Vocazione

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La parola vocazione allude alla chiamata che Dio fa in Cristo a un suo discepolo a un certo stato di vita o a intraprendere iniziative o azioni specifiche.

Nel senso più classico la parola indica la chiamata alla Vita Religiosa o monastica, alla Verginità Consacrata o al Ministero Apostolico nel presbiterato o nel diaconato. In tempi più recenti, dopo il Concilio Vaticano II, si parla di vocazione anche per la chiamata al Matrimonio cristiano, a vivere la propria laicità di cristiani, e anche per la chiamata a vivere la fede cristiana in qualche Associazione o Movimento Ecclesiale; in senso ancora più lato, la vocazione può essere vista come quella tendenza innata che porta la persona a vivere un certo servizio o impegno.

Il termine riproduce il latino vocatio, da vocare, "chiamare".

Vocazione nella Bibbia

La parola usata nella Bibbia per rifersi alla vocazione è la parola greca κλῆσις (klēsis), da καλέω (kaleō), "chiamo". La Septuaginta usa tale parola per rendere il verbo ebraico קרא (qârâ').

Vocazione nell'Antico Testamento

La maggiore frequenza di testi e significati nell'Antico Testamento al riguardo della vocazione si trova in Isaia, dove la chiamata di Dio al Suo "servo" (41,9) è come un'eco della chiamata rivolta ad Abramo e si prolunga nel futuro, nella vocazione rivolta a tutte le nazioni (42,6; 59,6). Nella chiamata, Israele è stato "messo a parte" dalle altre nazioni (41,9), in quanto è discendenza di Abramo "che io ho amato" (41,8) e "benedetto" (51,2). L'espressione più intensa è questa:

« Ma ora così parla il Signore, il tuo Creatore, o Giacobbe, colui che ti ha formato, o Israele! Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome; tu sei mio! » (43,1; 45,3)

Questa chiamata è al tempo stesso chiamata della grazia e alla grazia, chiamata all'apostolato ed al servizio.

Sullo sfondo di questa vocazione si delinea la suprema vocazione, quella del Servo per eccellenza, Gesù, chiamato a "dare la sua vita in riscatto per molti" (Mt 20,28; cfr. 53,5-7).

Vocazione nel Nuovo Testamento

Cristo chiama gli apostoli

I Vangeli non usano mai il termine vocazione, ma mostrano Gesù nell'atto di chiamare i discepoli: chiama i pescatori a divenire pescatori di uomini (Mt 4,21), chiama a sé i dodici per inviarli a predicare e a guarire (Mt 10,1; Lc 6,13; 9,1.

Più in generale, Gesù esprime la coscienza di essere stato inviato a chiamare all'incontro con Dio non i giusti (cioè coloro che si ritengono giusti e che pensano di non aver nulla da cambiare) ma i peccatori (Mt 9,13); nella parabola degli invitati alle nozze costoro vengono "chiamati" (Mt 22,3). Anche se Gesù sa che "molti sono i chiamati, pochi gli eletti" (Mt 22,14).

In Giovanni Gesù si identifica con il pastore che chiama le sue pecore una per una (10,3).

La vocazione alla fede in Cristo

Nel Nuovo Testamento il termine vocazione, κλῆσις, klêsis, si trova esclusivamente nelle lettere di San Paolo, e designa anzitutto la vocazione cristiana. È la vocazione:

  • a partecipare alla gloria dei redenti nel giudizio finale, della quale prega che siano reputati degni: "Ed è anche a quel fine che preghiamo continuamente per voi, affinché il nostro Dio vi ritenga degni della vocazione e compia con potenza ogni vostro buon desiderio e l'opera della vostra fede" (2Ts 1,11);
  • alla salvezza, unica speranza: "Vi è un corpo solo e un solo Spirito, come pure siete stati chiamati a una sola speranza, quella della vostra vocazione" (Ef 4,4);
  • quella alla quale è promesso il premio della Vita Eterna: "Corro verso la mèta per ottenere il premio della celeste vocazione di Dio in Cristo Gesù" (Fil 3,14);
  • la "vocazione celeste" di cui sono partecipi i credenti in Cristo: "Perciò, fratelli santi, che siete partecipi della celeste vocazione, considerate Gesù, l'apostolo e il sommo sacerdote della fede che professiamo" (Eb 3,1);
  • è stata senza considerare lo status sociale: "Infatti, fratelli, guardate la vostra vocazione; non ci sono tra di voi molti sapienti secondo la carne, né molti potenti, né molti nobili" (1Cor 1,26-28).

Coloro che hanno ricevuto questa vocazione devono comportarsi in modo degno di essa (Ef 4,1), in modo tale da "renderla sicura" (2Pt 1,10), pur sapendo che la vocazione cristiana, come quella rivolta all'antico popolo di Dio, è irrevocabile: "perché i doni e la vocazione di Dio sono irrevocabili" (Rm 11,29).

Il significato del termine κλῆσις è precisato dall'aggettivo derivante dallo stesso verbo: chiamato, κλητός, kletós. I cristiani sono "chiamati da Gesù Cristo" (lett. "i chiamati") (Rm 1,16), secondo il proponimento di Dio (Rm 8,28); sono "chiamati santi" (Rm 1,7), sia nel senso che sono consacrati a Dio grazie al battesimo, sia in quello che sono chiamati a vivere la santità (cfr. 1Cor 1,2).

Al concetto di chiamati si associa quello di "eletti e fedeli" (Ap 17,14; cfr. 2Pt 1,10). Il concetto di vocazione, infatti, è affine a quello di elezione; dal verbo stesso "chiamare", καλέω, kaléo, deriva ἐκκλησία, ekklesía, chiesa, l'assemblea convocata, l'assemblea dei chiamati e degli eletti. In questo termine l'espressione greca si ricongiunge a quella ebraica. L'ebraico non ha un termine equivalente a quello greco di vocazione, κλῆσις, ma il sostantivo מקרא (miqrâ'), derivante dal verbo קרא (qârâ'), "chiamare", designa la "santa convocazione" מקראי קדשׁ (miqra' qodesh) (Lev 23,2), cioè la Chiesa.

La vocazione all'apostolato

Vocazione è usato in modo leggermente diverso in due brani in cui San Paolo si riferisce alla sua specifica vocazione a diventare apostolo, cioè Romani 1,1 e 1Corinzi 1,1, "chiamato apostolo". Anche se manca il termine specifico, vi sono in tutta la Bibbia persone "chiamate" ad una determinata missione, in particolare quella di profeta. La Bibbia riporta dettagliatamente come particolari profeti hanno ricevuto la loro vocazione, ad esempio Isaia e Geremia. Troviamo, così, negli Atti degli apostoli il modo in cui lo stesso San Paolo è stato chiamato da Dio e quali esperienze rivelatorie egli ha avuto. In ogni caso la vocazione ad essere apostolo non è tanto diversa dalla vocazione cristiana, perché per l'apostolo la sua missione è il suo modo di essere cristiano, ed egli non sarebbe nemmeno cristiano se non fosse apostolo: "Non sono libero? Non sono apostolo? Non ho veduto Gesù, il nostro Signore? Non siete voi l'opera mia nel Signore?" (1Cor 9,1).

In un brano isolato il significato di vocazione si estende alle circostanze in cui ognuno è stato chiamato: "Ognuno rimanga nella condizione (lett. vocazione) in cui era quando fu chiamato" (1Cor 7,20). Egli intende qui che le varie condizioni umane (matrimonio, celibato, libertà, schiavitù, circoncisione, incirconcisione) sono prive di importanza in raffronto con la condizione nuova, più elevata, in cui il credente è stato "trasferito" dalla chiamata divina. L'apostolo qui relativizza queste "vocazioni", esse perdono la loro importanza intrinseca. Non occorre che siano cambiate, perché il Signore può e vuole essere servito nell'ambito di qualsiasi legittima condizione in cui ci si trovi.

Parlando delle sofferenze dei cristiani a causa della loro fede, Pietro scrive: "Infatti a questo siete stati chiamati, poiché anche Cristo ha sofferto per voi, lasciandovi un esempio, perché seguiate le sue orme" (1Pt 2,21): la vocazione del discepolo di Gesù è quella di portare la croce dietro al maestro

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