.

Privato delle interpolazioni, che anche nel testo originale greco si presentano come incisi o in forma parentetica, il brano non solo mantiene un ottimo senso, ma diventa persino più scorrevole. Lo stile, inoltre, non è dissonante da quello di Giuseppe Flavio:

« Ci fu verso questo tempo Gesù, uomo saggio: era infatti autore di opere inaspettate, maestro di uomini che accolgono con piacere la verità, ed attirò a sé molti Giudei, e anche molti della grecità. E quando Pilato, per denunzia degli uomini notabili fra noi, lo punì di croce, coloro che da principio lo avevano amato non cessarono. Fino ad oggi ed attualmente non è venuto meno il gruppo di quelli che, da costui, sono chiamati Cristiani. »

Nel 1971 fu scoperta una Storia universale scritta in Siria nel X secolo dal vescovo cristiano Agapio di Ierapoli (in Frigia, Asia Minore), che riporta una traduzione araba del Testimonium:

« Similmente dice Giuseppe l'ebreo, poiché egli racconta nei trattati che ha scritto sul governo dei Giudei: "Ci fu verso quel tempo un uomo saggio che era chiamato Gesù, che dimostrava una buona condotta di vita ed era considerato virtuoso (o: dotto), e aveva come allievi molta gente dei Giudei e degli altri popoli. Pilato lo condannò alla crocifissione e alla morte, ma coloro che erano stati suoi discepoli non rinunciarono al suo discepolato (o: dottrina) e raccontarono che egli era loro apparso tre giorni dopo la crocifissione ed era vivo, ed era probabilmente il Cristo del quale i profeti hanno detto meraviglie. »
(Traduzione tratta da J. Maier, Gesù Cristo e il cristianesimo nella tradizione giudaica antica, Brescia, 1994, p. 65)

Il testo è privo di quelle affermazioni cristiane contestate dai critici nella versione greca tramandataci ed è perfettamente compatibile con quello che doveva essere il pensiero di Giuseppe Flavio. Dato che è impensabile che il vescovo Agapio abbia volutamente modificato in senso minimizzante il brano di Giuseppe nei confronti di Gesù, non possiamo che dedurne che egli disponesse di una versione del Testimonium più simile all'originale e ancora priva di interpolazioni. Il testo di Agapio conferma quindi la fondatezza della tesi che il Testimonium flavianum sia un passo autentico di Flavio Giuseppe, modificato solo parzialmente da un copista cristiano.

L'ultima testimonianza non cristiana su Pilato è contenuta negli Annali di Tacito, composti attorno al 112 d.C. Parlando dell'incendio di Roma, Cornelio Tacito riferisce:

(LA) (IT)
« Sed non ope humana, non largitionibus principis aut deum placamentis decedebat infamia quin iussum incendium crederetur. Ergo abolendo rumori Nero subdidit reos et quaesitissimis poenis adfecit, quos per flagitia invisos vulgus Christianos appellabat. Auctor nominis eius Christus Tiberio imperitante per procuratorem Pontium Pilatum supplicio adfectus erat; repressaque in praesens exitiabilis superstitio rursum erumpebat, non modo per Iudaeam, originem eius mali, sed per urbem etiam quo cuncta undique atrocia aut pudenda confluunt celebranturque. Igitur primum correpti qui fatebantur, deinde indicio eorum multitudo ingens haud proinde in crimine incendii quam odio humani generis convicti sunt. Et pereuntibus addita ludibria, ut ferarum tergis contecti laniatu canum interirent, aut crucibus adfixi aut flammandi, atque ubi defecisset dies in usum nocturni luminis urerentur. Hortos suos ei spectaculo Nero obtulerat et circense ludicrum edebat, habitu aurigae permixtus plebi vel curriculo insistens. Unde quamquam adversus sontis et novissima exempla meritos miseratio oriebatur, tamquam non utilitate publica sed in saevitiam unius absumerentur. » « Tuttavia né con sforzo umano, né per le munificenze del principe o cerimonie propiziatorie agli dei perdeva credito l'infamante accusa secondo la quale si credeva che l'incendio fosse stato comandato. Perciò, per far cessare tale diceria, Nerone si inventò dei colpevoli e sottomise a pene raffinatissime coloro che la plebaglia, detestandoli a causa delle loro nefandezze, denominava cristiani. Origine di questo nome era Cristo, il quale sotto l'impero di Tiberio era stato condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato; e, momentaneamente sopita, questa esiziale pratica religiosa di nuovo si diffondeva, non solo per la Giudea, focolare di quel morbo, ma anche a Roma, dove da ogni parte confluisce e viene tenuto in onore tutto ciò che vi è di turpe e di vergognoso. Perciò, da principio vennero arrestati coloro che confessavano, quindi, dietro denuncia di questi, fu condannata una ingente moltitudine, non tanto per l'accusa dell'incendio, quanto per odio del genere umano. Inoltre, a quelli che andavano a morire si aggiungevano beffe: coperti di pelli ferine, perivano dilaniati dai cani, o venivano crocifissi oppure arsi vivi in guisa di torce, per servire da illuminazione notturna al calare della notte. Nerone aveva offerto i suoi giardini e celebrava giochi circensi, mescolato alla plebe in veste d'auriga o ritto sul cocchio. Perciò, benché si trattasse di rei, meritevoli di pene severissime, nasceva un senso di pietà, in quanto venivano uccisi non per il bene comune, ma per la ferocia di un solo uomo. »
(Annales, XV, 44; Ed. E. Koestermann, Lipsiae 1965; traduzione di A. Nicolotti, in Testimonianze extracristiane sulla persona di Gesù di Nazareth e sulla chiesa primitiva, 2001)

Le espressioni di disprezzo adoperate nei confronti del cristianesimo escludono l'ipotesi che il brano sia opera di un falsario cristiano. Vi è stato anche chi, maldestramente, ha ipotizzato la dipendenza da fonti cristiane per l'uso del termine "procuratore" al posto di quello, testimoniato dall'epigrafe di Cesarea, di "prefetto".

Tuttavia né i Vangeli, né gli Atti degli Apostoli adoperano mai, per Pilato, il termine greco che sta per procuratore, ovvero epìtropos. Solo una volta in Lc 3,1 (e solo secondo il codice D) a Pilato viene applicato il verbo epitropèuein (= procurare). Un po' poco per poter parlare di dipendenza.

Filone, Giuseppe Flavio e Tacito confermano la storicità di Ponzio Pilato e gli ultimi due evidenziano la correttezza delle narrazioni evangeliche in merito al ruolo svolto dal governatore romano nella morte di Gesù Cristo.


Nella leggenda

La chiesa etiope segue una tradizione che vuole che, dopo il processo a Gesù, Pilato si convertì e lo venera come santo, secondo altre tradizioni si suicidò.

Antoine de la Sale, scrittore e viaggiatore francese del XV secolo, riporta una leggenda raccolta durante un viaggio nell'Italia Centrale secondo cui Ponzio Pilato, riportato a Roma da Tito Flavio Vespasiano fu fatto uccidere e il suo cadavere, su di un carro trainato da buoi, trasportato verso le pendici del Monte Vettore nel massiccio dei Sibillini, e gettato in un lago, che oggi porta il suo nome.

Numerose località si contendono l'onore di avergli dato i natali o di averlo ospitato al suo rientro in Italia dopo i fatti evangelici. Ad esempio, a San Pio di Fontecchio (AQ) vi è un monte detto Montagna di Pilato dove la tradizione locale colloca la villa in cui Pilato si ritirò prima di morire. Il ritrovamento in tempi recenti di resti di edifici romani ha stimolato ulteriormente questa leggenda.

Un'altra leggenda narra che la villa di Pilato fosse localizzata a Tussio (AQ), nelle vicinanze dell'antica Peltuinum. Ad avvalorare la tesi è sopravvenuto il ritrovamento di due leoni in pietra risalenti al I secolo, che porterebbero invece ad indicarne la tomba. Sempre a Pilato viene accreditata l'introduzione nella piana di Navelli dello zafferano (crocus sativus).

Secondo un'altra leggenda Pilato fu esiliato dall'imperatore Caligola a Vienne in Francia e vi è morto suicida. Sulla via per Vienne avrebbe soggiornato a Nus in Valle d'Aosta, dove il castello è noto col nome di "Castello di Pilato", nonostante la costruzione attuale risalga al medioevo.

Un'ultima leggenda vuole che Bisenti (TE) sia stata la sua patria. Una casa, che gli abitanti del paese additano come "Casa di Ponzio Pilato", conterrebbe nei sotterranei un pozzo di origine romana con alcune iscrizioni, ma non è mai stato effettuato uno studio approfondito in proposito. Comunque, ad avvalorare la leggenda che Pilato fosse di origine abruzzese, vi è l'ipotesi che lo fa discendere dalla famiglia Vestina dei Ponzi, da cui sarebbe uscito, al tempo della guerra sociale, il condottiero dell'esercito sannita. Anche secondo lo scrittore Angelo Paratico (Gli assassini del karma, ed. Robin 2003), Pilato era nativo di Bisenti, comune presso il quale si ritirò una volta in pensione. Nel giorno di Pasqua rivedeva Longino, che viveva a Lanciano e i due si rinfacciavano le rispettive colpe. Questa vecchia tradizione popolare è anche presente in un'opera minore di Ennio Flaiano.

La figura di Ponzio Pilato è legata a diverse tradizioni anche in provincia di Latina: l'isola di Ponza lega il suo nome ad una leggenda che lo vuole esiliato qui, mentre i suoi natali sono rivendicati anche dalle antiche città di Cori e Cisterna di Latina.

Nella letteratura

Nella Divina Commedia di Dante Alighieri, secondo l'interpretazione di alcuni critici (ad esempio Emilio Barbarani o Giovanni Pascoli), Pilato potrebbe essere "colui che fece per viltade il gran rifiuto" nel Canto III, tuttavia la maggior parte dei critici ritiene che il personaggio indicato nell'antinferno sia Celestino V[10].

Il romanzo Il Maestro e Margherita dello scrittore russo Michail Bulgakov contiene un romanzo nel romanzo incentrato sull'incontro tra Pilato e Yeshua (il nome ebraico di Gesù). Nel romanzo di Bulgakov è infatti presente una riscrittura del processo a Gesù dei Vangeli. Nel finale (nel capitolo Il perdono e il rifugio eterno), Pilato guarda con occhi ciechi il disco della luna, condannato insieme al suo unico amico fedele guardiano, un cane scuro (... chi ama deve condividere la sorte dell'oggetto del suo amore),[11] a dormire da duemila anni in un luogo deserto, ma colpito dall'insonnia quando c'è la luna piena.

Nel racconto "Il procuratore della Giudea" (1902) dello scrittore francese Anatole France, un Ponzio Pilato vecchio e amareggiato rievoca con un commilitone i vecchi tempi del servizio in Palestina, la litigiosita' e la ingovernabilità degli Ebrei, le azioni intraprese e le critiche ricevute, i riconoscimenti e le sanzioni ad opera della burocrazia imperiale. Dell'episodio della condanna di un eversore a nome Gesù il Nazareno, pretesa e ottenuta dai maggiorenti locali, nessun ricordo.

Note
  1. Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche 18,35
  2. Giuseppe Flavio, Guerra giudaica, ii.175-179.
  3. Giuseppe Flavio, Guerra giudaica, ii.169-171.
  4. Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche, 18,55-59; Guerra Giudaica 2,169-174
  5. Filone di Alessandria De legatione ad Gaium XXXVIII, 299-303
  6. Guerra giudaica 2, 175-177; Antichità giudaiche 18, 60-62
  7. Giuseppe Ricciotti, Vita di Gesù Cristo, § 21.
  8. Antichità Giudaiche 18,89.
  9. XXXVIII, 299-303
  10. Natalino Sapegno, commento ne La Divina Commedia, Firenze, La Nuova Italia, 1955.
  11. M.Bulgakov, Il Maestro e Margherita, Guaraldi ed. Torriana 1995, p.440
Voci correlate
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