Digiuno

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Luca Signorelli, San Benedetto da Norcia rimprovera il fratello del monaco Valeriano per aver violato il digiuno (1497 - 1499), affresco; Asciano, Abbazia di Monte Oliveto Maggiore
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Il digiuno non ama le chiacchiere, purifica l'anima, eleva la mente, sottomette la carne allo spirito, rende il cuore contrito e umiliato, dissipa le nebbie della concupiscenza; smorza gli ardori della libidine e accende la luce della castità.
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(Sant'Agostino, De oratione et ieiunio, serm. 73)

Il digiuno consiste nel privarsi di qualsiasi cibo e bevanda. È una pratica che può avere motivi di ascetismo, purificazione, lutto, supplica. Nell'insegnamento di Gesù è collegato alla preghiera e all'elemosina, ed esprime dinanzi a Dio l'umiltà, la speranza e l'amore dell'uomo[1].

Il termine proviene dal sostantivo del latino classico iēiūnĭum (astinenza), aggettivo iēiūnus (colui che non ha mangiato). Da aggettivo riferito alla persona che non mangia passò a significare l'esercizio di chi digiuna[2], ma solo con Tertulliano invalse il verbo iēiūnāre.

Antico Testamento

Il digiuno, sempre accompagnato da una preghiera supplice, esprime l'umiltà davanti a JHWH: digiunare equivale ad "umiliare la propria anima" (Lev 16,29-31).

Il digiuno non è quindi una prodezza ascetica, e non mira a procurare qualche stato di esaltazione psicologica o religiosa. Simili utilizzazioni sono attestate nella storia delle religioni, ma non sono presenti nell'Antico Testamento. Nel contesto biblico, dove il cibo è un dono di Dio (Dt 8,3, questa privazione è un atto religioso e una maniera di rivolgersi al Signore (Dn 9,3; Esd 8,21). Spesso si digiuna prima di affrontare un compito difficile (Gdc 20,26; Est 4,16).

I motivi per i quali riscontriamo che si digiuna sono:

In generale la motivazione del digiuno è quella di porsi con fede in un atteggiamento di umiltà per accogliere l'azione di Dio e mettersi alla sua presenza. Tale intenzione profonda svela il senso dei quaranta giorni trascorsi senza cibo da Mosè (Es 34,28) e da Elia (1Re 19,8).

La pratica

Miniatura che illustra la seconda tentazione di Gesù durante i quaranta giorni di digiuno nel deserto

La liturgia giudaica conosceva un grande digiuno nel Giorno dell'Espiazione (yom kippur; cfr. At 27,9); la sua pratica era una condizione di appartenenza al popolo di Dio (Lev 23,29).

C'erano anche altri digiuni collettivi nei giorni anniversari delle sventure nazionali.

I giudei digiunavano poi per devozione personale (cfr. Lc 2,37): così, nel tempo del Nuovo Testamento, i discepoli di Giovanni Battista e i farisei (Mc 2,18), alcuni dei quali digiunavano due volte la settimana (Lc 18,12). Con ciò si cercava di soddisfare uno degli elementi della giustizia definita dalla legge e dai profeti.

Già i profeti però denunciavano il rischio del formalismo nel vivere il digiuno (Am 5,21; Ger 14,12). Per piacere a Dio, il vero digiuno deve essere unito all'amore del prossimo ed implicare una ricerca della vera giustizia (Is 58,2-11), e non può essere separato né dall'elemosina né dalla preghiera. Infine, bisogna digiunare per amore a Dio (Zc 7,5).

Nuovo Testamento

Il monte della Quarantena, dove secondo la tradizione Gesù passò i quaranta giorni di digiuno

Gesù digiuna per quaranta giorni nel deserto dopo essere stato battezzato e prima di iniziare la sua missione (Mt 4,1-11; Mc 1,12-13; Lc 4,1-13). I quaranta giorni di Gesù nel deserto, modellati sul duplice esempio di Mosè ed Elia (vedi sopra), non hanno per scopo di aprirlo allo Spirito di Dio, perché Gesù ne è ripieno (Lc 4,1); se lo Spirito lo spinge al digiuno lo fa perché inauguri la sua missione messianica con un atto di abbandono fiducioso nel Padre suo (Mt 4,1-4).

Il Nuovo Testamento attesta la pratica del digiuno, per esempio dopo essere incorsi nella vedovanza (Lc 2,27), oppure per ottenere la grazia necessaria la compimento di una missione (At 13,2-3).

Da parte sua Gesù non prescrive nessuna pratica di digiuno ai suoi discepoli (Mc 2,18), ma non perché lo disprezzi o lo voglia abolire; Gesù è venuto a portare a compimento la giustizia antica (Mt 5,17), e perciò vieta di ostentare il digiuno, tanto più che esso può essere fatto "per essere visti dagli uomini" (Mt 6,16-20). Gesù insiste maggiormente sul distacco nei confronti delle ricchezze (Mt 19,21), sulla continenza volontaria (Mt 19,12), e, soprattutto, sulla rinuncia a se stessi per portare la croce (Mc 10,38-39).

La Chiesa apostolica conservò per il digiuno le usanze del giudaismo, compiute nello spirito definito da Gesù. Gli Atti degli Apostoli menzionano celebrazioni cultuali implicanti digiuno e preghiera (13,2-4; 14,23). Durante il suo massacrante lavoro apostolico, Paolo non si accontentò di soffrire la fame e la sete quando lo esigevano le circostanze, ma vi aggiunse ripetuti digiuni (2Cor 6,5; 11,27).

Prassi ecclesiale

Daniele Crespi, Digiuno di san Carlo Borromeo (1625 ca.), olio su tela; Milano, Chiesa di Santa Maria della Passione

La Chiesa è rimasta fedele alla tradizione apostolica, cercando con la pratica del digiuno di mettere i fedeli in un atteggiamento di apertura totale alla grazia del Signore, in attesa del suo ritorno. Infatti, se la prima venuta di Cristo ha posto fine all'attesa di Israele, il tempo che segue la sua risurrezione non è quello della gioia totale in cui gli atti di penitenza sarebbero fuori posto: la Chiesa ha fatto proprie le parole di Gesù sul digiuno nei "giorni in cui lo sposo sarà loro tolto" (Mc 2,19-20), e ha vissuto in tutta la sua storia il digiuno penitenziale in attesa che lo sposo ritorni.

A partire dal II secolo due giorni di digiuno erano osservati in preparazione della Pasqua.

Nel IV secolo, quando il Cristianesimo si affermò come religione dell'Impero romano e venne istituzionalizzato, la pratica del digiuno venne legata in maniera crescente ad una teologia tendente al legalismo ed al concetto di opere meritorie. Verso il X secolo, in Occidente, divenne obbligatorio il digiuno della Quaresima.

Con la nascita del monachesimo, il digiuno divenne elemento comune della disciplina di quello stato di vita.

Durante il Medioevo, la Chiesa cattolica stabilì un certo numero di giorni obbligatori di digiuno. In Italia e anche altrove tali momenti furono determinati in relazione ai momenti più importanti della vita degli agricoltori. Nella pratica della Quattro tempora erano giorni di digiuno il mercoledì, il venerdì ed il sabato seguenti la prima domenica di Quaresima, la Pentecoste e la festa dell'Esaltazione della Santa Croce (14 settembre); una quarta stagione di digiuno decorreva dal 13 dicembre a Natale.

La Chiesa conservò i suoi giorni di digiuno obbligatori fino al XX secolo, quando essi vennero modificati da diversi atti papali che fecero seguito al Concilio Vaticano II. È significativa al riguardo la Costituzione apostolica Paenitemini di Paolo VI (17 febbraio 1966). Tali nuove norme introdussero una nuova pratica del digiuno ecclesiastico, limitandolo a due giorni dell'anno: il Mercoledì delle Ceneri e il Venerdì Santo.

L'approccio moderno associa la pratica del digiuno alla vocazione all'amore del prossimo, e lo vede in funzione della carità verso i bisognosi. È comune la pratica di incontrarsi per consumare pasti frugali dando poi il denaro corrispondente al costo del pranzo intero per opere di carità.

Prassi attuale in Italia

La Conferenza Episcopale Italiana, secondo il potere conferitole dal decreto conciliare Christus Dominus[3], in data 4 ottobre 1994, ha decretato in materia:

  • La legge del digiuno "obbliga a fare un unico pasto durante la giornata, ma non proibisce di prendere un po' di cibo al mattino e alla sera, attenendosi, per la quantità e la qualità, alle consuetudini locali approvate"[4].
  • La legge dell'astinenza proibisce l'uso delle carni, come pure dei cibi e delle bevande che, a un prudente giudizio, sono da considerarsi come particolarmente ricercati e costosi.
  • Il digiuno e l'astinenza, nel senso ora precisate, devono essere osservati il Mercoledì delle Ceneri (e il primo venerdì di Quaresima per il Rito Ambrosiano) e il venerdì della passione e morte del Signore nostro Gesù Cristo; sono consigliati il Sabato Santo sino alla Veglia Pasquale.
  • L'astinenza deve essere osservata in tutti e singoli i venerdì di Quaresima, a meno che coincidano con un giorno annoverato tra le solennità (come il 19 e il 25 marzo). In tutti gli altri venerdì dell'anno, a meno che coincidano con un giorno annoverato tra le solennità, si deve osservare l'astinenza nel senso detto oppure si deve compiere qualche altra opera di penitenza, di preghiera, di carità.
  • Alla legge del digiuno sono tenuti tutti i maggiorenni sino al 60° anno iniziato; alla legge dell'astinenza coloro che hanno compiuto il 14° anno di età.
  • Dall'osservanza dell'obbligo della legge del digiuno e dell'astinenza può scusare una ragione giusta, come ad es. la salute. Inoltre, "il parroco, per una giusta causa e conforme alle disposizioni del vescovo diocesano, può concedere la dispensa dall'obbligo di osservare il giorno di penitenza, oppure commutare in altre opere pie; lo stesso può anche il superiore di un istituto religioso o di una società di vita apostolica, se sono clericali di diritto pontificio, relativamente ai propri sudditi e agli altri che vivono giorno e notte nella loro casa"[5].

La disciplina della Chiesa è quindi molto attenta alla persona, ed e morbida sia nei contenuti sia nel tipo di obbligo che impone. È interpretazione corrente che, oltre ai malati, anche le persone che devono compiere lavori particolarmente gravosi e che hanno bisogno di nutrimento sono dispensati.

L'acqua, a differenza della prassi preconciliare, non rompe più il digiuno, ma le bevande diverse (caffè, thè, quelle dolcificate o gasate) sì, come anche quelle alcoliche.

Riflessione morale

Il digiuno terapeutico può essere praticato per motivi di salute o per altre motivazioni di tipo umano.

Il digiuno ecclesiastico o religioso è invece dettato da motivazioni soprannaturali[6]: la mortificazione o la penitenza, l'ascesi o la riparazione dei peccati commessi, la preghiera e in particolare la supplica, l'umiltà del cuore e l'ascolto di Dio. Va praticato con criterio, rispettando le due finalità dell'azione del mangiare: il conservare la vita e l'avere le forze necessarie per compiere il proprio dovere.

La teologia morale classica presenta il digiuno come atto della virtù dell'astinenza, la quale è a sua volta parte soggettiva della virtù della temperanza.

Nelle altre confessioni cristiane

Chiese Ortodosse

La Chiesa Ortodossa orientale considera l'uomo nella sua globalità, corpo e anima, invita pertanto all'ascesi sia il corpo che lo spirito. L'anno liturgico che essa celebra prevede quattro grandi periodi di digiuno:

In linea generale nella Chiesa ortodossa si pratica il digiuno anche ogni mercoledì e ogni venerdì (cfr. la Didaché ).

Mondo protestante

Le confessioni religiose nate dal Protestantesimo del XVI secolo, con l'eccezione degli Anglicani, respinsero l'obbligatorietà dei giorni di digiuno, così come respinsero la gran parte dei riti e delle cerimonie della Chiesa cattolica. Gli anabattisti, più di qualsiasi altro movimento riformatore di questo periodo, relegarono ancora una volta il digiuno nella sfera privata, lasciando al singolo credente di determinare se è appropriato per promuovere l'autodisciplina e la preghiera.

I Pentecostali e i Carismatici del XX secolo[7], hanno una vasta letteratura sui benefici del digiuno, collegandolo alla preghiera come mezzo per approfondire la vita spirituale e/o per ottenere favori da Dio. Alcuni leader carismatici affermano persino che la pratica sistematica del digiuno e della preghiera possa cambiare il corso della storia.

Note
  1. R. Girard, Digiuno, vedi bibliografia.
  2. Pietro Palazzini (1950) 1589.
  3. N. 38.
  4. Paenitemini, III; EV 2/647.
  5. CIC, can. 1245.
  6. Pietro Palazzini (1950) 1590.
  7. Anche i mormoni - che non possono essere considerati cristiani, vedi l'articolo di Tutto sulle sette.it - valorizzano molto il digiuno.
Bibliografia
Voci correlate
Collegamenti esterni

Suggerimenti



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