Grazia (Bibbia)

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Mario Venzo S.J., Sacro Cuore. Nella morte di Gesù in croce è stato rivelato l'abisso della grazia, cioè dell'amore gratuito che Dio ha per gli uomini
1leftarrow.png Voce principale: Grazia.

Grazia è il termine che nella Bibbia, e in particolare nel Nuovo Testamento, caratterizza il rapporto con Dio instaurato da Gesù Cristo; se il regime dell'Antico Testamento era caratterizzato dalla legge, il regime del Nuovo è caratterizzato dalla grazia (Rm 6,14-15; Gv 1,17).

La grazia è il dono di Dio che contiene tutti gli altri, quello del Figlio suo (Rm 8,32). Essa non è semplicemente l'oggetto di questo dono: è il dono che irradia la generosità del donatore e che avvolge di questa generosità la creatura che lo riceve.

Dio dona per grazia, e colui che riceve il suo dono trova grazia e compiacenza dinanzi a lui. Per una coincidenza significativa, la parola ebraica e la parola greca, tradotte in latino con gratia, si prestano l'una e l'altra a designare nello stesso tempo la sorgente del dono in colui che dona e l'effetto del dono in colui che riceve. E ciò perché il dono supremo di Dio non è del tutto estraneo agli scambi con cui gli uomini si uniscono tra loro, e perché tra lui e gli uomini esistono legami che rivelano nell'uomo la sua immagine.

Nell'Antico Testamento

L'azione storica dell'amore di Dio per la salvezza degli uomini è anche nell'Antico Testamento la caratteristica decisiva del comportamento divino verso gli uomini. La grazia è presente nell'Antico Testamento come una promessa e come una speranza. Sotto forme diverse, sotto nomi vari, ma che uniscono sempre il Dio che dona all'uomo che riceve, la grazia appare dovunque nell'Antico Testamento. La lettura cristiana dell'Antico Testamento, che si ritrova soprattutto nella Lettera ai Galati, consiste nel riconoscere, nell'antica alleanza, le opere e i tratti del Dio della grazia.

Dio si autodefinisce: "YHWH, Dio di tenerezza e di grazia, tardo all'ira e ricco di misericordia e fedeltà" (Es 34,6). Che Dio possa essere la pace e la gioia dei suoi, è effetto della sua grazia:

« Quanto preziosa è la tua grazia (hesed), o Dio! Gli uomini si rifugiano all'ombra delle tue ali, si inebriano della sovrabbondanza della tua casa e tu li disseti al torrente delle tue delizie. »

Terminologia

La realtà della grazia è descritta nell'Antico Testamento ebraico con vari termini[1]:

  • ben, tradotto dai LXX con χάρις, cháris, indica il favore personale liberamente concesso da Dio (Gen 6,8; Es 53,12), in particolare da parte di una persona altolocata; secondariamente indica poi la testimonianza concreta di questo favore, resa da colui che dà e fa grazia, e raccolta da colui che riceve e trova grazia, e infine il fascino che attira lo sguardo e conserva il favore; è misericordia chinata sulla miseria;
  • il verbo hanan (LXX: eléein) significa "essere benigno, misericordioso" nel senso di "dedicarsi con amore"; tale attenzione cordiale e personale di Dio per l'uomo, a questi rivolta in assoluta libertà (Es 33,19), è foriera di doni salvifici concreti (Sal 4,2; 6,3; 9,14; 41[40],11; 51[50],3; 86[85],16);
  • hesed (LXX: éleos) indica, specialmente nei Salmi, la bontà sovrana e smisurata di Dio verso gli uomini; essa si manifesta nella maniera più eloquente nella sua alleanza e nella sua fedeltà ('emet) (Es 34,6); è fedeltà generosa verso i suoi; "la tua grazia (hesed) vale più della vita" (Sal 63[62],4);
  • 'emet esprime la fermezza incrollabile di Dio nei suoi impegni;
  • il termine rahamím (LXX: oiktirmós), che ha la sua radice nella realtà della maternità, sottolinea la cordialità e la tenerezza dell'amore di Dio per gli uomini; è una compassione profonda, è una misericordia che opera soprattutto come perdono della colpa nei confronti del popolo dell'alleanza (Is 54,7; 65,7; Ger 16,5; Os 2,21) e del singolo (Sal 40[39],12; 51[50],3); è attaccamento di cuore e di tutto l'essere a coloro che egli ama.

La grazia in Dio è allo stesso tempo giustizia inesauribile (sédeq), capace di assicurare a tutte le sue creature la pienezza dei loro diritti e di soddisfare tutte le loro aspirazioni.

Le manifestazioni della grazia divina

La generosità di Dio si effonde su ogni carne (Sir 1,10), la sua grazia non rimane un tesoro gelosamente custodito.

Lo splendido segno di questa generosità è l'elezione di Israele. È una iniziativa totalmente gratuita, non dovuta ad alcun merito o ad alcun valore antecedente, né dal numero (Dt 7,7), né dalla buona condotta (Dt 9,4), né "dal vigore della mano" (Dt 8,17), ma soltanto "dall'amore per voi e dalla fedeltà al giuramento fatto ai vostri padri" (Dt 7,8; cfr. Dt 4,37). Al punto di partenza di Israele non c'è che una spiegazione: la grazia del Dio fedele che mantiene la sua alleanza ed il suo amore (Dt 7,9).

Il simbolo di questa grazia è la terra che Dio dà al suo popolo, "paese di torrenti e di fonti" (Dt 8,7), "di monti e di valli bagnate dalla pioggia del cielo" (Dt 11,11), "città che tu non hai costruito... case che tu non hai riempito, pozzi che tu non hai scavato" (Dt 6,10-11).

La gratuità dell'azione di YHWH non è senza scopo, non spande alla cieca ricchezze di cui non sa che fare: l'elezione di Israele ha come scopo il fare alleanza con lui. La grazia che sceglie e che dà è un atto di conoscenza, si attacca a colui che sceglie, ed attende da lui come risposta la riconoscenza e l'amore: tale è la predicazione del Deuteronomio (6,5.12-13; 10,12-13; 11,1). La grazia di Dio vuole un partner, uno scambio, una comunione.

La grazia di Dio sui suoi eletti

La parola che indubbiamente rende meglio l'effetto prodotto sull'uomo dalla generosità di Dio "benedizione". Essa è molto più di una protezione esterna; alimenta, in chi la riceve, la vita, la gioia, la pienezza della forza; stabilisce tra Dio e la sua creatura un incontro personale, fa posare sull'uomo lo sguardo ed il sorriso di Dio, lo splendore della sua faccia e della sua grazia (ben; Nm 6,25), e questo legame ha qualcosa di vitale, si avvicina alla potenza creativa. Al padre spetta benedire, e se la storia d'Israele è quella di una benedizione destinata a tutte le nazioni (Gen 12,3), ciò è perché Dio è padre e plasma il futuro dei suoi figli (Is 45,10-12). La grazia di Dio è l'amore di un padre, crea dei figli. Poiché questa benedizione è quella del Dio santo, il legame che essa stabilisce con i suoi eletti è quello di una consacrazione. L'elezione è appello alla santità e promessa di vita consacrata (Es 19,6; Is 6,7; Lev 19,2).

A questa risposta filiale, a questa consacrazione della vita e del cuore, Israele si rifiuta (cfr. Os 4,1-1; Is 1,4; Ger 9,4-5). "Come un pozzo che fa scaturire la sua acqua, così (Gerusalemme) fa scaturire la sua iniquità" (Ger 6,7; cfr. Ez 16; 20). Allora Dio inventa di fare nell'uomo ciò di cui l'uomo è radicalmente incapace, e di fare che l'uomo stesso ne sia l'autore. Di una Gerusalemme corrotta farà una città giusta (Is 1,21-26), di cuori incurabilmente ribelli (Ger 5,1-3), farà dei cuori nuovi, capaci di conoscerlo (Os 2,21; Ger 31,31). Questa sarà l'opera del suo spirito (Ez 36,27); questo sarà l'avvento nel mondo della sua stessa giustizia (Is 45,8.24; 51,6).

Nel Nuovo Testamento

Nel Nuovo Testamento viene fissato il senso del termine greco cháris, presente già nella versione dei LXX dell'Antico Testamento, e tale senso riceve tutta la sua estensione[2].

Tra i sinottici solo Luca adopera il termine esplicito di χάρις (cháris), "grazia", ma la sostanza di tale realtà è ben presente nei Vangeli.

Il concetto di cháris svolge poi un ruolo centrale nel Corpus paulinum, dove si trovano i due terzi dei 155 passi neotestamentari contenenti questo termine[3].

La rivelazione della grazia di Dio in Gesù Cristo

La venuta di Gesù Cristo fa vedere fin dove può giungere la generosità di Dio: fino a darci il suo proprio Figlio (Rm 8,32). La fonte di questo atto inaudito è quella mescolanza di tenerezza, di fedeltà e di misericordia con cui YHWH definiva se stesso nell'Antico Testamento, ed alla quale il Nuovo Testamento darà il nome specifico di grazia, chàris.

L'augurio della grazia di Dio costituisce l'introduzione di quasi tutte le lettere apostoliche; ivi l'invocazione della grazia, di matrice greca, è quasi sempre accompagnata dall'augurio della sua pace, tipico augurio semitico; ciò fa vedere che, per i cristiani, la grazia è il dono per eccellenza, quello che riassume tutta l'azione di Dio e tutto ciò che l'uomo possiamo augurare ai suoi fratelli.

Nella persona di Cristo "vennero la grazia e la verità" (Gv 1,17), i discepoli di Gesù le abbiamo viste (Gv 1,14), e subito hanno conosciuto Dio nel suo Figlio unico (Gv 1,18). Come essi hanno conosciuto che "Dio è amore" (1Gv 4,8-9), così, vedendo Gesù, conoscono che la sua azione è grazia (Tt 2,11; cfr. Tt 3,4).

La tradizione evangelica comune ai sinottici, pur non conoscendo il termine, è pienamente cosciente della realtà che il termine stesso sottende: Gesù è il dono supremo del Padre (Mt 21,37; Mc 12,6; Lc 20,13), dato per noi (Mt 26,28). La sensibilità di Gesù alla miseria umana, la sua emozione dinanzi alla sofferenza, manifestano d'altronde la tenerezza e la misericordia con cui YHWH definiva se stesso nell'Antico Testamento. E San Paolo, per incoraggiare i Corinti alla generosità, ricorda loro "la liberalità (chàris) di Gesù Cristo, [..] che da ricco che era si è fatto povero per voi" (2Cor 8,9). Tutta la predicazione di Gesù ha per oggetto Dio, Padre buono, e tutto il suo messaggio sul Regno di Dio lo presenta come un dono fatto agli uomini.

La gratuità della grazia

Se la grazia di Dio è il segreto della redenzione, è pure il segreto del modo concreto in cui ogni cristiano (Rm 12,6; Ef 6,7), ogni Chiesa la riceve e la vive. Le Chiese della Macedonia hanno ricevuto la grazia della generosità (2Cor 8,1-2), i Filippesi hanno ricevuto la loro porzione della grazia dell'apostolato (Fil 1,7; cfr. 2Tim 2,9), che spiega tutta l'attività di Paolo (Rm 1,5; cfr. 1Cor 3,10; Gal 1,15; Ef 3,2).

Attraverso alla varietà dei carismi si rivela l'elezione, la scelta venuta da Dio, anteriore a tutte le opzioni umane (Rm 1,5; Gal 1,15); l'elezione introduce nella salvezza (Gal 1,6; 2Tim 1,9), e consacra ad una missione propria (1Cor 3,10; Gal 2,8-9).

La gratuità iniziale dell'elezione (Rm 11,5), per Paolo, segnerà tutta l'esistenza cristiana. La salvezza è il dono di Dio e non il salario meritato per un lavoro (Rm 4,4); diversamente "la grazia non è più grazia" (Rm 11,6). Se la salvezza fosse dovuta a una qualunque osservanza, la grazia di Dio non avrebbe più oggetto, "la fede non avrebbe più senso e la promessa sarebbe senza effetto" (Rm 4,14). Solo la fede nella promessa rispetta il vero carattere dell'opera di Dio, che è per natura innanzitutto una grazia.

Quel che raddoppia la gratuità dell'elezione sono le condizioni concrete in cui interviene. Essa ha per oggetto un nemico: Dio concede la grazia a un condannato: "Quando eravamo ancora deboli [..], peccatori [..], nemici di Dio, impotenti a sottrarci al peccato", "Dio ci ha riconciliati con lui per mezzo della morte di suo Figlio" (Rm 5,6-10). E la grazia di Dio non si limita a salvarci dalla morte con un gesto di assoluzione (Rm 3,24; Ef 2,5), ma spinge la generosità oltre ogni limite. Là dove il peccato aveva proliferato, sovrabbonda la grazia (Rm 5,12-21); essa apre senza riserve la ricchezza inesauribile della generosità divina (Ef 1,7; 2,7}) e la diffonde senza misura (2Cor 4,15; 9,14; cfr. 1Cor 1,7). Dal momento Che Dio ha dato per noi suo Figlio, "come non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui?" (Rm 8,32).

I frutti della grazia

La grazia di Dio "non è sterile" (1Cor 15,10). Essa concede alla fede di produrre opere, di fornire lavoro (1Ts 1,3; 2Ts 1,11), di "operare tramite la carità" (Gal 5,6) e di produrre frutti (Col 1,10), cioè "le buone opere che Dio ha preparato in anticipo affinché noi le producessimo" (Ef 2,10). La grazia rappresenta per gli apostoli una fonte perenne di attività (At 14,26; 15,40); è essa a fare di Paolo tutto ciò che egli è, ed è ancora essa a fare in lui tutto ciò che egli fa (1Cor 15,10), cosicché la parte più intima di lui, "ciò che io sono", è proprio l'opera di questa grazia.

Poiché la grazia è principio di trasformazione e di azione, esige una costante collaborazione. "Avendo questo ministero, secondo la misericordia che ci è stata accordata, non ci perdiamo d'animo" (2Cor 4,1) sempre attenti ad "obbedire alla grazia" (2Cor 1,12) e a "risponderle" (Rm 15,15; cfr. Fil 2,12-13). La grazia non fa mai difetto, "basta" sempre, sia pure nella miseria peggiore, perché proprio allora esplode la sua potenza (2Cor 12,9).

La grazia è così la nascita a una nuova esistenza (Gv 3,3-5), quella dello Spirito che anima i figli di Dio (Rm 8,14-17). Questa esistenza viene spesso descritta da Paolo con l'aiuto di categorie giuridiche, tendenti a sottolineare la realtà del regime cristiano istituito dalla grazia. Il cristiano è "chiamato nella grazia" (Gal 1,6), "stabilito nella grazia" (Rm 5,2), vive sotto il suo regno (Rm 5,21; 6,14). Ma questa esistenza non è soltanto uno stato di fatto, la cui denominazione giuridica sia fissata da un'autorità; essa è una vita nel senso più pieno della parola, la vita di coloro che, "ritornati dalla morte", vivono una vita nuova con Cristo risorto (Rm 6,4.8.11.13). L'esperienza paolina, che era partita da un diverso orizzonte, si congiunge qui perfettamente alla esperienza giovannea: la grazia di Cristo è il dono della vita (Gv 5,26; 6,33; 17,2).

Questa esperienza della vita è quella dello Spirito Santo. Il regime della grazia è quello dello Spirito (Rm 6,14; 7,6); l'uomo liberato dal peccato porta frutti di santificazione (Rm 6,22; 7,4). Lo Spirito, che è il dono di Dio per eccellenza (At 8,20; 11,17) "attesta al nostro spirito" (Rm 8,16) attraverso un'esperienza indubitabile, che la grazia fa realmente di noi dei figli di Dio, in grado di invocare Dio come Padre, Abba.

Questa è la giustificazione operata dalla grazia (Rm 3,23-24): poter essere al cospetto di Dio esattamente quel che egli si attende da noi, dei figli davanti al Padre loro (Rm 8,14-17; 1Gv 3,1-2). Il cristiano, scoprendo allora nella grazia di Dio la fonte di tutti i suoi atti, trova l'atteggiamento esatto nei confronti degli uomini, l'autentica fierezza, che non si gloria di possedere alcunché, ma di aver tutto ricevuto per grazia, prima fra tutto la giustizia. Paolo associa volentieri le due parole, fierezza e grazia (Rm 4,2-3; 5,2-3; 2Cor 12,9; cfr. Ef 1,6). Nella grazia di Dio, l'uomo riesce ad essere se stesso.

Note
  1. Georg Kraus (1990) p. 318.
  2. Il termine, designa nel linguaggio profano innanzitutto la seduzione raggiante della bellezza, poi lo splendore più interno della bontà, infine i doni che testimoniano questa generosità. Cfr. Jacques Guillet (1971) p. 519.
  3. Georg Kraus (1990) p. 318-319.
Bibliografia
Voci correlate
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Il contenuto di questa voce è stato firmato il giorno 6 maggio 2011 da don Paolo Benvenuto, baccelliere in Teologia.

Il firmatario ne garantisce la correttezza, la scientificità, l'equilibrio delle sue parti.

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