Cantico dei Cantici

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Cantico dei Cantici
Llyfr Caniad Solomon - Caerwynt.jpg
Lettera miniata iniziale "O" del Cantico dei Cantici, (Bibbia della Cattedrale di Winchester, foglio 270 32/W7/LC1.C.270B, XII secolo). [1]
Titolo originale שיר השירים (shìr hasshirìm)
Altri titoli
Nazione [[]]
Lingua originale ebraico
Traduzione
Ambito culturale
Autore Anonimo
Note sull'autore
Pseudonimo
Serie
Collana
Editore
Datazione V - III secolo a.C.
Datazione italiana
Luogo edizione Giudea
Numero di pagine
Genere
Ambientazione
Ambientazione Geografica
Ambientazione Storica

Personaggi principali:

Titoli dei racconti
Libro precedente
Libro successivo
Adattamento teatrale
Adattamento televisivo
Adattamento cinematografico
Note
Premi:
Collegamenti esterni:
ID ISBN
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Forte come la morte è l'amore, tenace come il regno dei morti è la passione: le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma divina!
Virgolette chiuse.png

Il Cantico dei Cantici o semplicemente Cantico (ebraico שיר השירים, shìr hasshirìm; greco Ἀσμα Ασμάτων, Asma Asmáton; latino Canticum canticorum) è un testo contenuto nella Bibbia ebraica (Tanakh) e cristiana.

È scritto in ebraico e attribuito pseudoepigraficamente a Salomone. Secondo l'ipotesi maggiormente condivisa dagli studiosi, la redazione definitiva del libro è avvenuta in Giudea in epoca post-esilica (V - III secolo a.C.) ad opera di un autore ignoto, forse sulla base di qualche testo più antico di epoca monarchica (X secolo a.C.).

È composto da otto capitoli contenenti poemi d'amore (con alcune implicite allusioni erotiche) in forma dialogica tra un uomo e una donna. La ragazza è una pastorella di Gerusalemme di nome Sulammita, mentre l'identità dell'amato può essere fatta coincidere o con lo stesso re Salomone o con un pastore, vero amore della ragazza in procinto di sposare Salomone. La tradizione cristiana lo ha interpretato in senso allegorico, vedendolo in particolare come simbolo dell'amore tra Cristo e la Chiesa.

Paralleli extrabiblici

Gustave Moreau, Cantico, Digione, 1853.
La Sulammita viene molestata dalle guardie durante la sua ricerca dell'amato (5,7).

"Attorno al Ct si estende un vero e proprio pianeta poetico, religioso e socio-culturale, quello dell'amore che ha prodotto canti, usi, costumi, riti, arte".[2] L'esame di tali paralleli extrabiblici può avere implicazioni sia per quanto riguarda la composizione del testo (originalità, datazione) sia per quanto riguarda il suo significato (cultuale, matrimoniale, allegorico).

Tra i diversi paralleli può essere rilevata l'attenzione delle culture primitive per i culti della fertilità e la grande madre. In Cina, nel Libro delle Odi (tra 1000-600 a.C.) sono presenti alcuni componimenti relativi all'amore, come la "Preghiera a Tchong". In India il Govinda-Gita ("Canto di Govinda"), attribuito a Jayadeva (metà XII sec.), descrive tra l'altro gli amori del dio Krishna. In questo testo, come in altri componimenti in lingua tamil, vi sono alcuni temi comuni al Ct che in passato hanno fatto ipotizzare una dipendenza diretta attraverso Mesopotamia e Arabia ancora all'epoca salomonica (così Clarke, Rabin, Brenner, Craigie, Mariaselvam), ma i temi e i termini comuni possono essere ricondotti all'identità transculturale del fenomeno dell'amore.

In un contesto geografico e culturale più vicino a quello ebraico, sono stati evidenziati paralleli con alcuni racconti ierogamici (cioè relativi a matrimoni e relazioni tra divinità) della Mesopotamia. Nella mitologia sumerica viene narrato l'intreccio tra gli dèi Dumuzi ed Enkidu e la dea Inanna, dove nei dialoghi compare, come in Ct, il titolo fratello-sorella. Il paragone più additato è quello della festa di akitu, il capodanno babilonese, dove re e sacerdotessa riproducono l'unione sessuale di Ishtar e Tammuz (Astarte e Adone nella mitologia cananea). Questi paralleli hanno fatto ipotizzare una derivazione di Ct da tali mitologie (così Wittekindt, Meek, Kramer, Lys), ma sebbene questo processo comparativistico "può offrire qualche risultato particolare, non riesce a costituire una prova di dipendenza precisa dell'opera biblica da testi mesopotamici".[3]

Anche in Egitto è presente una letteratura amorosa, testimoniata dal Papiro Harris 500, il Papiro Chester Beatty I, il Papiro di Torino I, l'Ostracon di Gizah. Elementi comuni al cantico sarebbe la radice yfh, "essere bello", rara nell'AT ma comune nell'estetica egizia, la descrizione degli amati, gli epiteti fratello-sorella. Per l'ambito culturale egizio, senza arrivare ad ammettere una dipendenza diretta di Ct, è possibile constatare queste affinità e attribuirle a una osmosi tra i due orizzonti culturali.

Nella cultura cananea, come in quella mesopotamica, è presente il culto della fecondità centrato anticamente sulla coppia Ashera-El, che fu poi sostituita da Ashera-Baal (con qualche attestazione per la coppia (Baal-Anat). Gli accostamenti con Ct e cultura cananea si sono però focalizzati sul genere letterario arabo-beduino detto wasf, "descrizione", usato per raffigurare la bellezza del partner nelle celebrazioni nuziali. Secondo alcuni autori dunque (Wetzstein, Budde) i due protagonisti di Ct non sarebbero altro che gli sposi durante il matrimonio.

Molti sono i paragoni che possono essere fatti con la cultura greco-romana, cosa che ha portato alcuni studiosi (Grotius, Graves, Gebhardt, Winandy, Garbini) a datare il libro all'età ellenista. In tal senso sono state additate diverse ipotetiche fonti ispirative di Ct: la poesia amorosa alessandrina, la poesia pastorale greca, gli Idilli di Teocrito, alcuni dialoghi platonici (Simposio, Fedro), gli Inni di Callimaco, Apollonio Rodio, le Bucoliche di Bione, le Bucoliche di Mosco di Siracusa, Saffo, Alceto di Mitilene, Anacreonte, Catullo, l' Ars amatoria di Ovidio. "Ma tutto questo enorme lavoro di collazione non ha finora partorito che collegamenti di tipo generico e universale".[4]

Testo e stile

Salvador Dalì, Cantico, 1971; "Baciami con i baci della tua bocca" (1,2).

Nella sua versione ebraica,[5] il libro si compone di 8 capitoli, 117 versetti e 1250 parole ebraiche (lo 0,42% dell'intero AT). Il testo contiene 43 hapax (cioè termini presenti solo in Ct), che ne fanno il libro biblico dell'AT con la più alta ricorrenza di termini propri (Ct 6,60%, Na 4,78%, Ab 4,46%, Lam 4,41%). Il libro ci è pervenuto in buone condizioni[6] e non abbisogna di particolari modifiche o congetture al fine di ricostruire l'ipotetico testo originario ebraico, come invece spesso accade per altri brani biblici che hanno spinto masoreti ed esegeti moderni a proporre modifiche, tagli o aggiunte. Infatti nella IV grotta di Qumran sono emerse 12 righe di Ct sostanzialmente identiche al TM, e parimenti vicine sono le traduzioni (cronologicamente precedenti al TM come ci è perveunto) della LXX, della Vulgata, della Peshittà.

Il vocabolario[7] mostra diversi aramaismi post-esilici (1,6.7.11.17; 2,9.11.13; 3,2.8; 5,3; 6,11; 7,3; 8,5), in particolare viene usata la she- premessa come pronome relativo, invece del tradizionale termine ashèr (caratteristica anche del tardivo Qoelet). Son presenti alcuni prestiti dal persiano, come nerèd, "nardo" (1,12; 4,13.14), pardès, "giardino" (4,13), karkòm, "zafferano" (4,14), 'egòz, "noce" (6,11). È presente anche un probabile prestito dal greco, 'appiriòn, "portantina nuziale" (3,9).

Quanto allo stile, "il suo tenore generale è di alto profilo e rivela una straordinaria sensibilità letteraria", e "per ottenere questo risultato il poeta del Ct ricorre a tutte le potenzialità tecniche della sua lingua".[8] L'analisi ritmica del testo poetico mostra prevalentemente un ritmo di accenti 3+2 (cf. 1,9), ma non manca il ritmo 2+2 (2,8.15; 7,1), e più raro è il metro classico 3+3 (1,2.4) che talvolta arriva a 3+3+3 (1,3). Talvolta è presente l'inatteso 2+3 (1,12). Alcuni versetti sono caratterizzati da allitterazioni (ripetizione di suoni simili), come p.es. la shin (1,1), la a (8,6), la i (5,1). È presente talvolta la rima, p.es. -ot (2,7; 6,2), -im (2,15), -ti (1,9). Quanto ai mezzi stilistici, è presente il parallelismo in tutte le sue forme: sinonimico (2,5), antitetico (5,6), progressivo (4,8), numerico (6,8), nome-verbo (8,5), asimmetrico (2,12). Particolarmente presenti in Ct sono i ritornelli: cf, 2,7; 3,5; 8,4; 2,16; 6,3; 7,11; 2,17; 4,6; 8,14; 2,6; 8,3. Sono presenti anche figure retoriche come il chiasmo (1,6), le iperboli (2,8-9), il merismo (4,16), la metonimia (5,16), la sineddoche (7,3).

Autore

Il testo si presenta nell'incipit come opera del re Salomone (1,1), che indicherebbe una datazione al X sec. a.C. e una collocazione redazionale in Palestina. Tale convinzione è stata propria della tradizione ebraica e cristiana, ma l'esegesi moderna tende a collocarne la redazione in epoca post-esilica, attorno al IV sec. a.C. Le proposte di datazione sono però variegate:[9]

  • alcuni esegeti (Schökel, Lys, Pope, Gordis, Gottwald) rifiutano di proporre datazioni precise, limitandosi a considerare possibile una redazione tra l'epoca salomonica e quella persiana postesilica.
  • l'epoca salomonica o immediatamente seguente (X sec. a.C.) è l'attribuzione tradizionale e quella rivendicata da fondamentalisti e alcuni studiosi (Delitzsch, Segal, Gerleman, Rabin, Renan). Gli argomenti addotti sono l'esplicita attribuzione, i paralleli con la poesia amorosa tamil ed egizia, la citazione di Tirsa e Gerusalemme (6,4), capitali dei due regni dopo la secessione del 933 a.C. D'altro canto, i prestiti linguistici persiani e greci presenti in Ct mettono in discussione tale antichità, e l'attribuzione deve tener conto del prestigio di cui godette Salomone, autore di numerosi componimenti (1Re 5,12) che gli garantirono l'attribuzione pseudoepigrafa di diverse opere (Proverbi, Qoelet e Sapienza, oltre a Ct e altri testi apocrifi).
  • l'epoca del primo tempio è proposta da alcuni studiosi, come Keel e Albtight (VIII-VI sec., con redazione definitiva nel VI-V) e Saviv (VIII sec.). In tale caso sarebbero da negare influssi linguistici e stilistici greci.
  • la convinzione più diffusa e divulgata colloca la redazione in epoca post-esilica, cioè dopo il ritorno degli Ebrei in Palestina nel 538 a.C. Per Joüon e Murphy il Ct non è stato scritto prima dell'esilio, Tournay e Robert indicano il 450-400 a.C., Brenner parla di dinastia Achemenide (550-330), Schoville colloca la redazione finale nel 400 sulla base di testi precedenti, così anche Mariaselvam. Ravasi opta per questa opzione, negando materiali precedenti.[10]
  • l'epoca ellenista (dopo il 330 a.C.) è indicata da diversi autori, che possono o meno ammettere l'esistenza di materiale precedente: Shafi, Heinevetter (III sec. a.C.), Pouget e Guitton (285-220), Driver (247-221), Krinetzi e Bonora (III sec.), Garbini (190-50).

Per completezza va segnalata l'ipotesi di Landy che, notando nel racconto la preponderanza della protagonista e il frequente ricorso al pronome "io" usato solo da lei, ipotizza per Ct una mano femminile.

Contenuto

Julius Schnorr von Carolsfeld, Cantico, 1851-1860, illustrazione dalla Bibel in Bildner. "Come un melo tra gli alberi del bosco, così l’amato mio tra i giovani. Alla sua ombra desiderata mi siedo, è dolce il suo frutto al mio palato" (2,3).

Quanto al contenuto, al centro di Ct "c'è l'amore umano, giovane e primaverile, che rimane tale anche nella tenerezza della coppia fedele e innamorata".[11] Nell'esame immediato del testo è assente una componente religiosa o spirituale, se si eccettua l'espressione "fiamma di YH" di 8,6, dove può però indicare semplicemente una "grande fiamma". Anche se è attestata qualche ricorrenza del termine "sposa" (4,8-12; 5,1), senza il corrispettivo maschile (presente invece dodi, "amore mio"), "il tema dell'opera è l'amore, non il matrimonio [...] È l'amore in quanto tale, nella sua assolutezza, purezza e totalità, il cuore di Ct".[12] Il tema della fecondità, segno esplicito di benedizione divina e componente fondamentale del matrimonio (cf. pes. Gen 1,28), è assente in Ct, come anche gli elementi centrali nel rito ebraico del padre e della dote.

La forma del testo è quella di un dialogo con diversi protagonisti: la ragazza, il ragazzo, il coro, i pastori, Salomone. Le esatte sequenze del dialogo non sono chiaramente delimitate dal testo ebraico, e traduzioni bibliche e commentari (p. es. Bibbia TOB) cercano di mettere ordine aggiungendo a margine, quasi in sorta di copione, l'indicazione dei protagonisti.

La ragazza viene contestualizzata genericamente, sembra essere una pastorella (1,8) di Gerusalemme. Il nome proprio "Shulammìt" compare solo in 7,1, e non avendo altre ricorrenze esatte nell'AT ha dato origine a diverse interpretazioni:[13]

  • può essere la forma femminile del nome Salomone, anche se ci si dovrebbe attendere Shelomìt (Lv 24,11; 1Cr 3,19, cf anche il neotestamentario Salomè). Così Goodspeed, Rowley e Ravasi;
  • può essere riferito alla città di Shunen, luogo di provenienza di Abisag, concubina del re Davide ormai anziano (1Re 1,1-4.14; 2,13-25, cf anche 2Re 4,8). La differenza fonetica (Sunammita/Sulammita) si può appianare considerando l'oscillazione l/m/n, linguisticamente non rara, e nello specifico la cittadina nel medioevo era chiamata Solem, nell'arabo attuale Sulam. Così Eusebio, McCown, Dornseiff, Kuhn;
  • ricorrendo a un'interpretazione simbolica, il nome evocherebbe la radice shalom, pace, pienezza, abbondanza, perfezione, a indicare le qualità positive della ragazza del Ct. La stessa si definisce in 8,10 come colei che procura pace. Così già Aquila, Winandy, Robert, Tournay;
  • può derivare dall'antico nome di Gerusalemme, Shalem (Gen 14,18), e sarebbe dunque sinonimo di gerosolimitana. Così Segal;
  • interpretando Ct in chiave mitica, il nome sarebbe sempre da ricondurre al concetto di pace, ma evocherebbe l'epiteto proprio di una qualche divinità femminile protagonista del dialogo ierogamico di Ct: la dea Ishtar (Erbt, Meek, Schmökel), la dea della guerra cananea Salmeinat/Salmanitu (Gaster), l'assira Shulmanìt (Albright), l'ugaritica 'Anat (Pope), l'egiziana Iside (Neuschotz de Jassy).

L'identità dell'amato, per il quale si usa spesso il titolo dodi (amore di me), è più controversa. Se si assume la tradizionale attribuzione al re Salomone del testo, che avrebbe la forma di un cantico nuziale, questi può essere fatto coincidere con l'amato in procinto di sposare la Sulammita, e l'epiteto dodi richiamerebbe un soprannome di Salomone, Iedidià, "amato di YH" (2Sam 12,25). D'altro canto è possibile inquadrare il libro in un triangolo amoroso, col re Salomone che sta per sposare la pastorella (3,11) ma questa si sente legata al suo vero amore, pastore anch'egli, che ai suoi occhi appare come il vero re (1,4.12; 7,6). In tal senso l'amato prenderebbe le distanze dagli amori facili e superficiali di Salomone (6,8-9; 8,12).

Struttura

Chagall, Cantico, 1957. "Dormivo ma il mio cuore era sveglio" (5,2).
Chagall, Cantico, 1974.

La proposta di struttura e suddivisione del testo varia notevolmente tra i vari studiosi, risentendo in particolare delle questioni circa l'autore e l'origine del testo (autore unico vs. collazione di poemi precedenti).[14]

A favore dell'unicità compositiva si possono evidenziare parole, espressioni e formule ricorrenti in tutto il testo (p.es. la vigna; dodi, l'amato di me; gli accenni a Gerusalemme; i ritornelli). Così optano per l'unità sostanziale dell'opera autori come Joüon, Robert, Feuillet, Tournay, Jacobi, Delitzsch, Pouget, Guitton, Lusseau, Murphy, Elliot, Ravasi. Altri autori invece sottolineano le fluttuazioni linguistiche e concettuali dell'opera, considerando Ct come una raccolta di eterogenei e precedenti carmi, unificati e armonizzati in sede di redazione definitiva: così per primo Teodoro di Mopsuestia, e in epoca moderna Dhorme, Eissfeldt, Bonora, Soggin, Buzy, Gerleman, Krinetzki, Loretz, Rudolph, Würthwein.

L'oscillazione dei vari studiosi tra i due poli estremi di tale continuum (tesi dell'unità vs. tesi antologica) rende ragione della vasta gamma di proposte circa la suddivisione delle sezioni del libro. Di seguito una sinossi delle varie proposte di suddivisione. Più autori per uno stesso numero indicano una proposta di suddivisione per sezioni non necessariamente coincidente. I numeri aggiunti (p.es +2) possono indicare prologo, epilogo, appendice.

  • 2: Segal (1962);
  • 4: Ruperto di Deutz (XII sec.); Kessler (1957);
  • 4+1: Heinevetter (1988);
  • 4+2: Eliot (1989);
  • 5: Robert (1963);
  • 5+2: Laurentini (1978);
  • 6: Delitzsch (1851); Exum (1973); Shea (1980);
  • 7: Bousset (1693); Calmet (1726); Buzy (1940); Lys (1968); Carniti (1971); Gordis (1974); Dorsey (1990);
  • 8: Angénieux (1965);
  • 9: Murphy (1949); Bonora (1985);
  • 10+2: Tournay (1982);
  • 12 Ravasi (1992);
  • 13: Cannon (1913); Manucci (1982);
  • 14: Goulder (1986);
  • 16: Webster (1982);
  • 18: Bettan (1950);
  • 19: Schmidt (1911);
  • 21: Schökel (1953);
  • 23: Budde (1898);
  • 25: Landsberger (1954); Eissfelt (1982);
  • 26: Haller (1940);
  • 28: Gordis (1954); Mariaselvam (1988);
  • 30: Loretz (1966); Würthwein (1969); Murphy (1977); White (1978);
  • 31: Falk (1982);
  • 32: Segert (1956); Gerleman (1965);
  • 44: von Herder (1778);
  • 52: Krinetzi (1964).

Interpretazioni

Il testo, che descrive l'amore tra un uomo e una donna senza diretti risvolti religiosi, ha dato origine a interpretazioni variegate,[15] che risentono di questioni come la possibile influenza di testi extra-biblici, dell'autore e del periodo di composizione e del genere letterario del libro.

Interpretazione letterale

L'interpretazione letterale o naturale considera Ct come descrizione del rapporto nuziale uomo-donna, intendendo il testo come composto di diversi inni cantati nei matrimoni sullo stile del genere wasf. Così Thilo, Bousset, Renan, Wetzstein, Budde, Buzy, Audet, Würthwein, Rudolph, Eissfeldt, Winandy. Sebastiano Castellion, amico di Calvino, definì il Ct come un "fine canto amoroso", ottenendo dal riformatore la scomunica e l'esilio da Ginevra.

Una chiave affine sottolinea, sulla base di 5,2 ("io dormivo ma il mio cuore era desto"), una dimensione onirica, per cui il libro non si rifarebbe ai riti nuziali ma sarebbe una sequenza di sogni d'amore. Così con Hug, Freehof, e in parte Lys.

È stata ipotizzata anche una chiave propriamente erotica e anche estranea al contesto matrimoniale (Haupt, Siegfried, Haupt, Wittekindt, Grossberg). Già Voltaire scriveva che "il Ct è certamente una rapsodia inetta e di poco conto ma contiene molta voluttà". Tendenza comune di questa "école voluptuense" è quella di cercare, quasi in maniera maniacale, allusioni erotiche e "doppi sensi" nelle parole di Ct (cf. p.es. 5,2.4-5).

Interpretazione drammatica

Una contestualizzazione storica più precisa lo vedrebbe come una descrizione di un triangolo amoroso tra Salomone, la Sulammita e un pastore suo fidanzato. Un paragone con qualche affinità che può essere citato è descritto in 1Re 2,13-25, dove Adonia, non umile pastore ma figlio di Davide e pretendente al trono al posto di Salomone, chiede a Betsabea di intercedere presso Salomone per sposare Abisag la Sunammita, l'ultima concubina di Davide. L'ipotesi di Ct come descrizione di un triangolo amoroso è avanzata da Renan, Waterman, Driver, Lusseau, Cazelles, Rolla, Schökel. Moulton fa coincidere Salomone con l'amato pastore, nel quale si sarebbe travestito per conquistare la Sulammita.

Una diversa contestualizzazione vedrebbe Ct come un epitalamio per le nozze tra Salomone e la "negroide" figlia del faraone, cf. 1Re 3,1 (Teodoro di Moptuestia,[16] Tournay, Gordis).

Interpretazione cultuale

La scuola mitologica vede l'origine di Ct in precedenti culti ierogamici, dove cioè veniva descritto l'amore tra un dio e una dea, eventualmente incarnati dal re e dalla sacerdotessa. Si ha una certa varietà sulle proposte della coppia divina implicitamente descritta: prevalentemente ci si orienta ai cananei Tammuz-Dod e Ishtar-Shalmit (Erbt, Ebeling, Meek, Minocchi, Wittekindt, Ringgren, Schmokel, Kramer), ma anche agli egiziani Osiride e Iside (Neuscotz de Jassay), o agli ancora cananei Baal e Astarte (Haller).

Una curiosa interpretazione cultuale è offerta anche da Pope, che però non si rivolge a riti di fecondità né ai matrimoni ma ai funerali, dei quali Ct sarebbe stato un canto funebre sulla base in particolare di 8,6: "forte come la morte è l'amore, tenace come gli inferi la gelosia".

Interpretazione midrashica

Secondo l'interpretazione midrashica, Ct sarebbe appunto un midrash, cioè una rielaborazione narrativa di un determinato concetto, nello specifico il rapporto tra uomo e donna descritto da Gen 2. Così Bloch, Lys, Trible, Landy.

Interpretazione allegorica ebraica

La tradizione ebraica e altri studiosi moderni lo vedono come un'allegoria del rapporto tra Dio e Israele: l'amore di Dio per Israele e quello del popolo per il suo Dio sono presentati come i rapporti tra due sposi; sarebbe lo stesso tema del matrimonio che i profeti hanno sviluppato a partire da Osea. Così il Targum, il Midrash Rabbah, Robert, Tournay, Feuillet, Joüon, Grotis, Bousset, Delitzsch, Buzy.

Nell'ambito della storia ebraica può essere riferito in particolare allo scisma dei due regni (von Hug, Torelli).

Sempre nel contesto ebraico e alla ricerca di un'allegoria spirituale, il filosofo ebreo Abrabanel vedeva come protagonisti di Ct il re Salomone e la Sapienza, mentre Kuhn vi vede genericamente il discepolo e la Sapienza.

Nella liturgia ebraica, a partire dal V-VI sec., Ct è diventata la meghillà (rotolo) propria della festa di Pasqua (cf. anche l'associazione Rt Pentecoste, Qo Capanne, Lam per il 9 Av, Est Purim). È ipotizzabile l'aggancio allegorico tra YHWH-sposo e Israele-sposa, ma anche elementi contingenti come:[17] la celebrazione dei matrimoni nel periodo pasquale (Bentzen); l'atmosfera primaverile di Ct (Wittekindt, Eissfeldt, Weiser, Lys), l'accenno alla cavalla del faraone di 1,9 (Di Sante).

Interpretazione allegorica cristiana

La Madonna nera di Częstochowa, esempio delle iconografie mariane ispirate da 1,5-6.

Nel NT non sono presenti evidenti citazioni di Ct, e i pochi esegeti che invece ne sono convinti (cf. Schlier, Feuillet, nell'antichità Teodoro Studita) sottolineano i passi relativi al simbolismo nuziale dei vangeli (p.es. Mt 9,15 pp.) o all'allegoria Cristo-Chiesa in Paolo (Ef 5,21-23) o al tema delle nozze dell'agnello in Apocalisse (Ap 19,7; 21,2.9.10; 22,17).

Con l'eccezione dell'approccio leteralista di Teodoro (cf. sopra), nella tradizione cristiana il Ct è stato variamente considerato come allegoria di un qualche significato o realtà spirituale. In filigrana vi può essere la preoccupazione di neutralizzare la carica erotica del testo. Questi gli ambiti interpretativi (talvolta in alcuni padri sono presenti più interpretazioni in maniera complementare):

Interpretazione mista

Un tipo di interpretazione oggi prevalente tra studiosi ed esegeti cattolici è quella mista, che considera cioè il Ct come la descrizione dell'amore sia tra uomo e donna sia tra Dio e uomo. Così anche la recente enciclica Deus Caritas Est di Benedetto XVI (2005):

« 6. [...] Secondo l'interpretazione oggi prevalente, le poesie contenute in questo libro (Ct) sono originariamente canti d'amore, forse previsti per una festa di nozze israelitica, nella quale dovevano esaltare l'amore coniugale [...].

10. [...] Dio è in assoluto la sorgente originaria di ogni essere; ma questo principio creativo di tutte le cose — il Logos, la ragione primordiale — è al contempo un amante con tutta la passione di un vero amore. In questo modo l'eros è nobilitato al massimo, ma contemporaneamente così purificato da fondersi con l'agape. Da ciò possiamo comprendere che la ricezione del Cantico dei Cantici nel canone della Sacra Scrittura sia stata spiegata ben presto nel senso che quei canti d'amore descrivono, in fondo, il rapporto di Dio con l'uomo e dell'uomo con Dio. In questo modo il Cantico dei Cantici è diventato, nella letteratura cristiana come in quella giudaica, una sorgente di conoscenza e di esperienza mistica, in cui si esprime l'essenza della fede biblica: sì, esiste una unificazione dell'uomo con Dio — il sogno originario dell'uomo –, ma questa unificazione non è un fondersi insieme, un affondare nell'oceano anonimo del Divino; è unità che crea amore, in cui entrambi — Dio e l'uomo — restano se stessi e tuttavia diventano pienamente una cosa sola »

Canone

Nel I secolo d.C., in ambienti ebraici, sorsero dubbi sulla sua canonicità e furono risolti ricorrendo alla tradizione. Basandosi su questo stesso motivo, la Chiesa lo ha sempre considerato come parte della sacra Scrittura. A causa del titolo, il Cantico fu messo tra i libri sapienziali, nella Bibbia greca dopo l'Ecclesiaste, nella Volgata tra l'Ecclesiaste e la Sapienza, appunto due libri "salomonici". Nella Bibbia ebraica il Cantico è posto tra gli "scritti", che formano la terza parte, la più recente, del canone ebraico. Dopo l'VIII secolo d.C., quando il Cantico fu usato nella liturgia pasquale ebraica, divenne uno dei cinque megillot o rotoli, che venivano letti nelle grandi feste.

Uso liturgico

Nella liturgia cattolica post-conciliare[45] l'uso di brani del Ct appare limitato. Non è presente nel contesto pasquale, diversamente dalla tradizione ebraica, né nel messale festivo. Suoi brani sono letti nella Liturgia delle ore dal 29 dicembre al 5 gennaio, come simbolo "dell'unione di Dio e dell'uomo in Cristo",[46] nel messale feriale (21 dicembre), nel salmo responsoriale della festa della Visitazione di Maria, nel Rito di consacrazione delle vergini (2 volte come lettura e 4 come antifona) e nel proprio delle vergini della Liturgia delle ore, come lettura breve. Curiosamente, compare solo una volta nel Rito del matrimonio come brano antologico.

Note
  1. La prima frase del testo latino del Cantico inizia con Osculetur me (Mi baci) {pb|Cant|1,2}}.Illustrazione miniata tipica per il periodo. Si tratta di un riferimento alla comune interpretazione del Cantico, in cui i due amanti sono intesi come raffigurante Cristo e la sua sposa, la ChiesaLettere istoriate medioevali
  2. Ravasi, 45. Per la descrizione dei paralleli cf. 45-60.
  3. Ravasi, 49.
  4. Ravasi, 60.
  5. Cf. Ravasi, 37-38.
  6. Ravsi, 85.
  7. Ravasi, 80.
  8. Ravasi, 93-95.
  9. Cf. Ravsi, 81-82.
  10. "La nostra opzione è la più generica possibile, cioè post-esilica: gli aramaismi lo confermano, anche perché non sembrano accidentali e redazionali ma ben incastonati e, nel caso del relativo she-, costanti. Gli arcaismi, compresa la selezione un po' esotica dei toponimi, sono frutto di uno stile raffinato, colto, degno di una lirica nobile com'è quella del Ct. Sono, quindi, più il prodotto di una cosciente operazione stilistica che non l'indizio di una determinata cronologia" (Ravasi, 83).
  11. Ravasi, 41.
  12. Ravasi, 42, che cita Lys.
  13. Ravasi, 532-533.
  14. Ravasi, 83-92.
  15. Ravasi, 39-40; 95-103; 120-134, 721 ss.
  16. Teodoro di Mopsuestia, Commento al Cantico (i frammenti pervenutici sono in PG 87,27-214).
  17. Ravasi, 781-782.
  18. Ippolito di Roma, frammenti, PG 23,767.
  19. Di Origene ci sono pervenuti i frammenti di un commento (PG 13,61-216), due omelie (PG 13,37-58; PL 23, 1175-1196) e alcuni scholia a lui attribuiti (PG 17,253-278; 13,36). L'interpretazione ecclesiale è presente in particolare nelle omelie.
  20. Efrem Siro, Inni del paradiso 9; Inni sulla verginità.
  21. Epifanio di Salamina, cit. in Ravasi, 404-405.
  22. Gregorio di Elvira, Tractatus de Epithalamio, PL Supplementum I, 473-514.
  23. Filastrio da Brescia, De haeresibus 135, PL 12,1267-68.
  24. Girolamo, Interpretatio homiliarum duarum Origenis in Canticum (PL 23, 1117-1144), oltre ad accenni in 22 delle sue 154 lettere (cf. in particolare lettera 22).
  25. Teodoreto di Ciro, Explanatio in Canticum canticorum (PG 81,27-214).
  26. Filone di Carpasia, Commento al Cantico dei cantici (frammenti in PG 40,27-151).
  27. Del commento al Ct di Aponio (Apponius), dove estende l'esame anche alla sinagoga, ci sono pervenuti il ms della Boblioteca centrale di Roma e quello della Biblioteca ambrosiana di Milano.
  28. Giacomo di Sarug, omelie memre.
  29. Giusto di Urgel, commento in PL 67,963-994.
  30. Cirillo di Gerusalemme, Catechesi battesimali 3; 13; 14; 15; 17; Mistagogica 2.
  31. Ambrogio, De sacramentis 4,5; 5,5-11.14-15; 6,6; De mysteriis; De Isaac; Expositio psalmi 118; De virginitate.
  32. Gregorio Magno, Omelia 34 sui vangeli, PL 76,1282.
  33. Cf. sopra, l'interpretazione mistico-personale è presene in particolare nel commento.
  34. Gregorio di Nissa ha dedicato a Ct 15 omelie, PG 44,775-1120.
  35. Cf sopra.
  36. Guglielmo riprende in diverse opere le intuizioni di Ambrogio: Commento alle opere di sant'Ambrogio (PL 15,1947-2060); Expositio altera super Cantica canticorum (PL 180, 474-546); il florilegio dedicato a Guglielmo da Gregorio Magno (PL 180,441-474).
  37. Cf. sopra.
  38. Procopio di Gaza, frammenti di omelie in PG 87,1745-1780.
  39. Così l'interpretazione in una serie di 86 prediche
  40. Ai nn. 11-12 gli angeli, al momento dell'assunzione di Maria, cantano brani di Ct.
  41. In alcune di queste odi apocrife, datata a inizio II sec., sono più o meno estesamente citati passi di Ct: odi 3; 5; 11; 42.
  42. Pier Crisologo, Sermone 145,4, PL 52,589.
  43. Severo di Antiochia, Omelia 108.
  44. Cf. gli inni Lodi di Maria, Lira della lode, i Salamta, la Malkee, la Sebaa Naghè.
  45. Cf. Ravasi, 727-728.
  46. Principi e norme per la liturgia delle ore 148.
Bibliografia
Voci correlate
Collegamenti esterni

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