Storia del Cristianesimo, XIV-XVIII secolo

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1leftarrow.png Voce principale: Storia del Cristianesimo.

La storia del cristianesimo in epoca moderna tratta della storia della religione cristiana e delle sue istituzioni nei secoli XIV-XVIII: è l'epoca della nascita degli Stati nazionali, dei grandi Concili del XV e XVI secolo, della rottura dell'unità religiosa dell'Europa Occidentale, con la nascita del movimento luterano; il periodo termina con la rivoluzione francese.

La Chiesa Ortodossa

Bisanzio e la dominazione ottomana

Con la fine dell'Impero bizantino e l'inizio di quello ottomano (1453), la situazione della Chiesa Ortodossa di Costantinopoli cambia radicalmente. La fine del regno porta i fedeli cristiani a vedere nel Patriarca la vera ed unica guida: ai cristiani ridotti in schiavitù, egli appariva non solo come il successore dei patriarchi, ma anche come l'erede degli imperatori. Questo venne favorito anche dai nuovi padroni. Benché fosse vietato ogni tipo di proselitismo tra i musulmani, e a patto che i cristiani si sottomettessero al dominio del califfato e all'amministrazione politica musulmana, la chiesa ortodossa godeva di una certa libertà. Il Patriarca di Costantinopoli divenne il punto di riferimento, non solo per i cristiani, ma anche per il Sultano e l'amministrazione pubblica: egli aveva autorità su tutti i cristiani dell'Impero turco, con diritto di amministrazione, di esazione di tasse e di esercizio della giustizia. In questo modo, paradossalmente, sotto il governo musulmano, il Patriarca accrebbe il suo prestigio e la sua autorità, non solo su Costantinopoli, ma anche sugli antichi Patriarcati, ora tutti in mano ai turchi ottomani (Alessandria, Gerusalemme, Antiochia): questo permise la sopravvivenza, almeno entro certo limiti, della Chiesa Ortodossa, e favorì il monopolio greco cristiano sugli altri Patriarcati, di fatto governati dal Patriarca di Costantinopoli, e soprattutto il monopolio delle elezioni episcopali. Inoltre, nel XVIII secolo, il Patriarca di Costantinopoli soppresse l'autonomia (autocefalia) delle Chiese ortodosse serba e bulgara, arrivando così a governare lui direttamente tutti i cristiani dell'Impero Ottomano.

Circa le relazioni tra Chiesa Ortodossa d'Oriente e Chiesa latina di Roma, la debole unione ottenuta al Concilio di Firenze (nel 1439) finì non appena i Turchi occuparono Costantinopoli (1453), primo perché ai nuovi padroni non interessava una relazione con l'Occidente, e in secondo luogo perché tale unione, solo politica, era avversata dalla stessa Chiesa Ortodossa. D'ora in avanti difficili saranno le relazioni con la Chiesa di Roma, cosa che aumentò l'avversione e la distanza tra le due Chiese.

Nascita e sviluppo della Chiesa Ortodossa russa

Dopo la conversione al cristianesimo di Vladimiro il Grande (988), nei territori dell'attuale Ucraina e Russia nacque una Chiesa locale, non ancora autocefala, governata da un metropolita. Nel 1448 essa divenne autocefala, cioè indipendente, e governata da un « metropolita di tutta la Russia », residente a Mosca.

Ma parte della chiesa ucraina era sotto il controllo del re polacco, cattolico romano, che istituì un altro « metropolita di Kiev e di tutta la Russia », fedele al Papa di Roma. Da tempo vi erano tendenze verso una separazione della Chiesa ucraina da quella moscovita. Così nel 1596, a Brest-Litovsk molti vescovi ucraini, contro il parere e la volontà dei loro fedeli, accettarono l'unione con Roma. Nel 1620, venne ristabilita una gerarchia ortodossa fedele a Mosca, che qualche decennio dopo (1686), fu unita al Patriarcato di Mosca con l'approvazione di Costantinopoli.

Per quanto riguarda la Russia, con la caduta di Costantinopoli, si prese sempre più coscienza di essere l'ultimo baluardo della vera ortodossia. Nel 1510 il monaco Filoteo si rivolse al principe Basilio III chiamandolo « tsar » (imperatore) e riconoscendo in lui il Capo della Terza Roma. Nel 1547 il principe Ivan IV si fece incoronare imperatore di tutte le Russie. Lo sforzo per fare di Mosca la « terza Roma » mancava di una sanzione finale: il capo della Chiesa russa mancava del titolo di « patriarca ». La cosa fu sancita nel 1589 quando il patriarca di Costantinopoli, Geremia II, in Russia per un viaggio, su pressione dei suoi ospiti, insediò il metropolita Giobbe come « patriarca di Mosca e di tutta la Russia », titolo che venne poi confermato dagli altri patriarchi orientali.

La Chiesa russa sotto Pietro il Grande (XVII-XVIII secolo)

Il periodo di regno dello zar Pietro il Grande resta uno dei più significativi della storia della Russia. Dal punto di vista ecclesiastico, il suo regno segna la svolta verso una centralizzazione della Chiesa nelle mani del governo. Infatti:

  • nel 1700, alla morte del patriarca di Mosca Adriano, seguì un lungo periodo di sede vacante; in seguito, il sovrano, nel 1721 abolì del tutto il patriarcato e trasformò l'amministrazione centrale della Chiesa in un dipartimento dello stato, con il nome di Santo Sinodo di governo.
  • Inoltre, affidò l'amministrazione del Patriarcato ad un alto funzionario imperiale, che doveva presenziare a tutte le riunioni, e di fatto agiva come l'amministratore degli affari della Chiesa.
  • Lo zar Pietro pubblicò anche un lungo Regolamento Spirituale, che servì come base legale per ogni attività religiosa in Russia.

La chiesa ortodossa di Russia non riuscì in alcun modo a difendere i propri diritti, e accettò passivamente le riforme. Con questa politica zarista, la Chiesa di Russia entrò in un nuovo periodo della sua storia, che durò fino al 1917.

Alla lunga le conseguenze furono negative per l'Ortodossia, in virtù dell’assoluta mancanza decisionale e giurisdizionale: questo portò, per esempio, ad una sempre più diffusa secolarizzazione, che influì soprattutto sulla vita monastica, che visse un periodo di profonda crisi. Ma nell'immediato, la Chiesa ottenne qualche beneficio: l'introduzione di un sistema occidentale di istruzione religiosa e teologica, una maggiore opera di evangelizzazione nelle steppe dell'Asia, una ricca produzione di letteratura spirituale legata alle figure di grandi santi ortodossi (San Mitrofane di Voronezh, morto nel 1703; San Tikhon di Zadonsk, morto nel 1783; Platone Levshin, metropolita di Mosca, morto nel 1803). Tutti i tentativi di sfidare il potere dello zar sulla chiesa, tuttavia, incontrarono sempre il fallimento. Il metropolita di Rostov, che si oppose alla secolarizzazione delle proprietà della chiesa da parte dell'Imperatrice Caterina la Grande, fu deposto e morì in prigione (1772).

La Chiesa cattolica

La crisi del Papato tra XIV e XV secolo

Con la fine del 1200 e l'inizio del 1300 il Papato, che meno di un secolo prima, con Innocenzo III aveva raggiunto il suo apogeo, entra in crisi, per una forte decadenza del prestigio e dell'autorità papale causata dalle vicende dei secoli XIII e XIV. Alcuni storici vedono in queste vicende storiche i prodromi della rivolta luterana. In particolare furono quattro i motivi della crisi del Papato in questi due secoli:

  1. la lotta tra Bonifacio VIII e il re francese Filippo il Bello (1296-1303);
  2. l'esilio del papato ad Avignone (1309-1377);
  3. lo Scisma d'Occidente (1378-1417);
  4. la decadenza del Papato nell’età rinascimentale.

La lotta tra Bonifacio VIII e il re francese Filippo il Bello (1296-1303)

Con questa lotta « non solo si esaurisce l'autorità politica effettiva del papato (..) ma si avvia rapidamente alla fine la concezione dell'età di mezzo, che subordinava la politica alla morale, e, nella stretta collaborazione fra i due poteri, religioso e civile, tendeva alla costruzione di una civiltà basata sulla fede cristiana ».[1] Il conflitto nacque per l'opposta mentalità dei due protagonisti: il papa pretendeva, come i suoi predecessori medievali, di esercitare un'alta autorità sovrana su tutti i regni cattolici; il re francese invece faceva suo il principio, che andava sempre più affermandosi, secondo il quale nel suo regno il re è sciolto da ogni autorità, tanto dell'Imperatore che del Pontefice: Rex in suo regno est imperator et papa. Il motivo scatenante della lotta fu l'imposizione al clero francese di tributi per sostenere la guerra contro l'Inghilterra. Seguirono mosse e contromosse dei due protagonisti:

  • il Papa con la bolla Clericis Laicos (1296) vietò di imporre tasse sui beni ecclesiastici senza l'autorizzazione della Santa Sede; allora il re proibì l'esportazione di denaro all'estero (minando così una delle entrate principali del Papa, le elemosine);
  • Bonifacio VIII rispose con la bolla Ausculta Fili 1301, con la quale deplorò i soprusi commessi da Filippo il Bello, in particolare l'arresto di un vescovo francese, e convocò un concilio a Roma; il re impedì la diffusione della bolla nel regno e nella riunione degli stati generali del regno nell'aprile del 1302 rinnovò le antiche accuse contro il pontefice;
  • il Papa allora, nel novembre del 1302 emanò la famosa bolla Unam Sanctam nella quale espose il suo pensiero: la Chiesa è unita sotto un unico capo, il pontefice; per salvarsi è necessario appartenere alla Chiesa; il potere civile è subordinato a quello spirituale (teoria delle due spade); in risposta, il re francese, nel giugno 1303 fece accusare il Papa di simonia ed eresia e lo citò in giudizio davanti ad un concilio per difendersi;
  • Bonifacio VIII dapprima confutò le accuse e poi si preparò ad emanare una bolla (la Super Petri solio) con la quale scomunicava e deponeva Filippo il Bello; ma il giorno prima della pubblicazione della bolla, il 7 settembre 1303, due sgherri del re, Guillaume de Nogaret e Sciarra Colonna, scesero ad Anagni, dove il Papa risiedeva, e lo fecero prigioniero (cfr. lo Schiaffo di Anagni). Una sollevazione popolare riuscì nell'intento di liberare il Papa, il quale però, scosso nel morale e nel fisico, morì un mese più tardi, l'11 ottobre 1303.

L'esilio del papato ad Avignone (1309-1377)

Alla morte di Bonifacio VIII, e dopo il breve papato di Benedetto XI, nel 1305, dopo 11 mesi di conclave, i Cardinali elessero Papa l'arcivescovo di Bordeaux, Bertrand de Got, che prese il nome di Clemente V e decise di non scendere a Roma, ritenuta insicura, ma di recarsi ad Avignone. Qui i Papi rimasero fino al 1377, quando, mosso dalle preghiere di Santa Caterina da Siena, Gregorio XI decise di ritornare definitivamente a Roma. Il Papato avignonese si caratterizza per tre aspetti:

  • I papi, anche se giuridicamente liberi e indipendenti, di fatto subiscono in pieno l'influsso della monarchia francese. I 7 pontefici avignonesi sono tutti francesi e la maggioranza dei cardinali è francese. Soprattutto Germania e Inghilterra protestavano contro la perdita del carattere di universalità del papato.
  • La lotta dura, aspra e inutile che Giovanni XXII iniziò contro l'imperatore tedesco Ludovico il Bavaro, fino alla morte di questi nel 1347. In questa lotta, la cosa saliente fu la dichiarazione emanata nella dieta di Francoforte del 1338, con la quale il Papa perdeva anche l'ultima autorità politica che gli era rimasta: la conferma pontificia dell'elezione dell'imperatore, che d'ora in avanti sarà riservata ai 7 grandi principi elettori tedeschi.
  • Infine, la cosa forse più grave che accrebbe l'avversione alla curia e al papato: durante il periodo avignonese aumentò a dismisura il fiscalismo curiale papale, e si accentuò la tendenza del papato a riservare a sé la nomina di molti uffici delle diocesi, fino allora eletti dalla base o conferiti dal vescovo locale. Tutto questo, oltre ad alienare molti animi dalla curia e dal papato, provocò numerosi opuscoli critici, che terminavano tutti con l'affermazione della necessità di una riforma della Chiesa.

Lo Scisma d'Occidente (1378-1417)

Il motivo scatenante lo scisma, fu la messa in dubbio della validità dell'elezione di Urbano VI (successo a Gregorio XI) avvenuta, sotto la pressione del popolo romano, la mattina dell'8 aprile 1378. Lo scisma divise la cristianità occidentale in due obbedienze, quella di Roma e quella di Avignone (città che divenne sede dei Papi che non riconoscevano la validità dell'elezione di Urbano VI), cui si aggiunse, nel 1409, l'obbedienza pisana (Concilio di Pisa), che, nel tentativo di risolvere la grave crisi del papato, finì per aggravarla ulteriormente. Di fatto c'erano tre papi, ognuno con un suo seguito; fatto che, come conseguenza, divise il mondo civile e politico, gli Ordini e le Congregazioni religiose; gli stessi Santi parteggiavano chi per un papa, chi per un altro (vedi Santa Caterina da Siena e San Vincenzo Ferrer). Di fronte all'impossibilità di riconciliare le parti, si fece strada nei teologi la teoria conciliare, già affermata, in vario modo, nel Medioevo: se un papa cade nell'eresia o nello scisma, può essere deposto da un concilio, convocato dai Vescovi o da chi abbia sufficiente autorità. Questa teoria, che aveva motivato il fallimentare Concilio di Pisa, portò alla convocazione, da parte dell'Imperatore Sigismondo del Concilio di Costanza (1414-1418), durante il quale i tre papi (di Roma, Avignone e Pisa) furono obbligati a dimettersi, e venne eletto il nuovo ed unico Papa, Martino V (1417-1431). Se l'unità della Chiesa è ristabilita, tuttavia il bisogno di riforma continua a farsi sentire. Alcuni teologi vedono la soluzione nella tenuta regolare di concili, soluzione adottata dal Concilio di Costanza nei decreti Haec sancta e Frequens: abbiamo così nel 1423 il Concilio di Pavia-Siena, che registrò una scarsa partecipazione, fu trasferito a Siena e infine sciolto; nel 1431 il Concilio di Basilea, che fallì nei suoi intenti e provocò un nuovo scisma (subito rientrato); nel 1437 il Concilio di Ferrara trasferito poi a Firenze.

Il Papato rinascimentale

L'età del Rinascimento, almeno dopo la morte di Paolo II nel 1471, costituisce uno dei periodi più oscuri del papato: allo splendore culturale e civile si contrappone la mancanza di un autentico spirito religioso al vertice della gerarchia ecclesiastica. Se da un lato il Papato e la chiesa in genere accolsero favorevolmente lo sviluppo culturale umanista (uno tra i più grandi umanisti fu proprio un Papa, Enea Silvio Piccolomini, Papa Pio II), da un altro non mancarono gli aspetti negativi. Molti umanisti furono accolti alla corte papale e si sviluppò un ampio mecenatismo, che ben presto trasformò Roma in una città pienamente rinascimentale, trasformata dalle nuove e costose opere. La curia romana viveva in un lusso fastoso: ogni cardinale aveva la sua corte, con palazzi e ville entro e fuori le mura. Il nuovo tenore di vita esigeva forti spese, alle quali si faceva fronte con tutti mezzi, leciti e illeciti (si diffonde a Roma in questo periodo la cosiddetta pasquinata: Il Signore non vuole la morte del peccatore, ma che viva e paghi). A questo bisogna aggiungere la vita privata dei Papi, che oltre al nepotismo diffuso (per favorire non solo i nipoti, ma spesso i propri figli illegittimi), era macchiata da gravi immoralità, il cui apice negativo fu Alessandro VI (1492-1503).

Il secolo delle riforme (XVI secolo)

Alla fine del XV secolo la Chiesa viveva una profonda crisi morale, spirituale e di immagine. A livello del Papato e dell'Alto Clero questa crisi si manifestava con l'assunzione di pratiche e comportamenti che niente avevano a che vedere con la fede. La prima preoccupazione dei Papi era la difesa strenua del proprio Stato, con continue guerre che dissanguavano le economie dello Stato Pontificio, e la preoccupazione di arricchire se stessi più che difendere la religione. Il nepotismo era diffuso a tutti i livelli, a cominciare dai Papi. La consuetudine di accumulare i benefici ecclesiastici (con le rendite ad essi connessi) era pratica comune. Il basso clero, pochissimo istruito e senza alcuna preparazione specifica, viveva come poteva (contrabbando, caccia, prostituzione), e contribuiva a fare della religione un insieme di pratiche più vicine alla superstizione che alla fede.

Oggi gli storici rivalutano certe prese di posizione in ambito cattolico, per sottolineare come alcuni fermenti di riforma erano già presenti nel mondo cristiano cattolico prima di Lutero e indipendentemente dalla Riforma luterana (vedi Controriforma).

La Riforma protestante in Germania

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi le voci Martin Lutero e Riforma protestante.

È certamente grazie alla spinta di Lutero che la Causa Reformationis divenne uno dei punti nevralgici e centrali di tutto il XVI secolo.

Tutta la teologia e il pensiero di Lutero si possono sintetizzare in tre celebri affermazioni:

  1. sola fide: tormentato dall'idea della propria salvezza personale, Lutero scopre, nella lettura della lettera di San Paolo Apostolo ai Romani la risposta a ciò che lo angosciava: Iustus autem ex fide vivit – Il giusto vivrà per la sua fede (1,17); scopre cioè che era sufficiente abbandonarsi alla azione salvifica di Dio, bastava credere per sapersi e sentirsi salvato;
  2. sola gratia: se ciò che salva è solo la fede in Dio, allora per Lutero nessuna azione umana può cambiare ciò che Dio ha già deciso; solo la grazia di Dio salva, non le azioni, i meriti acquisiti dall'uomo; in quest'ottica perciò l'uomo è simul iustus et peccator: è un peccatore, perché nessuno può cancellare il peccato originale, ma insieme è giusto, nel senso di giustificato dalla misericordia di Dio che opera nell'uomo; Lutero scopre così di essere un grande peccatore, ma nello stesso tempo, anche senza compiere opere buone, si sente salvo per il semplice fatto di abbandonarsi al suo Signore;
  3. sola Scriptura: la Sacra Scrittura per Lutero non solo contiene tutte le verità rivelate da Dio, ma non ha bisogno di essere illuminata e chiarita dalla tradizione, in quanto è in sé sufficiente per dare da sola alla Chiesa la certezza su tutte le verità rivelate; in questo modo il riformatore tedesco abolisce la tradizione e la mediazione della Chiesa con il suo magistero, con le sue strutture (Papa e gerarchia ecclesiastica) e con i suoi sacramenti; il credente non ha bisogno di tutto questo (magistero, gerarchia, sacramenti), non ha bisogno di mediazioni umane per entrare in rapporto con Dio: « La Chiesa è una comunità spirituale di anime unite in una sola fede... una unità spirituale sufficiente a formare la Chiesa ».

Lo sviluppo delle vicende storiche si possono sintetizzare così.

  • Lutero manifestò pubblicamente per la prima volta le sue idee nelle 95 tesi sulle indulgenze, la vigilia di Ognissanti del 1517, inviando il testo a diversi teologi; queste tesi ebbero larga diffusione in tutta la Germania
  • Papa Leone X, davanti alla crescente diffusione delle tesi luterane, nel 1518 fece sottoporre ad esame le asserzioni sulle indulgenze e intimò a Lutero di presentarsi a Roma per il processo; ma grazie all'intercessione del suo grande protettore, Federico di Sassonia, Lutero venne interrogato ad Augusta nell'ottobre del 1518 dal Cardinale Caietano.
  • Nel 1519 a Lipsia si svolse una disputa fra Lutero e Johannes Eck: il riformatore non abbondò le sue posizioni, ma anzi fu costretto a chiarire per la prima volta tutta la sua dottrina.
  • Nel 1520, a Roma si conclude il processo contro Lutero e venne promulgata la bolla Exsurge Domine, con la quale il Papa intimava al riformatore tedesco di ritrattare le sue tesi entro 60 giorni; Lutero rispose bruciando pubblicamente la bolla papale. Ormai è scontro aperto.
  • Il 3 gennaio 1521, con la bolla Decet Romanum Pontificem, Lutero e tutti coloro che lo sostenevano venivano scomunicati.
  • Nell'aprile del 1521, in una dieta a Worms, l'imperatore Carlo V bandì Lutero dall'impero e ordinò di bruciare tutti i suoi scritti. Ma grazie all'aiuto di Federico di Sassonia, il riformatore poté evitare l'arresto e si rifugiò nel castello della Wartburg, ove rimase per dieci mesi.
  • Nel frattempo, sull'onda delle tesi luterane e spinti dagli eccessi del momento, la popolazione iniziò a sollevarsi contro qualsiasi tipo di autorità (che fosse l'imperatore o il semplice vescovo). Negli anni 1521-1522, si sollevò la piccola nobiltà e i cavalieri, guidati da Franz von Sickingen. Successivamente, nel 1522-1524, furono gli anabattisti, guidati da Thomas Müntzer, che predicavano propositi chiaramente anarchici. Lo stesso Lutero dovette scendere in campo per richiamare all'ordine e alla pace. Infine, negli anni 1524-1525, furono le classi agricole, i contadini, a sollevarsi con stragi e incendi, che si diffusero ben presto in tutto il centro-sud della Germania: furono sconfitti a Frankenhausen dal duca di Lorena, che fece sgozzare più di ventimila rivoltosi. Anche in questo caso, Lutero era sceso in campo, e se dapprima aveva ritenuto giuste alcune rivendicazioni dei contadini, in seguito, dopo le stragi e gli eccessi, invitò pubblicamente con un opuscolo i Principi a soffocare nel sangue la sommossa. Questa evoluzione di Lutero è sintomo di uno smarrimento del riformatore: di fronte all'anarchia e al caos che si stavano diffondendo in Germania, era assolutamente necessario trovare un principio su cui fondare ordine e stabilità; avendo eliminato il Papa e la gerarchia, non restava che lo Stato che potesse dare appoggio alla nuova chiesa fondata da Lutero.
  • Segue un periodo di relativa calma: gli anni 1525-1532 sono gli anni degli incontri, degli accordi, delle diete. A Spira nel 1526 fu permesso ai Principi che lo volevano di abbracciare il luteranesimo. Ancora a Spira nel 1529, l'imperatore Carlo V vietò ogni ulteriore novità: cioè gli stati luterani potevano rimanere tali, gli altri dovevano rimanere fedeli al cattolicesimo. Ad Augusta nel 1530 venne esaminata una confessione di fede proposta dai riformatori, la Confessione augustana, opera di Filippo Melantone, che fu però condannata dall'imperatore, che impose ai Principi protestanti la restituzione dei beni ecclesiastici sottratti alla Chiesa cattolica; questi, a loro volta, per paura di ritorsioni imperiali, si unirono nella Lega di Smalcalda, pronti alla guerra aperta. Nel 1532, in una nuova dieta a Norimberga, Carlo V ritirò le disposizioni severe di Augusta.
  • Svanite le speranze di un accordo con i riformatori, l'imperatore Carlo V si decise alla guerra aperta contro la Lega di Smalcalda, la prima delle guerre di religione che devasteranno l'Europa per almeno un secolo.
  • Nel 1546 Lutero morì. Le sue ultime parole scritte furono: « Siamo mendicanti, è vero ».
  • La guerra terminò nel 1555 con la Pace di Augusta, che sancì definitivamente la divisione religiosa della Germania. Tre furono le clausole principali: a) Cuius regio, eius et religio: cioè il Principe poteva scegliere liberamente a quale religione appartenere, i sudditi invece dovevano o scegliere la religione del proprio Principe, o emigrare in un altro Stato; b) Reservatum ecclesiasticum: i Principi che d'ora in avanti abbandoneranno il cattolicesimo, perderanno tutti i loro beni; c) Declaratio secreta: per compensare il reservatum, in un accordo segreto venne riconosciuto ai nobili, alle città e ai villaggi che da anni avevano abbracciato il luteranesimo, il diritto di restare liberamente nella loro fede.

La Riforma protestante in Svizzera e Francia

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi le voci Calvinismo, Giovanni Calvino e Ulrico Zwingli.

In Svizzera la riforma ebbe luogo contemporaneamente alla Germania, dapprima con Ulrich Zwingli (1484-1531), che ben presto però si allontana dal luteranesimo e si aliena così l'appoggio dei Principi tedeschi, e viene ucciso sul campo di battaglia che opponeva i cantoni svizzeri cattolici contro Zurigo. La riforma ebbe successo a Ginevra col Riformatore Giovanni Calvino, francese di origine, che ben presto abbracciò il luteranesimo e dovette per questo lasciare Parigi. A Basilea, nel 1536, pubblicò la sua opera principale, l'Institutio christianae religionis, con la quale influenzò molte menti in tutta Europa. La sua opera riformatrice ebbe successo a Ginevra e in Scozia, ed in parte nei Paesi Bassi, in Polonia e in Ungheria.

Le idee di Giovanni Calvino trovarono largo consenso in Francia, ma provocarono al contempo una lunga guerra di religione, in cui i motivi religiosi furono largamente soverchiati da motivi politici e di interesse. La lunga guerra (chiamata la guerra dei tre Enrico) tra la lega cattolica, guidata da Enrico III e da Enrico di Guisa, contro Enrico di Borbone, calvinista, candidato al trono di Francia, ebbe il suo momento peggiore nella strage di S. Bartolomeo: il 24 agosto 1572, festa di S. Bartolomeo, migliaia di calvinisti vennero trucidati a Parigi e nel resto della Francia. Papa Gregorio XIII, saputa la notizia, felice della disfatta degli eretici, festeggiò l'avvenimento con un Te Deum di ringraziamento e con una medaglia commemorativa. La riconciliazione in Francia fu raggiunta con la conversione di Enrico di Borbone al cattolicesimo: Parigi val bene una messa; e con l'Editto di Nantes del 1598, con il quale Enrico IV riconosceva ai calvinisti libertà di coscienza, libertà di culto in determinate località, pienezza di diritti civili e politici. Papa Clemente VIII accettò a malincuore questo editto, giudicandolo una sconfitta del cattolicesimo a favore del protestantesimo.

La Riforma protestante in Inghilterra

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Scisma anglicano.

In Inghilterra la rottura con Roma del 1534 non è dovuta solo alle passioni e alle iniziative di Enrico VIII, ma fu l'ultimo atto di un lungo processo, in corso dalla fine del Trecento, che da un lato vedeva aumentare sempre più l'ostilità contro il clero e la gerarchia corrotta, dall'altro tendeva alla costituzione di una Chiesa autonoma dal Papa. Si possono delineare quattro tappe della rottura tra la Chiesa inglese e il Papato di Roma.

  1. Enrico VIII (1509-1547). Le passioni amorose del sovrano inglese furono la causa scatenante la riforma in Inghilterra. Il rifiuto del Papa Clemente VII di concedere la nullità del matrimonio con Caterina d'Aragona, figlia del cattolicissimo re di Spagna e zia dell'imperatore Carlo V, portò il re inglese, dapprima a farsi proclamare capo della chiesa inglese (1531), e poi, nel novembre 1534, ad emanare l' Atto di Supremazia, con il quale si attribuirono al sovrano i diritti sulla chiesa inglese che prima spettavano al papa di Roma. Di fatto, ad esclusione del primato del papa, tutto il resto dell'antica fede venne mantenuto. Il popolo e la gerarchia inglese accettarono senza troppo fiatare le decisioni del sovrano, il quale decise anche la soppressione dei monasteri inglesi e la confisca dei beni ecclesiastici. Alla morte del re, la chiesa inglese era sostanzialmente ancora cattolica: era sì in atto uno scisma, ma la fede era ancora quella tradizionale.
  2. Edoardo VI (1547-1553). Con il nuovo sovrano vennero introdotte profonde modifiche religiose, cosicché dallo scisma si passò all'eresia. Nel 1549 venne pubblicato un nuovo rituale liturgico, il Book of Commun Prayer, di stampo protestante, e nel 1553 una professione di fede di tendenze calviniste circa la dottrina eucaristica.
  3. Maria la Cattolica (1553-1558). Figlia di Enrico VIII, era sempre rimasta fedele al cattolicesimo, e salita al trono volle restaurare l'antica fede. Ma non riuscì a guadagnarsi il favore popolare, cui pose rimedio con la condanna a morte di decine di oppositori.
  4. Elisabetta I (1558-1603). È con Elisabetta che l'Inghilterra accoglie definitivamente le idee riformatrici che circolavano in Europa. Nel 1559 venne promulgata la legge che riconosceva la regina supremo governatore della Chiesa d'Inghilterra e che impose agli ecclesiastici un giuramento di fedeltà. Fino al 1570 i cattolici inglesi godettero di una certa tolleranza. Ma il 25 febbraio 1570 Pio V, con una mossa del tutto oramai anacronistica, scomunicò e depose la regina, in forza della concezione medievale del potere del papa sui sovrani. Questo provocò la reazione di Elisabetta che finì per considerare i cattolici come ribelli politici, bandendoli dal regno.

La Controriforma Cattolica

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi le voci Controriforma e Concilio di Trento.

Resta aperto oggi, tra gli storici, il problema se la riforma in seno alla Chiesa di Roma sia semplicemente una reazione alla riforma luterana (e dunque da considerarsi Controriforma), oppure se vi sono elementi per dire che, in seno alla Chiesa cattolica, vi erano germi di riforma indipendenti da Lutero (e dunque cronologicamente prima del 1517), e tali da potersi considerare come una vera Riforma cattolica. Al di là del dibattito storico tuttora in corso, si possono rilevare questi elementi:

  1. vi è un crescente sviluppo delle associazioni laiche tra la fine del Quattrocento e l'inizio del Cinquecento, con l'intento di svolgere azioni di carità verso i poveri e gli ammalati, soprattutto con la fondazione o il restauro di ospedali per malati cronici o incurabili; la più grande associazione italiana è la Compagnia del Divino Amore, nata a Genova alla fine del Quattrocento per opera di Ettore Vernazza, che ben presto si diffonde in molte città dell'Italia settentrionale, ma anche a Roma e a Napoli;
  2. i vecchi ordini religiosi tendono a riformarsi al loro interno, così che, accanto a monasteri con la vecchia regola, troviamo monasteri che adottano una regola riformata; un classico esempio è la riforma del Carmelo ad opera di Santa Teresa d'Avila e San Giovanni della Croce; assistiamo pure alla nascita di nuovi ordini da altri di vecchia data: è l'esempio dei francescani Cappuccini, fondati da Matteo da Bascio ed approvati nel 1528;
  3. soprattutto tra la fine del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento, vediamo la nascita di nuovi ordini religiosi, tra cui i Gesuiti, i Camilliani, i Teatini, nonché di ordini femminili dediti alla vita attiva, come le Orsoline di Sant'Angela Merici;
  4. né bisogna dimenticare che, nel malcostume comune, alcuni vescovi si distinguono per le loro capacità e per il loro zelo pastorale, arrivando a convocare sinodi, a promuovere la predicazione, a preoccuparsi della formazione del clero, a visitare regolarmente le loro diocesi; si distinsero soprattutto Nicolò da Cusa (detto Cusano), vescovo di Bressanone, e il card. Francisco Jiménez de Cisneros, arcivescovo di Toledo.

Certamente la grande azione della Chiesa cattolica per contrastare il luteranesimo da un lato, e per riformarsi al suo interno dall'altro, fu il Concilio di Trento (1545-1563).

Le missioni cattoliche dopo il XIV secolo

Facendo un passo indietro, si può dire che a cavallo dell'anno Mille, i popoli europei erano quasi tutti cristianizzati, eccezion fatta per le tribù dei vendi (o serbi) tra l'Elba e l'Oder, e dei popoli del Baltico a nord-est della Vistola. La missione in questi territori portò a compimento, verso il 1270, la cristianizzazione dei popoli europei. Nel tardo medioevo la missione ebbe come punti di interesse i mussulmani di Grenada e la missione fra i mongoli, imprese portate avanti soprattutto dai Francescani e dai Domenicani. Il fallimento della Crociata fece tramontare anche l'idea che la diffusione della fede dovesse essere accompagnata dalla forza delle armi. Ma la scoperta di nuove ed immense terre dopo il 1492 cambiò la modalità della missione cristiana nel mondo.

Carattere della colonizzazione

  1. La colonizzazione anglosassone. Si caratterizza per una autentica penetrazione nel territorio; ma non stabilì in alcun modo relazioni con gli indigeni, che respinsero sempre più nelle riserve per poi sterminarli in modo incruento ma efficace (alcool e altri mezzi). In genere nel Nord America (Stati Uniti e Canada) non si fece che trapiantare usi e costumi europei.
  2. La colonizzazione portoghese in Asia. In Asia i portoghesi non tentarono una penetrazione all'interno limitandosi a creare una rete di stazioni commerciali, collocate in posizioni strategiche. Il commercio era sottoposto ad un rigido monopolio statale. In questo modo, scarso fu l'influsso sulle civiltà dell'India e del Sud-Est asiatico. In Brasile invece la colonizzazione portoghese è molto simile a quella spagnola.
  3. La colonizzazione spagnola. La Spagna, diversamente dal Portogallo, non si limitò a raggiungere le coste ma penetrò sistematicamente verso l'interno. E non si limitò a sfruttare le ricchezze naturali dei luoghi scoperti, ma svolse una autentica opera educatrice, certamente con metodi e strumenti spesso coercitivi, ma arrivando a creare nell'America centro-meridionale una nuova civiltà, appunto la civiltà latino-americana, attraverso la fusione di elementi indigeni ed europei. Questo esito storico, sostanzialmente positivo, non deve però celare le gravi lacune, le ombre, le dolorose colpe commesse sia nella prima fase di colonizzazione sia in quella successiva.

Per quanto riguarda il sistema politico-economico delle colonie spagnole accenniamo a tre punti:

  • le colonie erano rette da viceré che godevano della più ampia autorità sugli abitanti, senza però alcun potere legislativo; erano poi soggetti al consiglio supremo delle Indie, che si riuniva a Madrid ed esercitava un controllo effettivo con l'invio periodico di visitatori;
  • il commercio era rigidamente sottoposto al monopolio statale;
  • grave, per gli abusi che ne nacquero, fu il sistema delle encomiende: i coloni ricevevano in usufrutto per due o tre generazioni dei territori sui quali esercitavano anche una parziale giurisdizione (indigeni compresi). Il governo spagnolo era stato spinto su questa via dalla necessità di evitare l'anarchia, dall'urgenza di sanzionare legalmente una situazione spesso già di fatto, dall'opportunità di stimolare i coloni più intraprendenti. Col passare del tempo il sistema dell'encomienda portò a gravi abusi, specialmente alla schiavitù degli indigeni.

Il Patronato regio

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Patronato regio.

Dalla metà del XV secolo fino al XVII i pontefici concessero ai sovrani di Spagna e Portogallo privilegi sempre più notevoli, esigendo allo stesso tempo da essi che si prendessero cura dell'evangelizzazione nelle terre scoperte. Questo sistema è chiamato Patronato regio. I motivi che imposero questa scelta:

  • secondo la mentalità dell'epoca l'appoggio delle autorità civili era vista come la via sicura ed efficace per la cristianizzazione dell'Asia e dell'America
  • la scoperta e l'occupazione delle nuove terre era considerata come la continuazione della liberazione della penisola iberica dal giogo islamico, cioè un'impresa essenzialmente sacra
  • più in generale il patronato regio non è che uno degli aspetti di quel fenomeno più vasto, tipico dell'epoca, dell'unione fra le due società, civile e religiosa, con i suoi vantaggi e i suoi gravissimi rischi.

Ai sovrani di Spagna e Portogallo vennero attribuiti determinati diritti e doveri che rendevano l'evangelizzazione degli indigeni un compito dello Stato, ma che insieme attribuivano allo Stato piena autorità sulla Chiesa nei territori delle missioni.

Allo Stato spettava: 1. la nomina a tutti i benefici; 2. l'ammissione o l'esclusione dei missionari (i missionari avevano perciò bisogno dell'autorizzazione regia per partire in missione); 3. il controllo su tutti gli affari ecclesiastici (i missionari potevano rivolgersi a Roma solo attraverso il Governo).

Di contro, lo Stato doveva: 1. scegliere ed inviare i missionari; 2. provvedere a tutte le spese del culto, al sostentamento ed ai viaggi dei missionari; curare l'erezione, il mantenimento, i restauri degli edifici di culto.

Il patronato ebbe certamente alcune conseguenze positive: i sovrani divennero più consapevoli del dovere che incombeva loro di promuovere la diffusione della fede; Spagna e Portogallo fornirono alle missioni i mezzi materiali necessari; i missionari godevano della protezione dello Stato.

Ma non mancarono gli inconvenienti e i danni che si aggravarono col tempo. Il Portogallo, al culmine della sua potenza coloniale, soddisfece solo in parte ai suoi doveri. Per di più impose alla Chiesa dei gravi pesi quali: un controllo e una burocrazia lenta ed asfissiante (un permesso da Roma poteva giungere a destinazione anni e anni dopo, quando il permesso era ormai già scaduto), il giuramento dei vescovi al patronato (1629) e la promessa di non instaurare rapporti con Roma, imposizione di vescovi eletti ma non canonicamente istituiti, nulla osta statale per l'apostolato nelle missioni portoghesi (che impedì l'arrivo di un numero sufficiente di missionari). Anche quando il Portogallo in Asia perse il predominio a favore di Olanda e Inghilterra, continuò tuttavia ad arrogarsi gli antichi diritti di patronato anche per quei territori passati ormai ad altri padroni, provocando così doloroso conflitti con Propaganda Fide. In questo modo il patronato, nato come mezzo per favorire la religione, divenne strumento di cui il Portogallo si serviva per mantenere il suo influsso politico nei domini di altre potenze.

La nascita di Propaganda Fide

Fin dall'inizio delle nuove scoperte la Chiesa non fu però disposta a scaricare completamente su altri la responsabilità dell'evangelizzazione dei popoli. Già Pio V aveva istituito nel 1568 una Congregazione cardinalizia per le missioni. Clemente VIII eresse una Congregazione de Propaganda Fide, che non sopravvisse alle resistenze dei patronati.

Impulso decisivo alla formazione di un dicastero permanente venne dal carmelitano scalzo Thomas de Jésus con la sua opera De procuranda salute omnium gentium (1613), ove propugnava tra l'altro la fondazione di un centro missionario a Roma. L'idea, appoggiata da altri, venne realizzata il 6 gennaio 1622 da Gregorio XV. Il 22 giugno era emanata la bolla ufficiale d'istituzione.

Scopo della Congregazione era di controllare tutta l'attività missionaria, provvedere alla formazione di missionari, ricevere rapporti e dare direttive. Si sforzò di trasformare le missioni da fenomeno coloniale in un movimento ecclesiastico e spirituale, di difendere i missionari dalle interferenze delle autorità politiche, di formare un clero indigeno, di provvedere alla stampa di libri in varie lingue. La nascita di Propaganda sollevò due problemi fondamentali: la coesistenza tra iniziative locali e direttive centrali, e la coesistenza tra i Patronati e l'indipendenza delle attività missionarie. Fu soprattutto questo secondo aspetto a creare i maggiori problemi, specialmente nella nomina dei vescovi. Si cercò di aggirare il Patronato creando i Vicari Apostolici, che giuridicamente non erano veri vescovi residenziali, ma rappresentanti speciali del papa. L'istituzione rappresentò una svolta nella storia delle missioni.

L'espansione e l'attività missionaria in America

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Riduzioni gesuite.

Dopo lo sviluppo e i successi iniziali, nei secoli XVII e XVIII assistiamo ad un palese raffreddamento dello spirito missionario, che deve farsi risalire agli avvenimenti del XVI secolo. Si possono ridurre a 2 i motivi di questo raffreddamento.

  1. Il diverso concetto di Chiesa inteso dal re spagnolo Filippo II e dai Papi di Roma. Il re spagnolo voleva un "patriarcato indiano" per le missioni americane, patriarcato che doveva costituire una chiesa più o meno indipendente da Roma e alle dirette dipendenze di Madrid, ove doveva risiedere il patriarca. I Papi si opposero a questa richiesta. Nel 1568, venne creata a Madrid la Junta Magna che nelle intenzioni del re Filippo II doveva raggiungere due scopi: 1) esercitare il diritto di patronato in modo tale da escludere qualsiasi influsso di Roma e 2) reprimere la nascente chiesa indigena e promuovere una chiesa di tipo spagnolo. Tramite la Junta Magna e il Consiglio delle Indie il re esercitò un grande influsso sulla chiesa americana, tanto che si può dire che nei secoli XVII e XVIII il regalismo o assolutismo di stato si dimostrò come uno dei più gravi impedimenti nello sviluppo missionario della chiesa americana. Il fatto stesso che fosse praticamente eliminato ogni intervento di Roma contribuì a raffreddare e scoraggiare tutta l'opera missionaria. Questo è certamente l'aspetto più negativo del patronato regio.
  2. Il divieto regio di organizzare una chiesa indiana, progetto che stava a cuore soprattutto ai francescani, ma che venne stroncato con un intervento della Junta Magna nel 1568, alla quale premeva invece la creazione di una chiesa sulla stampo di quella europea. La discriminazione verso gli indigeni raggiungeva il suo culmine nel divieto di formare il clero indigeno, colpendo così in modo decisivo ogni tentativo di organizzare una chiesa autoctona.

In Brasile la situazione era diversa. Inizialmente i portoghesi si limitarono alle zone costiere: l'unica diocesi era Bahia. Solo a partire dal 1676 sorsero le diocesi di Rio de Janeiro, Recife e Maranhao e dal 1745 quelle di San Paolo, Marianna, Goiaz, ecc. Oltre ai danni creati dal patronato portoghese, in Brasile grave ostacolo al lavoro dei missionari fu lo schiavismo, cui si opposero soprattutto i francescani e i gesuiti. Solo con un decreto regio del 1758 si cercò di attuare una definitiva abolizione dello schiavismo degli indigeni.

L'espansione e l'attività missionaria in Africa

Mentre in America la chiesa costituiva una realtà ben radicata con proprie diocesi, sinodi diocesani, diffusione organica dell'evangelizzazione, in Africa si poterono evangelizzare solo alcune zone costiere e la maggior parte solo transitoriamente. Casi a parte sono l'Angola e lo Zaire. In Africa Propaganda Fide ebbe molta più mano libera che non in America.

  • Per quanto riguarda il Nord-Africa non si può parlare di una vera e propria evangelizzazione, data la secolare opposizione tra cristianesimo e islam. Questo non impedì una presenza di missionari (francescani, mercedari, trinitari), anche grazie ad alcuni accordi.
  • Nell' Africa Occidentale vi lavoravano i missionari portoghesi che ottennero dei risultati sulle coste. Ma dal XVII secolo, col venir meno della penetrazione militare si affievolì anche lo slancio missionario. Rimaneva agli europei (inglesi, olandesi, prussiani, portoghesi, francesi compresi) una fascia costiera di 400 chilometri dalla Guinea all'Angola, che era il punto di partenza delle navi piene di schiavi per l'America. Qui, per la prima volta, Propaganda Fide riuscì a rompere le rigide barriere del patronato portoghese e far dipendere direttamente da sé l'opera missionaria, gravemente screditata però dalla tratta degli schiavi.
  • Nell' Africa del Sud fu impossibile ogni lavoro missionario, perché non accompagnato da alcuna penetrazione militare o commerciale.
  • Nell' Africa Orientale tre furono le zone missionarie: a sud il Mozambico e la zona interna (Rodesia); Mombasa con la sua poderosa fortezza che assicurava la via verso le Indie; a nord l'Etiopia.

Una seria e durevole evangelizzazione dell'Africa potrà ottenersi solo nel XIX secolo, grazie, suo malgrado, alla penetrazione coloniale, ma anche ad una più attenta e diretta conoscenza del continente africano

L'espansione e l'attività missionaria in Asia

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi le voci Missione gesuita in Cina, Questione dei riti cinesi e Questione dei riti malabarici.

L'evangelizzazione dell'Asia ebbe caratteristiche sue particolari, dato che in questo vasto continente erano presenti tradizioni culturali e religiose di ben più vasta portata rispetto agli altri continenti. Inoltre la missione era sempre più resa difficile dai contrasti, spesso economici, tra le varie potenze europee che si contendevano le zone costiere asiatiche per il controllo del commercio. Infine da non dimenticare il contrasto secolare tra Propaganda Fide e il patronato portoghese.

  • L' India, con Goa (sede del viceré e dell'arcivescovo), rimase ancora nei secoli XVII-XVIII il cuore del dominio portoghese e quindi anche della missione. Qui la situazione si aggravò fatalmente per i contrasti tra il patronato portoghese e Propaganda Fide, la quale decise di erigere territori propri, i vicariati apostolici, indipendenti dal patronato (da Goa cioè). Né fu positivo l'infelice soluzione/compromesso della duplice giurisdizione: diverse diocesi furono suddivise in parrocchie dipendenti dal patronato ed in parrocchie dipendenti da Propaganda. Questo sistema creò confusione, conflitti, gelosie, nocendo gravemente alla missione. A partire dall'India tentativi missionari furono fatti nel Tibet, nell'India settentrionale, in Persia e in Birmania, ma con scarsi risultati.
  • In Cina gravi tensioni sorsero in occasione del conflitto sui riti (che toccò anche l'India). L'opera di evangelizzazione fu portata avanti soprattutto dai gesuiti tedeschi e francesi e poi dai francescani spagnoli delle Filippine. Anche in Cina il Portogallo cercò di far valere il patronato e ottenne dal debole Alessandro VIII nel 1690 i vescovadi di Nanchino e Pechino dipendenti dal patronato. Così, per esempio, a Pechino fino al XIX secolo coesistevano chiese cattoliche dipendenti dal patronato, quelle dipendenti dai gesuiti francesi (che Luigi XIV non volle mai sottomettere a nessun'altra autorità che non fosse francese) e quelle dei missionari di Propaganda Fide.
  • Per quanto riguarda le Filippine vale quello detto per l'America Latina: i missionari spagnoli riuscirono a fondere le due culture e a fondare una chiesa locale realmente vitale.
  • Il Giappone rappresentò invece un duro campo di evangelizzazione e di martirio. Ad un inizio felice, seguì, tra Cinquecento e Seicento, tutta una serie di persecuzioni, che culminarono con la chiusura del Giappone agli europei, missionari compresi. Solo nella seconda metà dell'Ottocento il Giappone fu costretto a riaprire agli europei (e dunque anche ai missionari).

Controversie teologiche nei secoli XVII-XVIII

Dopo il caso di Lutero e dopo il Concilio di Trento, la Chiesa di Roma fu molto attenta a seguire i dibattiti teologici del mondo cattolico per bloccare sul nascere eventuali sviluppi eretici. È senz'altro uno degli aspetti della Chiesa della Controriforma.

Nei sec. XVII-XVIII si svilupparono nel mondo cattolico diverse correnti e idee teologiche non sempre nella linea dell'ortodossia.

Giansenismo

Questa corrente di pensiero teologico-morale nacque in Belgio nel 1640 con Giansenio (1585-1638) e verteva sui rapporti tra libertà umana e grazia divina: l'uomo, dice Jansen, è decaduto con il peccato ed incapace di amare senza l'aiuto della grazia di Dio che spinge all'amore; questa « spinta » interiore non lede la libertà umana, perché, secondo lo Jansen, vi è assenza di libertà solo quando l'uomo è « costretto » esteriormente.

Il Giansenismo, aspramente combattuto dai Gesuiti, ebbe larga diffusione in Francia, ed in qualche misura anche in Italia. I suoi maggiori esponenti e difensori furono: Jean Duvergier de Hauranne (chiamato Saint-Cyran, 1581-1643), Antoine Arnauld (1612-1694), Blaise Pascal, Pasquier Quesnel (1634-1719), e, in Italia, Scipione de Ricci (1741-1809).

Gallicanesimo

È una corrente di pensiero teologico-politico, che si sviluppa in Francia nel XVII secolo ad opera di teologi e canonisti, e sostiene da un lato la libertà sempre maggiore della Chiesa di Francia da ogni influsso e condizionamento esterno (in particolare del Papa), e di conseguenza dall'altro, l'attribuzione allo Stato francese di un sempre maggiore influsso sulle faccende ecclesiastiche interne e la limitazione del potere del Papa in Francia. Il Gallicanesimo si manifesta così come una tendenza centrifuga all'interno della Chiesa cattolica, in contrasto con le tendenze centripete della Santa Sede di Roma. Maggior esponente del Giansenismo fu il Bossuet (m. 1704).

Febronianesimo

Si tratta di una corrente di pensiero teologico-politico, molto simile al Giansenismo, ma in ambito tedesco, favorevole all'instaurazione di una Chiesa di Stato (episcopalismo), libera da ogni influsso esterno, e alla riduzione del potere del Papa di Roma ad un semplice primato di onore. Maggiori esponenti furono Bernhard von Espen (m. 1728) e soprattutto Johann Nikolaus von Hontheim (m. 1790), che pubblicò la sua opera principale con lo pseudonimo di Justinus Febronius.

Giuseppinismo

Le tendenze centrifughe all'interno della Chiesa cattolica si manifestarono anche in Austria, sostenute, in questa occasione, dallo stesso imperatore Giuseppe II, che, in linea con la politica della madre Maria Teresa (1740-1780) attuò una politica ecclesiastica molto autoritaria, perseguendo il fine della piena dipendenza della Chiesa dallo Stato con l'erezione di una specie di Chiesa nazionale austriaca il più possibile indipendente da Roma.

Quietismo

È una corrente di pensiero teologico-spirituale, sostenuta dal sacerdote spagnolo Miguel de Molinos (m. 1696), che accentuava a tal punto l'azione della grazia di Dio da annullare praticamente l'azione e la libertà dell'uomo; inoltre la pace interiore si acquista solo attraverso la negazione dell'amore proprio: il niente, l'annichilimento è la strada per giungere alla purezza dell'anima, alla perfetta contemplazione e alla pace interiore. Maggiori esponenti del quietismo furono, oltre al Molinos, Madame Jeanne-Marie de Guyon e il Fénelon.

La Chiesa cattolica durante la Rivoluzione Francese

Note
  1. Martina, La Chiesa nell'età della Riforma, p. 44.
Bibliografia
  • Armani A., Città di Dio e Città del sole. Lo Stato gesuita dei Guarani 1609-1768, Studium, Roma 1977
  • Roland Bainton, La lotta per la libertà religiosa, Il Mulino, Bologna 1983
  • Delacroix S., Histoire universelle des missions catholiques, 4 vol., Parigi 1957-1958
  • Ricardo Garcia Villoslada, Le radici storiche del luteranesimo, Morcelliana, Brescia 1979
  • Hubert Jedin, Storia del Concilio di Trento, Morcelliana, Brescia 1979
  • Joseph Lecler, Storia della tolleranza nel secolo della Riforma, Morcelliana, Brescia 1967
  • Giacomo Martina, La Chiesa nell'età della Riforma, Morcelliana, Brescia 1988
  • Giacomo Martina, La Chiesa nell'età dell'Assolutismo, Morcelliana, Brescia 1989
Collegamenti esterni

Suggerimenti



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