Mistero (Bibbia)

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1leftarrow.png Voce principale: Mistero.

Nella Bibbia il termine Mistero mostra una crescita nel suo significato: nel passaggio dall'Antico Testamento al Nuovo passa dall'indicare i segreti di Dio al riferirsi al disegno di salvezza portato a compimento in Cristo.

Antico Testamento

Il termine che fa da sfondo al concetto di mistero è l'aramaico râz, che designa una "cosa segreta", e che corrisponde all'ebraico classico sôd ("conversazione confidenziale", "segreto")[1]

Con la traduzione dei LXX, e nei libri nati in greco, appare il termine greco mystèrion; esso è attestato, nell'Antico Testamento, soltanto in alcuni dei libri più recenti, appartenenti all'epoca ellenistica: nel Libro di Tobia, nel Libro di Giuditta, nel Libro della Sapienza, nel Siracide, nel Libro di Daniele, nel Secondo libro dei Maccabei); .

Il significato più banale del termine è profano: indica i piani segreti dei capi politici (Tb 12,7.11; Gdt 2,2), i segreti militari (2Mac 13,21), eventuali segreti che gli amici si comunicano tra di loro (Sir 22,22; 27,16-17.21).

La rivelazione dei segreti di Dio

L'idea dei segreti di Dio è familiare ad Israele dal tempo dei profeti. Questi segreti concernono specialmente il disegno di salvezza che Dio realizza nella storia umana e che costituisce l'oggetto della rivelazione: "Dio fa qualche cosa senza rivelare il suo segreto (sôd) ai suoi servi i profeti?" (Am 3,7; cfr. {{pb|Num 24,4.16).

Questa dottrina classica pervade specialmente il Deutero-Isaia: il destino storito di Israele risponde al piano divino rivelato in anticipo dalla parola profetica, e ciò assicura la venuta della salvezza alla fine dei tempi (Is 41,21-28). Questo è l'antecedente della nozione tecnica e religiosa di mistero, attestata parallelamente da Daniele e dal libro della Sapienza.

Nel libro di Daniele

Il libro di Daniele è un'apocalisse, cioè una "rivelazione" dei segreti divini (la radice râz compare in Dn 2,18-19.27-28.47; 4,6). Questi segreti non sono, come in altre opere apocrife, quelli della creazione: concernono ciò che si realizza nel tempo, sotto la forma di una storia continua, orientata verso una fine; in altre parole: i misteri del disegno di salvezza.

Questi segreti sono scritti in cielo, e si compiranno in modo infallibile; perciò Dio li può rivelare in sogni, in visioni, o mediante gli angeli (cfr. 2; 4; 5; 7; 8; 10-12). Nessuna sapienza umana potrebbe dare una simile [[conoscenza] del futuro; ma Dio è "il rivelatore dei misteri" (2,28.47). Egli fa conoscere in anticipo "ciò che deve avvenire alla fine dei giorni" (2,28); e se le sue rivelazioni enigmatiche rimangono incomprensibili agli uomini, egli dà a qualche privilegiato una sapienza (cfr. 5,11), uno spirito straordinario, grazie ai quali "nessun mistero li mette in imbarazzo" (4,6). Ciò che egli in tal modo rivela sono i suoi giudizi, che preludono alla salvezza. Questo oggetto d'altronde si trova incluso da lungo tempo nelle Scritture profetiche: a Daniele che scruta il libro di Geremia, l'arcangelo Gabriele rivela il significato misterioso dell'oracolo delle settanta settimane (9), che si basa sul simbolismo dei numeri. Le Scritture vi sono quindi trattate dallo stesso modo dei sogni o delle visioni, che altrove traducono in simboli enigmatici i disegni segreti di Dio.

Nel libro della Sapienza

Il libro della Sapienza conosce l'esistenza di "misteri" nei culti del paganesimo (Sap 12,5; 14,15.23; cfr. anche 3 Mac 2,30).

In altri testi, in accordo con il libro di Daniele, applica il termine alle realtà trascendenti che sono l'oggetto della rivelazione: i segreti di Dio nella rimunerazione dei giusti (2,22), i segreti relativi all'origine della sapienza divina (6,22). Questi misteri sono nell'ordine della salvezza (il "mondo futuro", termine del disegno di salvezza) e della conoscenza di Dio, in particolare del suo essere intimo. Corrispondono quindi a quelli di cui trattano gli autori di apocalissi.

Il giudaismo extrabiblico

Le Apocalissi apocrife

Nella letteratura apocrifa si ritiene che Enoch, al pari di Daniele, "conosca i segreti dei santi" (1En 106,19): egli ha letto i libri del cielo dove sono scritti tutti gli avvenimenti del futuro, ed ha appreso così il mistero del destino finale dei giusti (103,2-4) e dei peccatori (104,10). Il mistero quindi è qui la realizzazione escatologica del disegno di Dio, nozione che riterranno ancora le apocalissi di Esdra e di Baruc.

I testi di Qumran

I testi di Qumrân annettono anch'essi una grande importanza alla conoscenza di questo "mistero futuro" che si compirà "nel giorno della visita" e che determinerà la sorte dei giusti e dei peccatori. Ne cercano la descrizione nelle Scritture profetiche, di cui il Maestro di Giustizia ha fornito loro la spiegazione, perché "Dio gli ha fatto conoscere tutti i misteri delle parole dei suoi servi i profeti" (cfr. Dn 9). Si tratta di una esegesi ispirata che equivale ad una nuova rivelazione: "Gli ultimi tempi saranno più lunghi di quanto hanno predetto i profeti, perché i misteri di Dio sono meravigliosi". Ma questa rivelazione è riservata a coloro che camminano "nella perfezione della via"; si tratta qui di una rivelazione esoterica, che non dev'essere comunicata ai malvagi, agli uomini di fuori.

Nuovo Testamento

Una progressione continua porta dal mistero inteso dalle apocalissi giudaiche al "mistero del Regno di Dio" rivelato da Gesù, ed infine al "mistero di Cristo" di cui parla Paolo. Questo mistero non ha nulla in comune con i culti misterici dei Greci e delle religioni orientali[2], anche se l'Apostolo occasionalmente riprende qualcuno dei termini tecnici di cui queste si servivano, per meglio opporre a questi aspetti particolari, caratterizzati come "mistero d'iniquità" (cfr. 2Ts 2,7), il vero mistero di salvezza[3].

Nel Nuovo Testamento quindi la parola mystérion è un termine tecnico della teologia.

In tutto il Nuovo Testamento il termine compare solo 27 o 28 volte, e in massima parte nelle lettere paoline e deuteropaoline, che riflettono un diretto confronto con i culti misterici e la gnosi:

L'insegnamento di Gesù

Il vangelo secondo Giovanni non usa mai il termine mystèrion; nei sinottici esso compare solo tre volte[4]: "A voi è stato dato il mistero del regno di Dio; ma a quelli che sono di fuori tutto è proposto in parabole" (Mc 4,11; cfr. Mt 13,11; Lc 8,10); si tratta della risposta di Gesù ai discepoli che lo interrogano sul senso della parabola del seminatore. Gesù distingue nel suo uditorio coloro che possono capire il mistero e "coloro che sono di fuori", cui la durezza del cuore impedisce di comprendere, secondo Isaia 6,9-10 (Mc 4,12; Mt 13,14-15; Lc 8,10). Per questi la venuta del regno rimane un enigma, di cui l'insegnamento in parabole non offre la chiave. Ma ai discepoli "il mistero è dato", e le parabole sono spiegate.

Il mistero in questione è quindi l'avvento del regno, conformemente al disegno di Dio attestato dalle profezie: Gesù riprende qui un tema centrale delle apocalissi giudaiche. La sua opera propria consiste nell'instaurare il regno quaggiù e nel rivelare pienamente i segreti divini che lo concernono e che erano "nascosti fin dalla fondazione del mondo" (Mt 13,35). Con lui termina la rivelazione, perché si compiono le promesse: il mistero del regno è presente quaggiù nella sua persona. Ma di fronte alla rivelazione dei misteri l'umanità si divide in due: i discepoli l'accolgono; "quelli di fuori" le chiudono il cuore.

La proclamazione del mistero non è quindi esoterica (cfr. Mc 1,15; Mt 4,17; Lc 4,15); tuttavia il velo delle parabole non è tolto che per coloro che possono capire (cfr. Mt 13,9.43). Ed anche per questi entrare nel mistero non è opera di intelligenza umana; è un dono di Dio.

L'insegnamento di San Paolo

Per comprendere l'uso della parola mystèrion in San Paolo bisogna collocarsi ancora nella prospettiva dell'apocalittica giudaica.

L'uso della parola mystèrion suggerisce in Paolo una realtà profonda, inesprimibile: apre uno spiraglio sull'infinito; l'oggetto che designa non è altro che quello del Vangelo: la realizzazione della salvezza mediante la morte e la risurrezione di Cristo, il suo inserimento nella storia mediante la proclamazione della parola. Ma questo oggetto è caratterizzato come un segreto divino, inaccessibile all'intelligenza umana fuori della rivelazione (cfr. 1Cor 14,2).

Il termine conserva così la sua risonanza escatologica; ma si applica alle tappe successive attraverso le quali si realizza la salvezza annunziata: l'incarnazione del Figlio, il tempo della Chiesa, la consumazione dei secoli. Questo è il mistero la cui conoscenza e contemplazione costituiscono in parte l'ideale di ogni cristiano (Col 2,2; Ef 1,15-16; 3,18-19).

Lo sviluppo del mistero nel tempo

Nelle prime lettere di Paolo (2 Tessalonicesi, 1 Corinti, Romani), sono intesi di volta in volta questi diversi aspetti del mistero.

C'è identità tra "l'annunzio del mistero di Dio" (1Cor 2,1, secondo alcuni manoscritti) e la proclamazione del Vangelo (1Cor 1,17) di Gesù crocifisso (cfr. 1Cor 1,23; 2,2). Tale è l'oggetto del messaggio annunziato da Paolo ai Corinti, scandalo per i giudei e follia per i greci, ma sapienza per coloro che credono (1Cor 1,23-24). Questa sapienza divina che assume forma di mistero (1Cor 2,7) era fino allora nascosta; nessuno dei principi di questo mondo l'aveva riconosciuta (1Cor 2,8-9); ma essa ci è stata rivelata dallo Spirito, che scruta fin nelle profondità di Dio (1Cor 2,10-12). Inaccessibile all'uomo psichico lasciato alle sue sole forze naturali, essa è intelligibile all'uomo spirituale a cui lo Spirito l'insegna (1Cor 2,15). Tuttavia soltanto ai perfetti (cfr. 1Cor 2,6), e non ai neofiti (1Cor 3,1-2), l'apostolo, "dispensatore dei misteri di Dio" (1Cor 4,1), può "esprimere con parole spirituali realtà spirituali" (1Cor 2,13), in modo che comprendano tutti i doni di grazia (1Cor 2,12), racchiusi in questo mistero. Il Vangelo è dato a tutti, ma i cristiani sono chiamati ad approfondirne progressivamente la conoscenza.

Ora questo mistero, che attualmente opera quaggiù per la salvezza dei credenti, è in lotta con un "mistero di iniquità" (2Ts 2,7), cioè con l'azione di Satana, che culminerà nella manifestazione dell'Anticristo. Il suo sviluppo nella storia avviene per vie paradossali; così fu necessario l'indurimento di una parte di Israele affinché la massa dei pagani potesse essere salvata (Rm 11,25): mistero della incomprensibile sapienza divina (Rm 11,33) che ha fatto volgere in bene la caduta del popolo eletto. Alla fine del mistero Cristo trionferà, quando i morti risorgeranno ed i vivi saranno trasformati per partecipare alla sua vita celeste (1Cor 15,51-53). Il "mistero di Dio" comprende tutta la storia sacra, dalla venuta di Cristo in terra sino alla sua parusia. Il Vangelo è "la rivelazione di questo mistero, avvolto di silenzio nei secoli eterni, ma oggi manifestato e, per mezzo delle Scritture che lo predicono, portato a conoscenza di tutte le nazioni" (Rm 16,25-26).

Il mistero di Cristo e della Chiesa

Nelle lettere della cattività (Colossesi, Efesini), l'attenzione di Paolo si concentra sull'aspetto presente del "mistero di Dio" (Col 2,2): il "mistero di Cristo" (Col 4,3; Ef 3,4) che realizza la salvezza per mezzo della sua Chiesa. Questo mistero era nascosto in Dio nei secoli (Col 1,26; Ef 3,9; cfr. 3,5); ma Dio lo ha manifestato (Col 1,26), lo ha fatto conoscere (Ef 1,9), lo ha messo in luce (Ef 3,9), lo ha rivelato agli apostoli ed ai profeti, e specialmente allo stesso Paolo (Ef 3,4-5). Esso costituisce l'oggetto del Vangelo (Ef 3,6; 6,19). È l'ultima parola del disegno di Dio, formato da lungo tempo per essere realizzato nella pienezza dei tempi: "ricondurre tutte le cose sotto un solo capo, Cristo, sia le cose celesti che le terrestri" (Ef 1,9-10).

L'apocalittica giudaica scrutava le meraviglie della creazione; la rivelazione cristiana ne manifesta il segreto più intimo: in Cristo, nato prima di ogni creatura, tutte le cose trovano la loro consistenza (Col 1,15-17) e tutte sono riconciliate (Col 1,20).

L'apocalittica scrutava pure le vie di Dio nella storia umana; la rivelazione cristiana fa vedere che esse convergono verso Cristo, il quale inserisce la salvezza nella storia, grazie alla sua Chiesa (Ef 3,10): ormai giudei e pagani sono ammessi alla stessa eredità, membra dello stesso corpo, beneficiari della stessa promessa (Ef 3,6). Proprio di questo mistero Paolo è stato costituito ministro (Ef 3,7-8). In esso tutto acquista un significato misterioso, anche l'unione dell'uomo e della donna, simbolo dell'unione di Cristo e della Chiesa (Ef 5,32). In esso sia i pagani che i giudei trovano il principio della speranza (Col 1,27). Quanto è grande questo "mistero della fede" (1Tim 3,9), questo "mistero della pietà, manifestato nella carne, giustificato nello Spirito, visto dagli angeli, proclamato in mezzo ai pagani, creduto nel mondo, assunto nella gloria" (1Tim 3,16)!

L'Apocalisse

Nell'Apocalisse la parola mystèrion designa a due riprese il significato segreto dei simboli che vengono spiegati dal veggente (Ap 1,20) o dall'angelo che gli parla (17,7). Ma in due passi ritrova anche un senso vicinissimo a quello che le dava San Paolo. In fronte a Babilonia la grande, che rappresenta Roma, sta scritto un nome, un mistero (Ap 17,5); e questo perché in essa opera nella storia quel "mistero d'iniquità" che già Paolo denunziava (cfr. 2Ts 2,7). Infine nell'ultimo giorno, quando il settimo angelo suonerà la tromba per annunziare il giudizio finale, "sarà compiuto il mistero di Dio, come ne diede lieto annuncio ai suoi servi i profeti" (Ap 10,7; cfr. 1Cor 15,20-28).

La Chiesa aspira a questa consumazione. Vive già nel mistero; ma, inserita in mezzo al "mondo presente", essa è ancora divisa tra le potenze divine e le potenze diaboliche. Verrà un giorno in cui le potenze diaboliche saranno infine annientate (cfr. Ap 20; 1Cor 5,26-27), ed essa entrerà nel "mondo futuro". Allora sussisterà solo il mistero di Dio, in un universo rinnovato (Ap 21; cfr. 1Cor 15,28). Tale è il termine della rivelazione cristiana.

Note
  1. I due termini râz e sôd figurano fianco a fianco nei testi di Qumràn.
  2. Il termine era molto usato nell'ambiente ellenistico, a livello filosofico, nei culti misterici, nella gnosi, nella magia, con un'accezione ben diversa da quella del Nuovo Testamento.
  3. Alla stessa maniera, altrove Paolo oppone alla falsa sapienza umana la vera sapienza divina manifestata nella croce di Cristo (cfr. 1Cor 1,17-25).
  4. Una sola volta se si considera la dipendenza letteraria tra i Vangeli.
Bibliografia
Voci correlate

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