Transustanziazione

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1leftarrow.png Voce principale: Eucaristia.

Joan de Joanes, Ultima Cena, metà del XIII secolo. La dottrina cattolica sulla transustanziazione è fondata sulle parole stesse di Cristo: "Questo è il mio corpo", "Questo è il mio sangue"
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Il Concilio di Trento riassume la fede cattolica dichiarando: "Poiché il Cristo, nostro Redentore, ha detto che ciò che offriva sotto la specie del pane era veramente il suo Corpo, nella Chiesa di Dio vi fu sempre la convinzione, e questo santo Concilio lo dichiara ora di nuovo, che con la consacrazione del pane e del vino si opera la conversione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del Corpo del Cristo, nostro Signore, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del suo Sangue. Questa conversione, quindi, in modo conveniente e appropriato è chiamata dalla santa Chiesa cattolica transustanziazione[1].
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Transustanziazione o transsustanziazione o transubstanziazione (dal latino medievale transubstantiatio, derivato di transubstantiare) è un termine della teologia dogmatica cattolica dell'Eucaristia. Esso indica il mutamento di tutta la sostanza del pane e del vino nel Corpo e Sangue di Cristo durante la celebrazione eucaristica.

Il termine è formato dalle parole latine trans, "oltre", e substantia, "sostanza", e quindi, etimologicamente, indica il passaggio di una sostanza in un'altra.

Nella Messa avviene infatti che, pur restando invariate le determinazioni esteriori delle specie del pane e del vino (colore, sapore, ecc., chiamati in filosofia "accidenti") si trasforma tuttavia la "sostanza", ossia l'elemento essenziale per cui tali oggetti siano quelli e non altri. Sicché dopo la consacrazione avviene che, nonostante le apparenze del pane e del vino, questi sono essenzialmente diventati Corpo e Sangue del Signore.

Il termine esprime in maniera chiarissima il dogma della Chiesa Cattolica circa la presenza reale di Gesù Cristo nell'Eucaristia.

Storia del termine

Il riferimento biblico

La teologia cattolica ritiene che la dottrina della transustanziazione sia implicita nelle parole di Gesù nell'Ultima Cena: "Questo è il mio corpo" (Mt 26,26; Mc 14,22; Lc 22,19; 1Cor 11,24), "Questo è il mio sangue" (Mt 26,28; Mc 14,24[2])[3].

Prima dell'uso del termine

La parola transustanziazione fu coniata dalla teologia medievale, ma già prima "i Padri ebbero gran cura di avvertire i fedeli che nel considerare questo augustissimo Sacramento non si affidassero ai sensi, che rilevano le proprietà del pane e del vino, ma alle parole di Cristo, che hanno la forza di mutare, trasformare, 'transelementare' il pane e il vino nel corpo e nel sangue di lui"[4].

Il primo teologo che approfondì il modo della presenza reale di Cristo nel Sacramento dell'Eucaristia fu Pascasio Radberto († 865) nel trattato De Corpore et Sanguine Domini (844); in esso Pascasio afferma esplicitamente l'identità del corpo storico di Cristo e di quello eucaristico. Tale concezione fu criticata da Ratramno († 868) come troppo realistica.

Nel medioevo tuttavia la più grande controversia eucaristica fu quella sollevata da Berengario di Tours († 1088): questi negava la dottrina realistica di Pascasio, sostenendo una concezione solo simbolica della presenza di Cristo in questo Sacramento; negò quindi anche il concetto di transustanziazione, ritenendo impossibile la percezione degli accidenti separatamente dalla sostanza. Il dibattito teologica che ne seguì portò a porre sempre meglio in chiaro il dogma della presenza reale e a definire chiaramente la parola che ne esprime il concetto. La presa di posizione del magistero giunse con la professione di fede nella vera trasformazione sostanziale del pane e del vino che Gregorio VII impose nel 1073 a Berengario di pronunciare:

(LA) (IT)
« Ego Berengarius corde credo et ore confiteor, panem et vinum, quae ponuntur in altari, per mysterium sacrae orationis et verba nostri Redemptoris substantialiter converti in veram et propriam ac vivificatricem carnem et sanguinem Iesu Christi Domini nostri et post consecrationem esse verum Christi corpus, quod natum est de Virgine et quod pro salute mundi oblatum in cruce pependit, et quod sedet ad dexteram Patris, et verum sanguinem Christi, qui de latere eius effusus est, non tantum per signum et virtutem sacramenti, sed in proprietate naturae et veritate substantiae. » « Io Berengario intimamente credo e apertamente confesso che il pane e il vino posti sull'altare, per il mistero della orazione sacra e le parole del nostro Redentore, si convertono sostanzialmente nella vera e propria e vivificante carne e sangue di Nostro Signore Gesù Cristo; e che dopo la consacrazione c'è il vero corpo di Cristo, che è nato dalla Vergine e per la salvezza del mondo fu offerto e sospeso sulla croce e ora siede alla destra del Padre; e c'è anche il vero sangue di Cristo, che uscì dal suo fianco, non soltanto come segno e virtù del sacramento, ma anche nella proprietà della natura e nella realtà della sostanza. »
(DS 700; traduzione dall'enciclica Mysterium Fidei, n. 53 )

La coniazione del termine e l'assunzione dello stesso da parte del Magistero

Ma nel momento in cui ci si domandò quale intimo evento conduca alla presenza reale, e come andasse concepito il rapporto tra la forma permanente del pane e del vino con la la presenza invisibile ma reale di Cristo, fu elaborata a partire dal XII secolo l'idea e il termine di transustanziazione (cambiamento della sostanza)[5]. Alla sua base c'è l'idea filosofica che ogni cosa di questo mondo porta in sé un'essenza intima invisibile, una sostanza, per la quale essa è ciò che è; invece la figura, l'aspetto, ecc., sono considerati accidenti: essi appartengono solo in maniera non essenziale all'essenza intima. A livello dell'Eucaristia, il termine transustanziazione afferma che la sostanza intima del pane e del vino cambia totalmente, e rimangono solo le forme fenomeniche esteriori.

La prima testimonianza accertata dell'uso del termine è un passo redatto verso il 1150 da Rolando Bandinelli (futuro Papa Alessandro III):

(LA) (IT)
« Verumtamen, si necessitate imminente, sub alterius panis specie consecraretur, profecto fieret transubstantiatio, Sanguinis autem numquam fit nisi de vino transubstantiato. » « Tuttavia, se, a causa di una necessità, il pane fosse consacrato sotto l'altra apparenza, certamente avverrebbe la transustanziazione, ma il Sangue non ci sarebbe mai se non transustanziato dal vino»
(Sentitiae, a cura di Ambros Gietl, Friburgo in Brigovia 1891, p. 231 )

In passato si era ritenuto che il primo ad usare la parola transubstantiare fosse stato il vescovo di Autun, Stefano di Beaugé († 1139 o 1140) nel Tractatus de Sacramento Altaris ("Trattato sul Sacramento dell'altare"), dove si afferma:

(LA) (IT)
« Oramus ut cibus hominum fiat cibus Angelorum, sciliet ut oblatio panis et vini transubstantietur in Corpus et Sanguinem Jesu Christi. » « Preghiamo affinché il cibo degli uomini diventi cibo degli Angeli, cioè affinché l'offerta del pane e del vino si transustanzi nel Corpo e Sangue di Gesù Cristo»
(c. 13; PL 172, 1291 )

In realtà si dimostrò[6] che quest'opera non è di Stefano di Beaugé, ma di un autore leggermente più tardo, della seconda metà del XII secolo, forse dell'altro Stefano vescovo di Autun dal 1170 a verso il 1189.

Le testimonianze seguenti sono numerose[7].

A livello del magistero la prima documentazione ufficiale dell'uso del termine si ha nel Concilio lateranense IV (1215), nella professione di fede contro gli Albigesi:

(LA) (IT)
« Una vero est fidelium universalis Ecclesia, extra quam nullus omnino salvatur, in qua idem ipse sacerdos est sacrificium Iesus Christus, cuius corpus et sanguis in sacramento altaris sub speciebus panis et vini veraciter continentur, transsubstantiatis pane in corpus, et vino in sanguinem potestate divina. » « In realtà la Chiesa universale dei fedeli è una, e al di fuori di essa nessuno assolutamente è salvato, e in essa lo stesso Gesù Cristo è sacerdote e sacrificio, e il cui corpo e sangue sono veramente contenuti nel sacramento dell'altare sotto le specie del pane e del vino: il pane transustanziato nel corpo, e il vino nel sangue per il potere di Dio»
(DS 802 )

La concezione protestante e la risposta di Trento

La concezione protestante dell'Eucaristia ne accentuò unilateralmente il carattere di banchetto a spese del carattere di sacrificio, ed elaborò una concezione della presenza di Cristo nell'Eucaristia che a Lutero non sembrò compatibile con il termine transustanziazione; Lutero vi contrappose la dottrina dell'impanazione o consustanziazione[5], che in realtà era stata sostenuta già prima di lui, e con la quale intendeva salvaguardare la presenza reale: per tale dottrina il corpo e il sangue di Cristo diventano coesistenti con le sostanze del pane e del vino che continuano a esistere, e possono così essere ricevuti nella fede.

In risposta ai riformatori, il Concilio di Trento fissò nel Decreto sull'Eucaristia (1551) il dogma della transustanziazione contro le interpretazioni simbolistiche dei riformatori:

(LA) (IT)
« Quoniam autem Christus redemptor noster corpus suum id, quod sub specie panis offerebat[8], vero esse dixit, ideo persusum semper in Ecclesia Dei fuit, idque nunc denuo sancta haec Synodus declarat: per consecrationem panis et vini conversionem fieri totius substantiae panis in substantiam corporis Christi Domini nostri, et totius substantiae vini in substantiam sanguinis eius. Quae conversio convenienter et proprie a sancta catholica Ecclesia transsubstantiatio est appellata. » « Ma poiché Cristo nostro redentore disse che ciò che offriva sotto l'apparenza di pane era veramente il suo corpo[8], per questo nella Chiesa ci fu sempre la persuasione, e ciò ora nuovamente dichiara questo santo Sinodo: per la consacrazione del pane e del vino avviene la trasformazione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del corpo di Cristo nostro Signore, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del suo sangue. Questa trasformazione è in maniera conveniente e propria chiamata transubstanziazione dalla santa Chiesa Cattolica»
(Sessione XIII, DS 1642 )

Il successivo canone 2 esclude perentoriamente che nel "sacrosanto Sacramento dell'Eucaristia" permanga "la sostanza del pane e del vino insieme con il Corpo e Sangue di nostro Signore Gesù Cristo", e afferma che viene chiamata in maniera molto appropriata transustanziazione "quella mirabile e singolare conversione di tutta la sostanza del pane in corpo e di tutta la sostanza del vino in sangue"[9].

Le affermazioni successive

Pio VI, contro gli errori del Sinodo di Pistoia, ammonì nella Costituzione Apostolica Auctorem Fidei (28 agosto 1794), "che i parroci, che hanno il compito d'insegnare, non tralascino di parlare della transustanziazione, che è uno degli articoli di fede"[10].

Nella prima metà del XX secolo alcuni teologi tentarono di svuotare il reale contenuto del termine facendo ricorso al concetto di una trasformazione totale non in senso sostanziale, ma nel puro ambito delle significazioni (transustanziazione simbolica)[11], ma l'errore fu individuato e respinto da Pio XII nell'enciclica Humani Generis del 12 agosto 1950.

Lo stesso papa richiamò poi i limiti che non devono sorpassare tutti coloro che discutono sottilmente del mistero della transustanziazione nell'Allocuzione ai partecipanti al Congresso Internazionale di Liturgia Pastorale del 22 settembre 1956[12].

In tempi recenti, l'enciclica Mysterium fidei di Paolo VI (3 settembre 1965) ha riaffermato la dottrina cattolica della transustanziazione ripartendo dall'affermazione del Concilio di Trento (nn. 47-56), che spiega in questo modo:

« Avvenuta la transustanziazione, le specie del pane e del vino senza dubbio acquistano un nuovo fine, non essendo più l'usuale pane e l'usuale bevanda, ma il segno di una cosa sacra e il segno di un alimento spirituale; ma intanto acquistano nuovo significato e nuovo fine in quanto contengono una nuova "realtà", che giustamente denominiamo ontologica. Giacché sotto le predette specie non c'è più quel che c'era prima, ma un'altra cosa del tutto diversa; e ciò non soltanto in base al giudizio della fede della Chiesa, ma per la realtà oggettiva, poiché, convertita la sostanza o natura del pane e del vino nel corpo e sangue di Cristo, nulla rimane più del pane e del vino che le sole specie, sotto le quali Cristo tutto intero è presente nella sua fisica "realtà" anche corporalmente, sebbene non allo stesso modo con cui i corpi sono nel luogo. »
(n. 47)

Paolo VI afferma quindi che il termine transustanziazione è ancora oggi insostituibile per garantire la presenza reale di Cristo nell'Eucaristia; egli riconosce però la legittimità di una terminologia complementare e illuminante, come viene proposta della teologia odierna[5]. E di fatto la teologia odierna usa i termini transignificazione (cambiamento del significato) e transfinalizzazione (cambiamento di destinazione), che completano in maniera proficua la terminologia classica[13].

Approfondimento

L'affermazione del Concilio di Trento riportata sopra parla di "conversione singolare e mirabile di tutta la sostanza ecc.". In termini generali la "conversione" è il passaggio di una cosa in un'altra, e nel suo concetto formale implica quattro elementi[14]:

  • due termini positivi: il terminus a quo (ciò da cui si trasforma) e il terminus ad quem (ciò in cui si trasforma): nella transustanziazione essi sono rispettivamente il pane e il vino da una parte, e il Corpo e Sangue di Cristo dall'altra;
  • il cessare dell'uno per far posto all'altro;
  • un nesso intrinseco, ontologico tra il primo e il secondo;
  • la permanenza di un elemento comune, che serva da vincolo reale tra i due termini che che si succedono: nella transustanziazione sono le specie del pane e del vino.

La conversione riguarda "tutta la sostanza": questa è la nota caratteristica della transustanziazione.

La conversione che avviene nella transustanziazione viene detta "singolare", cioè unica in tutto l'ordine della natura, perché è la conversione della sostanza; le altre conversioni che avvengono in natura riguardano invece al massimo la qualità delle cose.

Ancora, viene usato l'aggettivo "mirabile", cioè "misteriosa", poiché essa è sottratta all'esperienza: di fatto l'uomo non può farsi un concetto adeguato della transustanziazione, ma deve accontentarsi di pallide analogie.

Sempre nella dottrina di Trento, la transustanziazione implica tre articoli di fede[15]:

  1. la presenza reale del Corpo e Sangue di Gesù Cristo sotto le specie del pane e del vino;
  2. l'assenza della sostanza del pane e del vino sotto le specie sacramentali;
  3. la presenza del Corpo e Sangue di Cristo e l'assenza del pane e del vino si spiega per la conversione totate della sostanza del pane e del vino nella sostanza del Corpo e Sangue di Gesù.

Questi tre articoli di fede scendono logicamente dall'analisi delle parole di Gesù nell'Ultima Cena: "Questo è il mio corpo" (Mt 26,26; Mc 14,22; Lc 22,19; 1Cor 11,24), "Questo è il mio sangue" (Mt 26,28; Mc 14,24)[16].

L'ultimo articolo di fede non può essere trascurato, perché in esso si dichiara la ragione ultima della presenza reale, come mette ben in evidenza Pio VI nella bolla dogmatica Auctorem Fidei emanata nel 1794 contro il Sinodo di Pistoia[17].

Note
  1. Concilio di Trento, Sess. 13a, Decretum de Sanctisima Eucharistia, c. 4: DS 1642.
  2. La tradizione che riflettono Luca e Prima Corinzi ha per la parola sul calice un'espressione diversa: "Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue" (Lc 22,20; 1Cor 11,25).
  3. Antonio Piolanti (1954) 432.
  4. Paolo VI, Enciclica Mysterium Fidei, 48. L'enciclica propone poi vari brani a sostegno dell'affermazione effettuata:
    « Istruito in queste cose e munito di robustissima fede, per cui quello che sembra pane, pane non è, nonostante la sensazione del gusto, ma è il corpo di Cristo; e quel che sembra vino, vino non è, a dispetto del gusto, ma è il sangue di Cristo [..] tu corrobora il tuo cuore mangiando quel pane come qualcosa di spirituale e rallegra il volto della tua anima»
    (San Cirillo di Gerusalemme, Catechesis 22, 9 (mysterium 4): PG 33, 1103)

    « Non è l'uomo che fa diventare le cose offerte corpo e sangue di Cristo, ma è Cristo stesso che è stato crocifisso per noi. Il sacerdote, figura di Cristo, pronunzia quelle parole, ma la loro virtù e la grazia sono di Dio. Questo è il mio corpo: questa parola trasforma le cose offerte. »
    (san Giovanni Crisostomo, De proditione Iudae, homilia 1, 6: PG 49, 380; cfr. In Mattheum homilia 82, 5: PG 58, 744)

    « [Cristo] in modo indicativo disse: Questo è il mio corpo e questo è il mio sangue, affinché tu non creda che siano semplice immagine le cose che si vedono; ma che le cose offerte sono trasformate, in modo misterioso da Dio onnipotente, nel corpo e nel sangue di Cristo realmente! partecipando a queste cose riceviamo la virtù vivificante e santificante di Cristo. »
    (San Cirillo d'Alessandria, In Mattheum 26,27: PG 72, 451)

    « Persuadiamoci che questo non è ciò che la natura ha formato, ma ciò che la benedizione ha consacrato e che la forza della benedizione è maggiore della forza della natura, perché con la benedizione la stessa natura è mutata. »
    (Sant'Ambrogio, De mysteriis, 9, 50-52: PL 16, 422-424)
  5. 5,0 5,1 5,2 Günter Koch (1990) 516.
  6. Damien Van den Eynde, Le tractatus de Sacramento Altaris faussement attribué à Etienne de Beaugé, in Recherches de Théologie Ancienne et Médiévale, 19 (1952) 225-243.
  7. Esse possono essere lette in Joseph De Ghellinck, L'Eucharistie au XIIe siècle en Occident, in Alfred Vacant, Eugène Mangenot (a cura di), Dictionnaire de Théologie Catholique, Parigi 1909 e segg., continuato a cura di Emile Amann, V, c. 1287-1302.
  8. 8,0 8,1 Cfr. Mt 26,26-28; Mc 14,22-24; Lc 22,19-20; 1Cor 11,24-25.
  9. Il testo latino del canone recita:
    « Si quis dixerit, in sacrosanto Eucharistiae sacramento remanere substantiam panis et vini una cum corpore et sanguine Domini nostri Iesu Christi, negaveritque mirabilem illam et singularem conversionem totius substantiae panis in corpus et totius substantiae vini in sanguinem, manentibus dumtaxat speciebus panis et vini, quam quidem conversionem catholica Ecclesia aptissime transsubstantiationem appellat. »
    (DS 1652)
  10. Citato in Mysterium Fidei 55.
  11. Antonio Piolanti (1954) 433.
  12. AAS 48 (1956), 720.
  13. Günter Koch (1990) 517.
  14. Antonio Piolanti (1950) 762.
  15. Antonio Piolanti (1950) 763.
  16. Antonio Piolanti (1950) 763 fa notare che
    « queste parole costituiscono una proposizione dimostrativa, nella quale il pronome 'questo' indica in confuso una sostanza giacente sotto le apparenze esterne, la cui natura viene determinata dal predicato. »
  17. DS 2629.
Voci correlate
Fonti
Bibliografia

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