Ira di Dio

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John Martin, Il gran giorno della sua ira, ca. 1853

L'espressione ira di Dio si riferisce nella Bibbia allo sdegno che la realtà del peccato suscita agli occhi di Dio: tra la santità di Dio e il peccato c'è una radicale incompatibilità. Per accedere veramente all'amore di Dio il credente deve accostarsi al mistero della sua ira.

L'analisi dei testi biblici non permette di ridurre il mistero dell'ira di Dio al rango di espressione mitica di un'esperienza umana: l'ira di Dio non è la proiezione nel mondo di Dio di un sentimento umano, anche se certamente l'ira dell'uomo ha fornito i termini esperienziali per esprimere quella realtà misteriosa.

Antico Testamento

Dio si adira. Ogni sorta di immagini affluisce sotto l'ispirazione biblica, ed Isaia le raccoglie:

« Ardente è la sua ira, le sue labbra traboccano di furore, la sua lingua è come un fuoco vorace, il suo soffio come un torrente che straripa e giunge fino al collo. (..) Il suo braccio si abbatte nell'ardore della sua ira, in mezzo ad un fuoco vorace, ad un uragano di pioggia e di tempesta. (..) Il soffio di YHWH, come un torrente di zolfo, infiammerà la paglia ed il legno ammucchiati a Tofet» (30,27-33)

Fuoco, soffio, tempesta, torrente, l'ira si infiamma, si riversa (Ez 20,33), dev'essere bevuta in un calice (Is 51,17), come un vino inebriante (Ger 25,15-38).

Il risultato di quest'ira è la morte con le sue ausiliarie: carestia, sconfitta o peste, tra cui Davide deve scegliere (2Sam 24,15-17); altrove sono i flagelli (Nm 17,11), la lebbra (Nm 12,9-10), la morte (1Sam 6,19). Quest'ira si abbatte su tutti i colpevoli ostinati; in primo luogo su Israele, perché è più vicino al Dio santo (Es 19; 32; Dt 1,34; Nm 25,7-13), sia sulla comunità (2Re 23,26; Ger 21,5) che sugli individui; poi anche sulle nazioni (1Sam 6,9), perché YHWH è il Dio di tutta la terra (Ger 10,10). Non c'è quasi documento o libro che non ricordi questa convinzione.

L'ira di Dio verso l'uomo che sconfina nei suoi confronti

Un gruppo di testi, i più antichi, lascia apparire il carattere irrazionale del fatto. La minaccia di morte pesa su chiunque si avvicina inconsideratamente alla santità di YHWH (Es 19,9-25; 20,18-21; 33,20; Gdc 13,22); Uzza è folgorato mentre vuole sostenere l'arca (2Sam 6,7). Così i salmisti interpreteranno le calamità, la malattia, la morte prematura, il trionfo dei nemici (Sal 88[87],16; 90[89],7-10; 102[101],9-12; Gb).

Dietro questo atteggiamento, lucido perché prende il male per quel che è, ingenuo perché attribuisce ogni male inspiegabile all'ira di Dio concepita come vendetta scatenata a motivo di un'infrazione, si nasconde una fede profonda nella presenza di Dio in ogni evento, ed un autentico sentimento di timore dinanzi alla santità di Dio (Is 6,5).

L'ira per il peccato

Secondo altri testi il credente non si accontenta di adorare appassionatamente Dio che chiama in causa la sua esistenza, ma ne cerca il motivo ed il senso.

L'Antico Testamento non attribuisce l'ira di Dio a qualche odio malizioso[1] o ad un capriccio di gelosia[2]: piuttosto, Israele riconosce la propria colpa. A volte Dio designa il colpevole punendo il popolo impaziente (Nm 11,1) o Maria, sorella di Mosè, caduta nel peccato della mormorazione (Nm 12,1-10); a volte è la stessa comunità ad esercitare l'ira divina (Es 32) o a gettare le sorti per scoprire il peccatore, come nel caso di Acan (Gs 7). Se dunque c'è l'ira di Dio, ciò è perché c'è stato il peccato dell'uomo.

Questa convinzione guida il redattore del libro dei Giudici, che ritma tutto il periodo storico di cui si interessa secondo uno schema di teologia della storia in tre tempi:

  1. apostasia del popolo;
  2. ira di Dio;
  3. conversione di Israele.

Dio esce così giustificato dal processo cui lo sottoponeva il peccatore (Sal 51[50],6); questi scopre allora un primo senso all'ira divina: la gelosia di un amore santo. I profeti spiegano i castighi passati con l'infedeltà del popolo all'alleanza (Os 5,10; Is 9,11; Ez 5,13; ecc.); le immagini terribili di Osea: tignola, carie, leone, cacciatore, orsa (5,12.14; 7,12; 13,8) vogliono dimostrare la serietà dell'amore di Dio: il santo di Israele non può tollerare il peccato nel popolo che si è scelto.

Anche sulle nazioni si riverserà l'ira, secondo la misura del loro orgoglio, che le fa andar oltre la missione loro affidata (Is 10,5-15; Ez 25,15-17).

Se l'ira di Dio aleggia sul mondo, è perché il mondo è peccatore. L'uomo, spaventato da quest'ira minacciosa, confessa il suo peccato ed aspetta la grazia (Mi 7,9; Sal 90[89],7-8).

Tra l'ira e la misericordia

Dinanzi al fatto di un Dio animato da una passione violenta, la ragione degli autori veterotestamentari purifica la divinità da sentimenti che considera indegni di essa.

Così, secondo una tendenza marginale nella Bibbia, ma frequente nelle altre religioni[3], Satana diventa l'agente dell'ira di Dio (cfr. 1Cr 21; 2Sam 24).

C'è da dire però che la coscienza religiosa biblica non ha fatto ricorso spesso a questo ripiego di smitizzazione o di traslato. Senza dubbio la rivelazione è trasmessa attraverso immagini poetiche, ma non si tratta di semplici metafore. Dio sembra affetto da una vera "passione" che egli scatena, non mitiga (Is 9,11), che non si allontana (Ger 4,8), oppure che, al contrario, si ritira (Os 14,5; Ger 18,20), perché Dio "ritorna" verso coloro che ritornano a lui (2Cr 30,6; Es 34,6; Is 63,17). In Dio lottano due "sentimenti", l'ira e la misericordia (cfr. Is 54,8-10; Sal 30[29],6), che significano entrambi l'attaccamento appassionato di Dio all'uomo. Ma lo esprimono in modo diverso:

Tale è il mistero cui Israele si è a poco a poco accostato per varie vie.

Nelle manifestazioni della sua ira Dio non si comporta come un uomo: controlla la sua passione. Certo essa si scatena talvolta immediatamente sugli Ebrei "che avevano ancora la carne sotto i denti" (Nm 11,33) o su Maria (Nm 12,9), ma non è per questo impaziente. Al contrario, Dio è "lento all'ira" (Es 34,6; Is 48,9; Sal 103[102],8), e la sua misericordia è sempre pronta a manifestarsi (Ger 3,12). "Io non agirò più secondo la mia ira ardente, non distruggerò più Efraim, perché io sono Dio, e non uomo", si legge nel profeta dalle immagini violente (Os 11,9).

L'uomo esperimenta sempre meglio che Dio non è un Dio dell'ira, ma il Dio della misericordia. Dopo il castigo esemplare dell'esilio babilonese Dio dice alla sua sposa: "Per un breve istante ti avevo abbandonata, ma, mosso da un'immensa pietà, ti radunerò. In un eccesso di furore, per un istante, ti avevo nascosto il mio volto. Ma con un affetto eterno ho pietà di te" (Is 54,7-8). E la vittoria di questa pietà suppone la presenza di un servo fedele colpito a morte per i peccati del popolo, convertendo in giustizia la stessa ingiustizia (Is 53,4.8).

La supplica di liberazione dall'ira

Punendo a suo tempo e non sotto la spinta dell'impazienza, Dio manifesta all'uomo la portata educativa dei castighi causati dalla sua ira (Am 4,6-11). Annunziata al peccatore in un disegno di misericordia, quest'ira non lo paralizza come uno spettro fatale, ma lo invita a convertirsi all'amore (Ger 4,4).

Se dunque Dio ha un proposito d'amore in fondo al cuore, Israele può supplicare di essere liberato dall'ira. Animati dalla fede nella giustizia divina, i sacrifici non hanno nulla delle pratiche magiche che vorrebbero scongiurare la divinità; precisamente come le preghiere di intercessione, essi esprimono la convinzione che Dio può cessare di essere in collera.

Mosè intercede per il popolo infedele (Es 32,11.31-32; Nm 11,1-2; 14,11-12; ecc.) o per un determinato colpevole (Nm 12,13; Dt 9,20). Così pure Amos per Israele (Am 7,2.5), Geremia per Giuda (Ger 14,7-9; 18,20), Giobbe per i suoi amici (Gb 42,7-8). Con ciò gli effetti dell'ira sono attenuati (Nm 14; Dt 9) od anche soppressi (Nm 11; 2Sam 24). I motivi invocati rivelano precisamente che il legame tra Israele e Dio non è spezzato (Es 32,12; Nm 14,15-16; Sal 74[73],2): in questo dialogo l'uomo argomenta della sua debolezza (Am 7,2.5; Sal 79[78],8) e ricorda a Dio che è essenzialmente misericordioso e fedele (Nm 14,18).

Un'ira storica che prefigura l'ira finale

Vedendo nell'ira che stermina il peccatore ostinato un castigo subito in vista della correzione e della conversione del peccatore, Israele non ha tuttavia svuotato di contenuto l'ira in senso proprio; l'ha collocata al suo posto giusto, all'ultimo giorno. Il giorno delle tenebre, di cui parlava Amos (5,18-20), diventa il "giorno dell'ira" (Dies irae, Sof 1,15-2,3) al quale nessuno potrà sfuggire, né i pagani (Sal 9,17-18; 56[55],8; 79[78],6-8), né gli empi della comunità (Sal 7,7; 11[10],5-6; 28[27],4; 94[93],2), ma soltanto l'uomo pio, il cui peccato è stato perdonato (Sal 30[29],6; 65[64],3-4; 103[102],3).

Si è così operata una distinzione tra ira ed ira. Nel corso della storia i castighi non sono propriamente l'ira di Dio che stermina per sempre, ma soltanto figure che l'anticipano. Attraverso di esse l'ira della fine dei tempi continua ad esercitare il suo valore salutare, rivelando sotto uno dei suoi aspetti l'amore del Dio santo. In riferimento a quest'ira le visite di Dio al suo popolo peccatore possono e devono essere intese come atti di longanimità, che differiscono l'esercizio dell'ira ultima (cfr. 2Mac 6,12-17). Gli autori di apocalissi hanno ben visto che un tempo di ira deve precedere il tempo della grazia definitiva: "Va', o mio popolo, entra nelle tue camere e chiudi su te le tue porte. Nasconditi per un istante, il tempo che passi l'ira" (Is 26,20; cfr. Dn 8,19; 11,36).

Nuovo Testamento

L'incarnazione del Figlio di Dio porta a compimento i dati dell'Antico Testamento, ma nella dimensione della continuità. Dal messaggio del precursore (Mt 3,7; Lc 3,7) fino alle ultime pagine del Nuovo Testamento (Ap 14,10), il Vangelo della grazia conserva l'ira di Dio come un dato fondamentale del suo messaggio.

Certamente l'accento si sposta. Le immagini dell'Antico Testamento sopravvivono ancora; l'ira di Dio è espressa con varie immagini:

Tali immagini però non intendono più descrivere psicologicamente la passione di Dio, quanto piuttosto rivelarne gli effetti. Siamo entrati negli ultimi tempi.

Giovanni Battista annunzia il fuoco del giudizio (Mt 3,12), e Gesù gli fa eco nella parabola del banchetto di nozze (Mt 22,7); anche per Gesù il nemico e l'infedele saranno annientati (Lc 19,27; 12,46), gettati nel fuoco inestinguibile (Mt 13,42; 25,41).

L'ira di Gesù

In Gesù l'ira di Dio si rivela. Gesù non si comporta come uno stoico che non si turba mai (Gv 11,33); egli comanda con violenza a Satana (Mt 4,10; 16,23), minaccia duramente i demoni (Mc 1,25), è fuori di sé di fronte all'astuzia diabolica degli uomini (Gv 8,44), e specialmente dei farisei (Mt 12,34), di coloro che uccidono i profeti (Mt 23,33), degli ipocriti (Mt 15,7). Come YHWH, Gesù si adira contro chiunque si levi contro Dio.

Gesù rimprovera pure i disobbedienti (Mc 1,43; Mt 9,30), i discepoli di poca fede (Mt 17,17). Soprattutto si adira contro coloro che, come il fratello maggiore geloso del prodigo accolto dal Padre delle misericordie (Lc 15,28), non si mostrano misericordiosi (Mc 3,5). Infine Gesù manifesta l'ira del giudice: come il signore del banchetto (Lc 14,21), come il padrone del servo spietato (Mt 12,34), egli preannunzia sventura alle città che non si pentono (Mt 11,20-21), scaccia i venditori dal tempio (Mt 21,12-13), maledice il fico sterile (Mc 11,21). Come l'ira di Dio, così anche quella dell'agnello non è una parola vana (Ap 6,16; Eb 10,31).

L'ira di Dio in San Paolo

Paolo insegna che con l'incarnazione si sono determinate due ere nella storia della salvezza: Cristo rivela la giustizia di Dio in favore dei credenti, ma rivela anche la sua ira sugli increduli.

Quest'ira di Dio, analoga al castigo concreto di cui parlava l'Antico Testamento, anticipa l'ira definitiva. Mentre Giovanni Battista poneva assieme nella sua prospettiva la venuta del Messia in terra e la sua venuta alla fine dei tempi, tanto che il ministero di Gesù avrebbe dovuto essere il giudizio ultimo, Paolo insegna che Cristo ha inaugurato un tempo intermedio, durante il quale sono pienamente rivelate le due dimensioni dell'attività divina: la giustizia e l'ira.

Paolo conserva talune concezioni dell'Antico Testamento, ad esempio quando vede nel potere civile uno strumento di Dio "per esercitare la repressione vendicativa dell'ira divina sui malfattori" (Rm 13,4), ma si studia soprattutto di rivelare la nuova condizione dell'uomo dinanzi a Dio.

Per Paolo l'uomo è peccatore fin dalle origini, e per questo merita la morte (Rm 1,18-32; 3,20); è di diritto oggetto dell'ira divina, è "vaso di ira" pronto per la perdizione (Rm 9,22; Ef 2,3). Se l'uomo è così congenitamente peccatore, le più sante istituzioni divine sono state pervertite al suo contatto, e ad esempio la legge santa "produce l'ira" (Rm 4,15). Ma il disegno di Dio è un disegno di misericordia, ed i vasi dell'ira possono, convertendosi, diventare "vasi di misericordia" (Rm 9,23); e ciò, qualunque sia la loro origine, pagana o giudaica, "perché Dio ha racchiuso tutti gli uomini nella disobbedienza per far misericordia a tutti" (Rm 11,32). Come nell'Antico Testamento, Dio non dà libero corso alla sua ira, manifestando in tal modo la sua potenza (in quanto tollera il peccatore), ma rivelando pure la sua bontà (in quanto invita alla conversione).

Tuttavia qualcosa è radicalmente mutato con la venuta di Cristo. Da questa "ira che sta per venire" (Mt 3,7), non è più la legge, ma Gesù a liberarci (1Ts 1,10). Dio, che "non ci ha riservati per l'ira, ma per la salvezza" (1Ts 5,9), ci assicura che, "giustificati, saremo salvati dall'ira" (Rm 5,9), e, più ancora, che la nostra fede ha fatto di noi dei "salvati" (1Cor 1,18).

Di fatto Gesù è stato fatto "peccato" perché noi divenissimo giustizia di Dio in lui (2Cor 5,21); è stato morente sulla croce, è divenuto "maledizione" per darci la benedizione (Gal 3,13). In Gesù si sono incontrate le potenze dell'amore e della santità, cosicché, nel momento in cui l'ira si abbatte su colui che era "divenuto peccato", rimane vincitore l'amore; l'itinerario laborioso dell'uomo che cerca di scoprire l'amore dietro l'ira termina e si concentra nel momento in cui Gesù muore, anticipando l'ira della fine dei tempi per liberarne per sempre chiunque crede in lui.

Nell'opera giovannea

Giovanni conserva anch'egli il linguaggio dell'ira, e riprende nel suo Vangelo il pensiero paolino quando afferma che "l'ira di Dio rimane sull'incredulo" (Gv 3,36).

Ma è soprattutto nell'Apocalisse che si riscontra questo linguaggio: la Chiesa, pur se liberata dall'ira divina, continua ad essere il luogo del combattimento con Satana: "il demonio, fremente d'ira, è disceso a noi" (Ap 12,12), perseguitando la donna e la sua discendenza; per opera sua le nazioni sono state inebriate dall'ira divina (Ap 14,8-10). Ma la Chiesa non teme questa parodia dell'ira, perché la nuova Babilonia sarà vinta, quando il re dei re verrà "a pigiare nel tino il vino dell'ira ardente di Dio" (Ap 19,15), assicurando così all'ultimo giorno la vittoria di Dio.

Note
  1. Cfr. la mènis greca.
  2. Come nel caso del dio babilonese Enlil.
  3. Ad esempio nelle Erinni greche.
Bibliografia
Voci correlate

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