Giudizio particolare

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Tradizionale "pesatura dell'anima" fatta dall'Arcangelo Michele, presente Satana
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La morte pone fine alla vita dell'uomo come tempo aperto all'accoglienza o al rifiuto della grazia divina apparsa in Cristo. Il Nuovo Testamento parla del giudizio principalmente nella prospettiva dell'incontro finale con Cristo alla sua seconda venuta, ma afferma anche, a più riprese, l'immediata retribuzione che, dopo la morte, sarà data a ciascuno in rapporto alle sue opere e alla sua fede. La parabola del povero Lazzaro e la parola detta da Cristo in croce al buon ladrone così come altri testi del Nuovo Testamento parlano di una sorte ultima dell'anima che può essere diversa per le une e per le altre.
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Ogni uomo fin dal momento della sua morte riceve nella sua anima immortale la retribuzione eterna, in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione, o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo, oppure si dannerà immediatamente per sempre.
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Il Giudizio particolare è quel giudizio a cui è sottoposta la persona umana subito dopo la morte. Con essa la persona entra nella sua dimensione definitiva, nell'accettazione o nel rifiuto di Dio.

Il metro della situazione definitiva è la corrispondenza o meno alla volontà salvifica divina manifestata in Cristo. Essa verrà confermata nel giudizio universale.

Il giudizio particolare è uno dei quattro novissimi ("ultime realtà") in cui si articola l'escatologia cristiana.

Il dato dottrinale del giudizio dopo la morte è incompatibile con la credenza, presente in altre religioni, della metempsicosi o reincarnazione, ovvero della rinascita dell'anima, o dello spirito di un individuo, in un altro corpo fisico, trascorso un certo intervallo di tempo dopo la sua morte terrena. Ugualmente, è incompatibile anche con la metemsomatosi, ovvero con il passaggio da un corpo all'altro.

Indice

I dati biblici

L'Antico Testamento

Nell'Antico Testamento il termine "giudizio" ha varie accezioni.

Il "giudizio" in genere viene considerato come un aspetto particolare del governo, un dare a ciascuno il suo.

Il "giudizio di Dio nella storia", invece, deriva dalla convinzione che Dio governa il mondo e giudica specialmente gli uomini in senso salvifico i giusti e in senso punitivo i malvagi.

Il "giudizio escatologico" di Dio nel "giorno del Signore grande e terribile" è testimoniato già prima dell'esilio babilonese.

I profeti post-esilici ne parlano in termini apocalittici:

Ne risulta pertanto che il giudizio è l'intervento di Dio nella storia per esercitare il suo potere su Israele e su tutti i popoli secondo giustizia. Viene visto come una catastrofe cosmica. Il suo scopo è di operare la conversione, la fede e la speranza.

In conclusione, nel'Antico Testamento il giudizio universale e quello particolare sono inestricabilmente intrecciati. Il giudizio divino, comunque, dà la giusta ricompensa al "resto d'Israele" che è rimasto fedele all'Alleanza. In questo resto sono inclusi tutti i giusti.

Il Nuovo Testamento

Ai tempi di Gesù era comune l'idea del giudizio escatologico analogo a quello descritto da Daniele. Il Signore, però, apporta profonde modifiche all'escatologia dei suoi contemporanei.

Il Giorno del Signore è già realizzato con l'incarnazione. Il giudizio finale, già iniziato, sarà consumato con la parusia, al suo ritorno nella gloria.

I Vangeli sinottici mettono in evidenza che l'attesa del giudizio finale nell'ultimo giorno è al centro della predicazione di Gesù. Soggetto di questo giudizio sono tutti gli uomini, in specie gli scribi, gli ipocriti. Il criterio di giudizio è dato dall'atteggiamento preso di fronte al Vangelo e la carità verso il prossimo.

Il giudizio escatologico è già iniziato con Cristo: egli inaugura i tempi ultimi e il Regno di Dio. Il giudizio avrà il suo completamento alla fine dei tempi (cfr. il discorso escatologico).

Il Vangelo di Giovanni esplicita questa teologia del giudizio: esso si compie nell'atteggiamento pro o contro il Cristo, l'inviato del Padre.

La morte di Gesù segna il giudizio sul mondo e la vittoria su Satana. Le modalità del giudizio, per lo più interiorizzate, conservano elementi apocalittici tradizionali.

Negli altri scritti neo-testamentari è asserito che Dio ha stabilito il giorno in cui giudicherà tutto il mondo per mezzo di Cristo risorto (Atti, Pietro, Ebrei); tutti gli uomini saranno giudicati: giudei, greci, e persino gli angeli ribelli. Cristo stesso sarà il giudice dei vivi e dei morti. Il fuoco proverà il valore delle opere di ciascuno. Criterio di giudizio sarà la legge di Mosè per gli ebrei, la voce della coscienza per i pagani, la legge di libertà per i credenti in Cristo.

La visione riguardante i cristiani è ottimistica: per essi non vi è condanna[1].

Non vi sono testi espliciti a proposito del giudizio particolare, però lo si può facilmente dedurre dall'assegnazione immediata della sorte subito dopo la morte[2].

I dati patristici

Negli scritti dei Padri della Chiesa si deve operare la distinzione tra giudizio universale, e giudizio particolare.

Il primo è unanimemente affermato: I padri latini lo identificano con la parusia. Per il secondo invece vi sono pochi testi espliciti, soprattutto in Ilario, Basilio il Grande, Crisostomo, Agostino, Girolamo). Essi parlano anche della retribuzione immediata o stato intermedio. Tre stadi nel pensiero che riflettono i dati scritturistici, specialmente in Ignazio d'Antiochia e in Clemente I.

Con i secoli II-III alcuni riaffermano la dottrina integrale della retribuzione immediata (Origene, San Cipriano), mentre altri parlano di uno stadio intermedio in attesa del premio o del castigo definitivo: Giustino martire, Ireneo di Lione, Tertulliano, Lattanzio.

Nei secoli IV e V vi è il ritorno quasi generale alla dottrina evangelica della retribuzione immediata; essa si esprime anche nella convinzione della Chiesa che i martiri sono subito premiati.

Il magistero ecclesiastico

Si ha un lento sviluppo dalla retribuzione collettiva alle retribuzione individuale.

Si possono distinguere tre periodi:

Periodo arcaico

Nel Periodo arcaico (sec. I-XIII) vengono fissati i tratti essenziali della fede su questo argomento tramite i diversi "Simboli" (Simbolo degli Apostoli, Simbolo Quicumque o pseudoatanasiano, Niceno-Costantinopolitano). I termini usati hanno un carattere spiccatamente escatologico: i novissimi sono visti come coronamento dell'Incarnazione; si parla più di Cristo giudice che del giudizio e parlano in modo esplicito solo del giudizio finale e universale, con la parusia che lo precede.

Caratteristiche analoghe hanno altri documenti minori come quelli reperibili nei testi del concilio lateranense del 649, il Simbolo degli Orientali di Leone IX, l' XI concilio di Toledo, il Concilio Lateranense IV.

Medioevo

Nel Medioevo (secoli XII-XV) si accentua la dottrina dei novissimi e si pone sempre più in risalto l'escatologia individuale.

Così leggiamo nel concilio di Lione (professione di fede di Michele Paleologo: retribuzione immediata subito dopo la morte e sua compatibilità con il giudizio finale).

San Bernardo di Chiaravalle e Giovanni XXII parlano dello stadio intermedio dell'anima separata dal corpo in cui non si gode della visione beatifica. Benedetto XII nella Benedictus Deus definisce che la retribuzione avviene immediatamente dopo la morte, che essa è essenzialmente o visione beatifica o pena dell'inferno, e che tale dottrina è compatibile con quella del giudizio finale. Al Concilio di Basilea, Ferrara e Firenze il decreto per i Greci ripete le affermazioni del concilio lionese.

Concilio Vaticano II

Il Concilio Vaticano I ha offerto negli schemi preparatori cenni sul giudizio particolare e il Vaticano II distingue implicitamente due giudizi. Ne risulta pertanto che il valore dogmatico dell'esistenza del giudizio universale è de fide catholica definita, come pure la retribuzione immediata dopo la morte. Si afferma anche l'esistenza del giudizio particolare (de fide catholica implicte definita, per il Sangues; de fide catholica per il Lecher; proxima fidei per Schmaus, Piolanti; infine è theologice certa per Rivière).

La riflessione teologica

Per i principi generali dell'escatologia cristiana il giudizio dopo la morte segna l'inizio di una sistemazione definitiva nell'aldilà. Esso è la scelta pro o contro Cristo presa lungo tutta la vita e la storia dell'umanità. In senso stretto esso segna l'inizio della vita futura e della parusia.

Il giudizio si realizza a vari livelli:

  • A livello individuale: vi è il giudizio in ogni momento che è inizio incoato della situazione definitiva; il giudizio particolare è inizio della situazione definitiva e, infine, il giudizio universale: inizio della situazione definitiva sotto ogni aspetto.
  • ad un livello collettivo: la storia di Israele, la storia temporale della Chiesa e in modo speciale la parusia.

Il nesso organico che sussiste tra i vari giudizi dipende dal fatto che essi sono momenti di un unico giudizio.

Il giudizio escatologico è iniziato con la prima venuta del Cristo; esso continua nella vita della Chiesa e in ogni uomo con lo schierarsi pro o contro Cristo; viene condensato e fissato nell'istante della morte, col giudizio particolare. Esso trova coronamento nel giudizio della Chiesa e del cosmo col giudizio universale.

Il termine "giudizio" va liberato degli antropomorfismi dato che non si tratta di un giudizio processuale umano. Tuttavia il termine indica bene l'inizio della definitività differenziata (separazione dei buoni dai cattivi) e la definitività come concordanza o meno della persona umana con Dio.

Per le modalità particolari del giudizio ci si chiede se le descrizioni bibliche abbiano valore solo "religioso" o in parte anche reale.

In particolare si può notare che il "giudice" esprime l'idea che la definitività dipende dall'accettazione di Dio, di Cristo, della Chiesa ed è data dalla relazione di concordanza o meno con Dio, Cristo e la Chiesa. Il "giudizio sulle azioni della vita" indica che la definitività è in dipendenza con la vita terrena. La "proclamazione della sentenza" indica la presa di coscienza della vera realtà delle cose e del proprio essere. Il "suono della tromba" indica che tutta l'umanità e la realtà apparirà così come essa è davanti a Dio. La "riunione davanti al trono" indica la visione d'insieme della storia. Il "segno del Figlio dell'Uomo" indica la manifestazione del vero significato della morte di Cristo e della sua risurrezione (mistero pasquale). Il "luogo" è il posto in cui ci si trova per il giudizio di ogni momento. Lo stato di dannazione, glorificazione, purgazione per il giudizio particolare; il mondo intero, non la valle di Giosafat, per il giudizio universale. Il "momento" è quello della singola azione per il giudizio di ogni momento; dopo l'istante della morte (distacco definitivo dell'anima dal corpo) per quello particolare; la fine dei tempi per il giudizio universale.

Relazione col giudizio universale

La relazione tra giudizio universale e giudizio particolare risulta dalla retribuzione immediata dopo la morte.

Al riguardo ci sono state nella storia della teologia varie ipotesi:

  • quella "tradizionale" per la quale tra i due giudizi vi è un periodo di attesa in cui le anime sono separate dal corpo. Tale durata non è propriamente temporale ma viene detta aeviternitas, ossia durata senza successione temporale ma legata al tempo in quanto ha un inizio.
  • quella "radicale" : asserita da Hans Urs von Balthasar, Inos Biffi, e altri. Per questi teologi i due giudizi coincidono per cui non si darebbe periodo di attesa. Il motivo speculativo risiederebbe nel fatto che si è nell'aldilà dove non si dà successione cronologica per cui tutte le realtà escatologiche sono simultanee.
  • quella "mitigata": per altri autori vi è distizione tra i due giudizi, perché la natura dell'attesa non è temporale ma ignota. Per Schmaus e Sagues i due giudizi formano un tutt'uno, come due fasi di un unico giudizio, di cui quello particolare è come l'inizio di quello universale.

Si può concludere che l'attesa non ha una durata temporale nel senso filosofico (numerus motus secundum prius et posterius) ma è eternità in senso stretto; anche se legata agli eventi temporali ha natura ignota. I due giudizi non bisogna né identificarli né farne due realtà differenti, anche se la loro distinzione resta misteriosa.

La natura del giudizio particolare

I teologi hanno varie posizioni riguardo alla natura del giudizio particolare:

  • Secondo la posizione tradizionale il giudizio è considerato come atto unilaterale di Dio subìto dall'anima; alcuni vi vedrebbero anche gli elementi essenziali del giudizio terreno con tanto di "istruttoria", "sentenza", "esecuzione".
  • Posizioni più recenti tendono a considerarlo come "autogiudizio", cioè: da alcuni è ridotto ad un aspetto della morte (l'opzione finale corrisponderebbe al giudizio). Beaudin l' interpreta in senso metaforico in quanto l'amore di chi è in grazia si trasformerebbe in luce, mentre il peso del male in dannazione. Da altri teologi esso è separato dalla morte (Hild dice che è il trasferimento dopo la morte del giudizio realizzato in vita scegliendo pro o contro Cristo). Il Feuling, invece, dice che è la sentenza che l'anima emette su di sé dopo la morte.
  • Una posizione intermedia, rappresentata da Schmaus afferma che il giudizio è l'autogiudizio dell'uomo causato dall'attività di Dio: perché l'anima possa giudicarsi pienamente occorre una più alta esperienza di Dio che le fissa l'incontro dopo la morte.
Note
  1. La presentazione terrificante dell'Apocalisse è da comprendere alla luce del suo peculiare genere letterario.
  2. Cfr. la parabola di Lazzaro e del ricco epulone Lc 16,19-31; anche la promessa al malfattore pentito, Lc 23,39-43; 2Cor 5.
Bibliografia
Voci correlate

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