Libro di Daniele

Da Cathopedia, l'enciclopedia cattolica.
Decrease text sizeStandard text sizeIncrease text size
Share/Save/Bookmark
Libro di Daniele
Daniele Michelangelo.jpg
Michelangelo Buonarroti, Il profeta Daniele (1508 - 1512), affresco; Città del Vaticano, Cappella Sistina
Titolo originale דניאל (dani'èl)
Altri titoli
Nazione [[]]
Lingua originale ebraico, aramaico
Traduzione
Ambito culturale
Autore Anonimo
Note sull'autore
Pseudonimo
Serie
Collana
Editore
Datazione 164 a.C. ca.
Datazione italiana
Luogo edizione Giudea
Numero di pagine
Genere
Ambientazione
Ambientazione Geografica Babilonia
Ambientazione Storica VI secolo a.C.

Personaggi principali:

Titoli dei racconti
Libro precedente
Libro successivo
Adattamento teatrale
Adattamento televisivo
Adattamento cinematografico
Note
Premi:
Collegamenti esterni:
ID ISBN

Il Libro di Daniele (ebraico דניאל, dani'èl; greco Δανιήλ, danièl; latino Daniel) è un testo contenuto nella Bibbia ebraica (Tanakh) e cristiana.

È scritto in ebraico con un'ampia sezione in aramaico (2,4-7,28). Secondo l'ipotesi maggiormente condivisa dagli studiosi, la redazione definitiva del libro è avvenuta in Giudea attorno al 164 a.C.

È composto da 12 capitoli che descrivono le vicende ambientate nell'esilio di Babilonia (587-538 a.C.) del profeta Daniele, saggio ebreo che rimane fedele a Dio, e visioni apocalittiche preannuncianti il Figlio dell'Uomo-Messia e il regno di Dio.

La traduzione greca della Settanta contiene alcune sezioni aggiuntive (Preghiera di Azaria e Cantico dei tre giovani nella fornace; Storia di Susanna; Bel e il Drago) composte probabilmente ad Alessandria attorno alla metà del II secolo a.C.

Caratteristiche

Se si considera il suo contenuto, il libro di Daniele si divide in due parti. I capitoli 1-6 sono racconti:

  • Daniele e i suoi tre compagni al servizio di Nabucodònosor (capitolo 1);
  • il sogno di Nabucodònosor: la statua composita (capitolo 2);
  • l'adorazione della statua d'oro e i tre compagni di Daniele nella fornace (capitolo 3);
  • la follia di Nabucodònosor (capitolo 4);
  • il banchetto di Baldassàr (capitolo 5);
  • Daniele nella fossa dei leoni (capitolo 6).

In tutti questi casi, Daniele o i suoi compagni escono trionfanti da una prova da cui dipende la loro vita, o almeno la loro reputazione, e i pagani glorificano Dio che li ha salvati. Le scene avvengono in Babilonia sotto i regni di Nabucodònosor, di suo "figlio" Baldassàr e del successore di questi, "Dario il Medo".

I capitoli 7-12 sono visioni, di cui Daniele è il beneficiario:

  • le quattro bestie (capitolo 7);
  • il capro e il montone (capitolo 8);
  • le settanta settimane (capitolo 9);
  • la grande visione del tempo della collera e del tempo della fine (capitoli 10-12).

Esse sono datate dai regni di Baldassàr, di Dario il Medo e di Ciro re di Persia, e sono situate in Babilonia.

Da questa divisione si è talvolta dedotta l'esistenza di due scritti, di epoche diverse, combinati insieme da un editore. Ma altri indizi contraddicono questa ipotesi. I racconti sono in terza persona e le visioni sono narrate da Daniele stesso; ma la prima visione (capitolo 7) è inquadrata da una introduzione e una conclusione in terza persona. L'inizio del libro è in ebraico, ma in 2,4 si passa bruscamente all'aramaico, che continua sino alla fine del capitolo 7, comprendendovi anche una parte delle visioni; gli ultimi capitoli sono di nuovo in ebraico. Si sono proposte, di questa dualità di lingua, parecchie spiegazioni, di cui nessuna convince. Così la divisione secondo lo stile (prima o terza persona) e quella secondo la lingua (ebraico o aramaico) non corrispondono a quella che risulta dal contenuto (racconti o visioni). D'altra parte, il capitolo 7 è commentato dal capitolo 8, ma è parallelo al capitolo 2; il suo aramaico è come quello dei capitoli 2-4, ma caratteristiche del suo stile si ritrovano nei capitoli 8-12, sebbene siano scritti in ebraico. Questo capitolo 7 forma dunque un legame tra le due parti del libro e assicura la sua unità. Inoltre Baldassàr e Dario il Medo appaiono nelle due parti del libro, sollevando le stesse difficoltà per gli storici. Infine, i procedimenti letterari e i modi di pensiero sono gli stessi da un capo all'altro del libro, e questa uguaglianza è l'argomento più forte per l'unità della sua composizione.

La data di questa è fissata dalla testimonianza chiara che è data dal capitolo 11. Le guerre tra Seleucidi e Lagidi e una parte del regno di Antioco Epifane vi sono narrate con un grande spreco di dettagli insignificanti per il proposito dell'autore. Questo racconto non rassomiglia a nessuna profezia dall'Antico Testamento e, malgrado il suo stile profetico, riferisce eventi già compiuti. Ma, a partire da 11,40, il tono cambia, il "tempo della fine" è annunziato in una maniera che richiama gli altri profeti. Il libro sarebbe dunque stato composto durante la persecuzione di Antioco Epifane e prima della morte di costui, anche prima della vittoria dell'insurrezione maccabea, cioè tra il 167 e il 164 a.C..

Nulla, nel resto del libro, contraddice questa data. I racconti della prima parte sono situati nell'epoca caldea, ma certi indizi mostrano che l'autore è assai lontano dagli eventi. Baldassàr è il figlio di Nabonide, e non di Nabucodònosor come dice il testo, e non ha mai avuto il titolo di re, Dario il Medo è sconosciuto agli storici e non c'è posto per lui tra l'ultimo re caldeo e Ciro il persiano, che aveva già vinti i Medi. L'ambiente neobabilonese è descritto con parole di origine persiana; ugualmente, gli strumenti dell'orchestra di Nabucodònosor portano nomi trascritti dal greco. Le date esposte nel libro non concordano né tra loro né con la storia quale noi la conosciamo e sembrano messe all'inizio dei capitoli senza grande cura della cronologia. L'autore ha utilizzato tradizioni, orali e scritte, che circolavano alla sua epoca. I messaggi del mar Morto contengono frammenti di un ciclo di Daniele che è imparentato al libro canonico, in particolare una preghiera di Nabonide che richiama 3,31-4,34, dove il nome di Nabucodònosor ha sostituito quello di Nabonide. L'autore, o le sue fonti, ha posto come eroe di queste storie pie un Daniele o Dan'el che Ezechiele 14,14-20; 28,3 cita come un giusto e un saggio dei tempi antichi e che è conosciuto anche nei poemi di Ras Shamra-Ugarit nel secolo XIV a.C..

L'età così recente del libro spiega il suo posto nella Bibbia ebraica. Vi è stato annesso dopo la fissazione del canone dei profeti ed è stato sistemato, tra Ester ed Esdra, nel gruppo composito degli "altri scritti", che formano l'ultima parte del canone ebraico. Le Bibbie greca e latina lo mettono tra i profeti e gli aggiungono alcune parti deutorocanoniche: il salmo di Azaria e il cantico dei tre giovani (3,24-90), la storia di Susanna, dove splende il candore chiaroveggente di Daniele fanciullo (capitolo 13), le storie di Bel e del serpente sacro, che sono satire dell'idolatria (capitolo 14). La traduzione greca dei Settanta (LXX) differisce molto da quella di Teodozione che resta molto vicino al TM.

Il libro è destinato a sostenere la fede e la speranza dei giudei dell'esilio ossia della cattività babilonese. Daniele e i suoi compagni vengono sottoposti alle stesse prove: abbandono delle prescrizioni della legge (capitolo 1) e tentazioni di idolatria (capitoli 3 e 6); ma ne escono vincitori e gli antichi persecutori devono riconoscere la potenza del vero Dio. Il persecutore moderno è dipinto con i tratti più neri; ma, quando la collera di Dio sarà soddisfatta (8,19; 11,36), verrà il tempo della fine (8,17; 11,40), e allora il persecutore sarà spazzato via (8,25; 11,45). Si avrà così la fine delle sventure e del peccato e l'avvento del regno dei santi, governato da un "figlio di uomo", il cui impero non passerà (capitolo 7).

Questa attesa della fine, questa speranza del regno attraversa tutto il libro (2,44; 3,33 (3,100); 4,31; 7,14). Dio ne assicurerà l'avvento in un momento che ha fissato, ma che racchiude nello stesso tempo tutta la durata umana. I momenti della storia del mondo diventano momenti del disegno divino sul piano eterno. Il passato, il presente, l'avvenire, tutto diventa profezia, perché tutto è visto nella luce di Dio "che alterna tempi e stagioni" (2,21). Con questa visione, nello stesso tempo temporale ed extratemporale, l'autore rivela il senso profetico della storia. Questo segreto di Dio (2,18, ecc.; 4,6) è svelato tramite esseri misteriosi, che sono i messaggeri e gli agenti dell'Altissimo; la dottrina degli angeli si afferma nel libro di Daniele come in quelli di Ezechiele e soprattutto di Tobia. La rivelazione concerne il disegno nascosto di Dio sul suo popolo e sui popoli. Tocca le nazioni come gli individui. Un testo importante sulla resurrezione annunzia il risveglio dei morti per una vita o per un obbrobrio eterno (12,2). Il regno che si aspetta si estenderà a tutti i popoli (7,14); sarà senza fine, sarà il regno dei santi (7,18), il regno di Dio (3,33 (3,100); 4,31), il regno del figlio d'uomo, a cui fu conferito ogni potere (7,13-14).

Questo misterioso figlio d'uomo, che 7,18.21-27 identificano con la comunità dei santi, è anche la sua testa, il capo del regno escatologico, ma non è il Messia davidico. Questa interpretazione individuale è diventata corrente nel giudaismo ed è stata ripresa da Gesù, che si è applicato il titolo di Figlio dell'uomo per sottolineare il carattere trascendente e spirituale del suo messianismo (Mt 8,20) e succ.

Il libro di Daniele non rappresenta più la vera corrente profetica. Non contiene la predicazione di un profeta inviato da Dio in missione presso i suoi contemporanei; è stato composto e scritto immediatamente da un autore che si nasconde dietro uno pseudonimo, come già il libretto di Giona. Le storie edificanti della prima parte si collegano con una classe di scritti sapienziali di cui si ha un esempio antico nella storia di Giuseppe della Genesi, un esempio recente nel libro di Tobia, scritto poco prima di Daniele. Le visioni della seconda parte apportano la rivelazione di un segreto divino, spiegato dagli angeli, per i tempi futuri, in uno stile volutamente enigmatico; questo "libro sigillato" (12,4) inaugura pienamente il genere apocalittico, che era stato preparato da Ezechiele e che si svilupperà nella letteratura giudaica. L'Apocalisse di san Giovanni gli corrisponde nel Nuovo Testamento, ma allora i sigilli del libro chiuso sono spezzati (Apocalisse di san Giovanni 5-6), le parole non sono più tenute segrete, poiché "il tempo è vicino" (Apocalisse di san Giovanni 22,10), e si attende la venuta del Signore (Apocalisse di san Giovanni 22,20; Prima lettera ai Corinzi 16,22).

Voci correlate
Collegamenti esterni

Suggerimenti



Poni il mouse qui sopra per vedere i contributori di questa voce.