Presbitero

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Juan de Juanes, Ultima Cena (1562 ca.), olio su tavola; Madrid, Museo del Prado

Il presbitero, comunemente abbreviato con il termine prete, è un ministro di culto della Chiesa cattolica. Nel linguaggio quotidiano viene anche chiamato sacerdote, ma va tenuto presente che tale termine, riferito al sacerdozio ministeriale, indica propriamente sia il presbitero che il vescovo.

Il presbiterato costituisce il secondo grado (superiore al diacono ed inferiore al vescovo) del Sacramento dell'Ordine. Si diventa presbiteri attraverso l'Ordinazione Presbiterale.

È errata la confusione che talvolta viene popolarmente fatta tra preti, monaci e frati: i primi sono tali in forza di un Sacramento, i secondi e terzi rappresentano una forma di vita religiosa, normalmente contrassegnata dai voti religiosi. Molti religiosi comunque ricevono anche l'ordinazione presbiterale.

Caratteristiche, funzioni e formazione dei presbiteri sono in parte mutate lungo la bimillenaria Tradizione cristiana. In base all'ecclesiologia delineata dal Concilio Vaticano II, che si ricollega all'ecclesiologia del Nuovo Testamento, l'attività del presbitero è finalizzata al servizio della comunità cristiana in un'ottica di carità pastorale, che si concretizza nel triplice compito (munus):

I tre compiti (tria munera) sono modellati a imitazione di Cristo sacerdote, re (servo) e profeta.

Etimologia e termini affini

Lungo la tradizione cristiana vi è stata una certa confusione ed evoluzione circa il termine presbitero e altri titoli affini. Di seguito sono presentati i termini col significato attuale.

  • ministro ordinato o sacro (latino minìstrum, "servo", da mìnus, "meno"): un battezzato che ha ricevuto uno dei tre gradi del sacramento dell'Ordine (diacono, presbitero, vescovo). Può essere inserito in un ordine religioso (ministro religioso) oppure no (ministro secolare o diocesano). I ministeri ordinati vanno distinti dai ministeri laicali, cioè lettori o accoliti, che lo diventano con appositi riti che non sono però sacramenti;
  • sacerdote (latino sacerdòtem, "colui che dà il sacro"): in senso esteso è ogni battezzato, sia laico (sacerdozio battesimale o comune) sia ministro ordinato (sacerdozio ministeriale o gerarchico, che non include però i diaconi).[1] Nel linguaggio comune e spesso nei documenti ecclesiali è a volte sinonimo di presbitero, mentre altre volte indica sia il presbitero che il Vescovo;
  • parroco (dal greco παροικία, paroikía "aggregato di case", o meno probabilmente πάροχος, párokos, "amministratore"): un presbitero che guida una parrocchia, cioè una comunità locale di fedeli;
  • chierico (greco κληρικός, klerikòs, "sorteggiato, eletto, scelto"): un battezzato che fa parte del clero, cioè che ha ricevuto l'ordinazione diaconale.[2] In passato venivano detti chierici anche tutti coloro che avevano ricevuto un ministero minore, e il segno esteriore di questa appartenenza era la tonsura o "chierica";[3]
  • padre: in Italia è il titolo che si usa per i religiosi che sono anche presbiteri. Nella forma "Santo Padre" è anche uno dei titoli del Papa;
  • don (contrazione del latino dominus, "signore"): titolo usato per i presbiteri;
  • monsignore (dal francese monseigneur, "mio signore"): titolo usato per i presbiteri insigniti di particolari onorificenze pontificie nonché per i vescovi;
  • pastore: in senso generico e allegorico indica una persona che dirige dei fedeli (pecore), dunque anche i presbiteri; è usato soprattutto dalle confessioni cristiane protestanti per indicare il responsabile della comunità.

Storia

Lungo la bimillenaria tradizione cristiana e cattolica si è assistito a una notevole evoluzione quanto a caratteristiche, funzioni, itinerario formativo dei sacerdoti o presbiteri. Quanto alla definizione del modello ideale, la riflessione si è focalizzata in particolare sul ruolo del vescovo più che su quello del presbitero.[4]

Antico Testamento

Nicolas Poussin, Adorazione del vitello d'oro (1633 - 1634). Nonostante l'episodio idolatrico che lo vide protagonista Aronne viene considerato il modello ideale del sacerdozio ebraico.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Sacerdote (ebraismo).

Il ruolo e i compiti svolti dal sacerdote (ebraico kohèn, pl. kohanìm) della tradizione ebraica classica, cioè fino al I secolo d.C., sono descritti in alcuni brani dell'Antico Testamento (in particolare Es 28-29 e Lev 8) che sono stati definitivamente redatti in epoca post-esilica (VI-V secolo a.C.) sulla base di tradizioni precedenti (Ska, 1998). Secondo i testi biblici lo status sacerdotale fu fondato e definito da Mosè (circa XIII secolo a.C.) dietro diretta indicazione di Dio. Beneficiari dell'investitura divina furono il fratello di Mosè, Aronne, e i suoi discendenti maschi (aronnidi), sottoclan della tribù dei leviti. Ai leviti non aronnidi erano riservati compiti cultuali di secondo piano come il canto, l'assistenza ai sacrifici, la cura degli oggetti liturgici.

Oltre al fattore ascritto della discendenza aronnide ai sacerdoti non venivano richieste particolari doti devozionali, morali, sociali o intellettuali. Gli unici fattori impedienti erano difetti di natura fisica, presenti dalla nascita o acquisiti in seguito a vecchiaia e/o malattia (Lev 21-22). Esistevano poi numerose norme di purità cultuale, come p.es. non toccare cadaveri o non mangiare cibi considerati impuri, che costituivano impedimenti temporanei (ib.). La parabola del buon samaritano (Lc 10,25-37), al di là del contesto fittizio, può essere indicativa del fare superiore, freddo e distaccato che caratterizzava sacerdoti e leviti agli occhi del popolo. Anche l'accusa del Battista circa l'orgoglio di farisei e sadducei (Mt 3,7-9 p.) può essere così contestualizzata, e lo stesso dicasi per gli strali di Gesù (v. dopo) che lo porteranno in croce. La dura invettiva di Ez 34 contro i pastori "che pascono se stessi e non il gregge" è rivolta principalmente ai regnanti ma è possibile che il profeta volesse comprendere anche i capi religiosi (così l'interpretazione di Agostino, v. dopo).

Secondo i testi biblici i sacerdoti ebraici svolgevano diverse funzioni. La principale di queste era quella sacrificale-cultuale, consistente nell'offrire sacrifici a Dio, cioè bruciare sull'altare animali o sostanze vegetali, in particolare nel contesto del tempio di Gerusalemme (Dt 33,10; Lev 1-7). Il legame tra i sacerdoti e il tempio era così stretto che la sua distruzione nel 70 da parte dei romani, e soprattutto la successiva distruzione della città nel 135, implicarono la scomparsa della classe sacerdotale.

Altre funzioni dei sacerdoti erano: quella oracolare e divinatoria, cioè annunciare oracoli, detti, esortazioni, minacce attribuiti a Dio (Nm 27,21; Dt 33,8; 1Sam 14,41; 23,9; 30,7), funzione che divenne in seguito propria dei vari profeti istituzionali e carismatici; didattica, cioè insegnare e istruire (Dt 31,9; 33,9-10; Ag 2,11-14; Zc 7,3; Mal 2,7); giuridica, cioè giudicare e mediare nelle varie questioni sociali (Dt 21,1-9; Nm 5,11-31), che venne progressivamente assunta dai dottori della legge o scribi. Elemento comune di queste funzioni è il tema della mediazione:[5] il sacerdote ebraico rappresentava un ponte tra il mondo profano, comune e terreno del popolo e quello sacro, totalmente altro (ganz andere) della divinità.

Dal punto di vista organizzativo, testi di epoca recente (Nee 7; 10; 12; 1Cr 24 del IV-III sec. a.C.) testimoniano un'organizzazione dei sacerdoti in 24 classi sacerdotali che a turni settimanali gestivano il culto del tempio. Il sostentamento economico dei sacerdoti derivava da una parte a loro riservata delle offerte vegetali e animali bruciate nel tempio.

Più complessa era la nomina del sommo sacerdote, capo della classe sacerdotale a cui spettavano particolari privilegi nel culto, la cui carica era di durata annuale eventualmente reiterabile. Anche in questo caso oltre alla discendenza aronnide non venivano richieste particolari caratteristiche devozionali e/o morali, e la nomina della carica prestigiosa era spesso condizionata dal potere politico e da disegni, alleanze e complotti che poco avevano a che fare con la sfera propriamente religiosa. Per esempio il più noto dei sommi sacerdoti, Anania o Anano (l'Anna evangelico), doveva essere particolarmente astuto e abile nel destreggiarsi tra gli odiati occupanti romani e le fazioni rappresentate dalle varie correnti religiose ebraiche e dalle famiglie aristocratiche giudaiche: occupò la carica tra il 6 e il 15 d.C. e in seguito fece nominare il genero Caifa e 5 suoi figli, monopolizzando di fatto il sommo sacerdozio fino agli anni 60.

Gesù e gli apostoli

Giotto, Lavanda dei piedi (1303 - 1305), affresco; Padova, Cappella degli Scrovegni

La persona e l'insegnamento di Gesù si pongono come elemento di discontinuità con il modello e il ruolo del sacerdozio ebraico. Gesù non era né sacerdote aronnide né levita, in quanto appartenente alla tribù di Giuda, e pertanto non era ufficialmente legato al culto del tempio. Nei vangeli non si definisce mai né viene definito "sacerdote", e nella sua predicazione appare estremamente critico verso la religiosità ebraica che giudicava esteriore e formale (in particolare Mt 23 p.; v. anche processo di Gesù). L'apice di questa avversione fu l'episodio della cosiddetta purificazione del tempio, quando ne scacciò i mercanti che si trovavano all'interno (Mt 21,12-13 p.).

È solo nella Lettera agli Ebrei (redatta forse poco prima del 70) che Gesù viene esplicitamente definito "sacerdote", oltre che vittima sacerdotale, sottolineando però le differenze tra il suo sacerdozio e l'istituzione veterotestamentaria. In particolare, il sacerdozio di Gesù non gli deriva da un particolare statuto ascritto dalla nascita ma da una diretta investitura divina, correlata con la sua opera redentrice culminata con il sacrificio della croce (Eb 7,14; 8,4). Questo slittamento da una essenza sacerdotale ascritta a una personale-esistenziale diventerà peculiare della tradizione cristiana.

Oltre che sacerdote, il Nuovo Testamento presenta Gesù come un maestro e "superiore" che è al contempo servo (Mt 20,25-28 e par.; Fil 2,5-11; soprattutto la lavanda dei piedi di Gv 13,4-15). Nella tradizione cristiana questo "abbassamento" di Gesù, che da Figlio di Dio sceglie di incarnarsi e morire in croce per il bene degli uomini, viene indicato col termine greco kènosis, "svuotamento".

Quanto ai dodici (come le tribù d'Israele) apostoli, cioè le persone che Gesù chiamò ad affiancarlo nella sua opera evangelizzatrice e che costituivano i quadri dirigenti della neonata Chiesa, sembra che nessuno di loro fosse rivestito della dignità sacerdotale (forse con l'eccezione di Giovanni[6]). I vangeli inoltre non chiariscono con precisione le loro caratteristiche personali e sociali, come anche le modalità dell'inizio della loro sequela, in quanto viene narrata (talvolta con versioni differenti) la vocazione-chiamata di solo alcuni di loro. Ad una visione d'insieme, dai testi evangelici sembra che i dodici provenissero da diverse classi sociali e orientamenti politici, vedi p.es. il gabelliere collaborazionista Matteo-Levi e (probabilmente) gli zeloti rivoluzionari Simone e Giuda Iscariota. Anche lo stato civile non è un elemento determinante: Pietro era verosimilmente sposato (Mc 1,30; 1Cor 9,5), mentre Giovanni è stato identificato dalla tradizione successiva come vergine e celibe.

L'elemento determinante sembra essere stata l'adesione convinta alla persona e al messaggio di Gesù che era riconosciuto come il Messia atteso (Mt 16,13-20 p.; Gv 6,69-70): in definitiva, diversamente dall'ebraismo classico, nel neonato movimento cristiano l'appartenenza al gruppo dirigente religioso, che poi si istituzionalizzerà nell'ordine sacro, cessa di essere legata a motivazioni castali ascritte dalla nascita e viene correlata a caratteristiche propriamente personali.

Il sostentamento della comunità itinerante era garantito dalle offerte dei fedeli (Lc 8,1-3).

Sebbene non esistano nel ministero di Gesù chiare ed esplicite indicazioni relativa al ruolo e alle funzioni dei presbiteri, la tradizione cattolica ricorda liturgicamente l'Ultima Cena, la prima messa, come l'occasione dell'istituzione del presbiterato ( la Messa in Coena Domini del Giovedì Santo).

Chiesa apostolica

Duccio di Buoninsegna, Pentecoste (1308 - 1311), tavola; Siena, Museo dell'Opera del Duomo. La Chiesa di Gerusalemme, radunata nel cenacolo attorno a Maria e agli apostoli con lo Spirito Santo nel giorno di Pentecoste, rappresenta l'archetipo della comunità cristiana.

È solo dopo la risurrezione di Gesù che comincia a definirsi lentamente il ruolo e la funzione dei presbiteri.

La vita della cosiddetta "chiesa apostolica", cioè delle comunità cristiane animate e rette dagli apostoli nei decenni seguenti alla morte di Gesù (circa 30-70), è descritta dagli Atti degli Apostoli e dalle lettere neotestamentarie, in particolare le lettere di Paolo. Come per il caso di Gesù nei vangeli anche in questi testi i quadri dirigenti delle comunità cristiane non sono definiti "sacerdoti". Si assiste anche a una diversificazione della struttura ministeriale ma, data la fugacità degli accenni e i diversi contesti ecclesiali, la gerarchia ci appare fluida e non chiara.

I dodici apostoli, in quanto testimoni diretti della vita e della predicazione di Gesù, furono inizialmente il nucleo direttivo fondamentale della Chiesa. Non appaiono come semplici successori di Cristo ma come veri e propri suoi rappresentanti (Mt 10,40 p.). Secondo i testi biblici, la loro funzione fu quella di continuare e prolungare la missione di Gesù principalmente sotto tre aspetti (Guillet, 1990): soprattutto, annuncio e predicazione sia verso i cristiani che verso i non cristiani (Mt 10,7; 28,19-20; At passim); cura della comunità, sia con l'esercizio della carità verso i bisognosi (At 6,1-4) sia con la nomina e gestione dei ministri (v. dopo); gestione dei riti liturgici (poi definiti sacramenti) su mandato di Gesù, in particolare battesimo (Mt 28,19; Mc 16,16), riattualizzazione dell'ultima cena (Lc 22,19-20), remissione dei peccati (Gv 20,22-23). Questi tre aspetti o compiti segneranno la successiva ecclesiologia cristiana con diversi accenti su ognuno di essi a seconda delle varie epoche e dei vari ministeri ecclesiali.

Dal gruppo degli apostoli derivavano altri ruoli, fissi o itineranti, che avevano al pari degli apostoli e come continuazione della loro opera un ruolo di gestione delle comunità, di insegnamento, e un qualche tipo di ruolo liturgico: v. p.es. il caso paradigmatico dell'invio da parte di Paolo di Timoteo in alcune comunità (1Ts 3,1-2; Fil 2,19-24; 1Cor 4,17). Tra queste figure, quelle principali sono i presbiteri (letteralmente "più anziani") e gli episcopi (lett. "sorveglianti"). Il legame e la distinzione tra presbiteri e vescovi non appaiono in epoca apostolica chiari e istituzionalizzati: p. es. in At 20,17-28 ai presbiteri viene attribuita la funzione di sorveglianza, e così anche in 1Pt 5,2; in Tt 1,5-9 l'autore passa senza distinzione dalla descrizione del presbitero a quella del vescovo. L'ecclesiologia successiva (v. dopo) riserverà al vescovo un ruolo chiaramente prioritario sui presbiteri e sulle altre figure ministeriali. Altre figure non chiaramente definite sono: i "sette", diaconi, profeti, maestri, evangelisti, pastori, capi.

La rapida espansione della Chiesa e la necessità di stabilire responsabili per le varie comunità pose il problema della determinazione delle caratteristiche e competenze che i presbiteri-episcopi dovevano avere. Descrizioni precise sono contenute in due brani biblici:

« Il candidato [presbitero] deve essere irreprensibile, sposato una sola volta, con figli credenti e che non possano essere accusati di dissolutezza o siano insubordinati. Il vescovo infatti, come amministratore di Dio, dev'essere irreprensibile: non arrogante, non iracondo, non dedito al vino, non violento, non avido di guadagno disonesto, ma ospitale, amante del bene, assennato, giusto, pio, padrone di sé, attaccato alla dottrina sicura, secondo l'insegnamento trasmesso, perché sia in grado di esortare con la sua sana dottrina e di confutare coloro che contraddicono.

 »

« Se uno aspira all'episcopato, desidera un nobile lavoro. Ma bisogna che il vescovo sia irreprensibile, non sposato che una sola volta, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, non dedito al vino, non violento ma benevolo, non litigioso, non attaccato al denaro. Sappia dirigere bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi con ogni dignità, perché se uno non sa dirigere la propria famiglia, come potrà aver cura della Chiesa di Dio? Inoltre non sia un neofita, perché non gli accada di montare in superbia e di cadere nella stessa condanna del diavolo. È necessario che egli goda buona reputazione presso quelli di fuori, per non cadere in discredito e in qualche laccio del diavolo. »

In entrambi i casi si tratta di elenchi di caratteristiche propriamente personali, riguardanti la moralità e la rettitudine dei candidati oltre che l'ortodossia della fede. Non vengono posti vincoli ascritti come nazionalità, etnia, stato socio-economico, caratteristiche fisiche, età. Lo stato civile (celibe/sposato) non appare determinante, ma alcuni testi neotestamentari (Mt 19,10-12; 1Cor 7) testimoniano la considerazione positiva del celibato che ne avevano le prime comunità cristiane, a differenza della tradizione ebraica classica.

Circa alle modalità effettive della nomina dei ministri, nel solo caso di Mattia, il successore apostolico di Giuda Iscariota nel collegio dei dodici (At 1,26), si parla di un sorteggio tra più candidati, previo riconoscimento di qualità positive. In altri due casi (At 14,23; 2Cor 8,19) viene usato il termine indicante propriamente una votazione per alzata di mano, ma che in senso lato può indicare una qualunque designazione o scelta, presumibilmente da parte anche dei fedeli della comunità. Il rito associato al ministero è l'imposizione delle mani (At 6,6; 13,3; 1Tim 4,14; 5,22; 2Tim 1,6), che verrà poi standardizzato nel sacramento dell'ordine sacro. Indipendentemente da quali fossero autori della scelta-votazione, coloro che ratificano la decisione imponendo le mani sono gli apostoli, i loro inviati o il collegio dei presbiteri.

Secondo i testi biblici il sostentamento economico dei ministri cristiani dipende dalle offerte della comunità (Lc 10,7; At 2,44-45; 4,32-35; 1Cor 9,6-14; Gal 6,6; 2Ts 3,8-9), anche se Paolo preferisce lavorare per non pesare sui fratelli (At 18,3; 20,34-35; 1Cor 4,12; 1Ts 2,9; 2Ts 3,8).

Età patristica

Fino al IV secolo il cristianesimo è un fenomeno sociale sostanzialmente minoritario e urbano. La figura religiosa di riferimento era il vescovo, mentre i presbiteri erano visti come suoi sudditi ausiliari. La selezione e nomina dei vescovi vedeva partecipi tre protagonisti: il clero della diocesi, il resto del popolo (laici), gli altri vescovi della provincia ecclesiastica. Gradualmente il ruolo dei laici venne scemando e aumentò il peso del parere dei vescovi limitrofi. La nomina degli altri ministri dipendeva dal parere del clero e del vescovo. La formazione dei quadri, intesa principalmente come studio della Bibbia (non esistevano veri e propri trattati teologici), era lasciata all'iniziativa e allo studio personale (Baus, 1975).

Circa definizione e caratteristiche dei vari ministri, negli scritti dei primi Padri si ritrova la stessa fluidità terminologica e teologica presente negli scritti del NT. Lo sviluppo dei vari modelli dipende non solo dall'epoca cronologica ma anche del contesto geografico. Di seguito vengono esaminate le principali intuizioni teologiche ed ecclesiologiche che hanno avuto influenze nella tradizione successiva.

In vari accenni delle lettere di Ignazio di Antiochia (inizio II secolo) è testimoniata la prima organica sistematizzazione della gerarchia cristiana sulla base di un modello tripartito (vescovo, presbitero, diacono) che doveva essere diffuso nell'attuale Turchia e Siria.[7] Nella comunità cristiana locale l'unico riferimento è il vescovo (monarchismo episcopale). I presbiteri sono coadiutori e consiglieri del vescovo e i diaconi sono a servizio del vescovo e della comunità. Il rapporto tra queste figure è di sottomissione obbediente ai superiori nella gerarchia definita: Dio Padre > Cristo > Chiesa > vescovo > presbiteri > diaconi > fedeli. Nello sviluppo di questa struttura centralizzata svolse un ruolo di primo piano la preoccupazione di mantenere l'unità della comunità locale di fronte al pericolo di scismi ed eresie. In definitiva in Ignazio il fondamento dell'autorità del vescovo è di tipo teologico, "verticale", da Dio.

Ireneo di Lione nel suo Contro le eresie (circa 185) introduce nel modello monarchico e tripartito già presente in Ignazio il principio della successione apostolica come garante dell'autorità e della fondatezza della fede: i vescovi sono stati nominati dagli apostoli o dai loro successori, a loro volta nominati dagli apostoli, in una sorta di catena che risale cronologicamente all'indietro fino all'insegnamento di Gesù.[8] Il fondamento dell'autorità del vescovo è di tipo storico, "orizzontale", dagli apostoli.

Sandro Botticelli, Sant'Agostino d'Ippona nello studio (1480 ca.), affresco staccato; Firenze, Chiesa di Ognissanti. Agostino d'Ippona è stato il primo Padre della Chiesa che ha identificato il ministero sacerdotale come un servizio di carità, sull'esempio di Gesù buon pastore. Coerente coi suoi insegnamenti si rifiutò di abbandonare la sua comunità che affrontava l'attacco dei vandali e morì di malattia durante l'assedio

A inizio III secolo in diversi autori e in diverse aree geografiche è presente l'esplicita attribuzione del termine "sacerdote" ai ministri cristiani,[9] assente nei testi del NT. Il motivo di questa "sacerdotalizzazione" dei ministeri cristiani è duplice. Secondo una motivazione teologica e di coerenza interna alla tradizione giudaico-cristiana, appare normale collegare le tre figure religiose ebraiche (sommo sacerdote, sacerdote e levita) con i tre gradi gerarchici cristiani (vescovo, presbitero e diacono). In particolare il ruolo di mediatore tra Dio e il popolo che caratterizzava le figure dell'AT è sostanzialmente lo stesso dei ministri cristiani, che durante l'eucaristia riattualizzano le parole e i gesti compiuti dal "sacerdote" Gesù (vedi Eb), divenendo sacerdoti loro stessi.[10] La seconda motivazione, di ordine sociologico e propria della tradizione religiosa politeista e pagana, è che nella società greco-romana del II-III secolo dove il cristianesimo era in forte espansione i ministri vennero a soppiantare gradualmente i sacerdoti pagani, assumendo il loro ruolo di "uomo del sacro".[11] Si pensi anche al termine "tempio", che indicava gli edifici del culto romano e venne applicato senza problemi alle chiese cristiane.

Il padre della Chiesa che più ha segnato la successiva riflessione nella tradizione cristiana occidentale è Agostino d'Ippona (354-430). Descrive in vari passi dei suoi numerosi testi l'operato del vescovo come principalmente focalizzato sulla predicazione e sulla celebrazione, in questo non dissimile dalla tradizione precedente. Il proprium della sua ecclesiologia è l'identificazione del ruolo di guida del vescovo come un "ministero" (ministèrium, "servizio" in latino, dalla radice mìnus, "meno"), cioè un ruolo di servizio e servitù a favore del proprio popolo: "per voi sono vescovo, con voi sono cristiano" (Discorso 340,1); "deve, chi è a capo del popolo, comprendere anzitutto di essere servo di molti" (Discorso 340 A,1); "sebbene collocati quassù, in virtù dell'umiltà ci sentiamo sotto i vostri piedi (..) Rispetto al sommo Pastore [Cristo] siamo delle pecore come voi" (Esposizioni sui Salmi 126,3); "non è vescovo chi si illude di avere il comando (praeesse) senza giovare (prodesse)" (Città di Dio 19,19). Il modello ideale agostiniano del vescovo come servo si fonde con l'immagine, già presente nel NT, del buon pastore che deve servire, e non servirsi, delle pecore (v. in particolare Discorso 46; Trattato su Giovanni 123,5). In definitiva Agostino non rifiuta al vescovo l'effettivo comando e la supremazia sulla comunità, rimarcato in particolare dal modello monarchico di Ignazio d'Antiochia, ma sostiene con fermezza che questa supremazia deve essere sempre finalizzata al servizio.

Dopo Agostino il modello del vescovo come pastore si ritrova in Giovanni Crisostomo (in particolare nel suo Dialogo sul sacerdozio, scritto attorno al 386-392) e in Gregorio Magno (Regola pastorale, scritta nell'ultimo decennio del VI secolo), che riprende da Agostino anche la forte caratterizzazione al servizio: "tutti coloro che presiedono (..) non godano di governare sugli uomini ma di giovare loro" (Regola pastorale 2,6; v. anche 1,1; 1,2; 1,8; 2,7).

Nel Concilio di Elvira (circa 300-303), di valenza provinciale (limitata alla sola Iberia) e non universale, si trova un primo pronunciamento ecclesiale che verrà ripreso dalla tradizione successiva circa il celibato. Il concilio in realtà non impone propriamente il celibato ma l'astinenza: "vescovi, presbiteri e diaconi (..) si astengano dalle loro mogli e non generino figli" (DS 119). Nei secoli seguenti il celibato dei chierici, sebbene variamente ripreso da diversi concili locali, non fu una norma rigida e riconosciuta con chiarezza, come invece avvenne per i monaci e successivamente gli ordini religiosi mendicanti.

Tardo Impero e Medioevo

Giotto di Bondone, Sogno di papa Innocenzo III (1290 - 1295 ca.), affresco; Assisi, Basilica di San Francesco. Il papa sogna San Francesco che sostiene la Basilica lateranense in procinto di crollare, simbolo della Chiesa medievale in gran parte corrotta e decadente

La situazione mutò notevolmente a partire dai secoli IV-V,[12] quando la Chiesa fu caratterizzata da conversioni di massa in seguito al riconoscimento e all'ufficializzazione da parte dell'impero della religione cristiana, avvenuta in particolare con l'Editto di Milano (313), l'Editto di Tessalonica (27 febbraio 380) e i 4 Decreti di Teodosio (391-392). La popolazione dell'impero romano divenne omogeneamente cristiana, la dottrina fu sistematizzata durante i Concili Ecumenici e le eresie debellate, l'esigenza della predicazione in vista delle conversioni o della difesa dell'ortodossia venne scemando. A partire da questo quadro positivo per la vita della Chiesa, tuttavia, si crearono le premesse per una certa snaturalizzazione dei ministeri ordinati.

La capillare diffusione della religione nelle campagne portò alla progressiva diffusione della parrocchia, cioè una comunità locale non retta dal vescovo ma da un presbiterio in sua vece. Ai presbiteri parroci, solitamente di umile origine e di basso statuto sociale, veniva richiesto quel minimo di cultura che permettesse di leggere e scrivere. Il loro sostentamento economico dipendeva dall'offerta dei fedeli per il servizio liturgico (stipendium missae), e questo in molti casi portò a rendere il presbitero una "macchina da messa". Per impedire eccessi sono testimoniate alcune direttive locali circa il numero massimo di messe giornaliere, non più di 7 nel IX-X sec. nella Germania del sud, non più di 30 attorno al 1000 in Inghilterra.[13]

Anche per il vescovo si assiste al pericolo di una snaturalizzazione. L'attività liturgica era tendenzialmente delegata ai presbiteri parroci, con l'eccezione delle ordinazioni sacerdotali e delle cresime, e la predicazione e l'annuncio della dottrina non erano più esigenze prioritarie in una società profondamente cristianizzata. In concomitanza col declino del potere imperiale romano spesso i vescovi assunsero progressivamente anche poteri civili e furono portati a concentrarsi sulla gestione delle faccende politiche, giuridiche e civili. Anche se nei secoli non mancarono esempi di pastori santi e amorevoli, nel medioevo sovente i vescovi non erano altro che feudatari nominati dal sovrano sulla base di giochi di potere politici avulsi da motivi spirituali e morali.

Anche per il diaconato si assiste a un pericoloso slittamento di compito: nato come ministro a servizio dei poveri della comunità, il diacono aveva finito per assumere il totale controllo delle risorse economiche della diocesi, in taluni casi arrivando a sorpassare l'autorità e la dignità del vescovo. Questi abusi portarono al graduale declino del diaconato permanente e alla sua scomparsa, anche se rimase quello temporaneo come ministero propedeutico al presbiterato.

Dal punto di vista sociale, dall'alto medioevo si assiste a una progressiva "veterotestamentarizzazione" o "ebraicizzazione" del sacerdozio: i presbiteri si occupavano principalmente del culto ed erano - tendenzialmente - distanti dal popolo. La messa era celebrata in latino, lingua non più comprensibile al volgo, a bassa voce, con le spalle all'assemblea che aveva un ruolo meramente passivo. Si diffuse inoltre la "messa privata", celebrata dal sacerdote senza il popolo. L'ingresso tra il clero rappresentava una forte sicurezza economica, sia per gli introiti che per le agevolazioni fiscali. Nel caso di molti l'interesse pastorale per i fedeli loro affidati era inesistente. Mancava una formazione organica ai candidati, per "dir messa" era sufficiente la semplice alfabetizzazione e la conoscenza del latino, impartita da parroci o precettori privati.

In definitiva, sebbene il medioevo venga popolarmente inteso come un'epoca di forte potere della Chiesa, rappresenta di fatto il periodo nel quale è stata più debole, sovente in balia dei disegni dei potenti politici e di uomini che miravano a ricoprire le alte cariche ecclesiastiche non per il bene dei fedeli ma per il proprio tornaconto personale (v. anche Lotta per le investiture). Il Nicolaismo (il concubinato degli ecclesiastici) e la Simonia (la compravendita delle cariche ecclesiastiche) erano largamente diffuse. Non mancano esempi di pastori santi, come non mancano tentativi di riforme ecclesiali (v. in particolare Leone IX e Gregorio VII, promotore della cosiddetta Riforma gregoriana), ma la santità medievale è legata prevalentemente alla vita monastica e religiosa, non clericale, e molti dei ministri venerati come santi provenivano comunque da ambienti monastici o religiosi (p.es. San Pier Damiani). Per avere un santo presbitero riconosciuto come patrono della categoria occorrerà attendere il XIX secolo con Giovanni Maria Vianney, l'umile curato d'Ars.

Dal punto di vista concettuale si assiste a una progressiva fissazione del modello delle "due potestates", ordinis e jurisdictionis, che viene fissato nel XIII negli scritti di Tommaso d'Aquino (Castellucci, 2002): in virtù della potestà d'ordine ottenuta dal sacramento dell'ordinazione, sia presbiteri che vescovi potevano consacrare l'eucaristia; in virtù della potestà di giurisdizione, ottenuta dall'autorità ecclesiastica, i presbiteri assolvevano e adempivano ai doveri parrocchiali, mentre i vescovi ordinavano, cresimavano e amministravano la diocesi.

Dal punto di vista organizzativo si diffonde progressivamente la classificazione gerarchica degli ordini clericali introdotta da Isidoro di Siviglia (De ecclesiasticis officis, fine VI - inizio VII), che amplia la gerarchia tripartita di Ignazio d'Antiochia e che rimarrà valida fino a poco dopo il Vaticano II. Questi gli ordini e le principali funzioni:

  • ordini maggiori:
    • 8. vescovo: guida la diocesi:
    • 7. presbitero: guida la parrocchia;
    • 6. diacono: funzioni liturgiche subordinate ai presbiteri;
    • 5. suddiacono: funzioni liturgiche;
  • ordini minori:
    • 4. accolito: funzioni liturgiche;
    • 3. esorcista: preghiere su catecumeni e posseduti;
    • 2. lettore: lettura delle scritture non evangeliche nella messa;
    • 1. ostiario: una sorta di portinaio, sacrestano e "maschera".

Concilio di Trento

Il Concilio di Trento in una stampa dell'epoca. Nel tentativo di elevare il tenore spirituale e culturale del clero il concilio ideò il seminario.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Concilio di Trento.

La decadenza e la debolezza della Chiesa, in particolare nelle sue alte cariche, continuò anche dopo il medioevo e raggiunse l'apice tra fine 1400-inizio 1500. Alessandro VI (Rodrigo Borgia, 1492-1503) viene sovente indicato come il peggiore papa che sia stato a capo della Chiesa:[14] caratterizzato "da grande accortezza, abilità diplomatica e aspetto attraente", col merito anche di aver incrementato arte e scienza della Roma rinascimentale, era però riuscito a conquistare la carica papale con intrighi e mercanteggiamenti, era caratterizzato da una vita mondana e sessualmente attiva e disordinata, condusse una politica ecclesiastica fatta di compravendita, alleanze, complotti e nepotismi. Le offerte delle indulgenze del grande giubileo del 1500 furono impiegate per la conquista della Romagna da parte di uno dei suoi figli, Cesare Borgia, duca di Valentino.

In questo contesto va inserita l'attività di Lutero, che ha spaccato fino ad oggi la cristianità occidentale, caratterizzata (tra le altre cose) da una forte critica all'istituzione ecclesiastica. Con lo scopo di rispondere alle esigenze dei protestanti, che vanno riconosciute come in parte fondate in quel contesto storico, la Chiesa cattolica organizzò il Concilio di Trento (1545-1563). Durante le sessioni conciliari, tra le altre cose, venne discussa la figura del vescovo, del presbitero e la formazione del clero. Il modello che fu adottato, categorizzato nelle "due potestates" di Tommaso, fu quello del buon pastore di Agostino: pastore è il vescovo, e pastori lo sono anche i presbiteri-parroci in quanto suoi aiutanti. Il concilio impose anche con chiarezza il celibato ai chierici (sessione 24a dell'11 novembre 1563, can. 9, DS 1809).

Per realizzare questo modello sacerdotale e per elevare il tenore spirituale e culturale del clero venne pensato un collegio che fosse "un perpetuo seminario [luogo dove si custodiscono i semi] di ministri di Dio", dove poter educare "quelli che hanno almeno dodici anni e sono nati da legittimo matrimonio, che abbiano imparato a leggere e a scrivere e la cui indole e volontà dia speranza che essi sono disposti ad essere sempre a servizio della chiesa" (sessione 23a del 15 luglio 1563, can 18). Tra i più energici e noti sostenitori dell'attuazione del seminario vi fu il vescovo di Milano San Carlo Borromeo, per questo considerato patrono dei seminari.

Il concilio[15] riconobbe inoltre la classificazione gerarchica degli ordini clericali introdotta da Isidoro di Siviglia (v. sopra). La regolamentazione ufficiale della formazione e della carriera ecclesiastica decisa dal Concilio rappresentava un'importante novità nella storia della Chiesa.

Nei secoli seguenti, tuttavia, i problemi ai quali il Concilio di Trento cercava di rimediare non sono del tutto venuti meno. In particolare la lucida riflessione di Antonio Rosmini (Le cinque piaghe della santa Chiesa, 1832) evidenzia come il clero ha continuato a essere (tendenzialmente) una sorta di casta separata dal popolo, talvolta privo di una robusta formazione e motivazione e coinvolto nella gestione del potere, dove la cura pastorale verso i popolo cristiano era soprattutto intesa come una somministrazione di sacramenti. Per il presbitero in particolare, sebbene non siano mancati ministri impegnati con costanza ed umiltà nella predicazione e nel sociale (v. come casi paradigmatici Don Bosco, il Cottolengo, Don Cafasso), ancora a inizio '900 la Catholic Encyclopedia ne indica la precipua funzione nella "conduzione del servizio Divino, il cui principale atto è il Sacrificio Eucaristico".[16] Sarà solo col Concilio Vaticano II che il presbitero cesserà di essere visto come una sorta di mero distributore di ostie consacrate.

Concilio Vaticano II

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Concilio Vaticano II.

Durante il Concilio Vaticano II (1962-1965) il profondo spirito di rinnovamento che investì la Chiesa riguardò anche la figura del ministro ordinato. Dal punto di vista ecclesiologico si assiste a una sorta di rivoluzione copernicana: non introdusse nuovi termini o concetti ma, riprendendo intuizioni già presenti nella tradizione cattolica, operò un certo mutamento di prospettiva rivalutando il ruolo del laicato. Quanto in particolare ai ministri ordinati, fino ad allora (tendenzialmente) era particolarmente sentita la sottomissione dei laici al clero auspicata da Ignazio di Antiochia, ma (tendenzialmente) non era particolarmente attesa la complementare attenzione dei ministri alla cura e al servizio del proprio gregge evidenziata in particolare da Agostino. Il Concilio riequilibrò il rapporto tra queste due istanze.

Nello specifico, la riflessione del Concilio (v. in particolare Lumen Gentium, 21 novembre 1964, e Presbyterorum Ordinis, 7 dicembre 1965) ha riconosciuto la tradizionale tripartizione del sacerdozio (vescovo, presbitero, diacono) e si è focalizzata sul ruolo del vescovo. La natura del suo ruolo di ministro (cioè servo) è il servizio ai fedeli: "i ministri infatti che sono rivestiti di sacra potestà servono i loro fratelli" (LG 18); "l'ufficio poi che il Signore affidò ai pastori del suo popolo è un vero servizio, che nella sacra Scrittura è chiamato significativamente diaconia, cioè ministero" (LG 24). Un caso esemplare del significativo e durevole mutamento di paradigma da un ministero di comando a uno di servizio può essere visto nel nome della messa di inizio pontificato, tradizionalmente chiamata "di intronizzazione", che dall'inizio della reggenza di Giovanni Paolo I (1978) è chiamata "di inizio del ministero petrino". Anche il cambiamento più immediatamente evidente causato dal Concilio, l'introduzione della Messa nelle varie lingue nazionali, è segno di una maggiore attenzione all'assemblea laicale che cessa di essere una componente passiva dei riti del ministro.

Secondo il Concilio il servizio dei vescovi si attua tramite i tre compiti (tria munera) dell'annuncio (munus docendi, LG 25), della liturgia (munus sanctificandi, LG 26) e della guida (munus regendi, LG 27) della propria diocesi. I presbiteri "rendono in qualche modo presente il loro vescovo" (LG 28) e servono la comunità locale loro affidata (parrocchia) nello stesso triplice compito proprio del vescovo (rispettivamente PO 4; 5; 6; vedi anche OT 4).

Caratteristiche dei presbiteri devono essere "bontà, sincerità, fermezza d'animo, costanza, continua cura per la giustizia, gentilezza" (PO 3). Sempre circa i presbiteri, un concetto poco più che accennato nei documenti conciliari ma che verrà ampiamente ripreso dai documenti magisteriali successivi (v. in particolare PDV 21-23) è quello di "carità pastorale": i presbiteri "rappresentando il buon Pastore nell'esercizio stesso della carità pastorale troveranno il vincolo della perfezione sacerdotale che realizzerà l'unità nella loro vita e attività" (PO 14).

Papa Paolo VI con la lettera apostolica Ministeria quaedam del 15 agosto 1972 abolì gli ordini minori e il suddiaconato.

La crisi degli anni '70-80

La crisi degli anni '70: il calo del numero di seminaristi maggiori italiani è negativamente correlato ai risultati elettorali del PCI.[17]
La crisi degli anni '70: numero di abbandoni di presbiteri nel mondo per anno.[18]
La crisi degli anni '70: accuse di pedofilia di presbiteri statunitensi per anno. I fatti accusati risalgono in particolare al periodo attorno agli anni '70 anche se sono emersi in decadi successive (in particolare 1993 e soprattutto 2002).[19]

A partire dalla seconda metà degli anni 1960, per tutti gli anni '70 e in misura minore '80, si assiste a una grave crisi che ha investito il ruolo del presbitero. In quegli anni, a livello globale, le vocazioni ebbero un brusco calo, vi furono numerosi casi di abbandono, si verificarono numerosi casi di abusi sessuali su minori da parte di presbiteri che sono emersi in tutta la loro gravità solo in seguito.

Secondo i sociologi della religione Stark e Finke (2000)[20] la causa del crollo di vocazioni degli anni '70 coincide con l'ecclesiologia post-conciliare: l'attribuzione del "sacerdozio comune" (LG 10) a tutti i battezzati ha causato una svalutazione relativa del valore del sacerdozio ordinato, lasciandone però inalterato il costo sociale (celibato, obbedienza all'autorità, limitate soddisfazioni economiche...): "se sono già sacerdote perché mi devo fare prete?".

Tuttavia questa ipotesi puramente endogena non spiega il relativo recupero del numero dei seminaristi, in Italia e nel mondo, avvenuto a partire dagli anni '80: una spiegazione in base a soli motivi interni alla Chiesa non risulta pertanto esaustiva. In particolare in seguito al '68 e per tutti gli anni '70 (in particolare nel '77) la nostra società fu caratterizzata da notevoli mutamenti e il materialismo dialettico ateo ebbe grande fortuna e diffusione (come indicatori demografici, vedi il numero degli iscritti al Partito Comunista Italiano e i suoi risultati delle elezioni alla camera), elemento esterno alla Chiesa che sembra aver contribuito in misura determinante alla crisi.

Soggetti e normative

Dal punto di vista burocratico-organizzativo, sono molteplici i soggetti ecclesiastici normativi e competenti circa la formazione dei presbiteri o la gestione delle varie fasi della loro carriera ecclesiastica. Altrettanto numerosi sono i documenti ecclesiastici in qualche modo relativi ai presbiteri.

Soggetti

A livello locale, cioè nelle diocesi, il Vescovo è il diretto superiore del presbitero, responsabile ultimo della sua carriera formativa e colui che compie il rito dell'ordinazione. È inoltre presente il Centro Vocazioni diocesano, che talvolta accorpa il Centro formazione permanente per l'animazione pastorale e la formazione dei ministeri consacrati (o nome equivalente), per organizzare e facilitare il reclutamento dei candidati. I centri diocesani sono accorpati nei vari Centri regionali e nel Centro nazionale.

I singoli seminari, diocesani o interdiocesani, sono gestiti da responsabili nominati dal vescovo competente, i rettori, e solitamente sono normati da regolamenti interni.

A livello nazionale è competente la Commissione Episcopale per il Clero, all'interno della corrispondente Conferenza Episcopale nazionale, e il Centro Vocazioni nazionale.

A livello universale, cioè per l'intera Chiesa cattolica, sono competenti il Pontefice e altri appositi organismi romani. Propriamente, il Pontefice interviene in maniera diretta solo per la perdita dello stato clericale, stabilita de facto dalla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. Il principale organismo romano competente per la formazione dei presbiteri è la Congregazione per l'Educazione Cattolica (Congregatio de Institutione Catholica de Seminariis atque Studiorum Institutis), che tra le altre cose gestisce i seminari. Altri organismi in qualche modo normativi per i presbiteri sono la Congregazione per i vescovi (tra l'altro, decide quali presbiteri debbano essere nominati vescovi), la Congregazione per il Clero, la Pontificia opera per le vocazioni ecclesiastiche.

Normative universali

Questi i principali e recenti documenti universali relativi ai presbiteri e alla loro formazione.

Normative nazionali

Oltre ai documenti ecclesiastici di papi e organismi romani, validi a livello universale, le singole Conferenze Episcopali nazionali hanno promulgato altri documenti con norme e indicazioni relative ai vari territori di competenza. Questi i principali documenti italiani.

Formazione

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Formazione presbiterale.

Struttura e protagonisti

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Seminario.

Responsabile ultimo del cammino presbiterale è il vescovo diocesano. L'istituto deputato alla formazione dei presbiteri diocesani è il seminario, cioè un collegio dove i seminaristi attuano una vita comune e curano in particolare la formazione spirituale e culturale. Educatori del seminario[21] sono rettore, vicerettore/i e il padre spirituale. A questi formatori interni si affiancano, a vario modo, i docenti del bacellierato (v. dopo), il parroco della parrocchia d'origine del seminarista ed eventualmente quello della parrocchia dove svolge un qualche tipo di servizio pastorale. Lo psicologo è previsto principalmente per consulenze occasionali e/o esterne ("si casus ferat", "se il caso lo comporta"[22]), con lo scopo di evitare "non rari errori di discernimento delle vocazioni"[23] (vedi anche Formazione presbiterale e psicologia).

Inizio del percorso

Duccio di Buoninsegna, Vocazione di san Pietro e sant'Andrea (1308 - 1311), tavola; Washington (USA), National Gallery of Art. La chiamata degli apostoli da parte di Gesù rappresenta l'archetipo della vocazione cristiana.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Vocazione.

La vocazione, cioè la chiamata interiore di Dio a seguirlo, è il primo passo di ogni cammino cristiano alla sequela di Cristo in qualunque sua forma (in particolare sacerdozio, vita religiosa, matrimonio). Sulla base di questo assunto, la scelta della vita presbiterale non è un diritto che il candidato può arrogarsi, né un'imposizione a qualcuno da parte di altri: "ogni vocazione cristiana viene da Dio, è dono di Dio" (PDV 35); "la vocazione è un dono della grazia divina e mai un diritto dell'uomo, così che «non si può mai considerare la vita sacerdotale come una promozione semplicemente umana, né la missione del ministro come un semplice progetto personale»".[24] Il fedele ha il dovere morale di rispondere in libertà a questa chiamata, mentre gli ecclesiastici suoi superiori hanno il dovere di discernerne l'autenticità e di portarla a compimento.

Percorso

Il percorso complessivo[25] prevede in sostanza un duplice cammino, ecclesiale ed accademico, all'interno di 3 contesti istituzionali-organizzativi caratterizzati da vita comune:

Fine del percorso

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Ordinazione presbiterale.

Il cammino di formazione al presbiterato ha come esito naturale l'ordinazione presbiterale del candidato. Possono però verificarsi interruzioni del percorso volontarie (abbandoni) o forzate (espulsioni), che possono dare origine a un nuovo cammino in una diversa diocesi o all'interno di un ordine religioso (transfughi).

Caratteristiche e funzioni

Come sopra indicato, caratteristiche funzioni e formazione dei presbiteri sono in parte mutate lungo i secoli. Un elemento che implicitamente o esplicitamente sembra essere ricorrente è l'identificazione del "sacerdos alter Christus", sacerdote come un secondo Cristo, che cioè come il Figlio di Dio deve adempiere alla missione di cura e salvezza del gregge che gli è affidato. L'essere "Cristiforme" del presbitero si implementa nei vari ambiti delle sue funzioni, sulla base di un comune spirito di servizio pastorale.

Carità pastorale

L'attuale ecclesiologia e spiritualità cattolica, diversamente da quella preconciliare secondo la quale il presbitero era principalmente un distributore di sacramenti, prevede diverse modalità di implementazione del presbiterato caratterizzate da una diversa enfasi sui tre munera (compiti) enucleati dal Concilio (annuncio, liturgia, servizio-guida): il monaco contemplativo, il frate predicatore, il missionario, il prete operaio, il docente in una facoltà pontificia, il cappellano d'ospedale o da caserma, il segretario in curia, il giovane prete che gioca a calcio all'oratorio, il sacerdote che passa giornate intere nel confessionale, sono tutte opzioni possibili, legittime e complementari secondo le quali può essere vissuto il ministero.

Nella multiformità di attualizzazione dei tre munera del ministero è però presente un comune elemento di sintesi. I documenti ecclesiali contemporanei identificano nella carità pastorale il quid dell'identità presbiterale (PO 14; PDV 21-23; Ratio 2006 9-25). I sacerdoti, indipendentemente dal loro ambito operativo, devono essere a servizio dei fedeli loro affidati come il pastore segue e cura il gregge, sull'esempio di Gesù buon pastore. Sotto questo aspetto compito prioritario dei formatori dovrebbe essere quello di distinguere tra i seminaristi chi vive e avverte l'importanza della carità da chi invece cerca prevalentemente nell'adesione alla Chiesa un qualche tipo di tornaconto personale (agiatezza economica, realizzazione personale, prestigio sociale...), indipendentemente da abilità personali (sociali, intellettuali, liturgiche) che potrebbero risultare preziose alla comunità.

Insegnamento

Secondo il CVII, "il popolo di Dio viene adunato innanzitutto per mezzo della parola del Dio vivente che tutti hanno il diritto di cercare sulle labbra dei sacerdoti. Dato infatti che nessuno può essere salvo se prima non ha creduto, i presbiteri, nella loro qualità di cooperatori dei vescovi, hanno anzitutto il dovere di annunciare a tutti il Vangelo di Dio seguendo il mandato del Signore: «Andate nel mondo intero e predicate il Vangelo a ogni creatura»[26] e possono così costituire e incrementare il popolo di Dio" (PO 4). Il compito dell'insegnamento, o munus docendi, si attualizza con diverse modalità: con la testimonianza di una vita esemplare, con la predicazione esplicita ai non credenti, con la catechesi ai credenti che ha luogo in particolare nella liturgia della parola nella celebrazione della messa (ib.).

Lo sviluppo tecnologico ha messo a disposizione dei cristiani in genere, e dei presbiteri in particolare, diversi mezzi di comunicazione che possono veicolare l'annuncio: libri, riviste, radio, televisione. Tra i media un ruolo di primo piano di comunicazione del vangelo è rappresentato da internet[27].

Liturgia

Concelebrazione della messa, "fonte e culmine di tutta l'evangelizzazione", nella grotta delle apparizioni di Lourdes.

Secondo il CVII, i presbiteri servono l'opera di santificazione in quanto "resi partecipi in maniera speciale del sacerdozio di Cristo [...] Con il battesimo, introducono gli uomini nel popolo di Dio; con il sacramento della penitenza riconciliano i peccatori con Dio e con la Chiesa; con l'olio degli infermi alleviano le sofferenze degli ammalati; e soprattutto con la celebrazione della messa offrono sacramentalmente il sacrificio di Cristo [...]. Tutti i sacramenti, come pure tutti i ministeri ecclesiastici e le opere d'apostolato, sono strettamente uniti alla sacra eucaristia e ad essa sono ordinati [...]. Per questo l'eucaristia si presenta come fonte e culmine di tutta l'evangelizzazione [...]. Le lodi e il ringraziamento che rivolgono a Dio nella celebrazione eucaristica, i presbiteri li estendono alle diverse ore del giorno con il divino ufficio, mediante il quale pregano Iddio in nome della Chiesa e in favore di tutto il mondo" (PO 5). Come si nota il Concilio non cita i sacramenti dell'ordine sacro e della cresima, dei quali il ministro proprio è il vescovo, come anche il matrimonio, del quale ministri sono gli stessi sposi.

Oltre che coi sacramenti, il munus sanctificandi del presbitero si attualizza anche con la celebrazione dei sacramentali, in particolare con il funerale e con le benedizioni a persone, cose, abitazioni.

Il Codice di Diritto Canonico obbliga i sacerdoti a recitare ogni giorno la liturgia delle ore, mentre per la messa quotidiana non è previsto un obbligo ma un "caldo invito" (CDC 276 §2).

Guida

Quanto al munus regendi, come sopra indicato il CVII sottolinea come il ruolo di comando e direzione del presbiteri deve essere caratterizzato da un'ottica di servizio nei confronti dei fedeli loro affidati: "esercitando la funzione di Cristo capo e pastore per la parte di autorità che spetta loro, i presbiteri, in nome del vescovo, riuniscono la famiglia di Dio come fraternità viva e unita e la conducono al Padre per mezzo di Cristo nello Spirito Santo. Per questo ministero, così come per le altre funzioni, viene conferita al presbitero una potestà spirituale [...]. Nell'edificare la Chiesa i presbiteri devono avere con tutti dei rapporti improntati alla più delicata bontà, seguendo l'esempio del Signore [...]. Spetta ai sacerdoti, nella loro qualità di educatori nella fede, di curare, per proprio conto o per mezzo di altri, che ciascuno dei fedeli sia condotto nello Spirito Santo a sviluppare la propria vocazione personale secondo il Vangelo, a praticare una carità sincera e attiva, ad esercitare quella libertà con cui Cristo ci ha liberati [...]. I cristiani inoltre devono essere educati a non vivere egoisticamente ma secondo le esigenze della nuova legge della carità, la quale vuole che ciascuno amministri in favore del prossimo la misura di grazia che ha ricevuto e che in tal modo tutti assolvano cristianamente propri compiti nella comunità umana" (PO 6).

Umiltà e obbedienza

Secondo il CVII, "tra le virtù che più sono necessarie nel ministero dei presbiteri, va ricordata quella disposizione di animo per cui sempre sono pronti a cercare non la soddisfazione dei propri desideri, ma il compimento della volontà di colui che li ha inviati [...]. Consapevole quindi della propria debolezza, il vero ministro di Cristo lavora con umiltà, cercando di sapere ciò che è grato a Dio come se avesse mani e piedi legati dallo Spirito si fa condurre in ogni cosa dalla volontà di colui che vuole che tutti gli uomini siano salvi [...]. D'altra parte, il ministero sacerdotale, dato che è il ministero della Chiesa stessa, non può essere realizzato se non nella comunione gerarchica di tutto il corpo. La carità pastorale esige pertanto che i presbiteri, lavorando in questa comunione, con l'obbedienza facciano dono della propria volontà nel servizio di Dio e dei fratelli, ricevendo e mettendo in pratica con spirito di fede le prescrizioni e i consigli del sommo Pontefice, del loro vescovo e degli altri superiori, e dando volentieri tutto di sé in ogni incarico che venga loro affidato, anche se umile e povero" (PO 15).

L'ubbidienza ai superiori gerarchici è anche la prima caratteristica del presbitero sottolineata dal Codice di Diritto Canonico: "I chierici sono tenuti all'obbligo speciale di prestare rispetto e obbedienza al Sommo Pontefice e al proprio Ordinario" (CDC 273).

Celibato

Nell'antropologia cristiano-cattolica il celibato è considerato un valore di perfezione evangelica proposto a tutti i fedeli, a partire dai già citai testi del NT (Mt 19,10-12; 1Cor 7). Nella tradizione cattolica, con modalità e normative diverse è vincolante per religiosi, cioè frati e monaci (CDC 599; 654) e sacerdoti (CDC 277). Il motivo teologico della perfezione di questo stato è triplice (cf. anche PO 16): necessità di imitare Gesù celibe (motivo cristologico, SaC 19-25); dedicarsi con maggiore efficienza alla comunità (motivo ecclesiologico, SaC 26-32); essere segno anticipatorio della perfezione del regno di Dio (motivo escatologico, SaC 33-34).

Il celibato ecclesiastico non deve però essere inteso come un'imposizione esterna ad alcuni fedeli: l'ecclesiologia cattolica propone lo stato di vita sacerdotale e/o religioso a coloro che Dio ha chiamato a sé e al celibato, e non impone il celibato a coloro che hanno scelto tali stati di vita.

Povertà e sostentamento economico

Diversamente dai religiosi, i sacerdoti diocesani non sono obbligati alla povertà, cioè possono avere proprietà private mobili o immobili. tuttavia, i sacerdoti "debbono usare dei beni temporali solo per quei fini ai quali essi possono essere destinati d'accordo con la dottrina di Cristo Signore e gli ordinamenti della Chiesa [...]. Quanto poi ai beni che si procurano in occasione dell'esercizio di qualche ufficio ecclesiastico, i presbiteri, come pure i vescovi, salvi restando eventuali diritti particolari devono impiegarli anzitutto per il proprio onesto mantenimento e per l'assolvimento dei doveri del proprio stato; il rimanente potrà essere destinato per il bene della Chiesa e per le opere di carità. Non trattino dunque l'ufficio ecclesiastico come occasione di guadagno, né impieghino il reddito che ne deriva per aumentare il proprio patrimonio personale. I sacerdoti, quindi, senza affezionarsi in modo alcuno alle ricchezze debbono evitare ogni bramosia ed astenersi da qualsiasi tipo di commercio" (PO 17).

Quanto alla fonte di reddito, i presbiteri hanno il diritto di ricevere un'offerta per i riti svolti, in particolare la celebrazione della messa (stipendium missae), e in Italia ricevono uno stipendio mensile dal proprio ufficio diocesano del sostentamento del clero, che attinge in parte i fondi dalle offerte dell'otto per mille.

Sesso maschile

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Sacerdozio femminile.

Sulla base dell'esempio del NT e della tradizione, la Chiesa ammette il solo sacerdozio maschile.[28] In particolare a partire dagli anni '70 una minoranza di studiosi e fedeli ha sostenuto l'opportunità del sacerdozio femminile, ma il magistero non ha riconosciuto tale istanza come conforme con la rivelazione.[29]

Studi psicologici

Il presbitero, prima che un ministro divino, è innanzitutto una persona umana con propri pregi e difetti, e il suo ministero (come qualunque attività umana) è caratterizzato da consolazioni e fatiche. Negli ultimi decenni, soprattutto in ambito statunitense, sono state compiute alcune ricerche psicologiche su campioni limitati (non essendo previsto uno screening sistematico) di seminaristi e presbiteri con l'obiettivo di rendere la sua formazione e l'attività pastorale più efficiente ed efficace. I risultati sono però contraddittori.

Alcuni studi hanno riscontrato problemi psicologici superiori alla popolazione normale. Kennedy et al. (1977)[30] ha esaminato 271 preti dei quali l'8% sono stati ritenuti malsviluppati, 57% sottosviluppati, 29% in via di sviluppo e solo il 6% sviluppato. Dunn (1990)[31] ha esaminato la letteratura circa i sacerdoti e sostiene che tendono a essere perfezionisti, preoccupati, introversi, con difficoltà nelle relazioni sociali e in alcuni casi chiusi e ritirati. Keddy et al. (1990)[32] su 29 uomini e 13 religiose in cura in una comunità terapeutica ha riscontrato una consistente presenza di problemi: orientamento intellettualizzante, meccanismi di difesa ingenui, difficoltà a gestire le proprie emozioni, e nel 30% dei casi confusione nell'orientamento sessuale. Knox et al. (2007)[33] ha esaminato 45 presbiteri e in circa metà del campione sono stati riscontrati: sentimenti di inadeguatezza e inferiorità; ansietà e depressione; presenza di involontari e continui pensieri, impulsi o azioni (dimensione ossessivo-compulsiva); disforia; pensieri, sentimenti o comportamenti aggressivi; disordine di pensiero e sospetti (dimensione paranoide); alienazione.

Altri studi hanno però fornito risultati complessivamente nella norma della popolazione o positivi. Nauss (1973)[34] ha esaminato casi e letteratura dei 30 anni precedenti circa seminaristi cattolici e protestanti, riscontrando capacità riflessiva, capacità di sostegno e cooperazione, sviluppo ordinato, estroversione (per cattolici una maggiore introversione rispetto ai protestanti). Patrick (1986)[35] e Hill e Yousey (1998)[36] hanno smentito con ricerche empiriche l'ipotesi di Meloy (1986)[37] di una maggiore propensione al narcisismo dei candidate presbiteri, non riscontrando nel campione mancanza di empatia, intolleranza alle critiche, manie di grandezza, tendenza a sfruttare gli altri. Plante et al. (1996)[38] ha esaminato 21 seminaristi trovando un assestamento complessivamente positivo, responsabilità sociale, sensibilità interpersonale, con possibilità di miglioramento nella gestione degli impulsi negativi (ira e ostilità). Plante et al. (2005)[39] ha esaminato 68 seminaristi, risultati complessivamente brillanti e bene assestati quanto a stabilità emotiva, responsabilità, sensibilità interpersonale e socievolezza, con qualche tendenza alla repressione come difesa e al trattamento degli impulsi d'ira e ostilità.

Nella valutazione dei risultati negativi è fondamentale la contestualizzazione del lavoro del presbitero tra le altre professioni di cura e aiuto, che sono caratterizzate da stress, depressione e burnout sopra alla norma della popolazione generale.

Dal punto di vista propriamente umano, l'attività del presbitero è infatti una tra le tante professioni di aiuto (helping professions) operanti in campo sociale, cioè finalizzate all'aiuto e caratterizzate da uno stretto contatto utente/operatore e un forte coinvolgimento emotivo di quest'ultimo. Altri esempi di professioni d'aiuto sono psicologi, psichiatri, medici, infermieri, operatori sociali, insegnanti, poliziotti. Tra queste professioni particolarmente presente è il pericolo del burnout, letteralmente "bruciamento", cioè uno stato di forte stress, depressione ed esaurimento emotivo, seguito dalla perdita di sensibilità, attenzione ed empatia verso gli utenti (depersonalizzazione) e sentimenti di inefficacia, frustrazione e impotenza[40]. Un'inchiesta APA (2007)[41] ha trovato tra i lavoratori statunitensi una ripartizione dello stress tra alta 32%, media 53%, bassa 15%, mentre tra i lavoratori in campo educativo o sanitario rispettivamente 40%, 47%, 13%. Shahm Martini et al. (2004)[42] tra medici statunitensi ha riscontrato tassi di burnout del 75% per ostetrici-ginecologi, 63% per neurologi, 60% oftalmologi. Bauer et al. (2006)[43] tra insegnanti di scuole superiori in Germania ha trovato una percentuale tra burnout e depressione del 50,2%. Kumar et al. (2007)[44] ha riscontrato tra 2/3 degli psichiatri neozelandesi un severo o elevato esaurimento emotivo. Per le infermiere uno studio transnazionale (Aiken et al., 2001)[45] ha trovato un tasso di burnout del 40%.

Gli studi sui tassi di depressione tra i presbiteri diocesani hanno fornito risultati in parte discordanti. Una ricerca statunitense del '98 ha trovato tra sacerdoti tassi elevatissimi di depressione maggiore differenziati a seconda del tipo di consacrazione e dunque dell'ambito operativo: secolari 72%, religiosi 40,8%, monaci 39,5% (Virginia, 1998).[46] Altre successive ricerche[47][48] hanno invece trovato un tasso di depressione per i sacerdoti diocesani attorno al 20%, inferiore al risultato della precedente ricerca, e per quanto rappresenti circa sette volte il tasso medio della popolazione maschile (2-3%),[49] è nella norma degli operatori sociali.

Problematiche attuali

Negli ultimi anni la Chiesa si è trovata davanti alcuni pressanti problemi relativi alla quantità e alla qualità dei presbiteri.

Primo fra tutti è il fenomeno del calo delle vocazioni, ancora lento ma costante, nonostante la grave crisi degli anni '70 sia da tempo superata. I motivi possono essere trovati in diversi fattori. Innanzitutto il calo demografico restringe continuamente e progressivamente il bacino dei possibili candidati presbiterali. Diotallevi (2005) evidenzia come in Italia i maschi italiani tra i 25 e 34 anni passeranno dai circa 4.400.000 del 2003 a circa 3.000.000 nel 2023, riducendo quindi di un terzo il numero di coloro che possono intraprendere il cammino sacerdotale. Inoltre la società occidentale sembra essere sempre più caratterizzata da valori edonistici e individualistici che sono in antitesi col Vangelo e con lo spirito di servizio e carità che caratterizza il lavoro del presbitero, e questa crisi di valori non può che coinvolgere anche la comunità cristiana. Sarebbe sbagliato però vedere nella Chiesa una nave che affonda.[50] Le altre istituzioni sociali sono in progressiva crisi (la famiglia, la politica e la partecipazione civile, i legami di amicizia personale, il volontariato), indicando una diminuzione qualitativa delle relazioni e del capitale sociale,[51] e mentre sembra inarrestabile la diffusione di quella che alcuni hanno definito "anoressia relazionale",[52] la Chiesa rimane saldamente fedele ai valori evangelici. La metafora adatta non è dunque quella di una nave che affonda, ma di un atollo che è minacciato dall'innalzamento dell'acqua marina. In tale ottica la salvezza non è nell'abbandonare la nave ma nel procedere, per quanto con fatica, verso il centro dell'atollo.

Come sopra indicato, alcuni hanno individuato la causa della crisi delle vocazioni degli anni '70 nella nuova ecclesiologia elaborata dal CVII, che valorizza il sacerdozio comune o battesimale proprio di tutti i fedeli, causando indirettamente una svalutazione relativa del sacerdozio ministeriale. Un legame diretto di causa (svalutazione relativa)-effetto (calo vocazioni) appare inappropriato, anche se può aver giocato un certo peso. Al contrario l'ecclesiologia conciliare ha indicato, nella valorizzazione del laicato e dei ministeri permanenti (lettore, accolito, diacono), un elemento che può permettere alla Chiesa di proseguire la sua vita organizzativa nonostante la carenza di presbiteri, responsabilizzando e valorizzando fedeli non sacerdoti nelle varie quotidiane incombenze della pastorale parrocchiale e diocesana.

Dal 2002 in poi un problema denunciato dagli organi di informazione è quello della pedofilia di alcuni membri della Chiesa cattolica. A causare scandalo non è stata solo la condotta criminale e immorale di alcune persone, ma anche in alcuni casi la gestione delle situazioni problematiche da parte di alcuni quadri dirigenti ecclesiastici locali, che sono stati "troppo indulgenti verso questi tristissimi fenomeni"[53] e hanno optato per un semplice trasferimento del reo. Per quanto la questione sia stata mediaticamente sovradimensionata e abbia riguardato abusi prevalentemente compiuti in decadi passate, data la gravità dei crimini l'impatto sulla popolazione è stato particolarmente intenso, col pericolo di gettare un'ombra di dubbio sull'intero clero e su tutti gli educatori cattolici.

Un ultimo punto, all'interno del quale può essere inclusa la talvolta inappropriata gestione dei preti accusati di pedofilia, corrisponde all'ottica di un ministero di comando o di egocentrica autoaffermazione, non di servizio alla comunità come auspicato dal CVII. Non si tratta però di un vero e proprio problema che coinvolge in maniera grave ed evidente alcuni ecclesiastici, ma di un pericolo o di una tentazione in agguato per coloro che hanno responsabilità di guida nella Chiesa. Papa Benedetto XVI ha sottolineato recentemente in alcune occasioni tale pericolo,[54][55][56][57] che corrisponde alla dicotomia in campo psicologico-organizzativo tra potere personale e potere sociale.

Note
  1. Questa distinzione risale al Vaticano II, v. LG 10.
  2. CDC 1983, c. 266 §1.
  3. V. anche CDC 1917, c. 108 §1 (latino).
  4. Per una panoramica storica e teologica vedi Castellucci (2002).
  5. Vanhoye, A. (1980). Prêtres anciens, prêtre nouveau selon le Nouveau Testament. Parigi: Seuil. Tr. it. (1985). Sacerdoti antichi e nuovo sacerdote secondo il Nuovo Testamento. Torino-Leumann: LDC
  6. Vedi Gv 18,15; Eusebio di Cesarea, Storia Ecclesiastica 5,24,2.
  7. V. in particolare Ignazio di Antiochia, Lettera agli Efesini 5,1; Lettera ai Filadelfiesi 7,1; Lettera a Policrate 6,1
  8. Ireneo di Lione, Contro le eresie 3,3,1.
  9. Tertulliano, Il battesimo 17,1-2; De bono pudicitia 20,12; 21,16-17; Esortazione della castità 11,2; Cipriano, Lettera 67 4,2; Origene, Omelie sul Levitico 5,4; 5,8; 6,3.
  10. Tillard, J. M. (1973). La "qualité sacerdotale" du ministère chrétien. Nouvelle Revue Théologique, 95, 481-514.
  11. Schillebeeckx, E. (1985). Pleidooi voor mensen in de kerk. Christelijke identiteit en ambten in de kerk. Baarn: Nelissen. Tr. it. (1986). Per una Chiesa dal volto umano. Identità cristiana dei ministeri nella Chiesa. Brescia: Queriniana
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  13. Raffa, V. (2003). Liturgia eucaristica. Roma: CLV - Edizioni liturgiche, 892.
  14. Bihlmeyer, K.; Tuechle, H. (1960). Storia della Chiesa. Vol. 3. Brescia: Morcelliana: 181-185.
  15. DS 1765; 1772.
  16. Auguste Boudinhon (1911).
  17. Per il numero dei seminaristi maggiori italiani vedi sito della Congregazione per il Clero.
  18. Vedi sito della Congregazione per il Clero.
  19. V. inchiesta realizzata dal John Jay College of Criminal Justice dell'università di New York, su commissione della C.E. Statunitense, sulle denunce presentate (non sui risultati dei processi) tra il 1950 e il 2002 (Terry, 2004).
  20. Stark, R., & Finke, R. (2000). Catholic religious vocations: decline and revival. Review of Religious Research, 2, 125-145
  21. Ratio 2006 64-78.
  22. Orientamenti 2008 5.
  23. Orientamenti 2008 4.
  24. PDV 36, dove il papa cita un proprio passaggio dell' Angelus del 3 dicembre 1989.
  25. Ratio 2006 35-56; 107-117.
  26. Constitutiones Apostolorum, II, 26, 7.
  27. Vedi in particolare il messaggio di Papa Benedetto XVI del 24 gennaio 2010 per la 44a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali (16 maggio 2010).
  28. CDC 1024; CCC 1577.
  29. Paolo VI, Rescritto alla lettera di Sua Grazia il Rev.mo Dott. F. D. Coggan, Arcivescovo di Canterbury, sul ministero sacerdotale delle donne (30 novembre 1975); Congregazione per la Dottrina della Fede, dichiarazione Inter Insigniores circa la questione dell'ammissione delle donne al sacerdozio ministeriale (15 ottobre 1976); Giovanni Paolo II, Mulieris Dignitatem (15 agosto 1988), n. 26; Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Ordinatio Sacerdotalis (22 maggio 1994).
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  53. Intervista a mons. Scicluna, "promotore di giustizia" della Congregazione per la Dottrina della fede, pubblicata su Avvenire il 13 Marzo 2010, online.
  54. "La prima caratteristica [del ministero apostolico e sacerdotale], che il Signore richiede dal servo, è la fedeltà. Gli è stato affidato un grande bene, che non gli appartiene. La Chiesa non è la Chiesa nostra, ma la sua Chiesa, la Chiesa di Dio. Il servo deve rendere conto di come ha gestito il bene che gli è stato affidato. Non leghiamo gli uomini a noi; non cerchiamo potere, prestigio, stima per noi stessi. Conduciamo gli uomini verso Gesù Cristo e così verso il Dio vivente. Con ciò li introduciamo nella verità e nella libertà, che deriva dalla verità. La fedeltà è altruismo, e proprio così è liberatrice per il ministro stesso e per quanti gli sono affidati. Sappiamo come le cose nella società civile e, non di rado, anche nella Chiesa soffrono per il fatto che molti di coloro, ai quali è stata conferita una responsabilità, lavorano per se stessi e non per la comunità, per il bene comune" (Benedetto XVI, omelia del 12 settembre 2009, online).
  55. "Non è forse una tentazione quella della carriera, del potere, una tentazione da cui non sono immuni neppure coloro che hanno un ruolo di animazione e di governo nella Chiesa?" (Benedetto XVI, udienza generale di mercoledì 3 febbraio 2010, online).
  56. "La sequela, ma potremmo tranquillamente dire: il sacerdozio, non può mai rappresentare un modo per raggiungere la sicurezza nella vita o per conquistarsi una posizione sociale. Chi aspira al sacerdozio per un accrescimento del proprio prestigio personale e del proprio potere ha frainteso alla radice il senso di questo ministero. Chi vuole soprattutto realizzare una propria ambizione, raggiungere un proprio successo sarà sempre schiavo di se stesso e dell’opinione pubblica. Per essere considerato, dovrà adulare; dovrà dire quello che piace alla gente; dovrà adattarsi al mutare delle mode e delle opinioni e, così, si priverà del rapporto vitale con la verità, riducendosi a condannare domani quel che avrà lodato oggi. Un uomo che imposti così la sua vita, un sacerdote che veda in questi termini il proprio ministero, non ama veramente Dio e gli altri, ma solo se stesso e, paradossalmente, finisce per perdere se stesso" (Benedetto XVI, omelia del 20 giugno 2010, online).
  57. "Questo è e rimane sempre il nostro primo servizio, il servizio della fede, che trasforma tutta la vita: credere che Gesù è Dio, che è il Re proprio perché è arrivato fino a quel punto, perché ci ha amati fino all’estremo. E questa regalità paradossale, dobbiamo testimoniarla e annunciarla come ha fatto Lui, il Re, cioè seguendo la sua stessa via e sforzandoci di adottare la sua stessa logica, la logica dell’umiltà e del servizio, del chicco di grano che muore per portare frutto" (Benedetto XVI, omelia del 21 novembre 2010, online.
Bibliografia
Voci correlate

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